LXXXVII

By Giacomo Lubrano

“Io perché no? chi m'incatena il moto?

Ho ben d'un Dio svenato il core erede.

Voi de l'Indo rubel barbare prede

già sospendo a la Croce, e sciolgo il voto.

Terrò in faccia a più stragi il guardo immoto,

ché non teme il morir spirto di Fede”.

Così sogna Xaverio; e in ombra vede

tributario a' suoi piedi un Orbe ignoto.

Un Moro orrido in viso, irto la chioma,

gli preme il dosso; e di sudor profondo

fa che gioisca e gema a tanta soma.

Ponga giù Atlante de le sfere il pondo,

or che gli Alcidi suoi nascono a Roma,

che addormentati ancor portano un Mondo.