MEMORIE DEL PRESBITERO

By Emilio Praga

I bei giorni trascorsi al presbitero!

O mio santo curato

che al giovinetto amico

schiudesti il dolce asilo intemerato

e l'animo pudico,

benché or lungi da me tu sia sepolto,

ti parlo ancora, e ti riveggo in volto.

Ecco il canuto crine, e il mite sguardo!

Oh, l'orto ecco, e la oscura

stanzetta della sera,

ove lasciai partendo una pittura;

ecco la croce nera,

e i santi scarni appesi alla parete,

taciti amici del solingo prete.

O settantenne fante — zoppicante

nella queta dimora,

certo, tanto l'amavi,

sei morta seco per servirlo ancora:

senti, io scordai soavi

faccie di giovinette innamorate,

ma le tue rughe, no, non le ho scordate!

Quand'io tornava a sera, e il vecchierello

parlava al suo breviario,

tu, per darmi la cena,

riponevi in un angolo il rosario;

egli, finito appena,

tutto ridente mi sedeva accanto,

e mi diceva: “T'ho aspettato tanto!”.

I poverelli che venivan spesso

m'amavano anche loro

perché il pastor m'amava,

e, nei dintorni, il mio mesto lavoro

agli astri si portava,

perché un giorno avean visto in sul sagrato

chino a osservarlo il tremulo curato.

Io che non amo i preti, io piango ancora,

a quel vecchio pensando

che vivea di vangelo;

d'un volo il benedetto animo blando

andò a posarsi in cielo,

e il vescovo narrò ch'egli è perduto

perché cantava il dì dello Statuto.

Se cantava! Lo vidi affaccendato

i vessilli a intrecciare,

mentre, insieme alla fante,

io l'aiutava ad allestir l'altare;

come officiò esultante,

come pura la voce al ciel s'ergea,

e più bella del solito parea!

— Povero amico, addio... quel mazzolino

ho ancor, che mi donasti

quando da te partìa...

Di questi fior che tanto in terra amasti

la tua borgata pia

ti orni la fossa, e nel tempo lontano

mesto ancor li coltivi il terrazzano!