LXXXVIII

By Pietro Jacopo De Jennaro

Illustre madre del tuo sposo e figlio,

Vergene intatta, immaculata e pura,

regina excelsa del superno trono,

stella, che tra procelle in gran periglio

a te mirando sempre s'assecura

timoroso nochier, fidele e bono,

per quel suave sono

che udiste de la voce santa e pia,

quando te apparve innanzi il Gabriello

dicendo: — ave Maria —,

drizzame a bona via,

nanzi che giunga all'ultimo fragello.

Illustre coronata da quel padre

che pote ciò che vol, principio e fine

d'ogne creata cosa al mundo errante,

vide che van speranze, cieche e ladre

condutto m'ànno all'opre pelligrine

fare el mio cor più duro che diamante.

Temo che non obstante

ch'io pensi de fugir l'usata spina,

se non soccorri al mio stato mendico,

o celeste regina,

con più magior ruina

cascherò in man del mio crudel nemico.

Illustre de pietà vivace fonte,

consiglio justo, glorioso e saldo

a chi te chiama con speranza e fede,

come alle gelide acque drizza il fronte

un cervo sitibundo al tempo caldo,

cossì ricorro a la toa gran mersede.

Altri forsi no 'l crede

ch'io son del mio fallir pentito e mesto,

e però prego e parlo in tanto ardire;

dunque seccurri presto,

che non sia l'anno questo

dell'ultima mia etate e del morire.

Illustre guida di ogne buon camino,

de, per Dio, pensa a la mia fragil carne

da natura inclinata a voluttate;

e col sollime tuo santo domìno

vogli de quella un'altra massa farne,

colma di gran costanzia e caritate,

tal che per sua bontate

in mar tranquillo co·lla voglia schiva

possa la nave mia condure a porto.

O glorïosa e diva,

mentre la carne è viva,

soccorri el corpo che peccando è morto.

Illustre e più secura ch'altra scorta

a chi divoto teco s'accompagna,

sequendo il lume de toa chiara lampa,

vero è che per la strata alpestra e torta

corso ho invano gran tempo, onde se lagna

la vita afflitta, che temendo campa.

Ma como ardendo avampa

la piccola favilla e Fia gran Fao,

cossì col tuo' soccorso e 'l tuo favore,

con festa, canto e gioco

el mio dìsir non poco

porrò far grande uscendo for d'errore.

Illustre, ben so io che mai non manchi

alli toi servi, e che perir non lassi

tutti i divoti in quisto orribel mare.

Guarda li membri mei miseri, stanchi

e quisti spirti, fatigati e lassi,

e non volerme in pelago lassare;

ché più te dèi forzare

de trare all'ombra del tuo sagro manto

una anima perduta che beata.

Io grido dal mio canto

con angosciuso pianto:

prendi quest'alma, o del ciel coronata.

Illustre, s'a divoto priego umano

mai te inclinasti, exaudi la mia voce,

tal ch'io non viva in tanti usati mali.

Regi mei sensi con toa santa mano,

per quel Signor che morir volse in croce

sol per salvar i meseri mortali.

Mei iorni et anni frali

conosco, e vegio ch'io son polve e terra,

onde sperare al mondo è strenger vento.

Anzi ch'io sia sotterra,

dà pace a la mia guerra,

sicché poi morte e buio sia contento.

Illustre mia canzon, va lieta in cielo

innanzi a quella glorïosa et alma,

che prese in sé la palma

contra d'Adam e de Eva il gran peccato.

So che sarrà da·llei benignamente

el tuo priego ascoltato,

perché il suo vulto è grato

sempre a qualunque à suo fidel servente.