LXXXVIII

By Giuseppe Parini

Oh poffare! ser Cecco, i' son rimasto

proprio come s'io fossi senza un corno:

non mi sa buono nè dormir, nè pasto.

Io vo pur dietro a sbirciare d'intorno,

per vederti una volta, vezzo mio;

ma in van io guato e di notte e di giorno,

tu se' scappato senza dirmi addio;

e starai lieto, e farai buona ciera,

mentr'io ti cerco a oriente, a bacìo.

Doh! che gli venga un orco, una versiera,

e se lo portin via quel can, quel tristo,

cagion che tu ne desti buona sera.

Giuro sul berrettin dell'Anticristo

ch'i' vorre' proprio colle man sbranallo,

se 'l conoscessi, se l'avessi visto.

Al corpo, al sangue, ch'i' vorre' cacciallo

dentro 'n un cesso, dentro 'n una fogna,

a far co' vermi e colle bòtte un ballo.

Non ti par egli degno d'una gogna,

d'un cartoccio turchin, d'un asinello

e d'una frusta, e d'una gran vergogna?

Ma ritorniamo a te, ser Cecco bello:

come va la faccenda? E la signora

ti fruga nel pensier, di dà martello?

Vatt'ella consumando ad ora ad ora,

povero meschinello, poveraccio,

oppure ti dà sosta una qualch'ora?

Tu senti tu del caldo, oppur del ghiaccio?

Se' vivo, sano, verde come un aglio?

Oppure se' ravvolto in uno straccio?

I' ho tanta paura che mi quaglio

allor ch'io penso a cotesto tuo stato,

e mi pare d'avere addosso un maglio.

Ma spero che rimedio arai trovato

a questo rodimento maladetto,

e quel gran ruzzo te l'avrai cavato.

Se no, cerca di trarre alcun diletto

da qualche foresozza ben tarchiata

ch'elle sono, per Dio, di core schietto.

Falle col chittarrin la serenata,

ch'e' non c'è ristio di pigliar l'acceggia:

dàlle la ben venuta e ben trovata.

E quando che la zappa o la marreggia,

va a ritrovarla, e presso le ti metti,

e lì ciarla e singhiozza e cuccuveggia.

Dàlle de' nastri, dàlle de' merletti,

e qualche stringa, e qualche coreggiuolo,

e de' bigheri ancor, degli spilletti.

E così passeratti il tempo a volo,

senza pensare alle ribalderie,

senz'alcun dispiacere, senza duolo.

Legger potràle delle poesie

nuove, bizzarre, chiare ed allegrocce,

come sarebbe, a un mo' di dir, le mie;

e poi farle le dolci carezzocce,

e qualche baciolino anche appiccarle

in su quelle gotuzze vermigliocce.

Ma sta'! dove vo io con queste ciarle?

Son elle cose da dirle al Ceccone

che saprà ben da sè stesso cercarle?

Eh via! che gli è proprio un dottorone

in questo mestieraccio così fatto,

e la sa tutte meglio che un Nasone.

E io son pur sì scimunito e matto?

Gli è come portar cavolo a Legnaia

a insegnare a ser Cecco in questo fatto.

Desso è una fonte, desso è una ceppaia

di be' trovati, e voler dirne a lui

gli è giusto come metter stoppia in aia.

Ma queste cose le non fan per nui:

lascianle andar, e discorriamo adesso

d'altri affari che fanno per noi dui.

Deh! fatt'in qua, deh! fatt'un po' più presso,

e senti due parole nell'orecchio

intorno a quel passato tuo successo.

Quel messer lo calonaco, quel vecchio,

il qual vuol farti una pedina, il quale

vuol fartela vedere in uno specchio;

quello sguaiato tristo facimale,

quel disgraziato, quel sciaguratello

che gli venga un gavocciolo, un cassale

s'è tolto quel pensiero del cervello?

oppur v'è ancora dentro incaponito?

Chiamalo in giostra, chiamalo in duello.

E s'egli accetta così fatto invito

statti lieto, Ceccon, chè 'l tuo gran guaio

in una mezz'oretta gli è fornito.

Io getto anch'io 'n un canto questo saio,

e armato tutto come un paladino

tra sè e me ne farem giusto un paio.

E lì colpi da Orlando e da Zerbino

gli menerem sul capo e sulle braccia,

fin che disteso l'abbiamo supino.

Oh ve' che spaventosa figuraccia

faremo noi con quegli stocchi in mano!

Affè ch'alle persone il cor s'addiaccia.

Tu parrai un bargello, uno scherano;

perchè quel tuo visin gli è propio buono

da spiritare un povero cristiano.

Oh via lasciamo, perch'io stanco sono,

di scriver giù di queste tantafere

che farebbon scoppiar di verno il tuono.

E voi intanto, il mio buon messere

state allegro, e aspettatevi che presto

fo conto di venirvi a rivedere.

E se mai quella birba, quel capresto

d'Amor mi dona un becco d'un contento,

non mi vedrete più doglioso e mesto;

ma dentro nelle risa infino al mento,

negli spassi, ne' gusti, ne' piaceri

vo' sempre che ci stiam ficcati drento.

E lasciamo gracchiare a questi Sèri

che gl'impicci si prendono del Rosso,

a questi sciocchi veri, veri, veri,

che 'l canchero gli roda infin sull'osso.

Proscritta. Ser Finocchio ha ricevuto

le lettere, al barbiere da voi lasciate,

ed ancor egli vi fa un bel saluto,

cogli altri amici delle passeggiate.