Medea a GiasoneEpistola duodecima
Ben mi sovien, mentre sedei regina
Del gran regno de' Colchi, ahi lassa, quanto
Misera fui a tua salute intenta,
Quando chiedevi umil ch'a l'alta impresa
Porgessi aita, e che pietosa, fussi
Fidata duce al periglioso varco.
Allor dovean l'invidiose Parche,
Che dispensan le vite de' mortali,
Aver finito d'avoltare al fuso
Lo stame di mia vita, allor potei
Chiudere in bella et onorata sera
I miei sì belli et onorati giorni:
Perché tutti quei giorni, e quella vita,
Che da quel dì ch'io mal tue luci vidi
Ho guidato meschina, è stata sempre
Di gelosi pensier, d'amari affanni
E di sospetti amaramente piena.
Perché venne già mai l'altiera nave
Dal giovenil valor sospinta in Colco
Per indi trarne il bel monton de l'oro?
Perch'a noi Sciti mai veder convenne
Et Argo e Tifi, e de l'altiero Fasi
Beversi l'onde i valorosi greci?
Perché più del dever gli occhi, e le chiome
Mi piacquer, lassa, e la beltade e 'l viso
E le sembianze, e le maniere accorte
E la mentita grazia? ahi stolta! ch'io
Soffrir dovea, poi che l'audace legno
S'era fermato in su le nostre arene,
E seco avea sì temeraria gente,
Che l'ingrato Giason foss'ito in mezzo,
Povero d'argomento e di consiglio,
Agl'indomiti tori, ai fuochi ardenti
Ch'uscivan fuor de l'infiammate bocche;
E dentro ai campi il mal fecondo seme
Avesse sparso, onde risorta fosse
Gente feroce al suo cultor nimica,
Sì che dal seme suo di vita privo
L'empio seminator restato fosse.
Oh quanti inganni, ahi scelerato, ahi quanta
Perfidia, e crudeltà sarebbe teco
Ita sotterra, e quanti mali, ahi lassa,
Lunge sarian da la mia mente afflitta!
E benché picciol sia contento, e gioia,
E d'animo gentile opra non degna
Tornarsi a mente i benefici usati
Vers'uomo ingrato, e rinfacciargli altrui,
Io nondimen questa dolcezza breve
Mi terrò in seno, e del tuo finto amore
Sol questi arrecherò contenti e gioie.
Tu perfido Giason spingesti in Colco
La mal sicura, e mal avezza nave
A solcar l'onde, e temerario entrasti
Ne' miei sì ricchi e fortunati regni:
Dove io ti fui quel ch'in Corinto è stata
La tua nuova consorte, e tale aveva
Padre possente, e di dominio altiero,
Qual ella s'abbia, e di ricchezze, e d'oro
Non men carco di lui: egli sol cinge
Quella città che tra l'indico mare
E l'onde dell'Egeo s'attuffa e chiude,
E lo mio genitore abbraccia intorno
Quanto da la man manca il Ponto inonda,
Fino al nevoso Scita. Egli cortese
Accolse dentro al suo beato regno
Voi greci altieri, e di lignaggio illustri,
E quale a voi era dovuto onore,
Seder vi fe' sopra i dipinti letti
Per dar riposo ai travagliati corpi,
Ch'erano omai dal gran viaggio stanchi.
Allor ti vidi, e cominciai allora
A conoscer Giason: quel giorno, ahi lassa,
Fu la prima cagion ch'andasse a terra
L'alma, l'onor, la libertade, e 'l nome;
Perché come io ti vidi, oh come m'arsi,
Oh con quai fiamme il miser petto accesi,
Che tale ardea qual face ardente suole
Arder dinanzi a' sacrosanti altari
Del sommo Giove: e m'infiammai perch'io
Giudicai belle e le sembianze e 'l volto,
Perché mi conducea mio rio destino,
Perché de' lumi tuoi la grazia e 'l bello
Avevan tolto agli occhi miei la luce,
Né volger gli potea se non dove era
Il mio sol, la mia gioia, e la mia vita.
E tu ben t'accorgesti, ahi lassa, ch'io
Al girar gli occhi, al variar del viso
Era accesa di te, che mal si puote
Agli occhi altrui celar cocente amore;
E chi nasconder puote ardente fiamma
S'ella col proprio ardor se stessa mostra?
In questa il padre mio narrato aveva
Quai dovevi soffrir fatiche gravi:
Come dovevi ai non usati gioghi
Piegar de' tori i non domati colli,
Ch'eran sacrati a Marte, et oltra l'uso
De l'arme natural crudeli e fieri,
Perché l'alito loro era di fuoco,
E i piedi e 'l naso avean di duro rame,
Fatto dal fumo e dal lor fiato negro.
E come sparger poi dovevi i denti
Del gran dragon, del valoroso Cadmo
Nei larghi campi, ed all'aratro aversi,
Di cui sorger dovea l'iniqua messe
Al suo seminator nimica, e cruda:
E questa esser dovea la speme, e 'l frutto
Del gran cultor de l'incantato seme.
Seguiva poi de le fatiche immense
Di periglio maggior l'ultima impresa,
D'addormentar la vigilante serpe,
Gli occhi di cui non san che cosa è sonno.
Onde voi tutti impauriti e mesti
Vi levaste da mensa, e bianchi in volto
Vi steste e cheti, e con tremante core.
Oh come t'era allor lontan da l'alma
Creusa, e sua beltà, la dote, e 'l regno
Del gran Creonte! anzi doglioso in vista
D'indi partisti; et io d'amore e pietà
Pallida in volto, di spavento piena,
Con gli occhi ti seguii bagnati e molli,
E con tremante, e con sommessa voce
Dissi: o mio bene, o mio Giasone, a Dio.
Ma tosto, oimè, che d'amoroso ardore
E di piaga crudel ferita ed arsa
M'entrai nel letto, e disfogare il duolo
Potei col pianto, e lagrimar tua sorte,
Tanto fu lungo il lagrimare amaro,
Quanto fu lunga l'ombra: e inanzi agli occhi
Aveva i tori, e le nefande biade,
E l'angue rio, ne le cui luci il sonno
Non have albergo, e mi spronava quindi
E pietade ed amore, e quinci, ahi lassa,
Riverenza e timor tirava il freno:
Ma tanto più crescea la fiamma e 'l foco,
Quanto si fea maggior la tema e 'l danno.
Già la bell'Alba, incoronata il crine
Di rose, e d'amaranti, e di viole,
Uscia di grembo al vecchiarel Titone,
Quando da gran pietà sferzata e punta,
Mia sorella s'entrò là dove io sola
Misera mi giaceva, e truova ch'io
Di pianto il letto avea bagnato intorno,
E chiede ch'io la mia grand'arte adopri
In soccorso de' greci: ahi lassa, ch'ella
Chiese il ben vostro, e ne vedrà 'l mio male!
Io, che perduta, innamorata, e cieca,
Via più bramava e tua salute e vita
Che mia vita e salute, al greco amante,
All'ingrato Giason, quant'ella chiede,
Folle, concedo, e m'apparecchio all'opra.
E dentro al bosco sacro, ove le frondi
De' pini son così ristrette insieme
Che v'entra a pena il sol, dove il gran tempio
De la casta Diana è posto, in cui
Di lei si vede il simulacro d'oro
(Non so s'ancor quei riverendi luoghi
Post'hai meco in oblio), venimmo insieme,
Ove con falsa, e con mendace lingua,
Di frode sempre e tradimenti piena,
Mandasti fuor queste parole accorte:
– Mia stella, e mia fortuna, o bella, e casta
Giovine e santa, e di bontade essempio,
Ha posto in te di mia salute il fine,
E dentro a la tua destra ha chiuso il cielo
Mia vita e morte; et a signor cortese
Basta poter di trar di vita altrui.
Ma s'io la tua mercé mi resto in vita,
Ti fia gloria maggior ch'avere ucciso
Chi potendo salvar guidasti a morte.
Io mi t'inchino, e te ne prego umile
Per quei nostri perigli, e per quei mali
Che tu sola da noi rivolger puoi,
E pel grand'avo tuo, che 'l mondo alluma,
E col bell'occhio suo discerne il tutto,
Per i tre volti di Diana, o s'altri
Son appresso di voi celesti divi:
O pudica e gentil vergine, e bella,
Miserere di me, pietà ti prenda
Di questi altri miei fidi amici e cari,
E fa' che merto tal m'annodi il core,
Che Giason sempre sia tuo servo fido.
E se forse non hai, vergine, a schivo
Un greco sposo, un peregrino amante,
Io sosterrei qual più spietata morte
(Ma d'onde avrei già mai stella sì pia,
Ciel sì cortese, e sì cortesi dii?)
Prima ch'altrui legarmi, e prima ch'io
Altra per te cangiassi amata donna;
E Giuno invoco in testimon del vero,
E quella dea nel cui gran tempio siamo –.
Queste fur le parole, e queste l'arti
Che meco usasti, e di fanciulla amante
L'alma piegaro, e 'l semplicetto core:
Ond'io chinando i vergognosi lumi,
Non men d'amor che di pietà compunta,
Per pegno di mia fé, tremando, questa
Misera destra a la tua destra aggiunsi,
E vidi lagrimarti: oimè, puossi egli
Nasconder entro agli amorosi pianti
Inganni e frode? ond'io da questi lacci
Vergin fui presa, ed il pensiero ardente
Inamorata a tua salute intesi;
E feci sì ch'i sempre ardenti tori
Piegaro umili al non usato giogo
L'altiere fronti ed i superbi colli,
Sì ch'agevol ti fu la dura terra
Fender col ferro, e con l'aratro aprirla,
E spargervi entro i velenosi denti,
Di cui sorse l'iniqua e acerba messe
Ch'armata nacque, ed al tuo danno intenta:
E sì del sangue tuo gli vidi ingordi,
Ch'io che t'avea contra lor forza armato,
Pallida femmi, e mi sedei dubbiosa,
Finch'io gli scorsi, o miserabil caso,
In fra lor stessi insanguinar le spade.
Ecco poscia il dragon, che mai non dorme,
Che facendo sonar l'orrende squamme
E pien d'empio venen, versando fore
Per la lingua e per gli occhi ardente foco,
Venia fischiando, e si vedeva in terra
Del senoso suo ventre impressa l'orma.
Ove era allora, ahi scelerato greco,
La ricca dote? ed in qual parte aveva
Del tuo pensier la real moglie il seggio?
Ove era allor l'alta Corinto, e bella,
Che da l'Ionio mar l'Egeo divide?
Io son colei, io son colei che chiusi
I sempre desti, e fiammeggianti lumi
De l'angue crudo all'incantato sonno;
Io son colei che fei sicuro averti
Le spoglie d'oro, e ch'or son fatta vile
Al mio Giasone, e peregrina e strana,
Barbara, infame, e scelerata maga,
Povera, ignuda, e d'ogni bene inerme.
Io per seguirti ancor tradi' mio padre,
La dolce patria, e lo mio regno insieme.
E per seguirti, ahi folle amante, posi
Tutto in oblio, e sopportai ch'ogni altra
Dolcezza e ben da me sbandito fosse.
Ahimè! ch'ancor mia pudicizia santa
E mia virginità, di greco amante,
E peregrin ladron, lassa, fu preda,
E mia dolce sorella, e dolce madre
Abbandonai sol per venirte appresso.
Ma non lasciai già te fuggendo indietro,
Fratel mio caro: ahimè! che 'l fallo infame
E la mia crudeltà tremar mi face,
Né mi lascia narrar lo scempio rio
La paurosa mia tremante lingua
Ch'irata fei di te, né dire ardisce
Quel ch'ebbe ardir di far mia destra iniqua.
Ahimè, ch'anch'io dovea, ma teco insieme,
Esser, empio Giason, squarciata, e teco
Ir de' mostri marini orrendi in preda!
E non temei (ma che temer dovea
Dopo la brutta impresa?) entrar nell'onde,
E commettermi al mar timida e donna,
E del mio sangue insanguinata e lorda.
U' sono i Numi, e gli oltraggiati Dii?
Perché, lassa, perché nel mezzo a l'acque
L'ira del ciel non scese, e non patimmo
Tu di tua fraude, io di mia fé, le pene?
Fusse piaciuto al ciel che chiusi insieme
Si fosser quegli scogli, i quai talora,
Quant'alcun crede, ad affrontar si vanno,
Onde, la lor mercé, fosser mai sempre
State quest'ossa a le tue ossa aggiunte;
O la rapace Scilla insieme avesse
Fattine cibo de' suoi cani orrendi
(E doveva ella agli amatori ingrati
Nuocere irata), o pur n'avesse l'empia,
Implacabil Cariddi, il cui gran ventre
Or l'onde inghiotte, or le rigetta al lido,
Là nel mar sicilian sommersi insieme!
Tu, mia mercé, vittorioso, e vivo
Ti tornasti in Tessaglia, e ricco e lieto
Al maggior tempio i bei dorati velli
Del montone appendesti: e debbo mai
Lo scempio raccontar, che per mia colpa,
Sol per gradir il mio signor crudele,
Di Pelia fer le semplicette figlie
Del vecchio padre, a cui credendo indietro
I begli anni tornar per mia virtute,
Del sangue suo s'insanguinar le mani?
E bench'ognun me ne biasmasse sempre,
Tu mi debbi lodar, poi ch'io son stata
Tante volte per te crudele e fera.
E poscia avesti ardir (oh, che al mio giusto
Dolor sua voce manca, e sue parole!)
Avesti ardir di dirmi: esciti quindi,
Esci quindi, Medea, tornati in Colco?
Così da te sforzata, io me n'andai
Dal duolo accompagnata, e da duoi figli.
Ma bene allora, ahi sfortunata donna,
Tremommi il core, e impallidimmi il volto,
Ch'a l'orecchie mi venne il suono, e 'l verso
Che chiamava Imeneo, e vidi accese
Le faci maritali, e i dolci accenti
Temprare al suon de le soavi avene,
Più meste a me tua discacciata moglie
Che tromba funeral: ch'io non credea
Così tosto vedere opra sì brutta,
E pel gran duol mi s'agghiacciava il core.
Già più s'avicinava il canto e 'l grido
De l'umil plebe, e de lo sciocco vulgo,
Che risonar facea d'intorno intorno
Il nome d'Imeneo, e dicea spesso:
Vienne, santo Imeneo; e quanto il suono
S'avicinava più, più dentro all'alma
Si faceva maggior mia doglia grave.
I mesti servi miei nei manti ascosi
Mi celavan le lagrime: e chi mai
Esser stato vorria messaggio infausto
Di tanto male, e di sì ria novella?
Ben m'era il meglio il non sapere il vero,
Ma come se 'l sapessi, era mia mente
Dal timor travagliata e da sospetto;
Né seppi il ver per fin che fuor non venne
Mio minor figlio, e d'in su l'uscio disse:
Correte a rimirar, mia madre, tosto
Il mio padre Giason, che 'n vesta d'oro
Il carro trionfale in giro mena.
Il che subito inteso, ardendo il core
Di rabbia e gelosia, squarciati i panni,
Percossi il petto, e disperata il volto
Con l'unghie offesi, e nel pensier mi nacque
Desio d'entrar ne la gioconda schiera
Di quelle turbe, e da l'ornate chiome
Trar le ghirlande e gli intrecciati fiori,
E sdegnosa calcar ginestre e gigli;
E da l'ira sospinta e dal furore
Poco mancò, che 'nsanguinata il volto,
Così negletta e scapigliata, a guisa
Di stolta donna, io non gridassi allora,
Giasone è mio, e ti togliessi a lei.
Rallegrati or, mio dispregiato padre,
Rallegrati or, mio disamato regno,
E voi del mio fratello ombre immortali,
Prendetevi or queste mie pene acerbe,
Che purgheranno i vostri oltraggi, e fieno
De l'offese crudei vendette giuste.
Lassa! che fuor del mio reale albergo,
Lunge dal padre mio, vedova e vile
Cacciata son dal mio crudel consorte,
Che più che 'l regno mio, più che mio padre,
Più che mio frate amai, anzi ei sol m'era
Padre, regno, fratello, albergo, e sposo.
Io, che piegar potetti al giogo umile
De' salvatichi tori i colli altieri,
E mal suo grado addormentare un drago,
Non ho potuto, oimè, mettere il freno
Ad un uom solo? io che smorzar potei
Le fiamme altrui con le parole maghe,
Non ho valor del misero petto fore
Trarne 'l mio foco? ahimè! ch'al maggior uopo
Mi lascian l'erbe, e la virtute, e l'arte,
Né mi giova invocar, né porger voti
A la gran dea del tenebroso centro;
Né benigna mi fan l'umida luna
Gli sparsi incensi, e i sacrifici umili;
Né giorno ho lieto, e ne le amare notti
Misera veglio, e ne' miei lumi afflitti
Più non alberga omai placido sonno:
Ed io, che l'angue addormentar potei,
Non ho valor d'addormentar me stessa.
Et a ciascun più ch'a me stessa giova
La mia virtute; e quelle belle membra,
Ch'io liberai nel periglioso assalto
Da le fiamme, da' ferri, e dal veleno,
Vil meritrice or le si stringe e gode,
E del bel seme mio coglie ella il frutto.
Ahimè! che forse ancor, mentre t'ingegni
Gradir tua stolta, e temeraria moglie,
E dirle cose onde sua grazia acquisti,
Mie bellezze le biasmi, e i miei costumi,
Ond'ella rida, e le si prenda in giuoco.
Ridasi pur, e se ne giaccia altiera
Ne la seta e ne l'or, che forse un giorno
Verserà più di me lagrime e pianti,
E nel suo proprio ardore arsa e distrutta
Sentirà più di me tormento e foco:
E mentre arderà 'l foco, e l'erbe avranno
Veneno in loro, e pungeranno i ferri,
Non sarà di Medea nimico alcuno
Ch'ella si lasci invendicato indietro.
Ma se le preci mie, se queste voci
Hanno valor d'intenerirti il core,
Ascolta i pianti, e gli amorosi preghi,
Che tutta umile, e di mia mente altiera
Molto minori, o mio Giason, ti porgo.
Perch'io ti prego, e supplicando inchino,
Come tu spesso mi pregasti umile
E riverente m'inchinasti allora
Che 'l mio soccorso addomandavi contra
Ai tori, all'angue, ed all'armata messe,
Né pigra son di mi gittarti ai piedi.
Ma s'io ti son già diventata vile,
Ed hai mie preci, e mie parole a schivo,
Riguarda i nostri figli, e quanto cruda
Sarà contra di lor l'empia matrigna.
E' ti sembran sì ben, ch'ogni mia gioia
È posta nel veder tua bella imago
Ne le sembianze loro, e quante volte
Io volgo in quei miei dispregiati lumi,
Tante verso dai lumi acerbi pianti.
Io ti prego, o Giason, per quegli eterni
Numi divini, e per l'ardente, e chiara
Maggior fiamma del ciel, duce del giorno,
Per quell'immenso et infinito merto
Che ti costrinse a diventarmi sposo,
Che tu ritorni mio: renditi omai,
Renditi a me, per cui, misera e stolta,
Tant'impero lasciai, tant'alto seggio,
Tanto tesoro, e tante amate cose.
Degnati a te chiamarmi, e dammi aita,
E fa' che 'l tuo chiamar d'effetto abonde,
Di pietade, e d'amor, fermezza, e fede.
Io non ti chiamo acciò ch'armato al campo
Venga di nuovo a soggiogare i tori,
O seminare il maladetto seme,
O che la serpe addormentata e vinta
Ti dia sicuro al bel monton il varco:
Te chieggio sol, che mi ti desti in prima,
Te chieggio sol, cui meritai, per cui
Madre son or di così bella prole.
Tu cerchi forse, e mi domandi dove
Mia dote sia? io la ti diedi, ahi lassa,
Sopra il duro terren, sopra quel campo,
Che per aver le belle spoglie d'oro
Dovevi arar; quei bei dorati velli
Fur la mia dote, e s'io la chieggio indietro,
Non la vorrai tornare: ahi greco infido,
La conservata tua salute, e vita,
La vita ancor de' giovenetti greci,
Fu la mia dote: or paragona a queste,
Temerario e crudel, l'ampie ricchezze
Del gran Creonte, e di Creusa il viso.
Et è mio don che tu mi sia scortese,
Che tu sia vivo, e di sì bella sposa,
E di suocero tal ten vada altiero.
Io ben vi punirò; ma che bisogna
Il supplicio predirvi? Io ben conosco
Che la rabbia e 'l furor, lo sdegno e l'ira
Le madri son de le minaccie crude:
E farò quel che detterammi insieme
L'ira e 'l dolore; e tal vendetta attendo,
Che vedendo di voi scempio sì rio,
De la mia crudeltà, del vostro strazio
Forse mi pentirò: ma segua pure
Il mio dolor mio pentimento e pianto,
Ch'io mi doglio, e mi pento, e piango insieme
D'aver salvato al mio marito infido
L'indegna vita; e quel superno dio
Che di sdegnosa fiamma il cor m'accende
Sia testimon de la mia mente acerba,
La qual dentro a se stessa empia e crudele
Imaginando va martir più grave
Di quel che non sapria mia lingua dire.