LXXXVIII
Con veloci pensier, con passi lenti
al sacro sasso io torno:
vien meco, Clita, a rinnovare il pianto
funesto e grave e ritentar più d'una
volta l'ingegno per alzar quell'ossa
ove è salita l'alma e dove regna
cinta d'eterno onore.
Al comun danno, al dolor nostro intenti,
piangiam sotto quest'orno,
ché non lice appressar quel tumul santo,
Argesto mio, sì spesso, ove s'aduna
tra le ninfe Minerva a pianger mossa;
e fu sentita un dì, benché non vegna
questo segreto fuore.
Ogni arbore è nimico ai miei lamenti,
che sia di foglie adorno,
fuor che il cipresso: e ben conviensi tanto
cotesto e gli altri odiar, poiché fortuna
col suo furor da le radici ha scossa
quella gradita pianta, unica insegna
al gemino valore.
Benché de la stagion non mi rammenti,
mi ricordo ch'intorno
al troncon rotto si rivolse il canto
in mesto lutto, e vidi in veste bruna
le Muse, e dir: — Se 'l fulmine ha percossa
questa fiorita cima, ove disegna
far più suo nido Amore? —
Nel mese più nocivo ai nostri armenti
gli dèi, che irati fôrno
più de l'usato, ci ritolser quanto
d'onesto e bel fu mai sotto la luna;
e Morte, per mostrar tutta sua possa,
allora, Clita, con la falce indegna
recise il più bel fiore.
Or mi sovvien che, i più benigni venti
facendo a noi ritorno,
la bell'aura partissi, e in ogni canto
fu desto il furor di Eolo e ciascuna
brumal procella da Giunon commossa,
che sbigottita andò più giorni e pregna
di tenebroso orrore.
La bell'aura partissi, e gli elementi
ben segno ne mostrorno;
l'aura ch'or spazia a l'altre dive accanto
del sesto e primo ciel, benché nessuna
l'agguagli di splendor, Cinzia rimossa,
che seco unita superar s'ingegna
quel che distingue l'ore.
Mentre le voci tue meste e dolenti
percuoton d'ogni intorno,
l'aura risuona e 'l bel nome altrettanto,
e 'l resto par che taccia eco importuna
al tuo disio; benché non mai percossa
chiuse ferita né per giunger legna
si spense alcun ardore.
O Madre universal, come consenti
con tuo perpetuo scorno
che morte s'abbia del tuo pregio il vanto?
e presto vegna men quel che raduna
sì lungo tempo e chiuda poca fossa
beltà infinita e vil polve divegna
sì pregiato sudore?
Anima eletta, che chiamar ti senti
e da l'alto soggiorno,
volgendo i lumi ove lasciasti 'l manto,
molesto affanno scorgi ed importuna
pioggia di pianto, che già il Tebro ingrossa,
porgimi aita ed ombreggiar m'insegna
quanto ho scritto nel core.
Voci oscure non ponno o bassi accenti
aggiunger luce al giorno;
potrian ben forse agevolare alquanto
di quest'affanno il peso; ma s'imbruna
già l'Oriente e 'l sol con faccia rossa
fuggir s'aita, il parlar nostro avvegna
che la sua donna onore.
Anzi ch'ardita sia, nomarla sdegna
lingua di vil pastore.