MEMORIE SPARSE

By Niccolò Tommaseo

Dammi l'anima tua. Queste beate

splendide forme che gentil passaggio

fan d'una in altra, come all'aura estiva

biancheggiando ricresce onda sovr'onda,

sono intoppo a' miei sguardi. E non la forte

voluttà che, com'angue in mezzo al verde,

d'ogni parte di te guizza e si snoda,

né 'l crin, largo sugli omeri scorrente,

né 'l fremer della vita che s'affretta

per vanire in un bacio e in un amplesso,

cerco, misera, in te. Come fanciullo

che il vago arnese, onde gli vien diletto,

spiar desìa negli spezzati ordigni;

così l'intima mente e la bellezza

del giovanetto tuo spirito arcana,

e le piaghe celate, e quante mai

fûr vite in te morte, rinate, o miste,

tutto saper chiegg'io. Candida un giorno

eri così 'l pensier come la fronte;

e queste chiome che dell'arte fuggono,

lussuriando, i nodi, erano allora

di non tocca ghirlanda incoronate.

L'ore correvano

in variata danza

alla tua gioia ancelle.

Teco sedevano,

di vergine speranza

liete, le tue sorelle.

D'amor non anco

premean le punte assidue

nel cor di già piagato,

come nel fianco

d'egro destriero il pungolo

di cavaliere armato.

E ancor sei bella. Ancor nel tuo segreto

siede il dolor ch'è di virtù consorte:

e d'altre gioie i memori desiri,

e l'angel del rimorso e dell'amore

parlan là entro. Oh! le presenti noie

dimmi, e i deliri andati: ad uno ad uno

contami i passi della lunga via,

lunga sì che Dio solo è che l'abbracci

in un concetto. Più che l'ultim'astro,

che l'alte solitudini consola,

corre lontan dalla terrena valle,

lontano il tuo pensiero è da se stesso.

Pur dinne alcuna parte. Il cuore arcano

aprimi, e al tocco della man pietosa

risponderan le viscere profonde

d'amarissima colpa inebriate.

Povero fior, quant'impeto

di pioggia e di tempesta,

sulla tua china testa

quanto dolor passò!

Lassa, d'amar, di piangere,

la forza, il so, ti manca:

del vivere sei stanca

e del gioir, lo so.

Vieni: e il languido tuo capo riposa

sulle ginocchia mie. Molti soffersi

celati affanni; e i non sofferti ancora

di comprender m'è dato, e i tuoi comprendo.

Come a me, lassa, i tuoi, così parlaro

a te gli sguardi miei. Forse che Iddio

vorrà, pietoso della mia pietade,

camparti alla rovina delle afflitte

che vanno del piacer sulla muggente

onda languidamente abbandonate.

Poiché sì frale

volle il candore

di tua beltà,

spero, immortale

il tuo dolore

Dio non vorrà.

In questo esilio

forse non mai

più ti vedrò:

ma nella patria

m'incontrerai,

teco vivrò.

Quivi ci aspetta

schiera infinita

cui la bellezza

fu lungo error.

O giovanetta!

ivi è la vita,

ivi l'ebbrezza

vera d'amor.

Deh, chi mi dà raccorre in questo breve

petto la piena degli altrui dolori,

e di prece lenirli e di possenti

lacrimate parole? Ahi troppo avara

è l'umana pietate ai muti affanni

delle figlie d'Adamo! Ahi quante fiamme

spente nel dubbio amaro, e nell'insano

desìo di gioie che non dà la terra,

ch'agili e schive nel pensiero immenso

volano, annunzio di ben'altra vita!

Molte vid'io novelle pellegrine,

cui l'ali verginette venner meno,

cader dall'alto nel cedevol fango,

e affondar disperate. E molte a cui

più gran tratto di ciel s'aprìa nel volo,

nelle terrene immagini cercando

ir l'eterea bellezza, e veder quelle

lieve lieve appressarsi e poi fuggire,

e piangerne la fuga, e col pensiero

ritentarle, e morir nei vani amplessi,

di lunghissimo amore estenuate.

Del primo amore

dall'ardue cime

discendi, o misera:

ti sia terrore

la tua sublime

credulità.

Vivrai felice

più che non speri

se la fantasima

posseditrice

de' tuoi pensieri

con false immagini

i piacer' veri

non turberà.

Ma chi ne' tuoi dolor' s'attrista e pensa,

o donna, i cui dolor' solo comprese

chi gli umani dolor' tutti sentìo?

Chi l'adultera piange? In ira o a scherno

l'ha il mondo: e pur Colui che dritto estima

gli umani error', la difendea da' vili,

e salva la mandava, e ricreata

di benigne parole. Oh non assai

pena alle afflitte è soffogar la gioia,

premer l'ambascia, vergognar d'un guardo

e d'un silenzio, e dell'amor de' suoi,

e di se stesse; e trepidar per due,

e dubitar di tutti; e morte e oblio

chieder sempre, e temer non Dio le ascolti,

e a sogno atroce aver simili i giorni,

e d'inferno le notti; e rimembrando

rabbrividir d'amore, e riversarsi

sovra il memore letto, inconsolate?

Ma di troppi dolor', buon Dio, contrita

hai la deserta che le mie sventure

e i miei delirii in sul suo capo accolse.

Oh sconosciuta al mondo, a che la fronte

chini al suol, conturbata? In Dio rimira,

e in lui di me, lontano, avviserai

il mesto aspetto. In lui fa' ch'i' ti vegga,

non di crude memorie sanguinante,

ma, quasi pianta che la queta stilla

del ciel riceve nelle chine fronde,

mite di lunga speme, e le pupille

di quieto dolore irradiate.

Tu piaga immedicabile

gemi ne' miei pensieri:

tu le mie doglie temperi,

e attoschi i miei piaceri.

Piene di te le tenebre,

pieno il pregar di te.

Or mesta luna e pallida,

or importuno sole,

dentro mi splendi; e pensano

in me le tue parole.

Ahi tu se' morta, o misera,

e la tua vita è in me.