Maddalena di Tiziano.

By Giovambattista Marino

Questa, che 'n atto supplice e pentita

se stessa affligge in solitaria cella,

e de la prima età fresca e fiorita

piagne le colpe in un dolente e bella,

imago è di colei che già gradita

fu del Signor seguace e cara ancella,

e quanto pria del folle mondo errante,

tanto poscia di Christo amata amante.

Ecco come con lui si lagna, e come

del volto irriga il pallidetto Aprile,

e deposte del cor l'antiche some

geme in sembiante languido ed umile;

e fanno inculte le cadenti chiome

agl'ignudi alabastri aureo monile:

le chiome, ond'altrui già, se stessa or lega,

già col mondo, or col Cielo; e piagne, e prega.

Felice Donna, e fortunata a pieno,

cui di falso piacer già sazia e schiva,

di là 've altrui lusinga amor terreno

e più l'anime alletta ésca lasciva,

qual tradito augelletto al Ciel sereno

o qual Cerva trafitta a l'onda viva,

umilemente al Redentore a lato

così per tempo ricovrar fu dato.

Tu del senso sprezzando ingordo e vano

i fugaci diletti, e i lunghi affanni,

campar del mondo adulatore insano

da l'insidie sapesti, e dagl'inganni.

E 'n questo de la vita ampio Oceano,

in su 'l fior giovenil de' più verdi anni,

trovasti al fragil legno e quasi absorto

da l'umane tempeste, il polo, e 'l porto.

Cangiasti (o pensier saggio, o santa voglia!)

con vil antro selvaggio il ricco tetto,

con grossa, roza, e lacerata spoglia

il bisso prezioso, e l'ostro eletto.

T'è bevanda il ruscel, cibo la foglia,

son sassi e spine il tuo pregiato letto,

che fan del corpo tuo battuto e stanco

e guanciali al bel volto, e piume al fianco.

Oh come bella a la solinga grotta,

Poverella romita, entro ti stai!

Oh come chiara, ove più quivi annotta,

l'ombra rallumi co' celesti rai!

Oh come dolce in flebil voce e rotta

a ragionar col sommo Amor ti stai!

Sì vivi espressi son gli atti e i lamenti,

ch'io vi scorgo i pensier', n'odo gli accenti.

Occhi, per cui d'Amor tant'alme e tante

pianser sovente, e mille cori e mille,

voi voi piangendo appo le sacre piante

dolci versaste e dolorose stille.

Voi, che già fuste a lunga schiera amante

ministri sol di fiamme e di faville,

voi voi disciolto in tepid'onde il gelo

bagnaste in terra (o meraviglia!) il Cielo.

Beato pianto, aventurose e belle

lagrime, a lei cagion d'eterno riso,

non così 'l mar di perle, il Ciel di stelle

s'orna, come di voi s'orna il bel viso.

Pèrdon l'acque de l'Hermo, e pèrdon quelle,

appo voi, c'hanno il fonte in Paradiso,

che tra 'l bel volto sparse, e 'l crin celeste,

rive di fiori, e letto d'oro aveste.

Fur vivi specchi, in cui l'alma si scerse,

i vostri puri e flebili cristalli,

e vide, allor che 'n voi se stessa asperse,

de' suoi sì lunghi error' gli obliqui calli;

là dove quasi in pelago sommerse

i gravi troppo e vergognosi falli,

quando a lavar que' santi piè vi sciolse,

e fur le chiome il velo onde gli avolse.

Chiome, che sciolte in preziosa pioggia

su le rose ondeggiate, e su le brine,

beate o voi, che 'n disusata foggia

incomposte, e neglette, e sparse, e chine

quell'altezza appressaste, ove non poggia

di Berenice il favoloso crine;

ceda a voi l'ambra e l'òr, poscia che sole

quel piè toccaste, a cui soggiace il Sole.

Bocca, ove 'l Cielo il nèttar suo ripose

tra vive perle e bei rubini ardenti,

e, tra vermiglie ed odorate rose,

per ferir l'alme altrui, spine pungenti,

felice e te, ch'alte dolcezze ascose

traesti da que' piè puri innocenti,

che tra nodi d'amor saldi e tenaci

avezzàr le tue labra ai casti baci.

Candida man, che già maestra impura

fosti d'immondi studi e d'artifici,

per accrescer le pompe, e di Natura

le malnate bellezze allettatrici:

ahi con che dolce affettuosa cura

larga ministra di pietosi uffici,

come dianzi de' Vaghi affanno e pena,

fosti de l'uman Dio laccio e catena!

Terso alabastro, che talor solevi

sparger di molli e peregrini odori

di quelle membra l'animate nevi,

ésca aggiungendo a scelerati ardori,

se già lor tanto di candor cedevi

dando a la bella mano i primi onori,

ceder devi anco al santo odor natio,

ond'ella innamorò gli Angeli e Dio.

Ma ceda la Natura, e ceda il vero

a quel che dotto artefice ne finse,

che qual l'avea ne l'alma e nel pensiero

tal bella e viva ancor qui la dipinse.

O celeste sembianza, o magistero

ove ne l'opra sua se stesso ei vinse,

pregio eterno de' lini e de le carte,

meraviglia del mondo, onor de l'Arte!