Notte III

By Giacomo Leopardi

Il plumbeo scettro umor leteo stillante,

Intorno a cui le fosche penne scuote

Il tacito sopor, la turba alata

D'ingannevoli sogni; in alto soglio

Assisa stando distendea sul mondo

L'oscura notte; al suo voler son pronte

Le tenebre, che intorno al nero trono

Corona fanno, e co l'immenso velo

De l'ali stese il luminoso olimpo

Tolgon dagli occhi de la bassa terra,

E sol fra penna, e penna incerto penetra

Di Cinzia lo splendore ovver degli astri

Il tremolante luccicar dubbioso.

Ma ancor non pago, e d'ascoltar bramando

Del Romuleo valor le prove, e l'opre;

Il passo io volsi al tenebroso speco

Cupo ricetto de' trofei del tempo.

Ivi giacente io rimanea sul suolo

Posando il fianco in su le nere tombe,

Fra speranza, e timor, spesso dal sonno

Chiusi gravato il ciglio, e spesso attento

Il sopor discacciai, ma oppresso alfine

Da soave violenza, e da languente

Letargo soporifero, che dolce

Per le membra serpea, placido, e lento

Vinse alfine il sopor, lo stanco corpo

Oppresso giacque a cieco oblìo nel seno.

Ma scosse intorno a me le fosche piume

L'errante, e ingannator sogno fugace,

E d'ombre, e larve m'ingombrò la mente,

E sovra le pupille ambi posando

Gli adunchi artigli, e co le nere penne

Cuoprendo il volto, d'ingannosa immago

L'alma adombrò. De la cittade a fronte

Rival di Roma, e che contese il soglio

Del fier Quirino a la magion superba

Mirar mi parve le Romane squadre

Schierate intorno de le ferree lancie

Ispida selva alzando, in sul veloce

Destriero assiso l'Emilian correa

Da schiera, a schiera con in man nudato

Il rilucente acciaro, a cenni suoi

Testuggin folta de le mura appiedi

Fanno i guerrieri, sovra il capo alzando

Gli uniti scudi, e declinando ognora

Di questi il piano ognun s'incurva, e alfine

Piegan gli estremi le ginocchia a terra.

Sotto del ferreo tetto altri frattanto

Col forte ariete le ferrate porte

Percuotono feroci, ed altri in terra

Poggian le scale, e col nudato acciaro

Salgon le mura, ma da' l'alto intanto

E pietre, e massi, e acuti strali, e freccie

Scaglia il Numida, ai rimbombanti colpi

Dei lanciati macigni, e spade, ed aste

Volano in pezzi, e si curvar gli scudi

Ai forti colpi: il faticoso fabbro

Così talor su l'infuocata incude

Martella, e pesta al suo voler restìo

Il duro ferro, che ai suonanti e spessi

Colpi incessanti alfin cede, e s'incurva

Sotto la destra, che il percuote e piega.

Fuvvi una torre di macigni, e pietre

Alto–costrutta, e di pesante mole

Imitatrice de' cipressi alteri

Degli alti faggi, o de l'ombrose quercie.

Intorno a questa faticosi stanno

I feroci Affricani, e ferri, ed aste

Pongono in opra; alfin cede al lavoro

La torre altera, e ruinosa piomba

Su le Romane genti, a l'urto orrendo

Cadon le scale, e scudi, e usberghi, ed elmi

Vanno sossopra, in mille scheggie infrante

Son l'armi de' Romani, uccisi, e pesti

Cadon sepolti fra ruine, e pietre

I feroci guerrieri, e n'è sconvolta

La testuggin ferrata, e tutto sembra

Cedere a l'urto de la mole immensa.

Ma tosto accorron le Romane schiere,

Nuove scale apprestar, nuovi guerrieri

Salgon le mura, ma più fieri, e ardenti

Son gli Affricani, e invan lo scudo opponsi

A riparare del Numida i colpi,

Cadon di nuovo, e di funesto sangue

Bruttan l'arena, ma percosse intanto

Cedon le porte agl'incessanti colpi

De l'ariete fatal, cadon le sbarre,

Spezzansi i ferri, e l'enee porte alfine

Percuotono il terren con suono orrendo:

La testuggin si aprì, libero il passo

Ai Romani lasciò, snudan le spade

I feroci guerrieri, e con la destra

Ruotan l'acciar, con la sinistra ardenti

Recan le faci, e su l'opposte turme

Si scagliano furenti; a un cenno solo

Volano a mille le fiammanti tede,

E legna, ed esca ognuno al fuoco appresta,

Arde già la città, cresce la fiamma

Fra il pianto femminil fra l'urlo orrendo

De' feroci Numidi, avvampa intanto

Il fuoco distruttor, consuma, ed arde

Quanto a lui si presenta, e i freddi massi

Lambe, e annerisce: e in polve, e cener tutto

Riduce, ed arde la cittade intera,

Quella città, che paventar già fece

La sorte istessa a la superba Roma,

Ed ora al suolo egual sol mostra intorno

La sparsa polve; una solinga fiamma

N'esce di tratto in tratto, e tutto addita

La distrutta città del fier Numida.

Ma tosto il sogno abbandonò fugace

L'alma adombrata; io mi destai, confuso

Sorgo dal suolo, ed una voce ascolto

Uscir da le marmoree, oscure tombe.

«Ingannato non fosti, i sensi tuoi

Nò non errar de le Romane schiere

Conoscesti il valor, tutto mirasti

Il Romuleo coraggio, e del Numida

La ruina vedesti». Il nero speco

Riguardo intorno, e nulla miro; alfine

Attonito sortii da l'antro cupo,

Qual chi colpito da strisciante folgore

Vive, e la vita sua conosce appena.