LXXXVII
Candido spirto, che 'l terrestre velo
D'esta candida donna così fai
Candido e bel, ch'al mondo ha invidia il cielo;
Deh tu, che sol la tempra intendi e sai
De la rozza mia cetra, fa che fòre
Possa da l'aspre selve trarla omai.
Struggi la nebbia, asciuga il tristo umore.
Che ne rende il veder debil e manco;
Ond'io mal poi conosco il tuo valore:
Che 'n sul Meandro non fu forse unquanco,
Se vèr me volti punta di tuoi sguardi,
Cigno visto com'io canoro e bianco.
Beato core, in cui sì degni dardi
D'Amor di te passar, di te, ch'al mondo
Non è chi più gentil contempli o guardi,
Che forza gli è spiccarsi dal profondo
Del terrestre saver, e fin nel cielo
Volarne scarco d'ogni fango e mondo,
O bella donna, io rozzo, io non tel celo,
Vorrei poter venir tuo servo o amante;
Ma me lo nega Amore, abito e pelo.
Le stelle non m'alzaro tanto avante,
Non è il mio cor degno del vostro foco,
Non puon tant'alto andar mie debil piante.
Ché s'io fussi per voi pur punto un poco
D'un degli strai del vostro amor, io giuro
Che poggiar sin nel ciel parriemi un gioco;
E come un nuovo Orfeo saldo e sicuro,
Anzi al gran Giove cantare ardirei
Le lodi vostre in stil candido e puro;
E la mercé del ver, cotal farei
Il ciel vago di te, che tutti in terra
Verrebbon per vederti i sacri dèi.
O caro amico, a chi dolce Amor guerra
Co' suoi begli occhi move, adunque quale
Pigra cagion nel sen la voce serra?
Suscita il bel, da Dio datoti uguale
Ingegno a' suoi gran merti, e con la penna
Falla, ad onta del vil tempo, immortale:
Ché se colei, che vicina a Gebenna
Nacque in vil casa men bella, mercede
Del gran Toscan, per viva ancor s'accenna;
Perché non hai tu, pigro, ferma fede,
Essendo ella di lei più bella e saggia
(E questo chi nol sa, chi non sel vede?)
Ch'ella più di lei viva, e ch'ogni spiaggia
Susciti un'Ecco nuova, ch'a' tuo' accenti
Risponda, ancor che la voce non caggia;
E che le nostre e le più stranie genti,
O vuoi quelle ch'or sono, o che verranno,
Veggin le lodi sue sempre presenti?
E se i pigri pensier tuoi ti diranno:
– Taci, ché mal può penna di pensiero
Non che di stil poggiar a sì gran scanno, –
Rispondi lor che ad inalzar il vero
Ogni picciola man vi basta; al finto
Sì ben che grand'industria è di mestiero.
Durò fatica Omer, che fe' che 'l vinto
Greco apparisse al mondo vincitore,
Ancor che fusse intorno al Xanto estinto;
E 'l già detto Toscan logrò molt'ore,
Per far parer una vil franciosetta
Cosa degna del ciel co 'l suo favore:
E fu mestier ad ala più perfetta
Alzar lo stil di lor, che la menzogna
Co 'l vel del ver volean tener ristretta.
A chi loda Alessandro non bisogna
Soverchia industria usar, che in ogni parte
Che fusse grande, il sa chi non l'agogna:
Ma chi vuol far parer con le sue carte
O buon Nerone, o fedele Anniballe,
Oh qui fa d'uopo aver l'ingegno e l'arte.
E però china meco ambe le spalle
Al dolce peso, a te sol dato in sorte:
Leval tra le viole rosse e gialle.
E basti alle tue forze, o lunghe o corte,
Che 'nvolar cerchi la più saggia e bella
Donna che fusse mai di man di Morte.
Non bella come questa, o come quella,
Con le vermiglie guance, o eburneo petto,
O con gli occhi che splendan come stella:
Ben che anco in questo, ad onta ed a dispetto
E di questa e di quella, s'io 'l dicesse
Ch'ell'è di lor più bella, avrei ben detto.
Ma vadin pur gonfiate ed in se stesse
Oggi altere e superbe; e poi domane
Domandi tu lo specchio se son desse.
Sol quella è bella, e sempre mai rimane
Bella un dì più che l'altro di cui l'ostro
De le virtù covre le parti vane.
E qual'alma fu donna al tempo nostro
Veduta o scritta ne l'antica etade,
Simile, o 'n l'alto o in questo basso chiostro?
E l'intelletto in lei de le più rade
Cose ch'appaian oggi, e 'l più perfetto
Di tutti gli altri è 'l disio che 'n lei cade.
La sua memoria ha in mente chiuso e stretto
Tutto quel ch'è nel cielo, il buono e il bello;
Anzi lo vede qual puro angeletto.
E chi arde per lei forza è che quello
Foco ov'arde conosca, sì che poi
Pingerlo possa altrui con bel pennello.
Adunque, amico, il carco tocca a voi,
Che conoscete le virtuti interne
Ne la lor propria essenzia più che noi;
Ed a me basti sin qui detto averne,
Per satisfarvi, e s'io n'ho detto poco,
È perché poco l'occhio mio discerne.
Poco l'ingegno, e 'l mio stil rozzo e roco
S'alza vie meno, e più basso soggetto
Ne le mie basse forze appena ha loco.
Stommi d'allor 'n una selva soletto,
Con la mia rozza zampognetta, e chiamo
Con essa or questo or quell'altro augelletto;
E li prego, che quella ch'io sol amo
In mia vece salutin qualche volta,
Senza temer del vulgo onta o richiamo.
Ed ella gli ode sì, ma non gli ascolta.