MEGARA MOGLIE D'ERCOLE

By Giacomo Leopardi

Deh, cara madre mia, perchè piangendo

Ti consumi così? perchè non serbi

Il vermiglio di pria nelle tue guance?

Perchè tanto ti crucci? Ah piangi forse

Gl'immensi mali, a cui vil uom soggetta,

Qual cerbiatto un lione, il tuo gran figlio?

Misera me! perchè mi fero i numi

Sì sventurata e trista? e al nascer mio

Perchè splendè lugubre astro sì crudo?

Ahimè! dacchè nel talamo m'accolse

Quell'uom, che non ha taccia, io l'onorai

Come le mie pupille, e l'amo ancora,

E l'onoro di cuor. Ma più di lui

Misero tra i viventi alcun non v'ebbe:

Non fuvvi alcun che tanti mali, e tanti

Disastri immaginasse. Egli coll'arco,

Che diegli Apollo istesso, e colle frecce,

Ch'ebbe da qualche Parca, o da una Furia,

Padre infelice i propri figli uccise,

E ne divelse il caro spirto, e poi

Pien di furor, di stragi empiè la casa,

Di spavento e di lutto. Io vidi, io stessa

Cogli occhi miei que' tenerelli figli

Dal padre lor trafitti. Orrendo caso,

Che in mente a niun verria nemmeno in sogno!

Li vidi, e gli udii pur, che spesse volte

Chiamàr la mamma con pietose grida,

Ma loro io non potea recar soccorso,

E il mal vicin più non avea riparo.

Come augel piange i moribondi figli,

Che ancor pulcini un orrido serpente

Divorando si va tra folte frasche:

Svolazza intorno a lor la madre amante

E con strida acutissime si lagna;

Al figliuolin vorria farsi dappresso,

Ma timor la rattien del crudo mostro:

Madre infelice io pur così, piangendo

Con furioso piè scorrea la casa.

E oh fossi morta anch'io co' figli, e il core

Punto m'avesse un venenato strale.

Deh, perchè tu, che sulle donne imperi,

Cintia, perchè nol festi? Allor dolenti

Colle lor mani i genitori amati

Non senza onor posti ci avriano insieme

Sopra un sol rogo, e in urna d'oro accolte

L'ossa nostre in quel luogo avrian riposte,

Donde tutti nascemmo. Or essi in Tebe

Di cavalli nutrice hanno l'albergo,

E dell'aonio campo aran le zolle.

Nella città di Giuno io qui dimoro,

Nella steril Tirinto, e il cuore oppresso

Da immensi affanni ho sempre ad una guisa,

Nè vidi, nè vedrò tregua del pianto.

Per poco tempo il mio marito ho in casa,

Che l'attendono ognor gravi travagli

Ed in terra ed in mar. Lo spirto immoto

Certo di sasso egli ha, di ferro il petto.

Or tu le notti e i dì, quanti ne dona

Giove, com'acqua ognor ti struggi in pianto.

E nessun altro de' parenti è presto

A confortarmi, chè fra queste mura

Essi non han ricetto e albergan tutti

Oltre l'Istmo pinoso. Io qui non veggo

Alcuno, a cui mi volga, onde sollievo

Abbiane il mio dolor. Sola ritrovo

Pirra sorella mia. Ma questa ancora

Per Ificle suo sposo, e figlio tuo,

Troppo ha di che dolersi. Ah certo io credo

Ch'uom più misero il mondo alcun non abbia

Di que' due figli tuoi, che ad un mortale

Partoristi, e ad un Dio. Sì disse, e tacque

Megara, e intanto fuor delle palpebre

Spargea sul molle sen stille di pianto,

Che tacite scorrean del mel più vaghe,

Poichè gli estinti figli ed i lontani

Parenti rammentava. Alcmena anch'essa

Molli di pianto fea le bianche gote,

Trasse un sospir dal petto, e in savi accenti

Così la nuora a confortar si volse.

O veramente misera in tua prole,

Che mai ti venne in mente? e perchè vuoi

Che ci turbiamo insiem, membrando i danni

Che certo or non piangiam la prima volta?

Non basta il mal, che in ogni dì ci è sopra

A farci tristi? E ben di pianger vago

Saria chi ad uno ad un contar volesse

Tutti i disastri suoi. Su, ti conforta

Chè non ci fur poi tanto avversi i numi.

Pur sempre ti vegg'io dal peso oppressa

Di mille affanni: e ben ti scuso, o figlia,

Che c'è noia talor la gioia ancora.

Quanto, o cara mi duol che a parte sia

Del mal che grave a noi pende sul capo!

A Proserpina io giuro, e alla velata

Cerere, a cui, se orribili sventure

Incontrar vuol, faccia spergiuri in prova

Chi c'è nemico, che al mio cor sei cara

Come se uscita dal mio sen, qui fossi

Or verginella ultima figlia in casa.

Nè credo io già che tu l'ignori. Or dunque,

Cara figliuola mia, deh non mi dire

Che di te non ho cura. E benchè forse

Più mi lamenti ancor dell'infelice

Niobe dal bel crin, degna di scusa

Non è madre, che piange un figlio oppresso,

Da travagli e da guai? ben dieci mesi

Pria di vederlo io lo portai nel grembo

E n'ebbi gravi doglie, e quasi a Pluto

N'andai per sua cagion. Tanto costommi

Il partorirlo. Or volto a nuova impresa

Solo partì, nè so, misera madre,

Se ritornato da lontane terre,

Più rivedrollo, e stringerollo al seno.

Ancor nel dolce sonno un tristo sogno

Venne a turbarmi, e temo assai ch'ai figli

La vision minacci un qualche danno.

Sembrommi Ercole mio con man robusta

Trattar sull'orlo d'un fiorito campo

Ben fabbricata zappa, e quasi fosse

Là tratto per mercè, scavar gran fossa.

Nudo era tutto, nè gabbano, o giubba

Avea che il ricoprisse. Or poichè giunto

Fu del lavoro al fine, ed ebbe fatto

A quella vigna un valido riparo,

Ficcò la zappa in rilevato luogo,

E le sue vesti, che lì presso aveva,

Era per indossar, quando ad un tratto

Uscito fuor della profonda fossa,

Vennegli intorno un instancabil fuoco,

E lampeggiando se gli avvolse al corpo.

E sempre addietro si traeva, e infine

Con i veloci piè si volse in fuga,

Che di Vulcan temea l'orrendo sdegno.

Ognor d'innanzi a sè di scudo in guisa

Movea la zappa, e si guardava intorno,

Perchè nol sorprendesse il fiero incendio.

Parvemi allor che coraggioso Ificle

Corresse a dargli aiuto: ahimè! che giunto

Ancor non era, e sdrucciolando, al suolo

Di botto stramazzò, nè più rizzosi,

Ma immobil si giacea, qual debol vecchio,

Cui suo malgrado a stramazzar costringe

La grave inferma etade. Ei fitto al suolo

Giace, finchè qualcun di là passando,

A rilevarlo non gli porga il braccio,

Mosso a timor dalla canuta barba,

Che vendetta su lui dal ciel trarrebbe.

Tal si volgeva in terra Ificle, il forte

Scotitor dello scudo, ed io frattanto

Piangea, che i figli miei vedea smarriti,

Finchè partito il sonno, i lumi aprii,

Allor che l'alba luccicava in cielo.

Tutta la notte questi sogni, o cara,

La mente mi turbàr. Deh vadan essi

Da noi lontano ad Euristeo sul capo;

E sia profeta il mio desir, nè vano

Per avverso destin lo renda il cielo.