Mattino

By Giuseppe Parini

Sorge il mattino in compagnia dell'alba

Dinanzi al sol che di poi grande appare

Su l'estremo orizzonte a render lieti

Gli animali e le piante e i campi e l'onde.

Allora il buon villan sorge dal caro

Letto cui la fedel moglie e i minori

Suoi figlioletti intiepidìr la notte:

Poi sul dorso portando i sacri arnesi

Che prima ritrovò Cerere o Pale

Move seguendo i lenti bovi, e scote

Lungo il picciol sentier da i curvi rami

Fresca rugiada che di gemme al paro

La nascente del sol luce rifrange.

Allora sorge il fabbro, e la sonante

Officina riapre, e all'opre torna

L'altro dì non perfette; o se di chiave

Ardua e ferrati ingegni all'inquieto

Ricco l'arche assecura; o se d'argento

E d'oro incider vuol gioielli e vasi

Per ornamento a nova sposa o a mense.

Ma che? Tu inorridisci e mostri in capo

Qual istrice pungente irti i capelli

Al suon di mie parole? Ah il tuo mattino

Signor questo non è. Tu col cadente

Sol non sedesti a parca cena, e al lume

Dell'incerto crepuscolo non gisti

Ieri a posar qual nei tugurj suoi

Entro a rigide coltri il vulgo vile.

A voi celeste prole a voi concilio

Almo di semidei altro concesse

Giove benigno: e con altr'arti e leggi

Per novo calle a me guidarvi è d'uopo.

Tu tra le veglie e le canore scene

E il patetico gioco oltre più assai

Producesti la notte: e stanco alfine

In aureo cocchio col fragor di calde

Precipitose rote e il calpestio

Di volanti corsier lunge agitasti

Il queto aere notturno; e le tenèbre

Con fiaccole superbe intorno apristi

Siccome allor che il Siculo terreno

Da l'uno a l'altro mar rimbombar fèo

Pluto col carro a cui splendeano innanzi

Le tede de le Furie anguicrinite.

Tal ritornasti a i gran palagi: e quivi

Cari conforti a te porgea la mensa

Cui ricoprien prurigginosi cibi

E licor lieti di Francesi colli

E d'Ispani e di Toschi o l'Ungarese

Bottiglia a cui di verdi ellere Bromio

Concedette corona, e disse: or siedi

De le mense reina. Alfine il Sonno

Ti sprimacciò di propria man le còltrici

Molle cedenti, ove te accolto il fido

Servo calò le ombrifere cortine:

E a te soavemente i lumi chiuse

Il gallo che li suole aprire altrui.

Dritto è però che a te gli stanchi sensi

Da i tenaci papaveri Morfèo

Prima non solva che già grande il giorno

Fra gli spiragli penetrar contenda

De le dorate imposte; e la parete

Pingano a stento in alcun lato i rai

Del sol ch'eccelso a te pende sul capo.

Or qui principio le leggiadre cure

Denno aver del tuo giorno: e quindi io deggio

Sciorre il mio legno, e co' precetti miei

Te ad alte imprese ammaestrar cantando.

Già i valetti gentili udìr lo squillo

De' penduli metalli a cui da lunge

Moto improvviso la tua destra impresse;

E corser pronti a spalancar gli opposti

Schermi a la luce; e rigidi osservàro

Che con tua pena non osasse Febo

Entrar diretto a saettarte i lumi.

Ergi dunque il bel fianco, e sì ti appoggia

Alli origlier che lenti degradando

All'omero ti fan molle sostegno;

E coll'indice destro lieve lieve

Sovra gli occhi trascorri, e ne dilegua

Quel che riman de la Cimmeria nebbia;

Poi de' labbri formando un picciol arco

Dolce a vedersi tacito sbadiglia.

Ahi se te in sì vezzoso atto mirasse

Il duro capitan quando tra l'arme

Sgangherando la bocca un grido innalza

Lacerator di ben costrutti orecchi,

S'ei te mirasse allor, certo vergogna

Avria di sè più che Minerva il giorno

Che di flauto sonando al fonte scorse

Il turpe aspetto de le guance enfiate.

Ma il damigel ben pettinato i crini

Ecco s'innoltra; e con sommessi accenti

Chiede qual più de le bevande usate

Sorbir tu goda in preziosa tazza.

Indiche merci son tazza e bevande:

Scegli qual più desii. S'oggi a te giova

Porger dolci a lo stomaco fomenti

Onde con legge il natural calore

V'arda temprato, e al digerir ti vaglia,

Tu il cioccolatte eleggi, onde tributo

Ti diè il Guatimalese e il Caribeo

Che di barbare penne avvolto ha il crine:

Ma se noiosa ipocondria ti opprime,

O troppo intorno a le divine membra

Adipe cresce, de' tuoi labbri onora

La nettarea bevanda ove abbronzato

Arde e fumica il grano a te d'Aleppo

Giunto e da Moca che di mille navi

Popolata mai sempre insuperbisce.

Certo fu d'uopo che da i prischi seggi

Uscisse un regno, e con audaci vele

Fra straniere procelle e novi mostri

E teme e rischi ed inumane fami

Superasse i confin per tanta etade

Inviolati ancora: e ben fu dritto

Se Pizzarro e Cortese umano sangue

Più non stimàr quel ch'oltre l'Oceàno

Scorrea le umane membra; e se tonando

E fulminando alfin spietatamente

Balzaron giù da i grandi aviti troni

Re Messicani e generosi Incassi,

Poi che nuove così venner delizie

O gemma de gli eroi al tuo palato.

Cessi 'l cielo però che in quel momento

Che le scelte bevande a sorbir prendi,

Servo indiscreto a te improvviso annunci

O il villano sartor che non ben pago

D'aver teco diviso i ricchi drappi

Oso sia ancor con polizza infinita

Fastidirti la mente; o di lugùbri

Panni ravvolto il garrulo forense

Cui de' paterni tuoi campi e tesori

Il periglio s'affida; o il tuo castaldo

Che già con l'alba a la città discese

Bianco di gelo mattutin la chioma.

Così zotica pompa i tuoi maggiori

Al dì nascente si vedean dintorno:

Ma tu gran prole in cui si fèo scendendo

E più mobile il senso e più gentile

Ah sul primo tornar de' lievi spirti

All'uficio diurno ah non ferirli

D'imagini sì sconce. Or come i detti

Di costor soffrirai barbari e rudi;

Come il penoso articolar di voci

Smarrite titubanti al tuo cospetto;

E tra l'obliquo profondar d'inchini

Del calzar polveroso in su i tapeti

Le impresse orme indecenti? Ahimè che fatto

Il salutar licore agro e indigesto

Ne le viscere tue te allor faria

E in casa e fuori e nel teatro e al corso

Ruttar plebeiamente il giorno intero!

Non fia che attenda già ch'altri lo annunci

Gradito ognor benchè improvviso il dolce

Mastro che il tuo bel piè come a lui piace

Guida e corregge. Egli all'entrar s'arresti

Ritto sul limitare, indi elevando

Ambe le spalle qual testudo il collo

Contragga alquanto, e ad un medesmo tempo

Il mento inchini, e con l'estrema falda

Del piumato cappello il labbro tocchi.

E non men di costui facile al letto

Del mio signor t'innoltra o tu che addestri

A modular con la flessibil voce

Soavi canti; e tu che insegni altrui

Come vibrar con maestrevol arco

Sul cavo legno armoniose fila.

Nè la squisita a terminar corona

Che segga intorno a te manchi o signore

Il precettor del tenero idioma

Che da la Senna de le Grazie madre

Pur ora a sparger di celeste ambrosia

Venne all'Italia nauseata i labbri.

All'apparir di lui l'Itale voci

Tronche cedano il campo al lor tiranno:

E a la nova inefabil melodia

De' sovrumani accenti odio ti nasca

Più grande in sen contro a le bocche impure

Ch'osan macchiarse ancor di quel sermone

Onde in Valchiusa fu lodata e pianta

Già la bella Francese; e i culti campi

All'orecchio de i re cantati furo

Lungo il fonte gentil da le bell'acque.

Or te questa o signor leggiadra schiera

Al novo dì trattenga: e di tue voglie

Irresolute ancora or quegli or questi

Con piacevol discorso il vano adempia,

Mentre tu chiedi lor tra i lenti sorsi

Dell'ardente bevanda a qual cantore

Nel vicin verno si darà la palma

Sovra le scene; e s'egli è il ver che rieda

L'astuta Frine che ben cento folli

Milordi rimandò nudi al Tamigi;

O se il brillante danzator Narcisso

Torni pur anco ad agghiacciare i petti

De' palpitanti Italici mariti.

Così poi che gran pezzo a i novi albori

Del tuo mattin teco scherzato fia

Non senza aver da te rimosso in prima

L'ipocrita pudore e quella schifa

Che le accigliate gelide matrone

Chiaman modestia, alfine o a lor talento

O da te congedati escan costoro.

Doman quindi potrai o l'altro forse

Giorno a i precetti lor porgere orecchio

Se a' bei momenti tuoi cure minori

Porranno assedio. A voi divina schiatta

Più assai che a noi mortali il ciel concesse

Domabile midollo entro al cerèbro,

Sì che breve lavoro unir vi puote

Ampio tesor d'ogni scienza ed arte.

Il vulgo intanto a cui non lice il velo

Aprir de' venerabili misterj

Fie pago assai poi che vedrà sovente

Ire o tornar dal tuo palagio i primi

D'arte maestri; e con aperte fauci

Stupefatto berà le tue sentenze.

Ma già vegg'io che le oziose lane

Premer non sai più lungamente: e in vano

Te l'ignavo tepor lusinga e molce,

Però che te più gloriosi affanni

Aspettan l'ore ad illustrar del giorno.

O voi dunque del primo ordine servi

Che di nobil signor ministri al fianco

Siete incontaminati, or dunque voi

Al mio divino Achille al mio Rinaldo

L'armi apprestate. Ed ecco in un baleno

I damigelli a' cenni tuoi star pronti.

Già ferve il gran lavoro. Altri ti veste

La serica zimarra ove bei fregi

Diramansi Chinesi; altri se il chiede

Più la stagione a te le membra copre

Di stese infino al piè tiepide pelli;

Questi al fianco ti cinge il bianco lino

Che sciorinato poi cada e difenda

I calzonetti; e quei d'alto curvando

Il cristallino rostro in su le mani

Ti versa onde odorate, e da le mani

In limpido bacin sotto le accoglie;

Quale il sapon del redivivo muschio

Olezzante all'intorno; e qual ti porge

Il macinato di quell'arbor frutto

Che a Rodope fu già vaga donzella,

E piagne in van sotto mutate spoglie

Demofoonte ancor Demofoonte;

Un di soavi essenze intrisa spugna

Onde tergere i denti; e l'altro appresta

Onde imbiancar le guance util licore.

Assai Signore a te pensasti: or volgi

L'alta mente per poco ad altri obbietti

Non men degni di te. Sai che compagna

Con cui partir de la giornata illustre

I travagli e le glorie il ciel destina

Al giovane signore. Impallidisci?

Ahi non parlo di nozze. Antiquo e vieto

Dottor sarei se così folle io dessi

A te consiglio. Di tant'alte doti

Già non orni così lo spirto e i membri

Perchè in mezzo a la fulgida carriera

Tu il tuo corso interrompa, e fuora uscendo

Di cotesto a ragion detto bel mondo,

In tra i severi di famiglia padri

Relegato ti giacci a nodi avvinto

Di giorno in giorno più noiosi e fatto

Ignobil fabbro de la razza umana.

D'altra parte il marito ahi quanto spiace,

E lo stomaco move a i delicati

Del vostr'orbe felice abitatori

Qualor de' semplicetti avoli nostri

Portar osa in ridevole trionfo

La rimbambita fè la pudicizia

Severi nomi. E qual non suole a forza

Entro a' melati petti eccitar bile

Quando i computi vili del castaldo

Le vendemmie i ricolti i pedagoghi

Di que' sì dolci suoi bambini altrui

Gongolando ricorda; e non vergogna

Di mischiar cotai fole a peregrini

Subbietti a nuove del dir forme a sciolti

Da volgar fren concetti, onde s'avviva

De' begli spirti il conversar sublime.

Non però tu senza compagna andrai;

Chè tra le fide altrui giovani spose

Una te n'offre inviolabil rito

Del bel mondo onde sei parte sì cara.

Tempo fu già che il pargoletto Amore

Dato era in guardia al suo fratello Imene;

Tanto la madre lor temea che il cieco

Incauto nume perigliando gisse

Misero e solo per oblique vie;

E che, bersaglio a gl'indiscreti colpi

Di senza guida e senza freno arciere,

Immaturo al suo fin corresse il seme

Uman che nato è a dominar la terra.

Quindi la prole mal secura all'altra

In cura dato avea sì lor dicendo:

Ite o figli del par; tu più possente

Il dardo scocca, e tu più cauto il reggi

A certa meta. Così ognor congiunta

Iva la dolce coppia; e in un sol regno,

E d'un nodo comun l'alme strignea.

Allora fu che il sol mai sempre uniti

Vedea un pastore ed una pastorella

Starsi al prato a la selva al colle al fonte:

E la suora di lui vedeali poi

Uniti ancor nel talamo beato

Ch'ambo gli amici numi a piene mani

Gareggiando spargean di gigli e rose.

Ma che non puote anco in divini petti

Se mai s'accende ambizion d'impero?

Crebber l'ali ad Amor, crebbe l'ardire;

Onde a brev'aere prima indi securo

A vie maggior fidossi, e fiero alfine

Entrò nell'alto, e il grande arco crollando

E il capo risonar fece a quel moto

Il duro acciar che a tergo la faretra

Gli empie, e gridò: solo regnar vogl'io.

Disse, e volto a la madre: Amore adunque

Il più possente in fra gli dei, il primo

Di Citerea figliuol ricever leggi,

E dal minor german ricever leggi

Vile alunno anzi servo? Or dunque Amore

Non oserà fuor ch'una unica volta

Fiedere un'alma come questo schifo

Da me pur chiede? E non potrò giammai

Da poi ch'io strinsi un laccio anco disciorlo

A mio talento, e se m'aggrada, un altro

Strignerne ancora? E lascerò pur ch'egli

Di suoi unguenti impece a me i miei dardi

Perchè men velenosi e men crudeli

Scendano a i petti? Or via perchè non togli

A me da le mie man quest'arco e queste

Armi da le mie spalle, e ignudo lasci

Quasi rifiuto de gli dei Cupido?

Oh il bel viver che fia quando tu solo

Regni in mio loco! Oh il bel vederti, lasso!

Studiarti a torre da le languid'alme

La stanchezza e il fastidio, e spander gelo

Di foco in vece! Or genitrice intendi:

Vaglio e vo' regnar solo. A tuo piacere

Tra noi parti l'impero, ond'io con teco

Abbia omai pace; e in compagnia d'Imene

Me non veggan mai più le umane genti.

Amor qui tacque; e minaccioso in atto

Parve all'Idalia dea chieder risposta.

Ella tenta placarlo, e preghi e pianti

Sparge ma in van; tal ch'a i due figli volta

Con questo dir pose al contender fine:

Poi che nulla tra voi pace esser puote,

Si dividano i regni: e perchè l'uno

Sia dall'altro fratello ognor disgiunto

Sien diversi tra voi e il tempo e l'opra.

Tu che di strali altero a fren non cedi

L'alme ferisci, e tutto il giorno impera;

E tu che di fior placidi hai corona

Le salme accoppia, e con l'ardente face

Regna la notte. Or quindi almo Signore

Venne il rito gentil che ai freddi sposi

Le tenebre concede e de le spose

Le caste membra; e a voi beata gente

E di più nobil mondo il cor di queste

E il dominio del dì largo destina.

Dunque ascolta i miei detti, e meco apprendi

Quai tu deggia il mattin cure a la bella

Che spontanea o pregata a te si diede

In tua dama quel dì lieto che a fida

Carta, nè senza testimoni furo

A vicenda commessi i patti santi

E le condizion del caro nodo.

Già la dama gentile i vaghi rai

Al novo giorno aperse; e suo primiero

Pensier fu dove teco ir più convenga

A vegliar questa sera; e gravemente

Consultò con lo sposo a lei vicino,

O a baciarle la man pur dianzi ammesso.

Ora è tempo o Signor che il fido servo

E il più accorto tra' tuoi voli al palagio

Di lei chiedendo se tranquilli sonni

Dormìo la notte; e se d'immagin liete

Le fu Mòrfeo cortese. È ver che ieri

Al partir l'ammirasti in viso tinta

Di freschissime rose; e più che mai

Viva e snella balzar teco dal cocchio;

E la vigile tua mano per vezzo

Ricusar sorridendo allor che l'ampie

Scale salì del maritale albergo:

Ma ciò non basti ad acquetarti; e mai

Non obliar sì giusti ufici. Ahi quanti

Genj malvagi fra l'orror notturno

Godono uscire, ed empier di perigli

La placida quiete de' viventi!

Poria, tolgalo il cielo, il picciol cane

Con latrato improvviso i cari sogni

Troncar de la tua dama; ond'ella, scossa

Da subito capriccio, a rannicchiarse

Astretta fosse di sudor gelato

E la fronte bagnando e il guancial molle.

Anco poria colui che sì de' tristi

Come de' lieti sogni è genitore,

Crearle in mente di nemiche idee

In un congiunte orribile chimera;

Tal che agitata e in ansioso affanno

Gridar tentasse, e non però potesse

Aprire a i gridi tra le fauci il varco.

Sovente ancor de la passata sera

La perduta nel gioco aurea moneta

Non men che al cavalier suole a la dama

Lunga vigilia cagionar: talora

Nobile invidia de la bella amica

Vagheggiata da molti: e talor breve

Gelosia n'è cagione. A questo aggiugni

Gl'importuni mariti i quai nel capo

Ravvolgendosi ancor le viete usanze,

Poi che cessero ad altri il giorno, quasi

Aggian fatto gran cosa, aman d'Imene

Con superstizion serbare i dritti,

E dell'ombra notturna esser tiranni,

Ahi con qual noia de le caste spose

Ch'indi preveggon fra non molto il fiore

Di lor fresca beltade a sè rapito.

Mentre che il fido messagger sen rieda

Magnanimo signor già non starai

Ozioso però. Nel campo amato

Pur in questo momento il buon cultore

Suda e incallisce al vomere la mano

Lieto che i suoi sudor ti fruttin poi

Dorati cocchi e pellegrine mense.

Ora per te l'industre artier sta fiso

Allo scarpello all'asce al subbio all'ago:

Ed ora in tuo favor contende o veglia

Il ministro di Temi. Ecco te pure

La tavoletta or chiama. Ivi i bei pregi

De la natura accrescerai con l'arte,

Ond'oggi, uscendo, del beante aspetto

Beneficar potrai le genti, e grato

Ricompensar di sue fatiche il mondo.

Ogni cosa è già pronta. All'un de' lati

Crepitar s'odon le fiammanti brage

Ove si scalda industrioso e vario

Di ferri arnese a moderar del fronte

Gl'indocili capei. Stuolo d'Amori

Invisibil sul foco agita i vanni,

E per entro vi soffia alto gonfiando

Ambe le gote. Altri di lor v'appressa

Pauroso la destra; e prestamente

Ne rapisce un de' ferri: altri rapito

Tenta com'arda in su l'estrema cima

Sospendendol dell'ala; e cauto attende

Pur se la piuma si contragga o fume:

Altri un altro ne scote; e de le ceneri

Fuligginose il ripulisce e terge.

Tali a le vampe dell'Etnèa fucina,

Sorridente la madre, i vaghi Amori

Eran ministri all'ingegnoso fabbro:

E sotto a i colpi del martel frattanto

L'elmo sorgea del fondator Latino.

All'altro lato con la man rosata

Como e di fiori inghirlandato il crine

I bissi scopre ove di Idalj arredi

Almo tesor la tavoletta espone.

Ivi e nappi eleganti e di canori

Cigni morbide piume; ivi raccolti

Di lucide odorate onde vapori;

Ivi di polvi fuggitive al tatto

Color diversi o ad imitar d'Apollo

L'aurato biondo o il biondo cenerino

Che de le sacre Muse in su le spalle

Casca ondeggiando tenero e gentile.

Che se a nobil eroe le fresche labbra

Repentino spirar di rigid'aura

Offese alquanto, v'è stemprato il seme

De la fredda cucurbita: e se mai

Pallidetto ei si scorga, è pronto all'uopo

Arcano a gli altri eroi vago cinabro.

Nè quando a un semideo spuntar sul volto

Pustula temeraria osa pur fosse,

Multiforme di nei copia vi manca,

Ond'ei l'asconda in sul momento, ed esca

Più periglioso a saettar co i guardi

Le belle inavvedute, a guerrier pari

Che, già poste le bende a la ferita,

Più glorioso e furibondo insieme

Sbaragliando le schiere entra nel folto.

Ma già velocemente il mio Signore

Tre volte e quattro il gabinetto scorse

Col crin disciolto e su gli omeri sparso,

Quale a Cuma solea l'orribil maga

Quando agitata dal possente nume

Vaticinar s'udia. Così dal capo

Evaporar lasciò de gli olj sparsi

Il nocivo fermento e de le polvi

Che roder gli porien la molle cute,

O d'atroci emicranie a lui lo spirto

Trafigger lungamente. Or ecco avvolto

Tutto in candidi lini a la grand'opra

E più grave del dì s'appresta e siede.

Nembo dintorno a lui vola d'odori

Che a le varie manteche ama rapire

L'aura vagante lungo i vasi ugnendo

Le leggerissim'ale di farfalla:

E lo speglio patente a lui dinanzi

Altero sembra di raccor nel seno

L'imagin diva; e stassi a gli occhi suoi

Severo esplorator de la tua mano

O di bel crin volubile architetto.

O di bel crin volubile architetto

Tu pria chiedi all'eroe qual più gli aggrade

Spargere al crin, se i gelsomini o il biondo

Fior d'arancio piuttosto o la giunchiglia

O l'ambra preziosa a gli avi nostri.

Ma se la sposa altrui cara all'eroe

Del talamo nuzial si lagna, e scosse

Pur or da lungo peso i casti lombi,

Ah fuggi allor tutti gli odori ah fuggi;

Chè micidial potresti a un sol momento

Più vite insidiar: semplici sieno

I tuoi balsami allor: nè oprarli ardisci

Pria che di lor deciso aggian le nari

Del mio signore e tuo. Pon mano poi

Al pettin liscio, e con l'ottuso dente

Lieve solca le chiome; indi animoso

Le turba e le scompiglia; e alfin da quella

Alta confusion traggi e dispiega,

Opra di tua gran mente, ordin superbo.

Io breve a te parlai; ma il tuo lavoro

Breve non fia però; nè al termin giunto

Prima sarà che da' più strani eventi

S'involva o tronchi all'alta impresa il filo.

Fisa i guardi a lo speglio; e là sovente

Il mio signor vedrai morder le labbra

Impaziente, ed arrossir nel volto.

Sovente ancor, se men dell'uso esperta

Parrà tua destra, del convulso piede

Udrai lo scalpitar breve e frequente,

Non senza un tronco articolar di voce

Che condanni e minacci. Anco t'aspetta

Veder talvolta il cavalier sublime

Furiando agitarsi, e destra e manca

Porsi a la chioma, e dissipar con l'ugne

Lo studio di molt'ore in un momento.

Che più? Se per tuo male un dì vaghezza

D'accordar ti prendesse al suo sembiante

Gli edifici del capo, e non curassi

Ricever leggi da colui che venne

Pur ier di Francia, ah quale atroce folgore,

Meschino! allor ti penderia sul capo?

Tu allor l'eroe vedresti ergers'in piedi,

E per gli occhi versando ira e dispetto

Mille strazj imprecarti, e scender fino

Ad usurpar le infami voci al vulgo

Per farti onta maggiore, e di bastone

Il tergo minacciarti, e violento

Rovesciare ogni cosa, al suol spargendo

Rotti cristalli e calamistri e vasi

E pettini ad un tempo. In simil guisa,

Se del tonante all'ara o de la Dea

Che ricovrò dal Nilo il turpe Phallo

Tauro spezzava i raddoppiati nodi

E libero fuggìa, vedeansi a terra

Cader tripodi tazze bende scuri

Litui coltelli, e d'orridi mugiti

Commosse rimbombar le arcate volte,

E d'ogni lato astanti e sacerdoti

Pallidi all'urto e all'impeto involarse

Del feroce animal che pria sì queto

Gìa di fior cinto; e sotto a la man sacra

Umiliava le dorate corna.

Tu non pertanto coraggioso e forte

Dura e ti serba a la miglior fortuna.

Quasi foco di paglia è foco d'ira

In nobil petto. Il tuo signor vedrai

Mansuefatto a te chieder perdono,

E sollevarti oltr'ogni altro mortale

Con preghi e scuse a niun altro concesse;

Tal che securo sacerdote a lui

Immolerai lui stesso, e pria d'ognaltro

Larga otterrai del tuo lavor mercede.

Or Signore a te riedo. Ah non sia colpa

Dinanzi a te s'io travviai col verso

Breve parlando ad un mortal cui degni

Tu de gli arcani tuoi. Sai che a sua voglia

Questi ogni dì volge e governa i capi

De' semidei più chiari: e le matrone

Che da i sublimi cocchi alto disdegnano

Chinar lo sguardo a la pedestre turba,

Non disdegnan sovente entrar con lui

In festevoli motti allor ch'esposti

A la sua man sono i ridenti avorj

Del bel collo e del crin l'aureo volume.

Però m'odi benigno or ch'io t'apprendo

L'ore a passar più graziose intanto

Che il pettin creator doni a le chiome

Leggiadra o almen non più veduta forma.

Breve libro elegante a te dinanzi

Tra gli arnesi vedrai che l'arte aduna

Per disputare a la natura il vanto

Del renderti sì caro a gli occhi altrui.

Ei ti lusingherà forse con liscia

Purpurea pelle onde vestito avrallo

O Mauritano conciatore o Siro:

E d'oro fregi delicati e vago

Mutabile color che il collo imite

De la colomba v'avrà sparso intorno

Squisito legator Batavo o Franco:

E forse incisa con venereo stile

Vi fia serie d'imagini interposta,

Lavor che vince la materia, e donde

Fia che nel cor ti si ridesti e viva

La stanca di piaceri ottusa voglia.

Or tu il libro gentil con lenta mano

Togli, e non senza sbadigliare un poco

Aprilo a caso o pur là dove il parta

Tra l'uno e l'altro foglio indice nastro.

O de la Francia Proteo multiforme

Scrittor troppo biasmato e troppo a torto

Lodato ancor, che sai con novi modi

Imbandir ne' tuoi scritti eterno cibo

A i semplici palati, e se' maestro

Di color che a sè fingon di sapere,

Tu appresta al mio signor leggiadri studj

Con quella tua fanciulla all'Anglo infesta,

Onde l'Enrico tuo vinto è d'assai,

L'Enrico tuo che in vano abbatter tenta

L'Italian Goffredo ardito scoglio

Contro a la Senna d'ogni vanto altera.

Tu de la Francia onor, tu in mille scritti

Celebrata da' tuoi novella Aspasia

Taide novella a i facili sapienti

De la Gallica Atene i tuoi precetti

Tu pur detta al mio eroe: e a lui non meno

Pasci l'alto pensier tu che all'Italia,

Poi che rapìrle i tuoi l'oro e le gemme,

Invidiasti il fedo loto ancora

Onde macchiato è il Certaldese o l'altro

Per cui va sì famoso il pazzo Conte.

Questi o signore i tuoi studiati autori

Fieno e mill'altri che guidàro in Francia

I bendati Sultani i Regi Persi

E le peregrinanti Arabe dame,

O che con penna liberale a i cani

Ragion donàro e a i barbari sedili,

E dier feste e conviti e liete scene

A i polli ed alle gru d'amor maestre.

Oh pascol degno d'anima sublime

Oh chiara oh nobil mente! A te ben dritto

È che s'incurvi riverente il vulgo,

E gli oracoli attenda. Or chi fie dunque

Sì temerario che in suo cor ti beffe

Qualor partendo da sì gravi studj

Del tuo paese l'ignoranza accusi,

E tenti aprir col tuo felice raggio

La Gotica caliggine che annosa

Siede su gli occhi a le misere genti?

Così non mai ti venga estranea cura

Questi a troncar sì preziosi istanti

In cui del pari e a la dorata chioma

Splendor dai novo ed al celeste ingegno.

Non pertanto avverrà che tu sospenda

Quindi a poco il versar de' libri amati,

E che ad altro ti volga. A te quest'ora

Condurrà il merciaiol che in patria or torna

Pronto inventor di lusinghiere fole

E liberal di forastieri nomi

A merci che non mai varcàro i monti.

Tu a lui credi ogni detto. E chi vuoi ch'ose

Unqua mentire ad un tuo pari in faccia?

Ei fia che venda se a te piace o cambi

Mille fregi e lavori a cui la moda

Di viver concedette un giorno intero

Tra le folte d'inezie illustri tasche:

Poi lieto se n'andrà con l'una mano

Pesante di molt'oro; e in cor gioiendo

Spregerà le bestemmie imprecatrici

E il gittato lavoro e i vani passi

Del calzolar diserto e del drappiere;

E dirà lor: ben degna pena avete

O troppo ancor religiosi servi

De la necessitade, antiqua è vero

Madre e donna dell'arti, or nondimeno

Fatta cenciosa e vile. Al suo possente

Amabil vincitor v'era assai meglio

O miseri ubbidire. Il lusso il lusso

Oggi sol puote dal ferace corno

Versar su l'arti a lui vassalle applausi

E non contesi mai premj e ricchezze.

L'ore fien queste ancor che a te ne vegna

Il delicato miniator di belle

Che de la corte d'Amatunta uscìo

Stipendiato ministro atto a gli affari

Sollecitar dell'amorosa diva.

Or tu l'affretta impaziente e sprona

Sì ch'a te porga il desiato avorio

Che de le amate forme impresso ride,

Sia che il pennel cortese ivi dispieghi

L'alme sembianze del tuo viso, ond'aggia

Tacito pasco allor che te non vede

La pudica d'altrui sposa a te cara;

Sia che di lei medesma al vivo esprima

Il vago aspetto; o se ti piace ancora

D'altra beltà furtiva a te presenti

Con più largo confin le amiche membra.

Doman fie poi che la concessa imago

Entro arnese gentil per te si chiuda

Con opposto cristallo ove tu faccia

Sovente paragon di tua beltade

Con la beltà de la tua dama; o a i guardi

Degl'invidi la tolga, e in sen l'asconda

Sagace tabacchiera; o a te riluca

Sul minor dito in fra le gemme e l'oro;

O de le grazie del tuo viso desti

Soavi rimembranze al braccio avvolta

Dell'altrui fida sposa a cui se' caro.

Ed ecco alfin che a le tue luci appare

L'artificio compiuto. Or cauto osserva

Se bene il simulato al ver s'adegue,

Vie più rigido assai se il tuo sembiante

Esprimer denno i colorati punti

Che l'arte ivi dispose. Or brune troppo

A te parran le guance, or fia ch'ecceda

Mal frenata la bocca, or qual conviene

A camuso Etiòpe il naso fia.

Anco sovente d'accusar ti piaccia

Il dipintor che non atteggi ardito

L'agili membra e il dignitoso busto;

O che mal tra le leggi a la tua forma

Dia contorno o la posi o la panneggi.

È ver che tu del grande di Crotone

Non conosci la scola, e mai tua destra

Non abbassossi a la volgar matita

Che fu nell'altra età cara a' tuoi pari

Cui non gustate ancora eran più dolci

E più nobili cure a te serbate.

Ma che non puote quel d'ogni scienza

Gusto trionfator che all'ordin vostro

In vece di maestro il ciel concesse;

E d'onde a voi coniò le altere menti

Acciò che possan dell'uman confine

Oltre passar la paludosa nebbia;

E d'etere più puro abitatrici

Non fallibili scêrre il vero e il bello?

Però qual più ti par loda o riprendi

Non men fermo d'allor che a scranna siedi

Raffael giudicando o l'altro egregio

Che del gran nome suo l'Adige onora;

E a le tavole ignote i noti nomi

Grave comparti di color che primi

Furo nell'arte. Ah s'altri è sì procace

Ch'osi rider di te, costui pavente

L'augusta maestà del tuo cospetto,

Si volga a la parete, e mentre cerca

Por freno in van col morder de le labbra

A lo scrosciar de le importune risa

Che scoppian da' precordj, violenta

Convulsione a lui deforme il volto,

E lo affoghi aspra tosse e lo punisca

Di sua temerità. Ma tu non pensa

Ch'altri ardisca di te rider giammai;

E mai sempre imperterrito decidi.

Or giunta è alfin del dotto pettin l'opra:

E il maestro elegante intorno spande

Da la man scossa polveroso nembo,

Onde a te innanzi tempo il crine imbianchi.

D'orribil piato risonar s'udìo

Già la corte d'Amore. I tardi vegli

Grinzuti osàr co' giovani nipoti

Contendere di grado in faccia al soglio

Del comune lor dio. Rise la fresca

Gioventude animosa; e d'agri motti

Libera punse la senil baldanza.

Gran tumulto nascea, se non che Amore

Ch'ogni diseguaglianza odia in sua corte

A spegner mosse i perigliosi sdegni:

E a quei che militando incanutìro

Suoi servi apprese a simular con arte

I duo bei fior che in giovanile gota

Educa e nudre di sua man natura:

Indi fe' cenno; e in un balen fur visti

Mille alati ministri alto volando

Scoter lor piume, onde fioccò leggera

Candida polve che a posar poi venne

Su le giovani chiome; e in bianco volse

E il biondo e il nero e l'odiato rosso.

L'occhio così nell'amorosa reggia

Più non distinse le due opposte etadi:

E solo vi restò giudice il tatto.

Tu pertanto o signor tu che se' il primo

Fregio ed onor dell'Acidalio regno

I sacri usi ne serba. Ecco che sparsa

Già da provvida man la bianca polve

In piccolo stanzin con l'aere pugna,

E de gli atomi suoi tutto riempie

Egualmente divisa. Or ti fa core,

E in seno a quella vorticosa nebbia

Animoso ti avventa. Oh bravo! oh forte!

Tale il grand'avo tuo tra il fumo e il foco

Orribile di Marte furiando

Gittossi allor che i palpitanti Lari

De la patria difese, e ruppe e in fuga

Mise l'oste feroce. Ei nondimeno

Fuligginoso il volto e d'atro sangue

Asperso e di sudore e co' capelli

Stracciati ed irti de la mischia uscìo

Spettacol fero a i cittadini stessi

Per sua man salvi; ove tu, assai più vago

E leggiadro a vederse in bianca spoglia

Scenderai quindi a poco a bear gli occhi

De la cara tua patria a cui dell'avo

Il forte braccio e il viso almo celeste

Del nipote dovean portar salute.

Non vedi omai qual con solerte mano

Rechin di vesti a te pubblico arredo

I damigelli tuoi? Rodano e Senna

Le tesserono a gara; e qui cucille

Opulento sartor cui su lo scudo

Serpe intrecciato a forbici eleganti

Il titol di monsù: nè sol dà leggi

A la materia la stagion diverse,

Ma qual più si conviene al giorno e all'ora

Varj sono il lavoro e la ricchezza.

Vieni o fior de gli eroi vieni; e qual suole

Nel più dubbio de' casi alto monarca

Avanti al trono suo convocar lento

Di satrapi concilio a cui nell'ampia

Calvizie de la fronte il senno appare;

Tal di limpidi spegli a un cerchio in mezzo

Grave t'assidi, e lor sentenza ascolta.

Un giacendo al tuo piè mostri qual deggia

Liscia e piana salir su per le gambe

La docil calza: un sia presente al volto,

Un dietro al capo: e la percossa luce

Quinci e quindi tornando, a un tempo solo

Tutto al giudizio de' tuoi guardi esponga

L'apparato dell'arte. Intanto i servì

A te sudino intorno; e qual piegate

Le ginocchia in sul suol prono ti stringa

Il molle piè di lucidi fermagli;

E qual del biondo crin che i nodi eccede

Su le schiene ondeggiante in negro velo

I tesori raccoglia; e qual già pronto

Venga spiegando la nettarea veste.

Fortunato garzone a cui la moda

In fioriti canestri e di vermiglia

Seta coperti preparò tal copia

D'ornamenti e di pompe! Ella pur ieri

A te dono ne fèo. La notte intera

Faticaron per te cent'aghi e cento;

E di percossi e ripercossi ferri

Per le tacite case andò il rimbombo:

Ma non in van poi che di novo fasto

Oggi superbo nel bel mondo andrai;

E per entro l'invidia e lo stupore

Passerai de' tuoi pari eguale a un dio

Folto bisbiglio sollevando intorno.

Figlie de la memoria inclite suore

Che invocate scendendo i feri nomi

De le squadre diverse e de gli eroi

Annoveraste a i grandi che cantàro

Achille Enea e il non minor Buglione,

Or m'è d'uopo di voi. Tropp'ardua impresa

E insuperabil senza vostr'aita

Fia ricordare al mio signor di quanti

Leggiadri arnesi graverà sue vesti

Pria che di sè nel mondo esca a far pompa.

Ma qual di tanti e sì leggiadri arnesi

Sì felice sarà che innanzi a gli altri

Signor venga a formar tua nobil soma?

Tutti importan del pari. Ecco l'astuccio

Di pelli rilucenti ornato e d'oro

Sdegnar la turba, e gli occhi tuoi primiero

Occupar di sua mole. Esso a cent'usi

Opportuno si vanta: e ad esso in grembo

Atta a gli orecchi a i denti a i peli all'ugne

Vien forbita famiglia. A i primi onori

Seco s'affretta d'odorifer'onda

Pieno cristal che a la tua vita in forse

Doni conforto allor che il vulgo ardisca

Troppo accosto vibrar da la vil salma

Fastidiosi effluvj a le tue nari.

Nè men pronto di quello e all'uopo stesso

L'imitante un cuscin purpureo drappo

Reca turgido il sen d'erbe odorate

Che l'aprica montagna in tuo favore

Al possente meriggio educa e scalda.

Ecco vien poi da cristallina rupe

Tolto nobil vasello. Indi traluce

Prezioso confetto ove a gli aromi

Stimolanti s'unì l'ambra o la terra

Che il Giappon manda a profumar de' grandi

L'etereo fiato, o quel che il Caramano

Fa gemer latte dall'inciso capo

De' papaveri suoi; perchè se mai

Non ben felice amor l'alma t'attrista,

Lene serpendo per li membri acquete

A te gli spirti, e ne la mente induca

Lieta stupidità che mille adune

Imagin dolci e al tuo desio conformi.

A tanto arredo il cannocchial succeda

E la chiusa tra l'oro Anglica lente.

Quel notturno favor ti presti allora

Che al teatro t'assidi, e t'avvicini

O i piè leggeri o le canore labbra

Da la scena remota; o con maligno

Guardo dell'alte vai logge spiando

Le abitate tenèbre; o miri altronde

Gli ognor nascenti e moribondi amori

De le tenere dame, onde s'appresti

All'eloquenza tua nel dì venturo

Lunga e grave materia. A te la lente

Nel giorno assista; e de gli sguardi tuoi

Economa presieda; e sì li parta

Che il mirato da te vada superbo,

Nè i mal visti accusarte osin giammai.

La lente ancor su l'occhio tuo sedendo

Irrefragabil giudice condanni

O approvi di Palladio i muri e gli archi

O di Tizian le tele: essa a le vesti

A i libri a i volti feminili applauda

Severa o li dispregi: e chi del senso

Comun sì privo fia che insorger osi

Contro al sentenziar de la tua lente?

Non per questa però sdegna o signore

Giunto a lo speglio in Gallico sermone

Il vezzoso giornal, non le notate

Eburnee tavolette a guardar preste

Tuoi sublimi pensier fin ch'abbian luce

Doman tra i belli spirti; e non isdegna

La picciola guaìna ove al tuo cenno

Mille ognora stan pronti argentei spilli.

Oh quante volte a cavalier sagace

Ho vedut'io le man render beate

Uno apprestato a tempo unico spillo!

Ma dove ahi dove inonorato e solo

Lasci 'l coltello a cui l'oro e l'acciaro

Donàr gemina lama, e a cui la madre

De la gemma più bella d'Anfitrite

Diè manico elegante, onde il colore

Con dolce variar l'iride imìta?

Verrà il tempo verrà che ne' superbi

Convivj ognaltro avanzerai per fama

D'esimio trinciatore; e i plausi e i gridi

De' tuoi gran pari ecciterai qualora,

Pollo o fagian con le forcine in alto

Sospeso, a un colpo il priverai dell'anca

Mirabilmente. Or qual più resta omai

Onde colmar tue tasche inclito ingombro?

Ecco a molti colori oro distinto,

Ecco nobil testuggine su cui

Voluttuose imagini lo sguardo

Invitan de gli eroi. Copia squisita

Di fumido rapè quivi è serbata

E di spagna oleoso, onde lontana

Pur come suol fastidioso insetto

Da te fugga la noia. Ecco che smaglia

Cupido a te di circondar le dita

Vivo splendor di preziose anella.

Ami la pietra ove si stanno ignude

Sculte le Grazie, e che il Giudeo ti fece

Creder opra d'Argivi allor ch'ei chiese

Tanto tesoro, e d'erudito il nome

Ti compartì prostrandosi a' tuoi piedi?

Vuoi tu i lieti rubini? O più t'aggrada

Sceglier quest'oggi l'Indico adamante

Là dove il lusso incantator costrinse

La fatica e il sudor di cento buoi

Che pria vagando per le tue campagne

Facean sotto a i lor piè nascere i beni?

Prendi o tutti o qual vuoi; ma l'aureo cerchio

Che sculto intorno è d'amorosi motti

Ognor teco si vegga, e il minor dito

Premati alquanto, e sovvenir ti faccia

Dell'altrui fida sposa a cui se' caro.

Vengane alfin de gli orioi gemmati

Venga il duplice pondo; e a te de l'ore

Che all'alte imprese dispensar conviene

Faccia rigida prova. Ohimè che vago

Arsenal minutissimo di cose

Ciondola quindi, e ripercosso insieme

Molce con soavissimo tintinno!

Ma v'hai tu il meglio? Ah sì che i miei precetti

Sagace prevenisti. Ecco risplende

Chiuso in breve cristallo il dolce pegno

Di fortunato amor: lungi o profani,

Chè a voi tant'oltre penetrar non lice.

Compiuto è il gran lavoro. Odi Signore

Sonar già intorno la ferrata zampa

De' superbi corsier che irrequieti

Ne' grand'atrj sospinge arretra e volge

La disciplina dell'ardito auriga.

Sorgi e t'appresta a render baldi e lieti

Del tuo nobile incarco i bruti ancora.

Ma a possente signor scender non lice

Da le stanze superne infin che al gelo

O al meriggio non abbia il cocchier stanco

Durato un pezzo, onde l'uom servo intenda

Per quanto immensa via natura il parta

Dal suo signore. Or dunque i miei precetti

Io seguirò, chè varie al tuo mattino

Portar dee cure il variar de' giorni:

Tu dolce intanto prenderai solazzo

Ad agitar fra le tranquille dita

Dell'oriolo i ciondoli vezzosi.

Signore al ciel non è cosa più cara

Di tua salute: e troppo a noi mortali

È il viver de' tuoi pari util tesoro.

Uopo è talor che da gli egregi affanni

T'allevj alquanto, e con pietosa mano

Il teso per gran tempo arco rallente.

Tu dunque allor che placida mattina

Vestita riderà d'un bel sereno

Esci pedestre, e le abbattute membra

All'aura salutar snoda e rinfranca.

Di nobil cuoio a te la gamba calzi

Purpureo stivaletto, onde giammai

Non profanin tuo piè la polve o il limo

Che l'uom calpesta. A te s'avvolga intorno

Veste leggiadra che sul fianco sciolta

Sventoli andando; e le formose braccia

Stringa in maniche anguste a cui vermiglio

O cilestro ermesino orni gli estremi

Del bel color che l'elitropio tigne

O pur d'oriental candido bisso

Voluminosa benda indi a te fasci

La snella gola. E il crin... Ma il crin signore

Forma non abbia ancor da la man dotta

Dell'artefice suo; chè troppo fora,

Ahi troppo grave error lasciar tant'opra

De le licenziose aure in balìa.

Nè senz'arte però vada negletto

Su gli omeri a cader; ma o che natura

A te il nodrisca; o che da ignote fronti

Il più famoso parrucchier lo involi,

E lo adatti al tuo capo, in sul tuo capo

Ripiegato l'afferri e lo sospenda

Con testugginei denti il pettin curvo.

Ampio cappello alfin che il disco agguagli

Del gran lume Febeo tutto ti copra,

E allo sguardo profan tuo nume asconda.

Poi che così le belle membra ornate

Con artificj negligenti avrai,

Esci soletto a respirar talora

I mattutini fiati: e lieve canna

Brandendo con la man, quasi baleno

Le vie trascorri, e premi ed urta il vulgo

Che s'oppone al tuo corso. In altra guisa

Fora colpa l'uscir; però che andrièno

Mal dal vulgo distinti i primi eroi.

Tal giorno ancora, o d'ogni giorno forse

Fien qualch'ore serbate al molle ferro

Che i peli a te rigermoglianti a pena

D'in su la guancia miete; e par che invidj

Ch'altri fuor che sè solo indaghi o scopra

Unqua il tuo sesso. Arroge a questo il giorno

Che di lavacro universal convienti

Terger le vaghe membra. È ver che allora

D'esser mortal dubiterai; ma innalza

Tu allor la mente a i grandi aviti onori

Che fino a te per secoli cotanti

Misti scesero al chiaro altero sangue;

E il pensier ubbioso al par di nebbia

Per lo vasto vedrai aere smarrirsi

A i raggi de la gloria onde t'investi;

E di te pago sorgerai qual pria

Gran semideo che a sè solo somiglia.

Fama è così che il dì quinto le Fate

Loro salma immortal vedean coprirsi

Già d'orribili scaglie, e in feda serpe

Volta strisciar sul suolo a sè facendo

De le inarcate spire impeto e forza:

Ma il primo sol le rivedea più belle

Far beati gli amanti e a un volger d'occhi

Mescere a voglia lor la terra e il mare.

Assai l'auriga bestemmiò finora

I tuoi nobili indugi: assai la terra

Calpestàro i cavalli. Or via veloce

Reca o servo gentil, reca il cappello

Ch'ornan fulgidi nodi: e tu frattanto

Fero genio di Marte a guardar posto

De la stirpe de' numi il caro fianco,

Al mio giovan eroe cigni la spada

Corta e lieve non già, ma qual richiede

La stagion bellicosa al suol cadente,

E di triplice taglio armata e d'else

Immane. Quanto esser può mai sublime

L'annoda pure onde la impugni all'uopo

La destra furibonda in un momento.

Nè disdegnar con le sanguigne dita

Di ripulire ed ordinar quel nastro

Onde l'else è superbo. Industre studio

È di candida mano. Al mio signore

Dianzi donollo, e gliel appese al brando

L'altrui fida consorte a lui sì cara.

Tal del famoso Artù vide la corte

Le infiammate d'amor donzelle ardite

Ornar di piume e di purpuree fasce

I fatati guerrier; sì che poi lieti

Correan mortale ad incontrar periglio

In selve orrende fra i giganti e i mostri.

Volgi o invitto campion, volgi tu pure

Il generoso piè dove la bella

E de gli eguali tuoi scelto drappello

Sbadigliando t'aspetta all'alte mense.

Vieni, e godendo, nell'uscire il lungo

Ordin superbo di tue stanze ammira.

Or già siamo all'estreme: alza i bei lumi

A le pendenti tavole vetuste

Che a te de gli avi tuoi serbano ancora

Gli atti e le forme. Quei che in duro dante

Strigne le membra, e cui sì grande ingombra

Traforato collar le grandi spalle,

Fu di macchine autor; cinse d'invitte

Mura i Penati; e da le nere torri

Signoreggiando il mar, verso le aduste

Spiagge la predatrice Africa spinse.

Vedi quel magro a cui canuto e raro

Pende il crin da la nuca, e l'altro a cui

Su la guancia pienotta e sopra il mento

Serpe triplice pelo? Ambo s'adornano

Di toga magistral cadente a i piedi:

L'uno a Temi fu sacro: entro a' Licei

La gioventù pellegrinando ei trasse

A gli oracoli suoi; indi sedette

Nel senato de' padri; e le disperse

Leggi raccolte, ne fe' parte al mondo:

L'altro sacro ad Igeia. Non odi ancora

Presso a un secol di vita il buon vegliardo

Di lui narrar quel che da' padri suoi

Nonagenarj udì, com'ei spargesse

Su la plebe infelice oro e salute

Pari a Febo suo nume? Ecco quel grande

A cui sì fosco parruccon s'innalza

Sopra la fronte spaziosa; e scende

Di minuti botton serie infinita

Lungo la veste. Ridi? Ei novi aperse

Studj a la patria; ei di perenne aita

I miseri dotò; portici e vie

Stese per la cittade; e da gli ombrosi

Lor lontani recessi a lei dedusse

Le pure onde salubri, e ne' quadrivj

E in mezzo a gli ampli fori alto le fece

Salir scherzando a rinfrescar la state

Madre di morbi popolari. Oh come

Ardi a tal vista di beato orgoglio

Magnanimo garzon! Folle! A cui parlo?

Ei già più non m'ascolta: odiò que' ceffi

Il suo guardo gentil: noia lui prese

Di sì vieti racconti: e già s'affretta

Giù per le scale impaziente. Addio

De gli uomini delizia e di tua stirpe,

E de la patria tua gloria e sostegno.

Ecco che umìli in bipartita schiera

T'accolgono i tuoi servi. Altri già pronto

Via se ne corre ad annunciare al mondo

Che tu vieni a bearlo; altri a le braccia

Timido ti sostien mentre il dorato

Cocchio tu sali, e tacito e severo

Sur un canto ti sdrai. Apriti o vulgo

E cedi il passo al trono ove s'asside

Il mio signore. Ah te meschin s'ei perde

Un sol per te de' preziosi istanti!

Temi il non mai da legge o verga o fune

Domabile cocchier: temi le rote

Che già più volte le tue membra in giro

Avvolser seco, e del tuo impuro sangue

Corser macchiate, e il suol di lunga striscia,

Spettacol miserabile! segnàro.