MONASTERIUM

By Emilio Praga

Quando il mesto tramonto

empie di lunghe striscie d'oro il cielo

e la campagna di confusi suoni;

quando la danza del leggiadro stelo,

sommessamente,

dice di aprirsi al fiorellin notturno,

e la lucciola sente,

al burrichìo dell'invido insettume,

che la notte fedel le accese il lume;

quando buccie e bulbilli,

intemerato popolo di ebrei,

stan la manna a aspettar della rugiada,

sotto le branche degli scarabei,

sbadigliando;

quando gracchian le rane i paludosi

epitalamii, e quando

sembra, se volto in su l'irta mascella,

la punta del mio sigaro una stella;

quando gli archi lombardi

del monastero, con un'aria pia,

par che guatin l'azzurro, occhiaie smorte

e della luna la fisonomia;

quando alle soglie,

che il voto sigillò come una bara,

del sagrestan la moglie

più non viene, cantando, a porre al sole

delle bambine sue le camiciuole;

io, reprobo poeta

di messale sdegnoso e d'ostensorio,

vagando nelle flebili campagne,

passo talor vicino al parlatorio

della clausura:

“Salve, se vieni in nome del Signore!”

dice una pietra oscura,

e lambe un lumicin, dietro la grata,

quella gran croce che vi sta piantata.

Una croce di legno

con un pallido, magro e lungo Cristo

pinto ad olio da un monaco spagnuolo

di cui l'ossame nel mortorio ho visto:

il Redentore

pianger di venti secoli ti sembra

la stanchezza e il dolore,

e insanguinar sul fianco macilento

le ragnatele che vi scuote il vento.

Ed io siedo a un gradino

ove devoti innumeri han pregato,

ove ginocchia che or son fango o fiori

una traccia comune hanno lasciato;

siedo, e veggo sfilarmi

davanti ad uno ad uno i pellegrini

che sembrano additarmi

fra loro, e dirsi: oh vedi un giovinetto

che guarda il Cristo, e non si batte il petto!

Poi ripigliano il volo

colle rigide braccia al cielo alzate,

e i teschi aguzzi che nell'aria scura

fingono un bosco di piante sfrondate;

essi volano via,

ma, dai profondi tumuli del chiostro,

cui più nessun non spia,

escono, forse a bever raggi e venti,

le melodìe dei postumi lamenti.

A bever venti e raggi,

o ad inseguir nel nebuloso corso

quei fantasmi nemici al giovinetto

perché non piega a un monastero il dorso;

inseguirli, e cantare:

— Quando voi venivate a quel gradino,

in ginocchio, a pregare

pei vostri figli e per le vostre spose,

noi morivam dietro le grate esose.

Oh frescura notturna!

A respirarla uscitene, fanciulle.

Le morte son sepolte, e uscir non ponno;

per le alcove nasceste e per le culle,

giovinettine uscite,

ché lo Sposo del ciel non giunge mai!...

Le son fiabe ordite

dalle badesse, perché mai nessuna

si rompa il capo alla muraglia bruna! —

Così parla il silenzio

al mio pensiero. E colle scarne mani

scuoto la sbarra, e invoco il Cristo, e vedo

ch'egli si allunga in torcimenti immani

sul legno che l'abbranca,

e sbuffa, e geme, per toccar la terra...

Ma l'orizzonte imbianca,

e mi caccia pel gelido cammino

la campana che suona a mattutino.