Notte I

By Giacomo Leopardi

Era la notte: in tenebrìo profondo

Giacea la terra, ed il sopor vagava

In man tenendo la stillante verga,

E al braccio appesi entro viminea cesta

De' chiusi sogni gl'ingannosi errori.

In antro oscuro fra le antiche tombe

De gli avi estinti, e fra la cener fredda,

E l'ossa ignude, ed i spolpati teschj,

Trofeo feral de la nemica morte

Steso io giacea: pallide larve, e mute

M'ingombravan la mente, e un freddo gelo

Mi scorrea per le membra; Orror, rispetto

Le sparse nel mirar ceneri sacre

Il pensier m'opprimean: balzo, e tremante

Cerco l'uscita, onde il funesto luogo

Abbandonar, fra le tenebre oscure

Avanzo palpitante il piè dubbioso.

Quand'ecco tosto da improvisa luce

Rotte son l'ombre de la mesta notte,

Luce raggiante, che d'intorno splende,

E le pupille col fulgor percuote.

Gelo... mi arresto... e co le mani incerte

Agli occhi offesi un doppio velo io faccio.

Dubbioso, palpitante appoco appoco

Schiudo le dita, e pei frapposti fori

Rimiro intorno: innorridisco, e tremo.

Ma da le nere, tenebrose tombe

Voce suonante mi ferì l'orecchio;

«Mira, che temi? le gloriose imprese

Mira de gli avi» ed in quel tempo istesso

Dal cupo avello escir vidi una larva,

Che in man tenendo la fulminea spada,

E la ferrea visiera alzando, intorno

Girò benigno il guardo, e tosto sparve.

Incerto ancor la tremolante destra

Tolgo da le pupille, e volgo intorno

Gli occhi dubbiosi, e fra le ardenti faci

Miro su' tesa tela alle annerite,

Ampie pareti appese i dubbj eventi

De l'Affricane sanguinose pugne

Descritti, e pinti da fedel pennello;

E i mari, e le ferrate, erranti navi,

E l'aste, e l'armi, e le lucenti spade.

Mi appresso a questa, e in quell'istante ascolto

Una voce sortir dai muti avelli:

«Scrivi quel, che vedrai, mostra gli alteri

Allori verdeggianti, onde fur cinte

Le fronti a quei, che l'Affricane squadre

Fugar potero, e le lor glorie mira»

Mi accingo tosto con ansiosi sguardi

La serie a rimirar de l'aspre guerre;

E vedo in pria sulla rostrata nave

Amilcare salir, giovane imberbe,

Che posta a l'elsa la fulminea destra

Il capo crolla, e di Quirin minaccia

L'alta città, già cento squadre, e cento

Veggo pronte a' suoi cenni alzar bandiere

Nudar le spade, e sopra i forti scudi

Batter gli acciari di fierezza in segno

Da l'altra parte le spiegate vele

Già gonfie miro, e là da l'alte mura

Stender le braccia, e lagrimare insieme

De' feroci guerrier le madri afflitte,

Le meste mogli, e i sconsolati padri.

Veggio grondar sopra corazze, e usberghi

Stille spremute dal dolor paterno:

Ma già solcare il mar le navi miro

Spumare i flutti, ed agitate l'acque

Scorrere ognor. Le Siciliane sponde

Veggo dipoi, cui già stendon le braccia

Gli Affricani furenti, e già le insegne

Scuotono al vento, e la nemica arena

Premon col piè; la ferrea messe io miro

D'armi ammucchiate, e grandeggiar fra tutti

Il Duce fiero, che solleva in alto

L'ignudo acciaro, e per le turme scorre

Ad animare i coraggiosi petti,

E aggiunger nuova lena al lor valore.

Altrove il guardo volgo, e miro accesa

La sanguinosa pugna, alto–volare

Vedo le freccie, e quale ispida selva

Affoltati sui scudi alati dardi:

Veggo inseguir con abbassata lancia

Vittrici turme le Romane squadre,

E il Romuleo valor vinto giacere.

Già miro là le Siciliane terre

De l'Affrican vittorioso in preda,

E sovra il campo d'ogn'intorno sparsi

Aridi teschj, ed ossa, e nero sangue,

E su' d'amena collinetta, aprica

Innalzato il trofeo d'Aquile vinte,

Di forti scudi, e di nudate spade

Fra gli elmi, e l'aste, e le corazze, e usberghi.

Quì sul gelido marmo, in trionfanti,

Superbe note, quì scolpito io miro

= Roma fu vinta dal guerrier Numida =

Ma già la fama al cielo alzare il volo

Veggo, e recare in su le penne scritte

L'ingiuriose parole, e Roma intanto

Batte il suolo col piè freme, e si adira.

Veggo tosto partir da l'alte mura

Del Consolar fregiato, antico onore

Lutazio cinto da sdegnose schiere:

Precedono i suoi passi in man recando

Taglienti scuri, ed onorati fasci

I temuti littori, intorno ad essi

Scuoton furenti le veloci penne

L'Aquile altere; già le navi in grembo

Portando le Romane irate turbe

Solcano il mar: la Libertà latina

Da l'alte mura i figli suoi riguarda:

Fuggon le navi, ed al soffiar de' venti

Toccan la meta, e del nemico piede

Stampano l'orma su l'incolta arena.

Già ne l'Egate terre intorno cinte

Da lo spumoso pelago vorace

Si battono le navi; udir rassembra

Il nautico clamor, già remi, e vele

Galleggiano su l'onde, e già sommerse

Cadon le navi, ed i guerrieri insieme:

Soggiace l'Affrican; Lutazio vince.

Mentre rimiro con pupille attente

Le dubbie pugne, e le vittrici schiere,

E le sconfitte, ed atterrate squadre;

Sorgendo il sol da lo stellato olimpo

Gli astri fugato avea; tutto ad un tratto

Si estinguono le faci, io l'antro oscuro

Brancolando abbandono, e il sol nascente

Torno a mirar da le tenebre opache

Del nero speco rivolgendo i passi.