Maddalena di Tiziano.
Questa, che 'n atto supplice e pentita
se stessa affligge in solitaria cella,
e de la prima età fresca e fiorita
piagne le colpe in un dolente e bella,
imago è di colei che già gradita
fu del Signor seguace e cara ancella,
e quanto pria del folle mondo errante,
tanto poscia di Christo amata amante.
Ecco come con lui si lagna, e come
del volto irriga il pallidetto Aprile,
e deposte del cor l'antiche some
geme in sembiante languido ed umile;
e fanno inculte le cadenti chiome
agl'ignudi alabastri aureo monile:
le chiome, ond'altrui già, se stessa or lega,
già col mondo, or col Cielo; e piagne, e prega.
Felice Donna, e fortunata a pieno,
cui di falso piacer già sazia e schiva,
di là 've altrui lusinga amor terreno
e più l'anime alletta ésca lasciva,
qual tradito augelletto al Ciel sereno
o qual Cerva trafitta a l'onda viva,
umilemente al Redentore a lato
così per tempo ricovrar fu dato.
Tu del senso sprezzando ingordo e vano
i fugaci diletti, e i lunghi affanni,
campar del mondo adulatore insano
da l'insidie sapesti, e dagl'inganni.
E 'n questo de la vita ampio Oceano,
in su 'l fior giovenil de' più verdi anni,
trovasti al fragil legno e quasi absorto
da l'umane tempeste, il polo, e 'l porto.
Cangiasti (o pensier saggio, o santa voglia!)
con vil antro selvaggio il ricco tetto,
con grossa, roza, e lacerata spoglia
il bisso prezioso, e l'ostro eletto.
T'è bevanda il ruscel, cibo la foglia,
son sassi e spine il tuo pregiato letto,
che fan del corpo tuo battuto e stanco
e guanciali al bel volto, e piume al fianco.
Oh come bella a la solinga grotta,
Poverella romita, entro ti stai!
Oh come chiara, ove più quivi annotta,
l'ombra rallumi co' celesti rai!
Oh come dolce in flebil voce e rotta
a ragionar col sommo Amor ti stai!
Sì vivi espressi son gli atti e i lamenti,
ch'io vi scorgo i pensier', n'odo gli accenti.
Occhi, per cui d'Amor tant'alme e tante
pianser sovente, e mille cori e mille,
voi voi piangendo appo le sacre piante
dolci versaste e dolorose stille.
Voi, che già fuste a lunga schiera amante
ministri sol di fiamme e di faville,
voi voi disciolto in tepid'onde il gelo
bagnaste in terra (o meraviglia!) il Cielo.
Beato pianto, aventurose e belle
lagrime, a lei cagion d'eterno riso,
non così 'l mar di perle, il Ciel di stelle
s'orna, come di voi s'orna il bel viso.
Pèrdon l'acque de l'Hermo, e pèrdon quelle,
appo voi, c'hanno il fonte in Paradiso,
che tra 'l bel volto sparse, e 'l crin celeste,
rive di fiori, e letto d'oro aveste.
Fur vivi specchi, in cui l'alma si scerse,
i vostri puri e flebili cristalli,
e vide, allor che 'n voi se stessa asperse,
de' suoi sì lunghi error' gli obliqui calli;
là dove quasi in pelago sommerse
i gravi troppo e vergognosi falli,
quando a lavar que' santi piè vi sciolse,
e fur le chiome il velo onde gli avolse.
Chiome, che sciolte in preziosa pioggia
su le rose ondeggiate, e su le brine,
beate o voi, che 'n disusata foggia
incomposte, e neglette, e sparse, e chine
quell'altezza appressaste, ove non poggia
di Berenice il favoloso crine;
ceda a voi l'ambra e l'òr, poscia che sole
quel piè toccaste, a cui soggiace il Sole.
Bocca, ove 'l Cielo il nèttar suo ripose
tra vive perle e bei rubini ardenti,
e, tra vermiglie ed odorate rose,
per ferir l'alme altrui, spine pungenti,
felice e te, ch'alte dolcezze ascose
traesti da que' piè puri innocenti,
che tra nodi d'amor saldi e tenaci
avezzàr le tue labra ai casti baci.
Candida man, che già maestra impura
fosti d'immondi studi e d'artifici,
per accrescer le pompe, e di Natura
le malnate bellezze allettatrici:
ahi con che dolce affettuosa cura
larga ministra di pietosi uffici,
come dianzi de' Vaghi affanno e pena,
fosti de l'uman Dio laccio e catena!
Terso alabastro, che talor solevi
sparger di molli e peregrini odori
di quelle membra l'animate nevi,
ésca aggiungendo a scelerati ardori,
se già lor tanto di candor cedevi
dando a la bella mano i primi onori,
ceder devi anco al santo odor natio,
ond'ella innamorò gli Angeli e Dio.
Ma ceda la Natura, e ceda il vero
a quel che dotto artefice ne finse,
che qual l'avea ne l'alma e nel pensiero
tal bella e viva ancor qui la dipinse.
O celeste sembianza, o magistero
ove ne l'opra sua se stesso ei vinse,
pregio eterno de' lini e de le carte,
meraviglia del mondo, onor de l'Arte!