Notte III
Il plumbeo scettro umor leteo stillante,
Intorno a cui le fosche penne scuote
Il tacito sopor, la turba alata
D'ingannevoli sogni; in alto soglio
Assisa stando distendea sul mondo
L'oscura notte; al suo voler son pronte
Le tenebre, che intorno al nero trono
Corona fanno, e co l'immenso velo
De l'ali stese il luminoso olimpo
Tolgon dagli occhi de la bassa terra,
E sol fra penna, e penna incerto penetra
Di Cinzia lo splendore ovver degli astri
Il tremolante luccicar dubbioso.
Ma ancor non pago, e d'ascoltar bramando
Del Romuleo valor le prove, e l'opre;
Il passo io volsi al tenebroso speco
Cupo ricetto de' trofei del tempo.
Ivi giacente io rimanea sul suolo
Posando il fianco in su le nere tombe,
Fra speranza, e timor, spesso dal sonno
Chiusi gravato il ciglio, e spesso attento
Il sopor discacciai, ma oppresso alfine
Da soave violenza, e da languente
Letargo soporifero, che dolce
Per le membra serpea, placido, e lento
Vinse alfine il sopor, lo stanco corpo
Oppresso giacque a cieco oblìo nel seno.
Ma scosse intorno a me le fosche piume
L'errante, e ingannator sogno fugace,
E d'ombre, e larve m'ingombrò la mente,
E sovra le pupille ambi posando
Gli adunchi artigli, e co le nere penne
Cuoprendo il volto, d'ingannosa immago
L'alma adombrò. De la cittade a fronte
Rival di Roma, e che contese il soglio
Del fier Quirino a la magion superba
Mirar mi parve le Romane squadre
Schierate intorno de le ferree lancie
Ispida selva alzando, in sul veloce
Destriero assiso l'Emilian correa
Da schiera, a schiera con in man nudato
Il rilucente acciaro, a cenni suoi
Testuggin folta de le mura appiedi
Fanno i guerrieri, sovra il capo alzando
Gli uniti scudi, e declinando ognora
Di questi il piano ognun s'incurva, e alfine
Piegan gli estremi le ginocchia a terra.
Sotto del ferreo tetto altri frattanto
Col forte ariete le ferrate porte
Percuotono feroci, ed altri in terra
Poggian le scale, e col nudato acciaro
Salgon le mura, ma da' l'alto intanto
E pietre, e massi, e acuti strali, e freccie
Scaglia il Numida, ai rimbombanti colpi
Dei lanciati macigni, e spade, ed aste
Volano in pezzi, e si curvar gli scudi
Ai forti colpi: il faticoso fabbro
Così talor su l'infuocata incude
Martella, e pesta al suo voler restìo
Il duro ferro, che ai suonanti e spessi
Colpi incessanti alfin cede, e s'incurva
Sotto la destra, che il percuote e piega.
Fuvvi una torre di macigni, e pietre
Alto–costrutta, e di pesante mole
Imitatrice de' cipressi alteri
Degli alti faggi, o de l'ombrose quercie.
Intorno a questa faticosi stanno
I feroci Affricani, e ferri, ed aste
Pongono in opra; alfin cede al lavoro
La torre altera, e ruinosa piomba
Su le Romane genti, a l'urto orrendo
Cadon le scale, e scudi, e usberghi, ed elmi
Vanno sossopra, in mille scheggie infrante
Son l'armi de' Romani, uccisi, e pesti
Cadon sepolti fra ruine, e pietre
I feroci guerrieri, e n'è sconvolta
La testuggin ferrata, e tutto sembra
Cedere a l'urto de la mole immensa.
Ma tosto accorron le Romane schiere,
Nuove scale apprestar, nuovi guerrieri
Salgon le mura, ma più fieri, e ardenti
Son gli Affricani, e invan lo scudo opponsi
A riparare del Numida i colpi,
Cadon di nuovo, e di funesto sangue
Bruttan l'arena, ma percosse intanto
Cedon le porte agl'incessanti colpi
De l'ariete fatal, cadon le sbarre,
Spezzansi i ferri, e l'enee porte alfine
Percuotono il terren con suono orrendo:
La testuggin si aprì, libero il passo
Ai Romani lasciò, snudan le spade
I feroci guerrieri, e con la destra
Ruotan l'acciar, con la sinistra ardenti
Recan le faci, e su l'opposte turme
Si scagliano furenti; a un cenno solo
Volano a mille le fiammanti tede,
E legna, ed esca ognuno al fuoco appresta,
Arde già la città, cresce la fiamma
Fra il pianto femminil fra l'urlo orrendo
De' feroci Numidi, avvampa intanto
Il fuoco distruttor, consuma, ed arde
Quanto a lui si presenta, e i freddi massi
Lambe, e annerisce: e in polve, e cener tutto
Riduce, ed arde la cittade intera,
Quella città, che paventar già fece
La sorte istessa a la superba Roma,
Ed ora al suolo egual sol mostra intorno
La sparsa polve; una solinga fiamma
N'esce di tratto in tratto, e tutto addita
La distrutta città del fier Numida.
Ma tosto il sogno abbandonò fugace
L'alma adombrata; io mi destai, confuso
Sorgo dal suolo, ed una voce ascolto
Uscir da le marmoree, oscure tombe.
«Ingannato non fosti, i sensi tuoi
Nò non errar de le Romane schiere
Conoscesti il valor, tutto mirasti
Il Romuleo coraggio, e del Numida
La ruina vedesti». Il nero speco
Riguardo intorno, e nulla miro; alfine
Attonito sortii da l'antro cupo,
Qual chi colpito da strisciante folgore
Vive, e la vita sua conosce appena.