Medea a GiasoneEpistola duodecima

By Remigio Nannini

Ben mi sovien, mentre sedei regina

Del gran regno de' Colchi, ahi lassa, quanto

Misera fui a tua salute intenta,

Quando chiedevi umil ch'a l'alta impresa

Porgessi aita, e che pietosa, fussi

Fidata duce al periglioso varco.

Allor dovean l'invidiose Parche,

Che dispensan le vite de' mortali,

Aver finito d'avoltare al fuso

Lo stame di mia vita, allor potei

Chiudere in bella et onorata sera

I miei sì belli et onorati giorni:

Perché tutti quei giorni, e quella vita,

Che da quel dì ch'io mal tue luci vidi

Ho guidato meschina, è stata sempre

Di gelosi pensier, d'amari affanni

E di sospetti amaramente piena.

Perché venne già mai l'altiera nave

Dal giovenil valor sospinta in Colco

Per indi trarne il bel monton de l'oro?

Perch'a noi Sciti mai veder convenne

Et Argo e Tifi, e de l'altiero Fasi

Beversi l'onde i valorosi greci?

Perché più del dever gli occhi, e le chiome

Mi piacquer, lassa, e la beltade e 'l viso

E le sembianze, e le maniere accorte

E la mentita grazia? ahi stolta! ch'io

Soffrir dovea, poi che l'audace legno

S'era fermato in su le nostre arene,

E seco avea sì temeraria gente,

Che l'ingrato Giason foss'ito in mezzo,

Povero d'argomento e di consiglio,

Agl'indomiti tori, ai fuochi ardenti

Ch'uscivan fuor de l'infiammate bocche;

E dentro ai campi il mal fecondo seme

Avesse sparso, onde risorta fosse

Gente feroce al suo cultor nimica,

Sì che dal seme suo di vita privo

L'empio seminator restato fosse.

Oh quanti inganni, ahi scelerato, ahi quanta

Perfidia, e crudeltà sarebbe teco

Ita sotterra, e quanti mali, ahi lassa,

Lunge sarian da la mia mente afflitta!

E benché picciol sia contento, e gioia,

E d'animo gentile opra non degna

Tornarsi a mente i benefici usati

Vers'uomo ingrato, e rinfacciargli altrui,

Io nondimen questa dolcezza breve

Mi terrò in seno, e del tuo finto amore

Sol questi arrecherò contenti e gioie.

Tu perfido Giason spingesti in Colco

La mal sicura, e mal avezza nave

A solcar l'onde, e temerario entrasti

Ne' miei sì ricchi e fortunati regni:

Dove io ti fui quel ch'in Corinto è stata

La tua nuova consorte, e tale aveva

Padre possente, e di dominio altiero,

Qual ella s'abbia, e di ricchezze, e d'oro

Non men carco di lui: egli sol cinge

Quella città che tra l'indico mare

E l'onde dell'Egeo s'attuffa e chiude,

E lo mio genitore abbraccia intorno

Quanto da la man manca il Ponto inonda,

Fino al nevoso Scita. Egli cortese

Accolse dentro al suo beato regno

Voi greci altieri, e di lignaggio illustri,

E quale a voi era dovuto onore,

Seder vi fe' sopra i dipinti letti

Per dar riposo ai travagliati corpi,

Ch'erano omai dal gran viaggio stanchi.

Allor ti vidi, e cominciai allora

A conoscer Giason: quel giorno, ahi lassa,

Fu la prima cagion ch'andasse a terra

L'alma, l'onor, la libertade, e 'l nome;

Perché come io ti vidi, oh come m'arsi,

Oh con quai fiamme il miser petto accesi,

Che tale ardea qual face ardente suole

Arder dinanzi a' sacrosanti altari

Del sommo Giove: e m'infiammai perch'io

Giudicai belle e le sembianze e 'l volto,

Perché mi conducea mio rio destino,

Perché de' lumi tuoi la grazia e 'l bello

Avevan tolto agli occhi miei la luce,

Né volger gli potea se non dove era

Il mio sol, la mia gioia, e la mia vita.

E tu ben t'accorgesti, ahi lassa, ch'io

Al girar gli occhi, al variar del viso

Era accesa di te, che mal si puote

Agli occhi altrui celar cocente amore;

E chi nasconder puote ardente fiamma

S'ella col proprio ardor se stessa mostra?

In questa il padre mio narrato aveva

Quai dovevi soffrir fatiche gravi:

Come dovevi ai non usati gioghi

Piegar de' tori i non domati colli,

Ch'eran sacrati a Marte, et oltra l'uso

De l'arme natural crudeli e fieri,

Perché l'alito loro era di fuoco,

E i piedi e 'l naso avean di duro rame,

Fatto dal fumo e dal lor fiato negro.

E come sparger poi dovevi i denti

Del gran dragon, del valoroso Cadmo

Nei larghi campi, ed all'aratro aversi,

Di cui sorger dovea l'iniqua messe

Al suo seminator nimica, e cruda:

E questa esser dovea la speme, e 'l frutto

Del gran cultor de l'incantato seme.

Seguiva poi de le fatiche immense

Di periglio maggior l'ultima impresa,

D'addormentar la vigilante serpe,

Gli occhi di cui non san che cosa è sonno.

Onde voi tutti impauriti e mesti

Vi levaste da mensa, e bianchi in volto

Vi steste e cheti, e con tremante core.

Oh come t'era allor lontan da l'alma

Creusa, e sua beltà, la dote, e 'l regno

Del gran Creonte! anzi doglioso in vista

D'indi partisti; et io d'amore e pietà

Pallida in volto, di spavento piena,

Con gli occhi ti seguii bagnati e molli,

E con tremante, e con sommessa voce

Dissi: o mio bene, o mio Giasone, a Dio.

Ma tosto, oimè, che d'amoroso ardore

E di piaga crudel ferita ed arsa

M'entrai nel letto, e disfogare il duolo

Potei col pianto, e lagrimar tua sorte,

Tanto fu lungo il lagrimare amaro,

Quanto fu lunga l'ombra: e inanzi agli occhi

Aveva i tori, e le nefande biade,

E l'angue rio, ne le cui luci il sonno

Non have albergo, e mi spronava quindi

E pietade ed amore, e quinci, ahi lassa,

Riverenza e timor tirava il freno:

Ma tanto più crescea la fiamma e 'l foco,

Quanto si fea maggior la tema e 'l danno.

Già la bell'Alba, incoronata il crine

Di rose, e d'amaranti, e di viole,

Uscia di grembo al vecchiarel Titone,

Quando da gran pietà sferzata e punta,

Mia sorella s'entrò là dove io sola

Misera mi giaceva, e truova ch'io

Di pianto il letto avea bagnato intorno,

E chiede ch'io la mia grand'arte adopri

In soccorso de' greci: ahi lassa, ch'ella

Chiese il ben vostro, e ne vedrà 'l mio male!

Io, che perduta, innamorata, e cieca,

Via più bramava e tua salute e vita

Che mia vita e salute, al greco amante,

All'ingrato Giason, quant'ella chiede,

Folle, concedo, e m'apparecchio all'opra.

E dentro al bosco sacro, ove le frondi

De' pini son così ristrette insieme

Che v'entra a pena il sol, dove il gran tempio

De la casta Diana è posto, in cui

Di lei si vede il simulacro d'oro

(Non so s'ancor quei riverendi luoghi

Post'hai meco in oblio), venimmo insieme,

Ove con falsa, e con mendace lingua,

Di frode sempre e tradimenti piena,

Mandasti fuor queste parole accorte:

– Mia stella, e mia fortuna, o bella, e casta

Giovine e santa, e di bontade essempio,

Ha posto in te di mia salute il fine,

E dentro a la tua destra ha chiuso il cielo

Mia vita e morte; et a signor cortese

Basta poter di trar di vita altrui.

Ma s'io la tua mercé mi resto in vita,

Ti fia gloria maggior ch'avere ucciso

Chi potendo salvar guidasti a morte.

Io mi t'inchino, e te ne prego umile

Per quei nostri perigli, e per quei mali

Che tu sola da noi rivolger puoi,

E pel grand'avo tuo, che 'l mondo alluma,

E col bell'occhio suo discerne il tutto,

Per i tre volti di Diana, o s'altri

Son appresso di voi celesti divi:

O pudica e gentil vergine, e bella,

Miserere di me, pietà ti prenda

Di questi altri miei fidi amici e cari,

E fa' che merto tal m'annodi il core,

Che Giason sempre sia tuo servo fido.

E se forse non hai, vergine, a schivo

Un greco sposo, un peregrino amante,

Io sosterrei qual più spietata morte

(Ma d'onde avrei già mai stella sì pia,

Ciel sì cortese, e sì cortesi dii?)

Prima ch'altrui legarmi, e prima ch'io

Altra per te cangiassi amata donna;

E Giuno invoco in testimon del vero,

E quella dea nel cui gran tempio siamo –.

Queste fur le parole, e queste l'arti

Che meco usasti, e di fanciulla amante

L'alma piegaro, e 'l semplicetto core:

Ond'io chinando i vergognosi lumi,

Non men d'amor che di pietà compunta,

Per pegno di mia fé, tremando, questa

Misera destra a la tua destra aggiunsi,

E vidi lagrimarti: oimè, puossi egli

Nasconder entro agli amorosi pianti

Inganni e frode? ond'io da questi lacci

Vergin fui presa, ed il pensiero ardente

Inamorata a tua salute intesi;

E feci sì ch'i sempre ardenti tori

Piegaro umili al non usato giogo

L'altiere fronti ed i superbi colli,

Sì ch'agevol ti fu la dura terra

Fender col ferro, e con l'aratro aprirla,

E spargervi entro i velenosi denti,

Di cui sorse l'iniqua e acerba messe

Ch'armata nacque, ed al tuo danno intenta:

E sì del sangue tuo gli vidi ingordi,

Ch'io che t'avea contra lor forza armato,

Pallida femmi, e mi sedei dubbiosa,

Finch'io gli scorsi, o miserabil caso,

In fra lor stessi insanguinar le spade.

Ecco poscia il dragon, che mai non dorme,

Che facendo sonar l'orrende squamme

E pien d'empio venen, versando fore

Per la lingua e per gli occhi ardente foco,

Venia fischiando, e si vedeva in terra

Del senoso suo ventre impressa l'orma.

Ove era allora, ahi scelerato greco,

La ricca dote? ed in qual parte aveva

Del tuo pensier la real moglie il seggio?

Ove era allor l'alta Corinto, e bella,

Che da l'Ionio mar l'Egeo divide?

Io son colei, io son colei che chiusi

I sempre desti, e fiammeggianti lumi

De l'angue crudo all'incantato sonno;

Io son colei che fei sicuro averti

Le spoglie d'oro, e ch'or son fatta vile

Al mio Giasone, e peregrina e strana,

Barbara, infame, e scelerata maga,

Povera, ignuda, e d'ogni bene inerme.

Io per seguirti ancor tradi' mio padre,

La dolce patria, e lo mio regno insieme.

E per seguirti, ahi folle amante, posi

Tutto in oblio, e sopportai ch'ogni altra

Dolcezza e ben da me sbandito fosse.

Ahimè! ch'ancor mia pudicizia santa

E mia virginità, di greco amante,

E peregrin ladron, lassa, fu preda,

E mia dolce sorella, e dolce madre

Abbandonai sol per venirte appresso.

Ma non lasciai già te fuggendo indietro,

Fratel mio caro: ahimè! che 'l fallo infame

E la mia crudeltà tremar mi face,

Né mi lascia narrar lo scempio rio

La paurosa mia tremante lingua

Ch'irata fei di te, né dire ardisce

Quel ch'ebbe ardir di far mia destra iniqua.

Ahimè, ch'anch'io dovea, ma teco insieme,

Esser, empio Giason, squarciata, e teco

Ir de' mostri marini orrendi in preda!

E non temei (ma che temer dovea

Dopo la brutta impresa?) entrar nell'onde,

E commettermi al mar timida e donna,

E del mio sangue insanguinata e lorda.

U' sono i Numi, e gli oltraggiati Dii?

Perché, lassa, perché nel mezzo a l'acque

L'ira del ciel non scese, e non patimmo

Tu di tua fraude, io di mia fé, le pene?

Fusse piaciuto al ciel che chiusi insieme

Si fosser quegli scogli, i quai talora,

Quant'alcun crede, ad affrontar si vanno,

Onde, la lor mercé, fosser mai sempre

State quest'ossa a le tue ossa aggiunte;

O la rapace Scilla insieme avesse

Fattine cibo de' suoi cani orrendi

(E doveva ella agli amatori ingrati

Nuocere irata), o pur n'avesse l'empia,

Implacabil Cariddi, il cui gran ventre

Or l'onde inghiotte, or le rigetta al lido,

Là nel mar sicilian sommersi insieme!

Tu, mia mercé, vittorioso, e vivo

Ti tornasti in Tessaglia, e ricco e lieto

Al maggior tempio i bei dorati velli

Del montone appendesti: e debbo mai

Lo scempio raccontar, che per mia colpa,

Sol per gradir il mio signor crudele,

Di Pelia fer le semplicette figlie

Del vecchio padre, a cui credendo indietro

I begli anni tornar per mia virtute,

Del sangue suo s'insanguinar le mani?

E bench'ognun me ne biasmasse sempre,

Tu mi debbi lodar, poi ch'io son stata

Tante volte per te crudele e fera.

E poscia avesti ardir (oh, che al mio giusto

Dolor sua voce manca, e sue parole!)

Avesti ardir di dirmi: esciti quindi,

Esci quindi, Medea, tornati in Colco?

Così da te sforzata, io me n'andai

Dal duolo accompagnata, e da duoi figli.

Ma bene allora, ahi sfortunata donna,

Tremommi il core, e impallidimmi il volto,

Ch'a l'orecchie mi venne il suono, e 'l verso

Che chiamava Imeneo, e vidi accese

Le faci maritali, e i dolci accenti

Temprare al suon de le soavi avene,

Più meste a me tua discacciata moglie

Che tromba funeral: ch'io non credea

Così tosto vedere opra sì brutta,

E pel gran duol mi s'agghiacciava il core.

Già più s'avicinava il canto e 'l grido

De l'umil plebe, e de lo sciocco vulgo,

Che risonar facea d'intorno intorno

Il nome d'Imeneo, e dicea spesso:

Vienne, santo Imeneo; e quanto il suono

S'avicinava più, più dentro all'alma

Si faceva maggior mia doglia grave.

I mesti servi miei nei manti ascosi

Mi celavan le lagrime: e chi mai

Esser stato vorria messaggio infausto

Di tanto male, e di sì ria novella?

Ben m'era il meglio il non sapere il vero,

Ma come se 'l sapessi, era mia mente

Dal timor travagliata e da sospetto;

Né seppi il ver per fin che fuor non venne

Mio minor figlio, e d'in su l'uscio disse:

Correte a rimirar, mia madre, tosto

Il mio padre Giason, che 'n vesta d'oro

Il carro trionfale in giro mena.

Il che subito inteso, ardendo il core

Di rabbia e gelosia, squarciati i panni,

Percossi il petto, e disperata il volto

Con l'unghie offesi, e nel pensier mi nacque

Desio d'entrar ne la gioconda schiera

Di quelle turbe, e da l'ornate chiome

Trar le ghirlande e gli intrecciati fiori,

E sdegnosa calcar ginestre e gigli;

E da l'ira sospinta e dal furore

Poco mancò, che 'nsanguinata il volto,

Così negletta e scapigliata, a guisa

Di stolta donna, io non gridassi allora,

Giasone è mio, e ti togliessi a lei.

Rallegrati or, mio dispregiato padre,

Rallegrati or, mio disamato regno,

E voi del mio fratello ombre immortali,

Prendetevi or queste mie pene acerbe,

Che purgheranno i vostri oltraggi, e fieno

De l'offese crudei vendette giuste.

Lassa! che fuor del mio reale albergo,

Lunge dal padre mio, vedova e vile

Cacciata son dal mio crudel consorte,

Che più che 'l regno mio, più che mio padre,

Più che mio frate amai, anzi ei sol m'era

Padre, regno, fratello, albergo, e sposo.

Io, che piegar potetti al giogo umile

De' salvatichi tori i colli altieri,

E mal suo grado addormentare un drago,

Non ho potuto, oimè, mettere il freno

Ad un uom solo? io che smorzar potei

Le fiamme altrui con le parole maghe,

Non ho valor del misero petto fore

Trarne 'l mio foco? ahimè! ch'al maggior uopo

Mi lascian l'erbe, e la virtute, e l'arte,

Né mi giova invocar, né porger voti

A la gran dea del tenebroso centro;

Né benigna mi fan l'umida luna

Gli sparsi incensi, e i sacrifici umili;

Né giorno ho lieto, e ne le amare notti

Misera veglio, e ne' miei lumi afflitti

Più non alberga omai placido sonno:

Ed io, che l'angue addormentar potei,

Non ho valor d'addormentar me stessa.

Et a ciascun più ch'a me stessa giova

La mia virtute; e quelle belle membra,

Ch'io liberai nel periglioso assalto

Da le fiamme, da' ferri, e dal veleno,

Vil meritrice or le si stringe e gode,

E del bel seme mio coglie ella il frutto.

Ahimè! che forse ancor, mentre t'ingegni

Gradir tua stolta, e temeraria moglie,

E dirle cose onde sua grazia acquisti,

Mie bellezze le biasmi, e i miei costumi,

Ond'ella rida, e le si prenda in giuoco.

Ridasi pur, e se ne giaccia altiera

Ne la seta e ne l'or, che forse un giorno

Verserà più di me lagrime e pianti,

E nel suo proprio ardore arsa e distrutta

Sentirà più di me tormento e foco:

E mentre arderà 'l foco, e l'erbe avranno

Veneno in loro, e pungeranno i ferri,

Non sarà di Medea nimico alcuno

Ch'ella si lasci invendicato indietro.

Ma se le preci mie, se queste voci

Hanno valor d'intenerirti il core,

Ascolta i pianti, e gli amorosi preghi,

Che tutta umile, e di mia mente altiera

Molto minori, o mio Giason, ti porgo.

Perch'io ti prego, e supplicando inchino,

Come tu spesso mi pregasti umile

E riverente m'inchinasti allora

Che 'l mio soccorso addomandavi contra

Ai tori, all'angue, ed all'armata messe,

Né pigra son di mi gittarti ai piedi.

Ma s'io ti son già diventata vile,

Ed hai mie preci, e mie parole a schivo,

Riguarda i nostri figli, e quanto cruda

Sarà contra di lor l'empia matrigna.

E' ti sembran sì ben, ch'ogni mia gioia

È posta nel veder tua bella imago

Ne le sembianze loro, e quante volte

Io volgo in quei miei dispregiati lumi,

Tante verso dai lumi acerbi pianti.

Io ti prego, o Giason, per quegli eterni

Numi divini, e per l'ardente, e chiara

Maggior fiamma del ciel, duce del giorno,

Per quell'immenso et infinito merto

Che ti costrinse a diventarmi sposo,

Che tu ritorni mio: renditi omai,

Renditi a me, per cui, misera e stolta,

Tant'impero lasciai, tant'alto seggio,

Tanto tesoro, e tante amate cose.

Degnati a te chiamarmi, e dammi aita,

E fa' che 'l tuo chiamar d'effetto abonde,

Di pietade, e d'amor, fermezza, e fede.

Io non ti chiamo acciò ch'armato al campo

Venga di nuovo a soggiogare i tori,

O seminare il maladetto seme,

O che la serpe addormentata e vinta

Ti dia sicuro al bel monton il varco:

Te chieggio sol, che mi ti desti in prima,

Te chieggio sol, cui meritai, per cui

Madre son or di così bella prole.

Tu cerchi forse, e mi domandi dove

Mia dote sia? io la ti diedi, ahi lassa,

Sopra il duro terren, sopra quel campo,

Che per aver le belle spoglie d'oro

Dovevi arar; quei bei dorati velli

Fur la mia dote, e s'io la chieggio indietro,

Non la vorrai tornare: ahi greco infido,

La conservata tua salute, e vita,

La vita ancor de' giovenetti greci,

Fu la mia dote: or paragona a queste,

Temerario e crudel, l'ampie ricchezze

Del gran Creonte, e di Creusa il viso.

Et è mio don che tu mi sia scortese,

Che tu sia vivo, e di sì bella sposa,

E di suocero tal ten vada altiero.

Io ben vi punirò; ma che bisogna

Il supplicio predirvi? Io ben conosco

Che la rabbia e 'l furor, lo sdegno e l'ira

Le madri son de le minaccie crude:

E farò quel che detterammi insieme

L'ira e 'l dolore; e tal vendetta attendo,

Che vedendo di voi scempio sì rio,

De la mia crudeltà, del vostro strazio

Forse mi pentirò: ma segua pure

Il mio dolor mio pentimento e pianto,

Ch'io mi doglio, e mi pento, e piango insieme

D'aver salvato al mio marito infido

L'indegna vita; e quel superno dio

Che di sdegnosa fiamma il cor m'accende

Sia testimon de la mia mente acerba,

La qual dentro a se stessa empia e crudele

Imaginando va martir più grave

Di quel che non sapria mia lingua dire.