LXXXVIII
Illustre madre del tuo sposo e figlio,
Vergene intatta, immaculata e pura,
regina excelsa del superno trono,
stella, che tra procelle in gran periglio
a te mirando sempre s'assecura
timoroso nochier, fidele e bono,
per quel suave sono
che udiste de la voce santa e pia,
quando te apparve innanzi il Gabriello
dicendo: — ave Maria —,
drizzame a bona via,
nanzi che giunga all'ultimo fragello.
Illustre coronata da quel padre
che pote ciò che vol, principio e fine
d'ogne creata cosa al mundo errante,
vide che van speranze, cieche e ladre
condutto m'ànno all'opre pelligrine
fare el mio cor più duro che diamante.
Temo che non obstante
ch'io pensi de fugir l'usata spina,
se non soccorri al mio stato mendico,
o celeste regina,
con più magior ruina
cascherò in man del mio crudel nemico.
Illustre de pietà vivace fonte,
consiglio justo, glorioso e saldo
a chi te chiama con speranza e fede,
come alle gelide acque drizza il fronte
un cervo sitibundo al tempo caldo,
cossì ricorro a la toa gran mersede.
Altri forsi no 'l crede
ch'io son del mio fallir pentito e mesto,
e però prego e parlo in tanto ardire;
dunque seccurri presto,
che non sia l'anno questo
dell'ultima mia etate e del morire.
Illustre guida di ogne buon camino,
de, per Dio, pensa a la mia fragil carne
da natura inclinata a voluttate;
e col sollime tuo santo domìno
vogli de quella un'altra massa farne,
colma di gran costanzia e caritate,
tal che per sua bontate
in mar tranquillo co·lla voglia schiva
possa la nave mia condure a porto.
O glorïosa e diva,
mentre la carne è viva,
soccorri el corpo che peccando è morto.
Illustre e più secura ch'altra scorta
a chi divoto teco s'accompagna,
sequendo il lume de toa chiara lampa,
vero è che per la strata alpestra e torta
corso ho invano gran tempo, onde se lagna
la vita afflitta, che temendo campa.
Ma como ardendo avampa
la piccola favilla e Fia gran Fao,
cossì col tuo' soccorso e 'l tuo favore,
con festa, canto e gioco
el mio dìsir non poco
porrò far grande uscendo for d'errore.
Illustre, ben so io che mai non manchi
alli toi servi, e che perir non lassi
tutti i divoti in quisto orribel mare.
Guarda li membri mei miseri, stanchi
e quisti spirti, fatigati e lassi,
e non volerme in pelago lassare;
ché più te dèi forzare
de trare all'ombra del tuo sagro manto
una anima perduta che beata.
Io grido dal mio canto
con angosciuso pianto:
prendi quest'alma, o del ciel coronata.
Illustre, s'a divoto priego umano
mai te inclinasti, exaudi la mia voce,
tal ch'io non viva in tanti usati mali.
Regi mei sensi con toa santa mano,
per quel Signor che morir volse in croce
sol per salvar i meseri mortali.
Mei iorni et anni frali
conosco, e vegio ch'io son polve e terra,
onde sperare al mondo è strenger vento.
Anzi ch'io sia sotterra,
dà pace a la mia guerra,
sicché poi morte e buio sia contento.
Illustre mia canzon, va lieta in cielo
innanzi a quella glorïosa et alma,
che prese in sé la palma
contra d'Adam e de Eva il gran peccato.
So che sarrà da·llei benignamente
el tuo priego ascoltato,
perché il suo vulto è grato
sempre a qualunque à suo fidel servente.