Magistri Andreae pisiensis de Victoriis camena ornatissima Ill.mo principi incli...
Se per canctar più alto anchor me lice
Parlar de ti, signore, e di toa gesta,
Pilgla con giolglia e festa
Quella toa prima prole che t'è nata:
Ché 'l grande Iddio a chi non se disdice
Cosa ch'el faccia, non t'ha data questa
Perché te sia molesta,
Ché non senza cason te l'ha creata.
Ché se tu guardi ben quanto ella è grata
L'alta signoria toa per toe virtute,
Tu per nostra salute
Troverai nato e conservato in terra,
Per tor via quella guerra
Intestina, civil di Lombardia.
Cossì credi che sia
Nata toa filgla pur a grandi effecti,
Che son secreti e da Dio benedecti.
Nobile, grande e necessario al mondo
E veramente il sexo feminile,
Benché pure il virile
Conforta i patri più che l'altra herede;
Ma volse sempremai pilglar iocondo
Il primo parto, e non l'havere a vile,
Con l'animo gentile
Che vince tutto, e serra ogni mercede.
Questo sempre fra noi se toccha e vede,
Che 'l mondo se conserva per quel sesso,
E che 'l nasse per esso
Cesari, Antisti e magior dictatori,
E gran duccha e signori,
E guanto in terra sia triumpho altiero.
De qui volse dio il vero
Mandare al mondo suo filglol benegno;
Hor vedi quanto questo sexo è degno.
In tre parte è divisa questa terra
Ch'è posta sotto il globo della luna;
E 'l nome de ciaschuna
È feminile, come tu poi vedere:
Asia, che magior paese serra,
Et è più sotto il sol, questa si è l'una;
E drieto a lei s'aduna
Africa, che fe' già Rhoma temere.
Ecco la terza drieto nel venere
Europa, che pur feminil sona.
To' la torrida çona,
To' Roma, to' Ravenna, to' Kartagine,
Quante senza contagine
Son state al mondo femine virile,
Potente e signorile
In arme, in senno, honeste e virtuose,
E per loro opre anchora son famose.
Nacque Minerva greca giovenetta,
Che per le soe virtù venne sì grande,
Che per tutto si spande
Esser lei vera dea di scientia.
Isis de Inacho filgla garçonetta
Diede in Egypto prima le vivande,
Assai milglor che gliande,
Di littere, di senno e di prudentia.
E quella che a voi diede sapientia
Karmenta fo dil Re Evandro madre,
Anticho latin padre.
E Saphos Greca tanti libri scrisse,
Che per molti se disse
Lei superare ogni poeticha arte.
Panthasilea con Marte
Nella guerra di Troya que magnalia
Feccie dil, e Kamilla in Italia.
Nacque de Electra filgla de Athalante
Dardano capo del regno troyano,
E Teucro dil Romano
Radice prima dette ad altri regni.
E Manto giovenetta, navighante
Drieto alla guerra dil regno thebano
Per lo mare Adriano
Con grande astrologia e grandi ingegni.
Doppo i mortali et horribel disdegni
De gli dui Ri, che for filgloli e frati
De Jocasta creati,
Venne in Italia, e Galathea construsse,
E Manthoa, che indusse
Per proprio nome quasi che in Manthoa
Per la forteçça soa
Tegnesse: ché fugiva ogni tempesta,
Vergine data a pudicitia e Vesta.
Vegna Lavina, filglia de Latino
De cui discese tanti seri Albani
E principi Romani.
Vegnan con essa le donne Sabine,
Etoclea natando Tyberino
Colle polcelle uscite delle mani
Dei nimici prophani.
Facciase innanti l'alte Sibilline,
Con le scientie profonde e divine
Da lor discese. E poi vegna Lucretia,
La quale il mondo apretia,
In questo sexo vera pudicitia,
Perché di sé iustitia
Fecce di sangue suo e di soa vita,
Consumata e finita
In la presentia de' cari parenti;
De patre, del marito e d'altre genti.
Chi è colui, che sia megianamente
Docto de hystorie, che dubiti mai
De donne terre assai
Esser fondate, e gran regno constructo?
Ecco Semiramis, che molta gente
In Asya dominò, se cercharai,
E anche troverai
Che Babilonia da lato per tutto.
Ecco da Dido il gran reame strutto,
Onde discese poi il fiero Hanniballe,
Che se fe' dar le spalle
Per tutta Italia sedeci anni e mesi.
Altri molti paesi,
Molte familglie e molte signorie,
Senza dirte busie
Te potria racontar, signore, adesso,
Che procedute son da questo sesso.
Io lasso star tua ava e la toa madre,
Per non mostrare altrui vender parole;
Ma dica chi dir vole
La gran virtù de' loro e la gran fama.
L'una dimostra che 'l tuo caro padre,
Che fo nel mondo secondario sole;
E l'altra te sua prole
Ingenerò, de che il mondo l'avea brama.
Per questo ciascheduna che si chiama
Nel numero de l'altre valorose,
Illustre e virtuose
Quanto se sa chi sopra lor se stima?
E perhò nostra rima
Hormai qui faccia fine, o signor mio,
E ricevi da Dio
Questa filglola che Agnese t'ha sciolta,
E valla a ritrovare alchuna volta.
Tu sai, canzon, quanto io sia fidel servo
Di quel signor a cui tu t'apresenti;
E sai ben gli argumenti
Et anche le cason, che cossì sia.
La quale una altra volta me riservo
A farne con altrui rasonamenti,
Ch'e milglor sentimenti,
Son non parlarne e tacer vilania.
Ma va dinançi alla soa signoria,
E confortal che torni spesso al fonte:
Ché le nature pronte
Già sonno a conservar la gran familglia,
Che mo' da lui se pilglia,
Perché tornando li troverai poi
Fare a li popul soi
Un buon servitio ad acquistare un filglio,
Che sia nel regno a forteçça e consilglio.