LXXXVII – Testi

By Giacomo Leopardi

Or che da noi, signor, partendo il maggio

La notte accorcia, e ne rallunga il giorno;

E con ardente e fervido passaggio,

Fa da i gemelli al cancro il Sol ritorno;

Or che, percosse dall'estivo raggio,

Sembrano biondeggiar le biade intorno;

E dove ombreggia il pino, e l'aura spira,

La sparsa greggia il pastorel ritira.

Fra queste spiagge solitario i' vivo,

A' noiosi pensier sottratto e tolto:

Qui, con le muse mie scherzando, scrivo

Or d'una bella chioma, or d'un bel volto;

E del lazio e del tosco e de l'argivo

Paese i cigni ad imitar rivolto,

Le lor carte trascorro, e da' migliori

Colgo furtivamente or frutti or fiori.

Qui di vane speranze aura fallace

Gonfiar non può l'ambiziosa mente;

Qui de l'invidia, a cui virtù soggiace,

Il tosco o non arriva o non si sente;

Ma in oziosa e riposata pace,

Qual già ne l'aura età la prisca gente,

Si passa il dì; né mai tra i fiori e l'erbe

Vengono ad abitar cure superbe.

S'armi contro il suo re la Gallia altera,

Colma di risse, e di tumulti pregna;

Contrasti Carlo a la potenza ibera,

E la natia sua libertà mantegna:

Pur che con rauco suon tromba guerriera

Fra queste piagge a rimbombar non vegna,

Poco o nulla a me cal s'in altra parte

Trionfa morte al guerreggiar di Marte.

Nostre guerre son qui, per la foresta

Mirar duo tori in bella giostra urtarsi;

E ritornar con la cornuta testa

Duo cozzator montoni ad incontrarsi.

Spettatrice la greggia intorno resta,

Sì che de' paschi suoi sembra obbliarsi;

E ne ride il pastor, che sopravviene

Cantando al suon de l'incerate avene.

Deh, se la corte, e i tuoi pensier maggiori

Non invidian, signor, la gloria mia;

Fa ch'onorato un dì da' tuoi favori,

Rustico abitator quantunque, i' sia,

Involato a' noiosi e gravi ardori

De la città; né disdegnar che dia

Ad ospite sì grande e sì gentile

Villareccia magione albergo umile.

Qui sul meriggio, allor che più cocente

Febo dal ciel suol saettar i lampi,

S'ode un'aura spirar sì dolcemente,

Che de l'arsa stagion mitiga i vampi;

E poiché tramontando a l'occidente

Torna di Teti a gli arenosi campi,

Un musico usignuol che l'aria molce,

Fa del pari il vegghiar e il dormir dolce.

Qui non vedrai de' persici apparati

Lussureggiar le pompe; e sopra i lini

Da fuso babilonico filati,

Fumar cibi stranieri e peregrini:

Non da lontano pescator cercati

Novi saran per noi parti marini;

Né fra liquidi odori, in aureo vaso,

Le mense onorerà l'augel di Faso.

Godrai di mensa rustica e selvaggia

Semplici condimenti. Avrai di fiori

Sparsi i candidi lini: e de la piaggia

Colti per te saranno i primi onori.

Fian preziosi cibi o lepre ch'aggia

Preso il mio veltro infra i solinghi orrori,

O qualche augel che per l'aerea via

Fulminato da me col piombo sia.

Qui non vedrai sparse ne' frutti, a scherno,

De l'ardente stagion, nevi gelate;

E trionfar su per le mense il verno

Disprezzator de la più calda estate:

Qui non verran di Creta o di Falerno

O de l'alpestre Scio l'uve beate;

Né fra capace argento i gieli alpini

Agghiacceran per noi massicci vini.

Scorre con tortuosi incerti giri

Non lontano da me ruscello errante,

Limpido sì, ch'in lui ritratto miri,

Come in terso cristallo, il tuo sembiante:

Fanno a' gelidi suoi vaghi zaffiri,

Intrecciate fra loro, ombra le piante:

Ei serpeggia per l'erbe; e tra le sponde,

Con roco mormorio palpitan l'onde.

Qui nel più freddo e più gelato fondo

Bacco per te s'attufferà. Godrai

Ciò che il terren domestico e fecondo

Può da le viti sue produr giammai.

Non di metallo rilucente e biondo

Splendida coppa e preziosa avrai,

Ma trasparente vetro, ove tu miri

Or brillar i rubini, ora i zaffiri.

Vieni dunque, signor; e non t'aggravi

Rozzo abitar e solitario tetto:

Ch'i noiosi pensier, le cure gravi

In rustica magion non han ricetto.

Ben ne la corte, e sotto a l'auree travi,

Timidissimo ognor veglia il sospetto;

E ne l'ampie città volando vanno

La bieca invidia e il fraudolente inganno.