Marco Tullio Cicerone.

By Giovambattista Marino

Sorsi d'umil terreno,

ma pur vie più s'onora

del mio sprezzato Arpino

che de' suoi colli alteri

gran fiume Latino.

Più si confessa Roma

obligata a' miei studi,

ch'ai trionfi d'Augusto:

però che più vals'io

con la voce, e col fiato,

ch'ei con la spada armato.

Uscìan de le mie labra

e catene, e saette,

che legaro, e feriro,

e latte insieme e mèle

ch'ogni aspro cor crudele

placaro, ed addolciro.

Poté l'empio Tiranno

con le forze inumane

fren di silenzio eterno

porre al libero corso

d'una lingua faconda.

O patria moribonda,

che più per te potei?

che non dissi? o non féi?

Per te spiacqui al feroce,

e resistendo al forte,

tentai d'armar l'imbelle.

L'essilio ingiusto, e 'l bando

di quest'ossa raminghe,

le punture e le piaghe

de la lingua trafitta,

i danni e le ruine

de lo spianato albergo,

le vergogne e gli oltraggi

de la moglie usurpata,

de la figlia schernita

far ti potran per sempre

fede de la mia fede.

Fortuna più che tanto

a Virtù non concesse.

Perché, quando t'oppresse

sediziosa mano

d'ingratissimo figlio,

non mi fu dato in sorte

morir ne la tua morte?

o pur d'avere almeno

sepolcro entro il tuo seno?