LXXXVII – Testi
Or che da noi, signor, partendo il maggio
La notte accorcia, e ne rallunga il giorno;
E con ardente e fervido passaggio,
Fa da i gemelli al cancro il Sol ritorno;
Or che, percosse dall'estivo raggio,
Sembrano biondeggiar le biade intorno;
E dove ombreggia il pino, e l'aura spira,
La sparsa greggia il pastorel ritira.
Fra queste spiagge solitario i' vivo,
A' noiosi pensier sottratto e tolto:
Qui, con le muse mie scherzando, scrivo
Or d'una bella chioma, or d'un bel volto;
E del lazio e del tosco e de l'argivo
Paese i cigni ad imitar rivolto,
Le lor carte trascorro, e da' migliori
Colgo furtivamente or frutti or fiori.
Qui di vane speranze aura fallace
Gonfiar non può l'ambiziosa mente;
Qui de l'invidia, a cui virtù soggiace,
Il tosco o non arriva o non si sente;
Ma in oziosa e riposata pace,
Qual già ne l'aura età la prisca gente,
Si passa il dì; né mai tra i fiori e l'erbe
Vengono ad abitar cure superbe.
S'armi contro il suo re la Gallia altera,
Colma di risse, e di tumulti pregna;
Contrasti Carlo a la potenza ibera,
E la natia sua libertà mantegna:
Pur che con rauco suon tromba guerriera
Fra queste piagge a rimbombar non vegna,
Poco o nulla a me cal s'in altra parte
Trionfa morte al guerreggiar di Marte.
Nostre guerre son qui, per la foresta
Mirar duo tori in bella giostra urtarsi;
E ritornar con la cornuta testa
Duo cozzator montoni ad incontrarsi.
Spettatrice la greggia intorno resta,
Sì che de' paschi suoi sembra obbliarsi;
E ne ride il pastor, che sopravviene
Cantando al suon de l'incerate avene.
Deh, se la corte, e i tuoi pensier maggiori
Non invidian, signor, la gloria mia;
Fa ch'onorato un dì da' tuoi favori,
Rustico abitator quantunque, i' sia,
Involato a' noiosi e gravi ardori
De la città; né disdegnar che dia
Ad ospite sì grande e sì gentile
Villareccia magione albergo umile.
Qui sul meriggio, allor che più cocente
Febo dal ciel suol saettar i lampi,
S'ode un'aura spirar sì dolcemente,
Che de l'arsa stagion mitiga i vampi;
E poiché tramontando a l'occidente
Torna di Teti a gli arenosi campi,
Un musico usignuol che l'aria molce,
Fa del pari il vegghiar e il dormir dolce.
Qui non vedrai de' persici apparati
Lussureggiar le pompe; e sopra i lini
Da fuso babilonico filati,
Fumar cibi stranieri e peregrini:
Non da lontano pescator cercati
Novi saran per noi parti marini;
Né fra liquidi odori, in aureo vaso,
Le mense onorerà l'augel di Faso.
Godrai di mensa rustica e selvaggia
Semplici condimenti. Avrai di fiori
Sparsi i candidi lini: e de la piaggia
Colti per te saranno i primi onori.
Fian preziosi cibi o lepre ch'aggia
Preso il mio veltro infra i solinghi orrori,
O qualche augel che per l'aerea via
Fulminato da me col piombo sia.
Qui non vedrai sparse ne' frutti, a scherno,
De l'ardente stagion, nevi gelate;
E trionfar su per le mense il verno
Disprezzator de la più calda estate:
Qui non verran di Creta o di Falerno
O de l'alpestre Scio l'uve beate;
Né fra capace argento i gieli alpini
Agghiacceran per noi massicci vini.
Scorre con tortuosi incerti giri
Non lontano da me ruscello errante,
Limpido sì, ch'in lui ritratto miri,
Come in terso cristallo, il tuo sembiante:
Fanno a' gelidi suoi vaghi zaffiri,
Intrecciate fra loro, ombra le piante:
Ei serpeggia per l'erbe; e tra le sponde,
Con roco mormorio palpitan l'onde.
Qui nel più freddo e più gelato fondo
Bacco per te s'attufferà. Godrai
Ciò che il terren domestico e fecondo
Può da le viti sue produr giammai.
Non di metallo rilucente e biondo
Splendida coppa e preziosa avrai,
Ma trasparente vetro, ove tu miri
Or brillar i rubini, ora i zaffiri.
Vieni dunque, signor; e non t'aggravi
Rozzo abitar e solitario tetto:
Ch'i noiosi pensier, le cure gravi
In rustica magion non han ricetto.
Ben ne la corte, e sotto a l'auree travi,
Timidissimo ognor veglia il sospetto;
E ne l'ampie città volando vanno
La bieca invidia e il fraudolente inganno.