Notte II

By Giacomo Leopardi

Volvea la notte in sul tacente cocchio

La metà del suo corso, e già volgea

A l'antro tenebroso incerto il passo,

Onde mirare alfin d'Affrica altera

Vinte le squadre, e del nemico il piede

Baciar prostrate, e vittoriosa, e forte

Sorrider Roma al lor dolore in faccia.

Mentre nel tenebroso, oscuro speco

Rimango ansioso, e rimirar desìo

Opra, e lavoro di fedel pennello

Le sanguinose pugne, e i dubbj eventi

De l'aspre guerre, ed il Roman valore

Ecco che tosto un improvviso lampo

Le tenebre scacciò de l'antro cupo

Indi al fulgor d'innaspettata luce

Aprirsi miro i tenebrosi avelli,

E uscir da questi una guerriera larva,

Che co la destra sostenea feroce

L'asta temuta, che tremar già fece

L'alta Cartago; a la sinistra appeso

Reggea lo scudo, che di Roma altera

Difese il soglio, e l'impeto sostenne

De l'Affricane freccie, e opposto ad esse

Impallidir già fè le avverse turme:

Pendea dal fianco il sanguinoso acciaro

A l'aspetto, di cui volsero il tergo

Gli eserciti nemici, al di cui lampo

Terse Roma dal ciglio il mesto pianto,

Per cui più gonfio scorse il Tebro altero,

E il capo alzò di maestade in segno:

Di triplicato ferro il fiero petto

Spirante ancor di coraggiosa forza

Io vidi cinto, e di marzial costanza

Le note ravvisai nel chiaro volto.

A l'aspetto benigno, al fier valore,

A l'armi, onde tremò l'altier Numida

L'Eroe conobbi, il difensor di Roma,

Che in Affrica chiamò quel Duce fiero,

Che morte, e strage a l'Itale contrade

Minacciava feroce, e al teso laccio

Fè l'Aquile cader, che gli alti monti,

E l'alpi algenti, ed i nevosi gioghi

Potè già sorpassare, e d'armi cinse

La superba città del fier Quirino.

Tosto, che Scipio rimirar potei

Insolito pallor mi tinse il volto,

E fra lieto, e tremante a lui rivolsi

Le dubbiose parole «o germe illustre

Di nobil sangue, e di marzial valore

Benigno allievo, e qual felice sorte

Mi spinse a rimirar quel forte volto,

Che l'aspetto sprezzò de l'armi avverse,

E quella destra, che il tagliente ferro

Ruotò feroce, e di nemico sangue

Il terreno inaffiò? Dir non ti spiaccia

Qual fosse il tuo valor, quanto ti debba

La città di Quirin, che in alto soglio

Siede, e grandeggia; di tue forti imprese

Dubbia è la fama, e l'Universo intero

Ne parla è ver, ma con incerte voci»

Scipione allor con maestoso aspetto

Così s'espresse «e chi sei tu che cerchi

De l'opre mie saper gl'incerti eventi?»

Annibale fuggì; Roma già vinse,

Ma non dal braccio mio sol fu sconfitto:

Il saggio Dittator scudo, e difesa

Fu di Quirino, e pel Cannese eccidio,

Ove Annibal già vinse il mesto pianto

Terse dagli occhi del Roman guerriero.

Tremar le squadre al fulminante aspetto

Del Console marzial, cadde egli è vero,

Ma sol cadde da Eroe, da mille, e mille

Cinto d'intorno egli pugnò, ma vinse

De l'Affrican la frode: Alfin sconfitto

Cadde il Numida ancor, ma non fu tutta

Mia la vittoria, essi pugnaro in pria.

Ma poichè brami udir come il superbo

Annibale cedesse al fier Quirino,

Taci, e m'ascolta. Dal guerrier Numida

Oppresso un dì già fu d'Iberia il suolo,

Suol, che de l'armi del Roman feroce

Fu preda in pria, ma con falangi, e schiere

L'Affrican s'avvanzò, vinto, e tremante

Fuggì di Roma il discacciato augello,

E fra trofei regnò su d'esso il fiero

Duce Numida la superba fronte

Cinto di verdi, trionfanti allori.

Nuova Cartago ivi si ergea; fu questa

Del furor di Quirin, de l'armi avverse

Il bersaglio primier, destrieri, e fanti

Cingon d'intorno la cittade altera:

Veleggia intanto, e per l'oceano scorre

Flotta veloce, e a le nemiche genti

L'adito chiude a sostener la vita.

Fremon le turbe, e ad assalir son pronte,

E d'aste armate, e de l'opposto scudo

Doppio schermo facendo ai ferrei strali,

Ai vasti massi a le lanciate pietre

Salgon la cima, e sovra l'alte mura

Schierate intorno di echeggianti grida

Risuonar fanno le contrade, e intanto

Cedono a l'urto le ferrate sbarre,

Stridon le porte, e con rimbombo orrendo

I ferti si spezzar, tosto furenti

Sboccan le squadre minacciose in volto

Reggendo in man le fulminanti spade:

S'arretrano i nemici, e tutto cede

Al Romano valor, vinte le turme,

Rotte, e disperse le falangi, e schiere,

Armi abbattute, rovesciate insegne,

Spezzati scudi, aste, e cimieri infranti

Ricuoprono il terren «Cartago è vinta»

Gridan le schiere in trionfante aspetto:

«Cartago è vinta, e di Quirino al cenno

Soggetto esser dovrà d'Iberia il suolo»

Lutto, squallor ne la cittade regna,

Scorre il sangue nemico, e tutte alfine

Cedon le turme del Romano a l'urto.

Ma tosto a l'Affricane, ampie regioni

Volgono il corso le rostrate navi:

Trema Cartago, e ad Annibal feroce

Tornar comanda a le paterne mura,

Onde da l'armi del Roman guerriero

L'Affrica liberar; mesto, e sdegnoso

Parte il Numida a la città di Roma

Lancia uno sguardo minaccioso, e freme.

Siface intanto, e di Gisgone il germe

L'armi provar de le Romulee squadre.

Ma tosto al campo il fuggitivo corso

Volser tremanti: di Quirin lo sdegno

Non schivaron però; ne l'atra notte

Mentre nel sonno immerso ognun giacea

Cingono il campo le Romane schiere

Ardenti faci sostenendo, e tosto

Fiato danno a le trombe, ed i suonanti

Timpani si percuotono, si scagliano

L'ignite tede, urli echeggianti gettano

I Romani guerrieri; alfin si destano

L'avverse turme, spaventate volgono

Il guardo intorno, e le notturne tenebre

Da lucido fulgor miran disperse,

E cinto il campo da nemiche squadre;

Corrono a l'armi, ma la fiamma ardente

Destrieri, e fanti uccide, il nero fumo

Altri soffoca, ed abbronzato ognuno

Fugge, ma il passo chiude il campo acceso

Fra l'armi di Quirin; grido di gioja

Manda il Romano a quella vista; indarno

Gettan su le funeste, orride fiamme

I nemici guerrieri il fresco umore

A torrenti, ed a fiumi; invan, che troppo

Il fuoco cresce e si raddoppia, e tutto

Consuma, ed arde, incenerisce, e atterra.

Ma giunse alfine desiato, e chiesto,

Giunse Anniballe qual propizia stella,

Che fra l'orror di torbida tempesta

Si presenta al nocchier: trema Cartago

Il vede, e il sa; pace domanda, e tregua,

Ma tutto invan. Feroce, aspra battaglia

Si determina alfine. Il sole appena

Spunta sul cielo, ed i corsieri ardenti

Spinge a indorar le sottoposte valli,

E gli alti monti, e le colline apriche;

Escono in campo le feroci squadre,

Ondeggiano i cimieri, e spade, ed aste,

E forti scudi, e rilucenti usberghi

Tutto inspira valor, fremon le schiere,

E s'ode già de' combattenti il grido.

Risuonano le spade, i cavi scudi

Rimbombano, ed echeggia agli urli orrendi

Il vasto campo; ora si arretra e cede

Il Romano guerriero, ed or si arresta

Il feroce Affrican, volano i dardi,

S'urtano l'aste, ma dubbiosa pende

La bramata vittoria; alfin frementi

Si scagliano i Romani, orrore e morte

Seguono i passi lor; cede il Numida;

Vince Quirino, rivolgendo il tergo

Fuggon le schiere, ed il terror gl'impenna

Il piè veloce, ammonticchiati i corpi

Giaccion sul campo, e sovra questi siede

Morte feroce, la tagliente falce

Sua mano impugna, e lo spolpato teschio,

E l'ossa ignude un nero, orrido sangue

Goccian sul suolo, e stanca ancor non sembra».

Così dicea, ma dal nebbioso soglio

Scendea la notte, il tenebroso manto

Svanìa percosso dal fulgor febeo:

Lo spettro si perdè, nasceva il giorno

Quando fisso il pensiero a ciò che viddi

Uscìa dal cupo, cavernoso speco.