LXXXVIII

By Francesco Beccuti

Con veloci pensier, con passi lenti

al sacro sasso io torno:

vien meco, Clita, a rinnovare il pianto

funesto e grave e ritentar più d'una

volta l'ingegno per alzar quell'ossa

ove è salita l'alma e dove regna

cinta d'eterno onore.

Al comun danno, al dolor nostro intenti,

piangiam sotto quest'orno,

ché non lice appressar quel tumul santo,

Argesto mio, sì spesso, ove s'aduna

tra le ninfe Minerva a pianger mossa;

e fu sentita un dì, benché non vegna

questo segreto fuore.

Ogni arbore è nimico ai miei lamenti,

che sia di foglie adorno,

fuor che il cipresso: e ben conviensi tanto

cotesto e gli altri odiar, poiché fortuna

col suo furor da le radici ha scossa

quella gradita pianta, unica insegna

al gemino valore.

Benché de la stagion non mi rammenti,

mi ricordo ch'intorno

al troncon rotto si rivolse il canto

in mesto lutto, e vidi in veste bruna

le Muse, e dir: — Se 'l fulmine ha percossa

questa fiorita cima, ove disegna

far più suo nido Amore? —

Nel mese più nocivo ai nostri armenti

gli dèi, che irati fôrno

più de l'usato, ci ritolser quanto

d'onesto e bel fu mai sotto la luna;

e Morte, per mostrar tutta sua possa,

allora, Clita, con la falce indegna

recise il più bel fiore.

Or mi sovvien che, i più benigni venti

facendo a noi ritorno,

la bell'aura partissi, e in ogni canto

fu desto il furor di Eolo e ciascuna

brumal procella da Giunon commossa,

che sbigottita andò più giorni e pregna

di tenebroso orrore.

La bell'aura partissi, e gli elementi

ben segno ne mostrorno;

l'aura ch'or spazia a l'altre dive accanto

del sesto e primo ciel, benché nessuna

l'agguagli di splendor, Cinzia rimossa,

che seco unita superar s'ingegna

quel che distingue l'ore.

Mentre le voci tue meste e dolenti

percuoton d'ogni intorno,

l'aura risuona e 'l bel nome altrettanto,

e 'l resto par che taccia eco importuna

al tuo disio; benché non mai percossa

chiuse ferita né per giunger legna

si spense alcun ardore.

O Madre universal, come consenti

con tuo perpetuo scorno

che morte s'abbia del tuo pregio il vanto?

e presto vegna men quel che raduna

sì lungo tempo e chiuda poca fossa

beltà infinita e vil polve divegna

sì pregiato sudore?

Anima eletta, che chiamar ti senti

e da l'alto soggiorno,

volgendo i lumi ove lasciasti 'l manto,

molesto affanno scorgi ed importuna

pioggia di pianto, che già il Tebro ingrossa,

porgimi aita ed ombreggiar m'insegna

quanto ho scritto nel core.

Voci oscure non ponno o bassi accenti

aggiunger luce al giorno;

potrian ben forse agevolare alquanto

di quest'affanno il peso; ma s'imbruna

già l'Oriente e 'l sol con faccia rossa

fuggir s'aita, il parlar nostro avvegna

che la sua donna onore.

Anzi ch'ardita sia, nomarla sdegna

lingua di vil pastore.