Mirteo Teneate, 4 (80)

By Auteur inconnu

Vedesti mai come suol far Melampo,

Melampo tuo, che va di fiere in traccia,

Ma ogni fiera ha di lui sicuro scampo?

Così fai tu, folle Caprar, cui caccia

Desio di rinvenir l'alto motivo,

Onde a i morti Pastori onor si faccia.

Tanto saria dirmi se so che Io vivo.

O gran mistero d'uomo antico e sperto,

A cui sognando co i pensieri arrivo!

Io credo ben che per ragion del merto

A gli estinti si debba onore e lode,

Come n'ebber, vivendo, e premio, e serto.

Perché contra Melampo il sen ti rode

Fero livor, se il grege tuo sì spesso

Tolse del Lupo alla notturna frode?

Forse tant'odio hai nella mente impresso,

Perché, volendo a me rubarlo, al grido

Ch'ei diede, Io corsi, e non ti fu permesso?

De i detti tuoi nulla fo conto e rido;

Ché, s'ho da dire il ver, più volte intorno

Corse il mio caro ovil quel Cane infido.

E ben lo vidi al tramontar del giorno,

Quando parea che custodisse il gregge,

Tòr l'Agnelle, e portarle al tuo soggiorno.

Ogni soggetta altrui cosa si regge

Coll'imitar del suo Signor le voglie,

Onde prende da lui regola e legge;

Così pari desire in voi s'accoglie;

Poi che quando tu canti ed ei va in giro:

Tu rubi i versi altrui, l'agnelle ei toglie.

Non già per questo Io contra te mi adiro,

Che sai ben quante volte Arcadia ... E poi

Già le Capanne di Crateo mi udiro.

Cantiam le lodi degli estinti Eroi,

Cantiam di nostre selve i semidei.

Segui l'opra, o Mirteo, se tanto puoi.

Ateste, pria che noi cantiam, vorrei

Saper da te l'alta cagion, che induce

A celebrar per loro i Giuochi Elei.

Egli è ver che alla lode il merto è duce;

Ma qual de i loro eccelsi merti e rari

È quel, ch'oggi tra noi più splende e luce?

Ah se tanto potessi, ancor tra i chiari

Raggi del Sol, veder potrei qual sia,

Che con più luce il nostro suol rischiari.

Potrei ... Che non potrei? Ma questa mia

Sì bassa mente, come l'occhio al Sole,

Contra tanto splendor cade e travia.

Io ben sapea che sol Rose e Viole

Cantar potresti in rusticani accenti,

Che poi altro non son, che ciance e fole.

Altro è il cantar d'eccelsi alti argomenti,

Che pianger sempre infra i Pastor' più vili

Le morte agnelle ed i perduti armenti.

Altro che il tesser di fioretti umili

Ghirlande a Filli; altro ...

Pastor, dovresti Omai por fine alle discordie ostili.

Io dissi, e tu di lor nulla dicesti:

Dissi ben poco, è ver, ma può quel poco

Avanzar te, che fin ad or tacesti.

Deh non prender, Pastor, miei detti a giuoco;

Ma più spedito al mio voler rispondi:

Questo non è di contrastare il loco.

A quella impura notte,

Che il tutto oscura ed è chiamata obblio,

Oggi, mercé del nostro Amor, si toglie

Di quei pastori il Coro,

Che un dì le tempie ornar' d'eterno Alloro:

E nell'Urne vicine

Posando il frale ammanto,

In cui fecer d'onor ben degni acquisti,

Sciolsero l'alme a più beata pace.

Ora in veder ch'eternamente vive

De' gloriosi Eroi

Il gran nome fra noi,

Gli altri Pastori anch'essi,

Prendendo esempio, innalzeran l'ingegno

A magnanime imprese,

Colla sicura speme

D'ottener dopo morte eguali onori.

Tu sei come fanciul, che, per diletto

Del vecchio genitore, a coglier vada

Da colma pianta il miglior pomo eletto.

Se alcun ne trova per l'aperta strada

Più colorito di vermiglio e bianco,

Quello si prende, ed al miglior non bada.

Dunque lieve ragion questa a te sembra?

Non ti rimembra più d'Ismenio il prode,

Della cui lode piena insino all'Etra

S'alza ogni cetra; e come a parte a parte

Ornò le carte il buon Euganio, in cui

Le leggi altrui del ben cantar prescrisse;

E come ei visse imitator più vero

Di quel sincero stil vivace e chiaro,

Ch'a noi mandaro l'opre degne e conte

D'Anacreonte?

Vedi s'io, qual fanciullo, al dolce e vago,

Folle, m'appiglio, e di comuni onori,

In lodar l'ombre lor, solo m'appago.

Di Pini e Allori Iasiteo si cinse;

Ofelte tinse in Aganippe il labbro;

Nicio, che fabbro è d'armonie sì belle,

Fino alle stelle il chiaro nome eresse;

Terone espresse a noi quei più celati

Chiusi meati, onde le piante han vita;

Anicio invita in bei leggiadri detti

Di vini eletti a ricolmarsi il seno:

Di lui non meno glorioso e grande

Erone spande di suo nome i rai.

Udisti mai Lacon? ben dir tu puoi

Che in sé fra noi altro Pastor non chiude

Egual virtude.

O Melampo, Melampo, al tuo Signore

Mai sempre egual, ch'ambo le trame infide

Stendete, e di rubar vi date onore!

Folle, e non anco il tuo pensier s'avvide

Quanto desti a Lacone esser d'Alessi?

Miralo là, che sen ricorda e ride.

Siasi quanto tu vuoi, tanti riflessi

Unqua non deve aver uom, che dar voglia

Tutti gli onori a chi più sa concessi.

Fu quel furto, o Mirteo, contra mia voglia;

Ché d'udir tra i Pastor' m'è sempre caro

Ciò che spesso da lor cantar si soglia;

Onde in me quell'idee fisse restaro.

Ma l'alto tuo pensier mi spiega intanto,

Grand'Uom d'ingegno pellegrino e raro;

Tu, che dal nostro suol nascesti tanto

Lungi, quanto è da noi l'Occaso,

E toglier credi a i nostri Boschi il vanto.

Odimi, Ateste: odimi, Arcadia, e voi,

Anime belle, che d'intorno forse

Siete a quest'Urne ad ascoltar mie voci.

Insin d'allora che mortale scorza

Vi ricopria, perché, veggendo il bosco

L'alme vostre bellezze,

Non obbliasse l'umiltà primiera,

So che poneste ogni fatica e stento,

Per cui vivrà l'Arcadia immortalmente

Nell'umiltà natia sempre più grande.

Tutti san quanto Arcadia allor nascente

Deve a quei gran' Pastori; e lo direbbe

Lilla sul primo lustro ancor crescente.

Tutti non sanno che, d'Arcadia a gli occhi

Poi che rapiti fur quei chiari Eroi,

Essi vegliaro a pro di noi nel Cielo,

Colla lor luce nuove stelle aprendo,

E gridando fra Noi: “Su, neghittosi,

Verso l'usate mete alzate il volo

Co i lieti carmi; e delle leggi antiche

Col primo ardor fate ritorno a i boschi”:

Talché in ogni Pastor forte s'accese

Desio di riparar d'Arcadia i danni.

Qual grande arcano disvelar presume

Il tuo pensier, poiché s'innalza a volo

Là, 've non giunge il pastoral costume?

Uno tra gli altri, a sì bell'opra intento,

Ebbe tanto di loro il merto a grado,

Che fé tornar quei dì sereni e lieti,

Onde un tempo ridea l'Arcade Chiostro.

Questo è quel degli estinti illustre e solo

Pregio, a cui si destina un tanto onore,

Onor, ch'ogn'altro in paragone avanza:

D'aver mosso a tant'opra il grande, il prode,

Il saggio, il giusto, l'immortal Cleandro.

Dicesti il ver: ma pur se al suol natio

Saputo avessi onde venìa tal sorte,

Meglio di te l'avrei ben detto anch'Io.

Se per Cleandro or noi veggiam risorte

L'antiche glorie illustri, e degli estinti

Il nome in parte almen togliersi a morte,

Sempre lo serbi il Ciel: da lui sien vinti

I miglior' Vati; e dove'ei posa il piede,

Propaghi il lieto suol rose e giacinti;

E in lui si specchi chi virtù non vede.