MEMORIE SPARSE
Dammi l'anima tua. Queste beate
splendide forme che gentil passaggio
fan d'una in altra, come all'aura estiva
biancheggiando ricresce onda sovr'onda,
sono intoppo a' miei sguardi. E non la forte
voluttà che, com'angue in mezzo al verde,
d'ogni parte di te guizza e si snoda,
né 'l crin, largo sugli omeri scorrente,
né 'l fremer della vita che s'affretta
per vanire in un bacio e in un amplesso,
cerco, misera, in te. Come fanciullo
che il vago arnese, onde gli vien diletto,
spiar desìa negli spezzati ordigni;
così l'intima mente e la bellezza
del giovanetto tuo spirito arcana,
e le piaghe celate, e quante mai
fûr vite in te morte, rinate, o miste,
tutto saper chiegg'io. Candida un giorno
eri così 'l pensier come la fronte;
e queste chiome che dell'arte fuggono,
lussuriando, i nodi, erano allora
di non tocca ghirlanda incoronate.
L'ore correvano
in variata danza
alla tua gioia ancelle.
Teco sedevano,
di vergine speranza
liete, le tue sorelle.
D'amor non anco
premean le punte assidue
nel cor di già piagato,
come nel fianco
d'egro destriero il pungolo
di cavaliere armato.
E ancor sei bella. Ancor nel tuo segreto
siede il dolor ch'è di virtù consorte:
e d'altre gioie i memori desiri,
e l'angel del rimorso e dell'amore
parlan là entro. Oh! le presenti noie
dimmi, e i deliri andati: ad uno ad uno
contami i passi della lunga via,
lunga sì che Dio solo è che l'abbracci
in un concetto. Più che l'ultim'astro,
che l'alte solitudini consola,
corre lontan dalla terrena valle,
lontano il tuo pensiero è da se stesso.
Pur dinne alcuna parte. Il cuore arcano
aprimi, e al tocco della man pietosa
risponderan le viscere profonde
d'amarissima colpa inebriate.
Povero fior, quant'impeto
di pioggia e di tempesta,
sulla tua china testa
quanto dolor passò!
Lassa, d'amar, di piangere,
la forza, il so, ti manca:
del vivere sei stanca
e del gioir, lo so.
Vieni: e il languido tuo capo riposa
sulle ginocchia mie. Molti soffersi
celati affanni; e i non sofferti ancora
di comprender m'è dato, e i tuoi comprendo.
Come a me, lassa, i tuoi, così parlaro
a te gli sguardi miei. Forse che Iddio
vorrà, pietoso della mia pietade,
camparti alla rovina delle afflitte
che vanno del piacer sulla muggente
onda languidamente abbandonate.
Poiché sì frale
volle il candore
di tua beltà,
spero, immortale
il tuo dolore
Dio non vorrà.
In questo esilio
forse non mai
più ti vedrò:
ma nella patria
m'incontrerai,
teco vivrò.
Quivi ci aspetta
schiera infinita
cui la bellezza
fu lungo error.
O giovanetta!
ivi è la vita,
ivi l'ebbrezza
vera d'amor.
Deh, chi mi dà raccorre in questo breve
petto la piena degli altrui dolori,
e di prece lenirli e di possenti
lacrimate parole? Ahi troppo avara
è l'umana pietate ai muti affanni
delle figlie d'Adamo! Ahi quante fiamme
spente nel dubbio amaro, e nell'insano
desìo di gioie che non dà la terra,
ch'agili e schive nel pensiero immenso
volano, annunzio di ben'altra vita!
Molte vid'io novelle pellegrine,
cui l'ali verginette venner meno,
cader dall'alto nel cedevol fango,
e affondar disperate. E molte a cui
più gran tratto di ciel s'aprìa nel volo,
nelle terrene immagini cercando
ir l'eterea bellezza, e veder quelle
lieve lieve appressarsi e poi fuggire,
e piangerne la fuga, e col pensiero
ritentarle, e morir nei vani amplessi,
di lunghissimo amore estenuate.
Del primo amore
dall'ardue cime
discendi, o misera:
ti sia terrore
la tua sublime
credulità.
Vivrai felice
più che non speri
se la fantasima
posseditrice
de' tuoi pensieri
con false immagini
i piacer' veri
non turberà.
Ma chi ne' tuoi dolor' s'attrista e pensa,
o donna, i cui dolor' solo comprese
chi gli umani dolor' tutti sentìo?
Chi l'adultera piange? In ira o a scherno
l'ha il mondo: e pur Colui che dritto estima
gli umani error', la difendea da' vili,
e salva la mandava, e ricreata
di benigne parole. Oh non assai
pena alle afflitte è soffogar la gioia,
premer l'ambascia, vergognar d'un guardo
e d'un silenzio, e dell'amor de' suoi,
e di se stesse; e trepidar per due,
e dubitar di tutti; e morte e oblio
chieder sempre, e temer non Dio le ascolti,
e a sogno atroce aver simili i giorni,
e d'inferno le notti; e rimembrando
rabbrividir d'amore, e riversarsi
sovra il memore letto, inconsolate?
Ma di troppi dolor', buon Dio, contrita
hai la deserta che le mie sventure
e i miei delirii in sul suo capo accolse.
Oh sconosciuta al mondo, a che la fronte
chini al suol, conturbata? In Dio rimira,
e in lui di me, lontano, avviserai
il mesto aspetto. In lui fa' ch'i' ti vegga,
non di crude memorie sanguinante,
ma, quasi pianta che la queta stilla
del ciel riceve nelle chine fronde,
mite di lunga speme, e le pupille
di quieto dolore irradiate.
Tu piaga immedicabile
gemi ne' miei pensieri:
tu le mie doglie temperi,
e attoschi i miei piaceri.
Piene di te le tenebre,
pieno il pregar di te.
Or mesta luna e pallida,
or importuno sole,
dentro mi splendi; e pensano
in me le tue parole.
Ahi tu se' morta, o misera,
e la tua vita è in me.