Magistri Bartholomei de Plebe viri clarissimi cantilena ornatissima ad Amasiam s...
Cruda, silvaggia, fugitiva e fera
Ne gli acti, nel parlare e nella mente,
Timida troppo, dura e disdegnosa,
Vagha, legiadra, giovenetta altiera,
Ch'ài disarmato amor, chi tel consente?
Vagha de ti medesma e non pietosa,
Non pensi in l'età toa, dolce e vezosa,
Non vedi il tempo, che te mena al varco
Dove l'amoroso archo
Diserra per andarne al cuor gellato?
Non pensi ch'ogni dì cangia lo stato
Il fior di toa belezza,
E che toa giovenezza
A torto il fructo di soa stason perde?
Già l'arbor della vita ha secco il verde
Di molte che nel fin se son pentute,
Che lor belezze non han cognosute.
Per forza de pianeta, o d'altra stella
Non nacque mai in donna cuor di sasso,
Che non potesse conceper pietate.
Qual fo donque fortuna, qual fo quella
Vilana impression, o ciel sì basso,
O colui che le membra ha più gelate,
Che te mise nel cuor, ch'amor, o state
Nì força di piacer giamai ti scalda;
Ma stai pur fredda e salda
Come diaspro, ho insensibil marmo?
O lasso me! quanto più saldo m'armo
D'amorosi disiri,
Ma consento i sospiri,
Le lacrime e pensier che mi disfanno.
Cossì piangho fra me l'anghoscia e 'l danno
Dei di perduti, disïando in vano
A l'ombra della toa spietata mano.
Dhe, per dio corre, et alegrate e specchia,
Vaghegiando te stesso e imaginando
Con car piacer le tue alte belezze,
E per tua compagnìa prendi una vecchia,
Che se arcorde dil dolce tempo quando
La prese amar nelle prime vaghezze.
E tu riguarda alhora soe fatezze,
Le soe parole ascholta, i sospir soi,
Et al tuo specchio poi
Ritorna e guarda i toi biondi capilglij,
Le bianche rose e i frischi fiori e gilglij,
Che intorno a' toi belgli ochij
Vernan che par che fiochij
Dal paradiso un ciel di nove stelle.
La toa candida gola e le mamelle
Che in sul pecto ciaschuna pare un fiore,
Poi pensa ben che tu val senza amore.
Guarda che fa la rotulante aurora,
Ch'el suo bel vagho mai non habandona
Nel contemplar di Marte e Cytherea;
Poi che l'uccello per virtù inamora,
E tu che di beltà porti corona,
Perché tien contra a ti vita sì rea?
O specchio de' mortali, o vagha idea,
Gusta di dolci offitii de natura:
La schusa t'hasicura
Dalla età, dalli dì et dalla gente.
Vedesti tu giamai viver contente
Senza amor se non grame
Gioven, donzelle e dame?
Perché trapassi in van tanto bel tempo?
Hor se inamori anchora havrai per tempo
Loco, dillecto, giolglia e piacer tanto,
Che per dolzezza non saprai dir quanto.
Ma se tu vivi più in tanta disgratia
Disnamorata fin che 'l capel biancho
Te faççi per vergogna andar velata,
Non te varrà amor, né la toa audatia,
Né acostarti a bel viro, né a fiancho,
Né forza, né piacer, né amar celata,
Vivrai com' fantasma disperata
Maladicendo Ypolito e Narcyso:
Tirai l'animo fiso
A biastemare amor, te stessa e Dio;
Suspirai per l'antico disìo
Da te mal cognosuto;
Vorai d'amor lo ayuto,
Là dove ogni beltà te sia fugita.
Adonque il fior della tenera vita
Cognossi e il fructo disïando l'usa
Ch'al cognosuto mal non vale schusa.
Cançone, in compagnia de un francho vero
Vanne a colei ch'ogni beltate schiva
Fredda, morta e non viva
Nel bel cognoscer quel chi fa mestiero.
E dì che quando amor vol pur l'uliva
Del suo triumpho, giamai cuor sì fiero
Per forza e per preghiero
Li dura mai, se nella mente arriva;
Ché contra il suo dillecto è data e priva
Come gli pare l'alma e il cuor che vole.
Poi pensa a chi se dole
De sua durezza, nel pensier distilla,
Dicendo: io sum l'ancilla
D'un che la tua beltà tanto inamora,
Ch'è quasi morto, e piangendo te adora.