MADRIGALE XVIII
Io qui, Signor, ne vegno
non già perché alle leggi
soggetta io sia dell'amoroso regno;
ma perché tu, che puoi,
costringa questo menzogner fallace
a serbar sua promessa e quella fede,
che sovente ei mi diede,
per l'arco tuo giurando e per la face.
E ben dinanzi a lei,
che di nostra natura in cima siede,
fatto citar l'avrei;
ma costui pur si vanta
ch'è tuo servo e soggetto,
e 'l giudizio d'ogni altro è a lui sospetto.
Io te già non ricuso,
se ben, straniero, un tuo seguace accuso.
Signor, costui mi fece,
non pregato da me, libero dono
dell'arbitrio del core e della mente;
e m'affermò sovente
ch'io poteva a mio senno
dispor d'ogni sua voglia,
e che d'ogni mio cenno
ci si farebbe inviolabil legge.
Se, dunque, donna io sono
dell'alma e del suo core,
deggio poter disporre,
come ei ne fea, pria che facesse il dono.
E sì come signore
può far il suo talento
di legittimo servo:
può cambiarlo con oro e con argento,
o può donarlo altrui;
così poss'io di lui.
L'anima sua, ch'ancella
si fe' del mio volere,
non dee mostrarsi a' miei desir rubella.
Ecco, ch'io le comando
che volga ad altro oggetto
i suoi pensier, amando;
ecco, ch'io vo che serva
ad altra donna, e sia
ormai sua, e non più mia.
Faccia, faccia il mio impero,
né si mostri ritrosa
alle mie giuste voglie;
e, s'ella, irriverente,
contradirmi pur osa,
a te me ne richiamo,
signor giusto e possente:
opra tu i dardi e 'l foco
il laccio e le catene,
e, s'altre hai nel tuo regno,
più gravi e fiere pene:
sai che giusto egualmente esser conviene
a chi regge e governa
con la gente soggetta e co' l'esterna.
Il ver parla madonna;
ma rigorosa e dura
ti mostra sua ragion oltra misura.
Son servo suo, no' 'l nego,
né negar lo potrei;
e pur, qual servo, al petto
con infiammate note
porto il suo nome impresso,
sì ch'altri il segno cancellar non puote.
Ed è ver che, giurando, ho a lei promesso,
ch'ognor del suo volere
farei legge a me stesso.
Ma che vuol? Che comanda?
Nulla è sì malagevole e sì greve,
ch'a me, per obbedirla,
non sia facile e lieve.
Non rapidi torrenti,
non inospiti selve,
piene d'armi e di belve,
non pioggia, turbo o vento,
non l'oceàn turbato,
non dell'Alpi nevose
i dirupati sassi
dal suo servigio arresteran miei passi.
Vuol che co' 'l petto inerme
vada tra mille schiere?
Vuol ch'io assaglia le fiere
dell'arenosa Libia?
O vuol ch'io tenti il varco
di Stige e d'Acheronte?
Ecco, per obbedir, le voglie ho pronte.
Ma se vuol ch'io non l'ami,
se vuol ch'arda e sospiri
per altra, e volga altrove i miei desiri,
vuol impossibil cosa, e cosa ingiusta,
che non vorrei, potendo,
e non potrei, volendo.
Quando le feci il dono
della mente e del core,
ben voluntario il feci;
ed, oltra il mio volere,
ciò volse il cielo, e tu 'l volesti, Amore.
Ma, posto ch'io volessi,
per far lei paga e lieta,
drizzar i miei pensier ad altra meta,
sosterrestil tu, Amore?
Soffrirebbelo il cielo?
Non certo. Or che poss'io?
Posso sforzar le stelle,
posso sforzar li dei?
Dunque, in pace comporti
costei d'esser amata;
poi ch'il mio affetto è tale,
ch'è voluntario insieme anco e fatale.
E s'ella a strazio e a morte,
crudel, pur mi condanna,
non ricuso morire,
pur ch'insieme si dica
che sol per troppo amar l'ho sì nemica.
Ama tu, come fai;
e tu, tempra lo sdegno:
ché l'amata riami, ben lo sai,
antichissima legge è del mio regno.
Questa vostra pietate
non refrigerio al core,
ma dà forza all'ardore.
Dunque, d'esser pietosa ormai cessate
in così strana guisa,
che ne sia l'alma uccisa;
perché ella vi desia
o in estremo crudele, o in tutto pia.