LXXXVIII
Oh poffare! ser Cecco, i' son rimasto
proprio come s'io fossi senza un corno:
non mi sa buono nè dormir, nè pasto.
Io vo pur dietro a sbirciare d'intorno,
per vederti una volta, vezzo mio;
ma in van io guato e di notte e di giorno,
tu se' scappato senza dirmi addio;
e starai lieto, e farai buona ciera,
mentr'io ti cerco a oriente, a bacìo.
Doh! che gli venga un orco, una versiera,
e se lo portin via quel can, quel tristo,
cagion che tu ne desti buona sera.
Giuro sul berrettin dell'Anticristo
ch'i' vorre' proprio colle man sbranallo,
se 'l conoscessi, se l'avessi visto.
Al corpo, al sangue, ch'i' vorre' cacciallo
dentro 'n un cesso, dentro 'n una fogna,
a far co' vermi e colle bòtte un ballo.
Non ti par egli degno d'una gogna,
d'un cartoccio turchin, d'un asinello
e d'una frusta, e d'una gran vergogna?
Ma ritorniamo a te, ser Cecco bello:
come va la faccenda? E la signora
ti fruga nel pensier, di dà martello?
Vatt'ella consumando ad ora ad ora,
povero meschinello, poveraccio,
oppure ti dà sosta una qualch'ora?
Tu senti tu del caldo, oppur del ghiaccio?
Se' vivo, sano, verde come un aglio?
Oppure se' ravvolto in uno straccio?
I' ho tanta paura che mi quaglio
allor ch'io penso a cotesto tuo stato,
e mi pare d'avere addosso un maglio.
Ma spero che rimedio arai trovato
a questo rodimento maladetto,
e quel gran ruzzo te l'avrai cavato.
Se no, cerca di trarre alcun diletto
da qualche foresozza ben tarchiata
ch'elle sono, per Dio, di core schietto.
Falle col chittarrin la serenata,
ch'e' non c'è ristio di pigliar l'acceggia:
dàlle la ben venuta e ben trovata.
E quando che la zappa o la marreggia,
va a ritrovarla, e presso le ti metti,
e lì ciarla e singhiozza e cuccuveggia.
Dàlle de' nastri, dàlle de' merletti,
e qualche stringa, e qualche coreggiuolo,
e de' bigheri ancor, degli spilletti.
E così passeratti il tempo a volo,
senza pensare alle ribalderie,
senz'alcun dispiacere, senza duolo.
Legger potràle delle poesie
nuove, bizzarre, chiare ed allegrocce,
come sarebbe, a un mo' di dir, le mie;
e poi farle le dolci carezzocce,
e qualche baciolino anche appiccarle
in su quelle gotuzze vermigliocce.
Ma sta'! dove vo io con queste ciarle?
Son elle cose da dirle al Ceccone
che saprà ben da sè stesso cercarle?
Eh via! che gli è proprio un dottorone
in questo mestieraccio così fatto,
e la sa tutte meglio che un Nasone.
E io son pur sì scimunito e matto?
Gli è come portar cavolo a Legnaia
a insegnare a ser Cecco in questo fatto.
Desso è una fonte, desso è una ceppaia
di be' trovati, e voler dirne a lui
gli è giusto come metter stoppia in aia.
Ma queste cose le non fan per nui:
lascianle andar, e discorriamo adesso
d'altri affari che fanno per noi dui.
Deh! fatt'in qua, deh! fatt'un po' più presso,
e senti due parole nell'orecchio
intorno a quel passato tuo successo.
Quel messer lo calonaco, quel vecchio,
il qual vuol farti una pedina, il quale
vuol fartela vedere in uno specchio;
quello sguaiato tristo facimale,
quel disgraziato, quel sciaguratello
che gli venga un gavocciolo, un cassale
s'è tolto quel pensiero del cervello?
oppur v'è ancora dentro incaponito?
Chiamalo in giostra, chiamalo in duello.
E s'egli accetta così fatto invito
statti lieto, Ceccon, chè 'l tuo gran guaio
in una mezz'oretta gli è fornito.
Io getto anch'io 'n un canto questo saio,
e armato tutto come un paladino
tra sè e me ne farem giusto un paio.
E lì colpi da Orlando e da Zerbino
gli menerem sul capo e sulle braccia,
fin che disteso l'abbiamo supino.
Oh ve' che spaventosa figuraccia
faremo noi con quegli stocchi in mano!
Affè ch'alle persone il cor s'addiaccia.
Tu parrai un bargello, uno scherano;
perchè quel tuo visin gli è propio buono
da spiritare un povero cristiano.
Oh via lasciamo, perch'io stanco sono,
di scriver giù di queste tantafere
che farebbon scoppiar di verno il tuono.
E voi intanto, il mio buon messere
state allegro, e aspettatevi che presto
fo conto di venirvi a rivedere.
E se mai quella birba, quel capresto
d'Amor mi dona un becco d'un contento,
non mi vedrete più doglioso e mesto;
ma dentro nelle risa infino al mento,
negli spassi, ne' gusti, ne' piaceri
vo' sempre che ci stiam ficcati drento.
E lasciamo gracchiare a questi Sèri
che gl'impicci si prendono del Rosso,
a questi sciocchi veri, veri, veri,
che 'l canchero gli roda infin sull'osso.
Proscritta. Ser Finocchio ha ricevuto
le lettere, al barbiere da voi lasciate,
ed ancor egli vi fa un bel saluto,
cogli altri amici delle passeggiate.