Novella del grasso legnaiuolo

By Bernardo Giambullari

Volendo dar principio a 'lcuna cosa

el nome del Signor si de' 'nvocare.

I' priego Iddio e suo Madre graziosa

che tanto ingegno mi debbin prestare

ch'una piacevolezza dilettosa

d' in prosa in rima i' la sappi mutare,

amplissima com' è mie disidero;

e molti sanno che l' istoria è vero.

Po' che natura mi porge lo 'ngegno,

qual non si può per istudi comprendere,

ed è leggiadro glorioso e degno

per poetiche storie si può 'ntendere,

i' non mi deggio partir da tal segno;

ché non si può né comperar né vendere

quel che natura porge a ciascheduno:

qual è di virtù pieno e qual digiuno

E nessun è che si chiami contento:

un'ora in pace non ci si può stare;

nel mondo non si può por fondamento;

non si può dire: così ho a arrivare;

e sianci propio come fummo al vento;

e quando l'uòn si crede riposare

e pargli avere acconcio el nidio tondo,

con un brieve sospiro esce dal mondo.

E non ci val bellezza né sapere,

né giovintù, ricchezza né potenza,

ch'a tutti manca l'udire e 'l vedere,

tutti siàn presi per una sentenza:

non sia nessun che creda rimanere,

perché vana sarebbe tal credenza;

ma 'l me' che si può fare, al parer mio,

prender diletto col timor di Dio.

Per fuggir ozio, che 'l tempo trapassi,

e dare altrui piacere, a me diletto,

mi moverò a stendere e mie' passi

in un viaggio d'un bel paesetto.

Nessun profrutto fa colui che stassi.

I' lascerò di me pur qualche detto.

Benché di poco effetto sia la storia,

dopo mie vita fia di me memoria.

Nel mille quattrocento anni correndo

e dieci più che di sopra non è,

fu in Firenze, sicondo ch' intendo,

alquanti d'un' età innanzi a me,

che un di lor, sicondo ch'i' comprendo,

lo feron presso che uscir di sé.

Leggendo intenderete il che e 'l come;

l'effetto fu per rimutargli il nome.

Questo si vede spesso e interviene:

pigliando l'un con l'altro compagnia,

com' una fratellanza poi si tiene,

se non vi nasce scandolo o resia;

essendo alquanti giovani dabbene

e conversando insieme tuttavia,

onestamente dandosi diletto,

perché di morbo c'era gran sospetto

La giovinezza pur fugge la morte.

Costor, per non pensare alla 'nfruenza,

e perché a lor non toccassi la sorte

finir lor vita per la pestilenza,

dappoi che gli eron drento a queste porte,

passavon tempo con magnificenza

di giuochi e feste e disinari e cene,

pur sempre insieme volendosi bene.

Ed essendo alcun giorno trapassato,

la compagnia mancava per un solo

che non s'era cogli altri ritrovato,

qual si chiamava el Grasso Legnaiuolo,

sendosi da costor diseperato

o per pigrizia o per lo spender duolo,

o per faccenda ch'egli avesse in parte,

perch'era buon maestro di su' arte.

D'ogni tarsia sapeva lavorare,

d'intagli bene e diligentemente;

del suo mestier maestro singulare,

ma fuor di quel non è troppo prudente;

purissimo, sicondo che mi pare,

e di nazione comunalemente,

né povero né ricco, e' suo' compagni

ricchi, dabbene e graziosi e magni.

L'un era ser Iacopo chiamato

de Mangiatroie, e di Ser Brunellesco

era Filippo, che fece el trovato

da fare un greco diventar tedesco;

Filippo Rucellai in tal mandato,

Pier Pecori con lor gagliardo e fresco.

Andando questi quattro un giorno a spasso,

parevon morti, non vi sendo el Grasso.

El Brunellesco sì ebbe parlato

dicendo lor: - Che diavol è del Grasso ?

E' s'è però da noi così spiccato:

sarebbe forse mai di vita casso ?

Costui non è però d' Ettorre nato;

di roba e di nazione egli è più basso

che gnun di noi: non mi par che bisogni

che di tal compagnia e' si vergogni.

Ma se la voglia mia vo' seguirete,

e' se ne riderà più d'una volta;

se quel ch' i' vi dirò propio farete,

la sua memoria fia presso che sciolta.

Vedrai bell'uccellar sanza parete!

Ciascuno intenda e stie bene in ascolta,

e non uscite punto del mie detto,

se volete che 'l tratto venga netto.

Qui bisogna ch'ognun si dia da fare,

ma non si vada troppo avviluppando,

e appunto al bisogno el colpo dare;

e alcun altro si vadi indettando,

che sappin come 'l fatto debbe andare,

a punto che e come e dove e quando;

e un bisogna che solo istia atteso

quando fie tempo che 'l Grasso sie preso. -

Rispose allor Filippo Rucellai:

- Perché diavol lo vuo' tu far pigliare ? -

Rispose el Brunellesco: - Tu 'l vedrai:

lascia pur me questa danza guidare.

Attendi pur a far quel che tu hai.

Ciascun risponda sicondo il chiamare,

ma fate pure che indettato sia

ciascun prigion della Mercatanzia.

Or oltre intendo di mutare el passo

e cominciare a tender questa rete.

I' voglio andare a ritrovare el Grasso

e voi al vostro uficio attenderete;

ma state tutti sodi come sasso

e nel vostro parlar punto ridete,

però ch' i' temo solo che in tal opra

el rider non sia quel che ci discuopra. -

Ser Iacopo disse: - I' ho provato

tener le risa: i' le terrei mill'anni. -

Disse Filippo: - Ognun sie licenziato. -

E avviossi inverso San Giovanni.

Di buona sera el Grasso ha salutato:

Per chi diavol ti dài tu tanti affanni ?

Tu se' pur solo, e par che ti divori,

se stai un'ora che tu non lavori. -

Rispose el Grasso: - Tu sie 'l ben venuto.

Che vuo' ch' i' faccia s'i' non mi so stare ?

Egli è ben ver ch' i' ho di nuovo avuto

da un amico un lavorio da fare,

e i' l' ho da servir perch' è dovuto,

che gli è un uòn dabbene e singulare.

Del lavorar non vo' tu mi riprenda:

del mie mestiero i' ho sempre faccenda.

Quand' io guadagno non mi so partire:

nello star qui m'è utile e onore. -

Disse Filippo: - E' non bisogna dire.

Questi son tempi da fuggir furore.

Non vedi tu ch'al rischio di morire,

nello star qui, tu vai a tutte l'ore ?

Non ha' figliuoli e per danar tu goccioli,

e vedi che ci fioccono e gavoccioli. -

Rispose il Grasso: - I' non penso a cotesto;

né anche credo che l' ire a trastullo

mi facci viver più, né morir presto;

e soe ch'i' sono uscito di fanciullo.

Quand' i' sarò dalla morte richiesto

nessuna cosa mi varrà un frullo,

né l' ire a spasso o stare in questo sito;

or credi questo e legatelo al dito.

Disse Filippo: - Anz' è che l'avarizia

t'ha occupato, coperto e rinchiuso,

e credi ragunare una melizia

d'oro e d'argento e sempre istarvi suso;

ma e' vorrà la Divina Giustizia

ch'ancora stenti come non se' uso,

e credimi che fia dal Ciel promesso

com'una bestia tu muoia in sul cesso. -

Rispose el Grasso: - Tu debbi aver vinto

Or se' venuto qua per dileggiarmi ?

O veramente tu ha' bene attinto

di quel che spesso fa venire all'armi.-

Disse Filippo: - Come un uòn dipinto

tu mi rispondi per fare adirarmi.

I' non m'adiro troppo di leggiero,

ma tu t'adiri perch' i' dico il vero.

S'io ho errato, vaglia a perdonare:

no' ci maravigliàn de' fatti tuoi,

che non ti se' voluto ritrovare

già son cotanti dì con esso noi.

Ma sie che vuol. Quando mi vuo' tu dare

cena una sera? I' so ben che tu puoi.

Tu non ha' viso da tener nascoso,

né moglie che tu possa esser geloso. -

Rispose el Grasso: - Fante né famiglio

non ho in casa, e non so cucinare;

ma di mie madre assai mi maraviglio

ch' è ben duo dì che la dovea tornare.

I' penso pure, e pensando bisbiglio,

che diavol tanto ella vi stia a fare;

ma se il diavol vorrà che la ci torni,

non passerà la cena molti giorni. -

Gli aveva un poderuzzo comperato

con casa da villano e da signore,

in Polverosa presso a San Donato.

La madre vi s'andava a tutte l'ore

e spesse volte vi facea bucato.

Terzolla gli faceva com'un fiore.

Come Filippo intese el soprastare,

rispose sanza aver troppo a pensare:

- Tu sara' buon per la festa de' Magi,

se di tal cosa pigli ammirazione;

ma tu se' uso tanto a stare in agi

ch'ogni cosa ti da' gran passione.

Duo dì ti son duo mesi di disagi,

perché non hai le tua consolazione

dell'esser governato; è 'l tuo dispetto

l'avere a cucinare e fare el letto.

Ma raccapezza pel tempo passato

se la vi soprastà contr'a tuo voglie;

tu sa' ben quanto tu vi se' già stato

con più d'un fioraliso sanza foglie;

sa' che più volte già mi v' hai menato,

e i' per passar tempo e fuggir doglie

vi sono stato tutta la giornata,

e quando e' v' è mona Giovanna stata.

I' mi sono avveduto più d'un tratto

di cosa che non m'è troppo ita al gusto;

ma già non so come si vada el fatto,

però che l'una parte al tempo giusto,

ben che l'altra non sia simil, baratto.

I' l'avevo per santo, or per ingiusto;

per quel ch' i' n' ho veduto i' credo pure

che 'nsieme si commettin dua figure. -

Come Filippo ebbe tal cosa detto,

el Grasso ebbe riprese le parole:

- Perché di' tu cotesto e a che effetto?

Non vi può ella star quant'ella vuole? -

Disse Filippo: - Se la n'ha diletto,

istievi pur, ch'a me poco ne duole;

ma s' tu sapessi el soprastar del loco,

non credo inver che ti paressi gioco. -

Rispose el Grasso: - Per la fede mia,

ch'i' ho pratiche pur delle persone,

ma i' non credo che nel mondo sia

un uòn che sia della tuo condizione.

Tu truovi sempre mai qualche resia,

po' la commetti con mille ragione.

Tu m'hai già messo un calabrone in seno,

che par propio ch' i' scoppi di veleno.

Ché non mi parli tu apertamente

com'all'amico si debbe parlare,

e dichiarami tutto el convenente ?

E 'n questa fantasia non mi lasciare. -

Disse Filippo: - I' nol farei niente:

tu non se' ch'uomo da ragione stare. -

Rispose el Grasso: - Che diavolo è questo

che tu non possa farmel manifesto ? -

Filippo gli rispose: - I' tel direi,

s'i' conoscessi in te qualche ragione;

ma ragunando tutti e pensier miei

i' so che n'uscire' qualche quistione,

e di qualche gran male i' non vorrei

esser principio o averne cagione.

Disse el Grasso: - Deh, cavami di doglia,

ch' i' non farò più là che tu ti voglia. -

Filippo cominciò a sogghignare,

e non usciva però a cancello;

el Grasso si sentiva consumare

propio come fa el diavol nell'anello.

Filippo tanto lo tenne a badare

che nella porta fussi el chiavistello,

perché di fuori e' non potessi andare

quand'egli avessi inteso il suo parlare.

El Grasso lo guardava e stava cheto

fra sé dicendo: - Diavol ch'e' lo dica! -

Pur poi gli disse: - Deh, non più segreto

tener tal cosa, perché quest'ortica

tutto mi pugne dinanzi e dirieto.

Tu mi farai crepar sanza fatica.

I' sudo e diaccio l'ossa e le midolla

e parmi proprio istare in sulla colla. -

Disse Filippo: - Guarda che segrete

sien le parole mie per tuo onore.

Tu sai che 'n villa t'è vicino il prete,

e sai che ti dimostra grand'amore,

e sotto questo poi una sua rete

tende sul tuo sanza far romore;

e credi certo ch' io non t' infinocchio,

ch' i' 'l posso dir di veduta con l'occhio.

I' non te lo vo' più tener nascoso

quel che con altri mai non l' ho congiunto.

Tu sai che 'l prete è visto e prosperoso

e d'anni non è troppo sopraggiunto;

e tuo madre non ha il viso a ritroso,

e la fu bella, e i' lo so di punto.

El prete le vuol bene, ed è vicino,

e spesso volge l'acqua al suo mulino.

Quivi non v' è chi gli possa sconciare,

perché mona Giovanna è 'n casa sola.

El prete vi va a cena e disinare;

come l'uficio ha detto là si vola.

Così non fussi vero il mio parlare

come gli è ver! Mentiss' io per la gola!

L'aria gli fa venire ispesso in succhio,

e fanno com' e gambi del vilucchio.

El Grasso non poteva lavorare

e gocciolava tutto di sudore,

e forza non avea di favellare:

pareva che gli fussi istretto il core.

Disse Filippo: - Che ti par da fare

La non è cosa da farne romore.

Sicondo il mie parer, per quel ch' intendo,

la non è cosa d'andarlo dicendo. -

E in un tratto el Grasso gli rispose

com'arrabbiato colla schiuma a bocca,

e in tal modo il suo parlar propose:

- La mente mia sarebbe troppo sciocca,

s'i' stessi paziente a queste cose.

Tu non lo stimi perché non ti tocca

ma s'i' 'l sapevo prima un quarto d'ora

are' serrato e sare' già di fuora.

Ma se a domattina i' mi conduco,

come la porta s'apre i' n'uscirò;

com' i' avessi a mazzicare un ciuco,

così un buon bastone i' porterò.

Se questo topo i' lo tarpo nel buco,

in modo tale i' lo governerò

che non vedrà ma' più bastone o canna

che non si dolga di mona Giovanna. -

Disse Filippo: - Non te lo diss' io,

ch' i' m'avvisavo quel che n'avverrebbe?

Ma una bestia a dirtelo fu' io;

ma i' tel dissi perché e' me ne increbbe.

- Pazzo se' tu - rispose el Grasso - ch'io

so che 'l mie cor ma' non lo patirebbe.

Pensa per te, se la fussi tuo madre,

a patir cose tanto inique e ladre. -

Filippo gli rispose in modo tale:

- Credimi che fare' contr'a mie voglia,

ma tu vorrai aggiugner male a male,

com'aggiugner la febbre a una doglia.

Chi dell'onore scende giù le scale

non le rimonta come fa la foglia

dell'albero, ch'ogni anno se ne spicca

e fresca ogni anno su vi si rappicca. -

El Grasso andava in qua e 'n là soffiando

per la bottega, che pareva un toro;

Filippo lo guardava sogghignando,

fra sé dicendo: - Guarda sì lavoro! -.

Eppoi gli disse: - Non voler dar bando

all'onor che riluce più che l'oro. -

Disse 'l Grasso: - Se luce, e' si riluca;

chi pecora si fa, lupo il manuca. -

Disse Filippo: - Sanza dar di piglio

alle mazzate o correre a furore,

i' ti darò rimedio e buon consiglio

che ti vendicherai sanza romore,

sanza metter tuo madre in iscompiglio,

sanza dar pena a chi ti porta amore.

Ma i' mi perdo il tempo e la fatica;

e però sarà me' ch'i' non tel dica.

El Grasso si fermò e poi rispose:

- Che diavol non mi di' quel ch' i' ho fare? -

Disse Filippo - In tutte le tuo cose

tu vuoi consiglio, e far quel che ti pare.

Sulla scarsella el Grasso la man pose:

per questo sagramento ebbe a giurare

di far quel che Filippo gli diceva.

Ridendo allor Filippo rispondeva:

- Or vedi, Grasso, qui c' è un rimedio,

e parmi di pigliar questo partito,

e non aver questo consiglio a tedio.

Fa' che questo per te non sia sentito.

Di buon numero d'anni egli hanno assedio;

lasciagli seguitar lor appitito,

ché brieve sarà 'l fine di tal opra,

e col peggio n'andrà chi sta di sopra.

Fa' pur le viste di non t'avvedere.

El prete sonerà con tanti tocchi

che potrà poco el giuoco mantenere.

Facci pur tanto che vi lasci gli occhi;

e che maggior vendetta vuoi avere?

Tu sara' savio, ed e' saranno sciocchi.

Or fa' a mie senno, e qui vo' che ti specchi:

la serotine foia ispaccia e vecchi. -

Rispose el Grasso: - Questa tanta foia

non se la caverà al suo piacere.

Per le mie mani ho disposto che muoia

e non riguarderò perch' e' sie sere. -

Disse Filippo: - Che dolcezza e gioia

ne pigli tu del farlo è de dovere;

però chi fa, lasciar far si conviene:

tu sai che chi s'abbraccia si vuol bene.

Ha' tu però per mal che le tuo cose

le sien bramate e voluto lor bene ? -

El Grasso con grand' ira gli rispose:

- Sie maladetto chi ne vuole a tene!

Con tante tuo traverse e tuo ritrose,

credo che mi faresti uscir di mene. -

E con grand' ira, sanza più parlare,

cominciò la bottega a rassettare.

Egli era propio com' è una nave

ch' è guidata per mar dalla tempesta,

che mai non va diritta né soave:

così el Grasso d'agitar non resta.

El Brunellesco sì vide la chiave

di casa el Grasso sopr'a una testa

d'una lettiera, e subito la tolse

un tratto che in là el Grasso si volse.

Era sonata già l'Avemmaria

e ogni altra bottega era serrata.

El Brunellesco ridendo dicia:

- Vuo' tu venire alla Nunziata ?

Rispose el Grasso: - I' serro tuttavia,

che maladetta sia questa giornata,

e mie madre col prete, e tu con loro,

ché pel tuo dir mi struggo e mi divoro. -

Disse Filippo: - Questo mi si viene

per prezzo dell'averti rivelato

questo trattato che sopra di tene

credo che lungo tempo sia usato. -

El Grasso istette alquanto sopr'a sene,

poi con Filippo si fue inviato

inverso e Servi come muti andando,

mai di nessuna cosa ragionando.

Giunsono ai Servi sanza mai parlare

amendua insieme all'acqua benedetta.

Filippo lasciò el Grasso innanzi andare

e per tornare addrieto si rassetta.

El Grasso se n'andò a 'nginocchiare

com'è usanza sun una panchetta;

el Brunellesco addrieto si tornava

e un de' suo' compagni riscontrava.

Disse Filippo : - Or istudiamo el passo,

e tieni a mente ciò che tu ha' dire;

fa' d'esser pronto a contraffare el Grasso

e di quel ch' i' t'ho detto non uscire.

Quand' i' ho parlato, e tue non parlar basso

perché di fuori e' ci possa sentire. -

E poi diss'a un altro: - Intendi bene:

fermati qui, e come el Grasso viene,

e tu ne vieni in giue e fischia un tratto,

come tu se' dell'uscio al dirimpetto. -

E poi Filippo col compagno ratto

aperson l'uscio sanza alcun sospetto,

e amendua n'andaron su di fatto

e' lor mantegli posono in sul letto.

Disse Filippo: - A cominciare el giuoco

in primamente accendiamo un buon fuoco.

E le finestre non si vuol serrare,

perché el lume si vegga dalla via

perché 'l Grasso si possa immaginare

mona Giovanna sua tornata sia. -

Finito ch'ebbe el Grasso il suo orare,

rizzossi in piè e 'ntorno si volgia

guardando di Filippo, e no 'l vedendo

uscie de' Servi sanz'altro dicendo.

Egli era tanto d'ira inviluppato

che non sapeva in qual parte s'andava;

e' s'era con quel prete accapigliato

e coll'animo forte il mazzicava;

e come a San Michele fu arrivato,

di fatto il vide quel che l'aspettava

e avviossi innanzi passo passo;

e come fu dinanzi a casa el Grasso

fischiò come Filippo gli ave' detto.

Filippo intese il cenno ch'era dato;

disse al compagno: - Mettiti in assetto,

cominciami a riprender del bucato;

i' farò vista di rifare el letto. -

El Grasso s'era già ben appressato

alla suo casa dove egli abitava,

ch'era di sopra a dove e' lavorava.

E' v'era acceso un fuoco badiale,

che risprendeva per tutta la piazza

di San Giovanni e del marmo le scale

di Santa Liperata e nella fazza.

El Grasso giugne e vede el chiaror tale:

el Brunellesco picchia colla mazza

la coltrice del letto, che paressi

mona Giovanna che lo rifacessi.

El Grasso giugne e sente quel picchiare

e vede quel gran lume della via;

s'accosta all'uscio e sente favellare:

- Mona Giovanna per certo ci fia;

ma come diavol c'è potuta entrare?

I' so ben che la chiave non avia. -

E prestamente in bottega n'andava

per t"r la chiave, e non ve la trovava.

- O come diavol l'arà ella avuta?

Egli è pur poco ch' i' so che la c'era;

mentre ch' i' c'era, ella non c'è venuta,

e so che la bottega serrat'era -.

E prestamente quindi si tramuta;

riserrò la bottega come l'era

e accostossi all'uscio per picchiare,

e sentì drento presso che gridare.

L'orecchio porse e posesi in ascolto

come fa il cane imprima ch'egli abbai;

e in tal modo non istette molto

che delle lor parole intese assai,

e tutto quanto si turbò nel volto.

El Grasso drento non ristava mai,

e se mona Giovanna rispondeva,

o stava cheta, el Grasso pur diceva.

- Se per insino a qui son suto matto,

intendo d'esser savio diventato;

da quinci innanzi voglio stare a patto

che per me non facciate più bucato,

perch' i' ho 'nteso appunto questo fatto

come gli è ito pel tempo passato;

e 'n villa sanza me più non andrete

fin ch'a mie modo i' non governo il prete. -

Allor mona Giovanna gli rispose:

- Che gracchi tu di prete e di bucato?

Non ti vergogni tu a dir tal cose,

massimamente a chi t' ha 'ngenerato? -

El Grasso la suo boce non nascose:

- E' m' è pur oggi stato riprovato

da un buon cittadin di questa terra

e modi vostri, e veggo che non erra.

I' vorre' pure intendere una cosa,

s'a un bucato si debbe penare

se' dì che siate stata in Polverosa,

o che diavol vi siate istata a fare.

Sempre d'andarvi ne siate bramosa,

e mai non fate pensier di tornare. -

Disse mona Giovanna: - Emmi piaciuta

la stanza, e sammi mal ch' i' son venuta

a combatter col vin, perché mi pare

che non che ebbro, ma fradicio sia. -

Rispose el Grasso sanza più indugiare:

- Lo starvi non vi dà già ricadia.

Ma voi vi doverresti vergognare,

sendo vecchia, tal fama vi si dia.

Quaggiù si dice, e none alle segrete,

che vo' siate la femmina del prete.

I' non son greco, né anco tedesco,

e queste cose non dico a diletto. -

E ogni cosa già che 'l Brunellesco

disse, si come al Grasso aveva detto.

El Grasso che di fuori istava al fresco,

aveva mezzo morto il cor nel petto;

e per picchiar la campanella piglia,

e in fra se medesimo bisbiglia:

- I' son pur fuori e par ch' i' sie di drento

al risponder che fa mona Giovanna

e me par esser quel che con lei sento.

El Grasso son pur io, se non m'inganna

il mio cervello e 'l mio intendimento -.

E con questo pensier forte s'affanna;

e drento pur sare' voluto entrare,

e non ardiva però di picchiare.

- Ma che diavol sarà? ho i' avere

di me paura? - E colla campanella

l'uscio picchiò dicendo: - I' vo' vedere

s'i' sarò conosciuto alla favella -.

E picchiò l'uscio sanza più temere.

El Grasso drento gli rispose in quella:

- Chi è? - El Grasso rispose: - Son io. -

Disse colui: - Matteo, vatti con Dio.

- Oh, i' non son Matteo, i' sono el Grasso,

s'i' non mi son con un altro scambiato,

o se 'l cervel non mi s'è ito a spasso.

Apri - dicendo, ed ebbe ripicchiato.

Disse quel drento: - S'i' vengo da basso,

darotti a diveder se hai errato. -

E prestamente con un buon bastone

fu della scala all'ultimo scaglione.

Sentendo el Grasso con tanta tempesta

giù per la scala correndo costui,

fuggìe dicendo: - Che diavol di festa

sarà stasera questa? - E in vêr lui

si fu rivolto, e sì gli vide in testa

la cappellina che teneva lui;

e diventò più pallido che rosso,

po' che lo vide col suo cuoio indosso.

E stava propio come disensato.

El Grasso d'in sull'uscio pur gridava

con quel bastone in man tutto affannato:

- Vien qua poltrone! - E in questa passava

quel che fischiando aveva il cenno dato.

Col Grasso d'in sull'uscio si fermava

domandandol con chi e' contendeva.

- Quel pazzo di Matteo - costui diceva -

che m'è venuto qua l'uscio a picchiarmi,

e vorre' pure entrare in casa mia

a mie dispetto, e credesi iscambiarmi

dicendo che 'l padron di casa sia.

Part'ella cosa ch' i' ne debba istarmi

sanza rispondere a tal ricadia ?

Ma se 'l suo capo m'entra tra le pugna,

gnel gratterò con altro che coll'ugna. -

- Cotesto non far tu, ma lascial ire.

Va' a cena; non ti dar più passione;

e s'egli è ebbro, si vada a dormire,

che 'l vin gli debe dare alterazione. -

El Grasso che poteva ben udire,

ogni cosa intendeva per ragione,

e in fra sé faceva mormorio:

- Sare' i' mai un altro o son pur io? -

El Grasso nuovo in casa se n'andava

e 'l compagno di fuor si dipartiva.

El povero Matteo sopr'a sé stava

com'una cosa più morta che viva;

e appunto Pier Pecori passava

su per la piazza, e 'ncontro gli veniva.

El Grasso lo dimanda: - Chi son io?

- Se' una bestia - e andossi con Dio.

- Può fare el ciel ch' i' non sie conosciuto ?

Son io da dianzi in qua sì rimutato ?

Costui che tante volte è meco suto,

e tante volte insieme abbiàn mangiato,

ora 'l dimando, e par che mai veduto

i' non fussi da lui in nessun lato,

e l'antica amicizia mi nasconde,

e ch' i' sono una bestia mi risponde. -

E si toccava e guardavasi intorno,

e pur pareva conoscer se stesso.

E pur pensando a così fatto iscorno,

Ser Jacopo viene; e quando presso

e' fu al Grasso, ed e' come musorno

diceva: - Or vedrò io s'i' sarò desso.

E' m'ha veduto: i' 'l vo' lasciar venire;

e' mi doverrà pur qualcosa dire. -

Egli era chiaro, ben che fussi sera.

Ser Jacopo vien con lente passo

e salutoe el Grasso in tal maniera:

- Buona sera, Matteo - col capo basso.

Rispose el Grasso colla boce altera:

- Come diavol Matteo ? I' sono el Grasso! -

Ser Jacopo allora el passo resta,

e in verso di lui alzò la testa:

- Come diavol el Grasso? Or non so io

che se' Matteo? E so che muratore

tu se'. - El Grasso disse: - In fé d' Iddio,

ch' i' sono el Grasso! - e triema di dolore

Ser Jacopo disse: - Aspetta, ch' io

ti chiarirò che tu se' in errore. -

E vanne all'uscio suo, e picchia, e chiama.

Risponde el Grasso: - Questa sarà trama. -

- Chi è? - E Ser Jacopo gli disse:

- Deh, apri un poco, o tu vieni insin giù. -

El Grasso drento niente s'affisse;

aperse e disse: - Venite pur su. -

Ser Jacopo allor drento si misse,

e come in sulla sala giunto fu,

sanza dir altro: - Che diavolo avete?

Vo' siate dua, e sempre contendete.

Tu ti fa' pur sentir per vicinanza.

Di lunge un pezzo ti senti' contendere.

Che modi sono questi? È egli usanza

che 'l figliuol debba la madre riprendere? -

Rispose el Grasso con grande arroganza:

- Prima le parte si vogliono intendere;

e voi volete dare riprensione

sanza saper chi ha torto e chi ragione.

Perché vo' siate certo ch'i' non sia

di me uscito, né cotto dal vino,

e siate chiar' che la ragione è mia,

ch'i' sono el Grasso e non son Calandrino;

quel pazzo di Matteo, ch' è nella via,

m'ha pur picchiato l'uscio a suo dimino

dicendo ch'è 'l padrone, e col suo dire

crede ch'i 'l creda e che gli voglia aprire. -

Ser Jacopo disse: - Intendi quello

che far tu debbi: lascialo abbaiare.

Tu suol pur aver saldo el tuo cervello;

or per nonnulla ti veggo aombrare.

Gli ha tanto col bicchier tocco il zimbello

sì che gli è cotto: or lascialo freddare.

E' non ha la bertuccia, anzi un grand'orso;

conviene pur che 'l vin facci suo corso. -

El Grasso udiva ogni cosa di fore

e pareva una cosa disensata,

e più nel viso non avea colore;

e così stando venne una brigata

di birri con un messo a gran furore

con un giovane innanzi che lo guata,

e dicegli: - Matteo, tu se' pur desso! -

E abbracciollo, e poi si volse al messo:

- Oltre qua presto, menatelo via. -

Allora el Grasso si gli rivolgeva:

- I' non son già Matteo, in fede mia,

ch' i' sono el Grasso. - El garzon rispondeva:

- Così non dicestù in bottega mia,

né quando il mie maestro ti chiedeva

questi danar che ci hai straziato un anno.

- Matteo - si scrisse quando avesti 'l panno.

E per Matteo tu ha' sempre risposto,

ma non facevi pensier di pagare.

Pigliatel bene e menatenel tosto;

e' dice questo per farsi lasciare.

Vo' far quel che 'l maestro mio m'ha 'mposto:

fin alla Buca il voglio accompagnare,

e poi vedren, quand' e' sarà in prigione,

se sie Matteo, o s'egli arà ragione. -

E birri gli eron tutti quanti intorno

e tenevonlo stretto per le braccia;

el Grasso si volgea come musorno

e già non sa che dir né che si faccia.

E birri non sapevon tale iscorno,

ma francamente seguivon la traccia;

e sanza aver da nessun ricadia

l'ebbon condotto alla Mercatanzia.

E missonlo in prigione, com'è usanza

di que' che son per debiti menati.

E prigion drento sapevon la danza,

però che 'n prima furono avvisati,

e come el Grasso entrò in quella stanza,

alquanti incontro gli furono andati

dicendogli: - Matteo, che vuol dir questo? -

Rispose el Grasso: - I' ne credo uscir presto. -

Ma ripensando a questa fantasia,

in tutta notte mai poté dormire.

Come fu giorno che l'alba chiaria,

el Grasso la finestra andoe aprire,

e standosi con gran maninconia

un de' compagni sua vide venire;

e questo fu Filippo Rucellai.

Parve che visto non l'avesse mai.

Disse Filippo al Grasso: - O compagnone,

deh, chiama un poco el tal ch' è costà drento,

ch' i' gli ho a parlar d'una certa ragione;

chiamalo presto, se tu se' contento. -

Sentendosi chiamar, quel di prigione

a venir oltre non fu punto lento,

dicendo: - Deh, Matteo, fatt'un po' indrieto,

ch' i' ho parlar con costui di segreto.

Allora el Grasso indrieto si tirava;

colui alla finestra si faceva;

Filippo Rucellai il dimandava

d'alcuna cosa, e colui rispondeva;

e poi Filippo alquanto si scostava

dalla prigion, ché partir si voleva;

allora el Grasso alla finestra viene

e chiamollo dicendo: - O uòn dabbene,

conoscete vo' 'l Grasso legnaiuolo,

che sta colà da Santa Liperata ? -

Filippo Rucellai rispose a volo:

- Come non conosch' io la mie brigata?

I' vo' quel bene a lui che a me solo.

Dimmi s' tu vuoi ch' i' gli facci imbasciata:

i' vi fu' ieri e or vi vo' tornare,

perch'e' mi fa un colmo d'un altare. -

Rispose el Grasso: - Se voi v'arrivate,

se non v' è sconcio, sendo vostra via,

vi prego che 'n servigio gli diciate

che venga insino alla Mercatanzia,

a uno ch'è su' amico in veritate,

ch' è chiamato Matteo, benché non sia. -

Filippo gli rispose: - Sarà fatto. -

E poi da lui si dipartiva ratto.

Rimase el Grasso con la mente fosca

pensando pur con gran maninconia:

- Può fare el ciel che non mi riconosca,

da ieri in qua ch' e' fu 'n bottega mia?

Per certo i' ho men cervel ch'una mosca,

o questa è una strana fantasia

ch' i' m'ho presa da me sanza bisogno.

I' so pur ch' i' son desto e che non sogno -

E in fra se medesimo si duole

dell'esser quivi, e non sa la cagione.

In questa giunse el giudice, che vuole

scrivere el nome suo, com' è ragione,

in sun un libro, dove iscriver suole

della Mercatanzia ogni prigione.

- Quale è Matteo ? - el giudice diceva.

- Eccomi qui - el Grasso rispondeva.

- Matteo, di chi e di che gente se' ?

El soprannome saper mi bisogna,

e la somma del debito quant' è. -

El Grasso non risponde per vergogna.

Egli era quasi uscito fuor di sé,

e grattavasi pure, e non ha rogna.

- Che somma o soprannome o di che gente?

I' son Matteo; or tenetelo a mente. -

El giudice si rise di quel detto,

e poi si parte, e 'l Grasso lasciò stare.

E poco stante venne un garzonetto,

ch'era quasi in sull'ora del mangiare,

con un paniere in mano e un fiaschetto,

che recava a Matteo el desinare;

e come alla prigione fu arrivato,

chiamò Matteo, e Matteo fu chiamato.

E' per Matteo a ognuno rispondeva,

e così venne a quel che 'l fe' chiamare;

quel garzonetto el fiasco gli porgeva

e quel paniere, e con questo parlare:

come da' sua frategli e' riceveva

el fiasco e l'altre cose da mangiare.

Rispose el Grasso: - Di' a' miei frategli

ch' è gran mercè, e ch' io vorrei vedegli.

Deh, dirà' lor ch' i' gli mando a pregare

che non pass'oggi per cosa che sia

che venghino insin qua, ch' i' vo' parlare

a ciaschedun della presura mia,

perché s'accordi chi mi fe' pigliare,

ch' i' possa uscir di questa ricadia. -

Rispose el garzonetto: - Il dirò loro -

e poi si dipartì sanza dimoro.

Come si fu partito, el Grasso prende

questo panier per volerlo votare,

e un tovagliolin bianco distende

in sun un desco per voler mangiare,

e da un de' prigioni un bicchier prende

e 'l vin del fiasco comincia assaggiare;

e non andando per troppe novelle,

e' volse el fiasco col culo alle stelle.

Sanza aspettar che sonassi Toiano,

e' desinoe sanza salsa o savore,

e mangiato ch'egli ebbe, a mano a mano

el sonno cominciò aver valore,

e si pose a dormire e fe' lontano

un sonno presso alle ventidu'ore,

e ancora per sé non si destava;

ma e' fu desto da uno che 'l chiamava.

E questo fu ch'e' fu fatto destare

da due ch'eron venuti per vedello,

ed erano amendua quasi del pare

di brun vestiti el cappuccio e 'l mantello.

El Grasso si sentì Matteo chiamare;

e' si rizzò e venne allo sportello

che mill'anni pareva di vedelli

quand'egli seppe ch'erano e fratelli.

E giunto a lor si fu maravigliato,

considerando pur ch'e' non avea

nessun fratello; eppure ebbe parlato:

- Vo' siate e ben venuti - allor dicea.

E 'l maggior di que' dua: - El mal trovato

tu sia - in tal maniera rispondea;

- pur se' condotto con vergogna e danno,

sì che le capre non ti cozzeranno.

Pe' tua buon modi te ne se' cagione,

per andar drieto a giuochi e ladroncegli.

Come ti pare stare ora in prigione?

O fa' tu questo onore a' tuo' frategli?

Tu desti tanti affanni e passione

alla tuo madre ed a noi meschinegli

che drento al petto se l'agghiadò 'l core

e morì innanzi tempo per tu' amore.

Lasciamo andar, benché per te sie morta:

la c'era madre, e tu ci sie' fratello,

e l'amor della carne ci trasporta

con tutto che tu sia istrano e fello;

e trarrenti di qui, or ti conforta,

se tu ti disporrai d'esserci quello

fratel come tu dei di buon amore,

facendo sì che tu ci facci onore. -

El Grasso cominciò a lagrimare

dicendo: - Frate' miei, del tempo corso

assai mi duole, e vuo'mi rimutare,

e più mi duol che per me sia trascorso

la morte di chi m'ebbe a 'ngenerare,

benché conviene a tutti ber quel sorso;

ma s'i' n'esco farò tal portamenti

che di me sempre sarete contenti. -

Subitamente rispose el maggiore:

- Matteo, buon per te se tal farai;

ma guarda che ma' più in tale errore

tu non ricaggia, perché ti vedrai

abbandonato com'un traditore,

e stima più di noi far non potrai;

ché, se tu fussi col capresto in gola,

non ti ricomperreamo una parola. -

Rispose el Grasso: - I' non ho già sospetto

di ma' più ricadere in simil lacci,

e baldamente sotto il vostro tetto

non mi tenete, se vi par ch' i' facci

contro alla voglia vostra in fatti o 'n detto;

ma fate pur che presto si procacci,

se vi prende di me compassione,

ch' i' non alberghi istasera in prigione.

- Fatti con Dio, che noi non restereno,

'nanzi che passin le ventiquattr'ore,

che 'l maestro del fondaco vedreno

di chi tu se' del panno debitore,

e 'nsino a un quattrin lo paghereno;

po' n'uscirai e potrai venir fore

con esso noi, che non ci partiremo

da te un passo che 'n casa saremo.

E poi si dipartiron prestamente;

el Grasso si riman pur a 'spettare,

e forte si doleva nella mente;

e pur se ne sare' voluto andare.

E aspettando giunse ivi presente

Quel ch'aveva recato il disinare:

el paniere e quel fiasco gli chiedeva;

el Grasso gliene porse e sì diceva:

- Or te non mi recar più da mangiare

che 'nnanzi che sie sera i' n'uscirò,

e potrò in casa cogli altri cenare,

e con qualche mi' amico, s'i' vorrò. -

Quel garzon si partì sanza parlare,

salvo che disse: - I' non n'arrecherò -

e andonne mostrando d'aver fretta;

el Grasso si consuma, e pure aspetta.

Egli aspettò dalle ventidu' ore

fin che l'avemmaria era sonata,

e gli era spento del giorno l'albore,

la tenebrosa notte era scurata.

Come sentiva punto di romore,

e' diceva: - Ecc' a me questa brigata. -

E tanto stette con questa molesta,

che pur e' giunse alla bramata festa.

Vennon que' dua che 'l dì gli avén parlato;

come fu buio lo trasson da rezzo,

e com'e' l'ebbon di prigion cavato,

usciron fuori e sì 'l misono in mezzo.

Diceva el Grasso: - I' son mezzo morbato

per istare in quel puzzo e in quel lezzo,

o e' mi par perch' io non vi son uso;

ma i' non ci sarò ma' più rinchiuso.

- Tu fara' bene - un di lor rispondia;

- fa' di poter andare a tuo diletto. -

Ma per non gli turbar la fantasia,

tacette e non rispose ad altro detto.

E così tutt'e tre in compagnia

n'andaron per insino al dirimpetto

di San Giorgio, dov' è la casa loro;

e quivi entrarno, e 'l Grasso era con loro.

El Grasso quella stanza riguardava,

fra sé dicendo: - Che diavol è questo?

Dove son io? - E pur cheto si stava,

fra sé dicendo: - I' vo' vedere el resto

di questo giuoco, com' e' capitava -

fra sé stimando che de' finir presto.

E presso al fuoco si pose a sedere

con disiderio di mangiare e bere.

Quegli altri dua non prendevon lena;

ma prestamente ciascun s'adattava

apparecchiare e ordinar che cena,

e giù e su ciascun per casa andava,

com'egli avéno ordinata la mena.

Quando all'ora di cena s'appressava,

usciron fuor per seguitar la 'mpresa,

e sì picchiaron l'uscio della chiesa.

El Grasso avie nel capo altro pensiero,

e si sedeva e non pensava a quello.

Era in San Giorgio un frate forestiero

per cappellano, ed eravi novello.

Costor gli avevon prima tal mestiero

detto, com'egli avevano un fratello

ch'avie nome Matteo, e lui diceva

che era un altro, e così gli pareva.

Ond'egli avien pregato in caritate

el dì quel frate che lo visitassi

e operassi con la sua bontate

che quella fantasia si gli cavassi;

e se poteva con grande umiltate

arebbon caro che lo confessassi.

El frate aveva lor dato risposta

ch'era contento e andrebbe a lor posta.

Com'egli ebbon picchiato, e' fu risposto

da un frate, che disse: - Avemmaria -

E' gli renderono el saluto tosto:

- El nome di Gesù laldato sia. -

El frate al finestrino si fu accosto

per ben intender quel ch' è nella via.

El maggior di que' dua, ch'era più presso

gli disse: - Deh, chiamate frate Alesso. -

Subitamente el fraticello andava

per frate Alesso nella sua celletta

e quivi lo trovò ch'egli adorava

dinanzi a una bella tavoletta;

e giunto a lui in tal guisa parlava:

Egli è giù alla porta un che v'aspetta. -

Subito el frate lascioe l'orazioni,

stimando ben che fussin que' garzoni.

E venne giù a lor di buona voglia,

dicendo: - È egli or tempo al fatto vostro? -

Disson color: - Se non v'è sconcio o doglia,

no' siàn però venuti, o padre nostro. -

Allora el frate uscìe fuor della soglia,

e riserrava la porta del chiostro;

e avviossi in mezzo di lor dua,

credendo ispender ben l'andata sua.

El frate si credeva chiaro e certo

che 'l Grasso fussi fratel di costoro,

e nome avessi sì come offerto

istato gli era per ciascun di loro,

e sperava da Dio aver buon merto

del trarlo, se potrà, di tal martoro,

perché gli pare in tenebroso velo;

e 'n verità v'andava con buon zelo.

E giunto in casa el frate salutava:

- Matteo - dicendo - Die ti sia in aiuto. -

El Grasso prestamente si rizzava

dicendogli: - Vo' siate il benvenuto. -

Allora un di que' giovani parlava:

- Matteo, tu sa' quello che promettuto

tu hai a noi; onde ci par ragione

che la promessa vadi a seguizione.

Tu ci hai promesso di voler seguire

quanto per noi a te sarebbe imposto

e della voglia nostra non uscire;

sì che pertanto noi abbiàn disposto

far questo nobil padre a te venire,

perché con lui alquanto istia accosto.

E modi e la tuo vita a lui dirai,

e finalmente ti confesserai.

Questo non facciàn noi perché tu sia

vicino a morte, ché noi nol sappiàno,

ma per cavarti di questa resia,

ché altri modi in te veder vogliàno;

e se tu vuoi tornare in dritta via,

ricorri a quel da cui criato siàno.

Se in bene operar ti disporrai,

ti darà grazia che far lo potrai. -

E detto questo usciron di quel loco,

e solo el frate rimase con esso.

Disse 'l frate a Matteo: - Or dimmi un poco:

a passo a passo leggi il tuo processo. -

Rispose el Grasso : - Questo è un bel giuoco.

I' vorre' pur saper quel ch'io confesso:

s'i' mi confesso de' peccati mia,

o di Matteo, e non so chi si sia. -

- Come nol sai ? non ti conosci tu ?

Tu se' Matteo e vuo'ti un altro fare.

Di questo Grasso non ci parlar più;

confessa te e d'altri non pensare;

di questa fantasia t"tene giù,

però che questa è cosa da 'mpazzare.

Vedi che 'l diavol t'ha la mente infosca

tanto che par che tu non ti conosca.

Sappi, figliuol, che cotesto parere,

seguitandolo tu, ti potre' fare

el bianco tanto per nero vedere,

che tu potresti l'anima dannare.

Or vedi dove tu se' per cadere,

se più ti lasci al tuo parer guidare:

con tal parere el dimon falso e rio

t'ha messo el corpo e l'anima in oblio.

O credi tu che Filippo e Giovanni,

tuo' buon frategli, come par che sièno,

sed e' non fussi come tu t' inganni,

m'avessin favellato tanto appieno,

pregandomi per Dio di quest'affanni

i' te ne cavi, e lor più non vi stièno ?

ché veramente e' muoion di dolore

per lo carnale e buon fraterno amore. -

E tanto il seppe el frate predicare

che lo condusse a quel che bisognava,

che per Matteo lo fece confessare

e poi el frate e sua frate' chiamava,

e 'n lor presenza il fe' rettificare

non esser più quel Grasso che pensava,

ma per virtù del santissimo frate

gli pare esser Matteo in veritate.

E così tutt'e tre contenti e lieti

ringraziarono el frate di buon core,

dicendo: - Voi delle infernali reti

avete tratto quest'anima fore. -

El frate poi con atti mansueti

da lor si parte con perfetto amore.

El Grasso si rimase, e color dua

accompagnorno el frate a casa sua.

E poi da lui ciascun s'accomiatava

ringraziandol del tempo e la fatica

e presto indrieto ciascun ritornava;

e giunti all'uscio di lor casa antica,

qui c'era el Brunellesco ch'aspettava;

e come e' furon giunti, par ch'e' dica:

- Togliete quest'ampolla, e sanza lena

con essa alloppierete el Grasso a cena. -

E poi si dipartì subitamente,

e così lor non istettono a bada

e ordinata la cena presente

el loppio missono in una guastada

col vino insieme, e un'altra seguente

tolson per loro. E al Grasso gli aggrada

presto di bere e la guastada piglia:

el loppio presto fe' gran maraviglia.

Avendo e' poca voglia di mangiare,

non potendo mangiar, e' pur beeva,

tanto che la guastada ebbe a vuotare,

e regger più le ciglia non poteva,

ché 'l loppio tanto lo fece aggravare

che favellando a dormir si poneva

col capo in sulle man sopr'alla mensa.

Se color ridon, tu che l'odi, il pensa.

Così dormendo egli era come morto;

tu 'l potevi chiamar che non sentiva,

e per se' ore si poteva iscorto

trassinar lui come una cosa priva

di questo mondo. El Brunellesco accorto

con tre compagni presto ne veniva

con una bara. Missonvelo drento,

portandonelo ratti com'un vento

a casa sua, e missonlo nel letto

con la sua cappellina che teneva,

e 'n sulla cassapanca a tal rispetto

posono el cuoio che tener soleva;

così le calze con un grembiuletto.

E poi il Brunellesco si moveva;

per più orrevol far questa novella,

le chiave gli cavò della scarsella

della bottega, e presto l'ebbe aperta

con un compagno che gli tiene il lume,

mandando pur suo fantasia all'erta

per fare entrare el Grasso in gran vilume.

I' ti so dir che questa è la coverta

da volgere in pazzia di senno un fiume,

ché dopo al sonno poi questa resia

gli farà imbizzarrir la fantasia.

Deh! odi ben che diavol di pensiero

fe' 'l Brunellesco per farlo impazzare,

che tutti e ferramenti del mestiero

dell'arte sua da poter lavorare,

tutti gli trasse dall'uso primiero

e per contradio gli ebbe a racconciare:

pialle, pialletti, subbie e iscarpegli,

e ferri da tarsie, seghe e martegli.

Egli ebbe poi veduto una granata

(guarda che strana fantasia gli venne):

di fatto l'ebbe sciolta e rilegata,

in su le scope, e manichi per penne

lascioe di sotto da dar la fregata;

e fatto questo più non si ritenne:

riserrò la bottega, e 'n casa entrava,

e l'uscio drento a chiavistel serrava.

E prestamente in camera n'andoe,

le chiavi ricaccioe nella scarsella

e quivi a un aguto l'appiccoe,

dove la notte sempre istava quella;

po' per una finestra si caloe,

parendogli por fine a tal novella.

E di fuor la finestra socchiudeva;

con una scala nella via scendeva.

Rimase el Grasso che sodo dormia,

e la possanza del loppio mancava

a mano a man: sonoe l'avemmaria,

e per quel suono el Grasso si destava,

e con affanno e gran maninconia

pensando appunto ben si ricordava

di tutto el fatto com'egli era andato,

ma stava in dubbio s'egli avea sognato.

E con questo pensier pur combatteva:

- Sono stato nel letto o sono andato ? -.

E la camera sua pur gli pareva,

e nel suo letto s'era pur trovato;

e pure in qua e 'n là si rivolgeva

dicendo: - Dove diavol sono istato ? -

E combattuto un pezzo in cotal forma

uscìe del letto perché più non dorma.

Una finestra tosto andoe aprire:

vide il duomo, la piazza e San Giovanni.

Era dì chiaro; e sanza altro più dire

si volse a drieto e diè di piglio a' panni;

e mentre che si veste ha gran martire

s'egli era suto sogno, oppure inganni

ordinati d'altrui per aver giuoco

de' fatti sua, come d'un uòn dappoco.

E vestito che fu, n'andò in bottega,

volendo cominciare a lavorare;

di fatto diè di piglio a una sega

essendo in punto di voler segare.

Vide com'ella sta: se la rinniega,

pensalo tu. E pur sanza parlare

prese una pialla per rimutare opra,

e vide el taglio volto sottosopra.

Posò la pialla e poi prese un pialletto

per voler ripiallare una cornice,

e lo trovoe nel simile difetto;

e nel segreto suo si duole e dice:

- Credi che la fortuna abbi diletto

de' fatti mia, e 'l diavol n' è filice! -

E così tutti e ferri che pigliava,

tutti d'un modo acconci gli trovava.

Nessun lavoro non poteva fare,

e forte comincioe a 'mbizzarrire.

Egli era per volersi disperare

e della mente quasi per uscire.

E' cominciò e ferri a racconciare,

e mentre vide in ver di sé venire

que' dua frategli che l'avien cavato

fuor di prigione e 'n casa sua menato.

Di fatto el Grasso gli ebbe conosciuti,

ma non si volle punto dimostrare,

e vista fe' di non gli aver veduti;

e giunti a lui cominciorno a parlare

mostrando da gran pena esser premuti

giugnendo a lui con questo salutare:

- Buon dì, maestro, non siate voi el Grasso ? -

E in un tratto fermorono el passo.

Rispose el Grasso: - I' mi credo di sì. -

Disse el maggiore: - Vo' siate el ben trovato.

Maestro, a voi no' siàn venuti qui

sol per saper se ci fussi arrivato

un fratel nostro che la notte e 'l dì

da un nuovo parere è molestato,

ch'e' dice pur ch'è 'l Grasso legnaiuolo;

e iarsera uscìe di casa solo,

e non sappiàno dove sia arrivato.

Se viene in qua, no' vi vogliàn pregare,

come un fratel vi sia raccomandato,

che ce 'l vogliate a casa rimandare.

Egli ha nome Matteo ed è 'mpazzato:

dice ch' è 'l Grasso, e certo esser gli pare. -

Allora el Grasso con gran bizzarria

disse: - Sie col malan che Die vi dia!

Che Grasso o che Matteo della malora

Vo' non arete più di me piacere. -

Sanza dir altro né far più dimora,

tolse el mantel; sanza stare a vedere,

prese partito d'andarne di fora.

E camminando con questo volere

e con gran bizzarria ch'allor lo sprona,

passando dall'Albergo alla Corona

vide cavagli in punto a cavalcare.

El Grasso prese un famiglio per mano.

- Di chi son questi? - il prese a dimandare.

El famiglio rispose: - Dello Spano,

che vuole in suo paese ritornare

per non istar dal suo signor lontano.

Egli è barone del re d'Ungheria

e per tornare in là si mette in via. -

Allora el Grasso si fu ricordato

che già costui ne lo volse menare

nel suo paese, avendonel pregato

pel suo saper così ben lavorare.

Allora el Grasso fue diliberato,

se costui vuol, volerlo seguitare.

Andonne a lui che a caval montava,

e salutollo, e poi sì gli parlava

dicendogli: - Signor, i' sono el tale,

che già mi richiedesti pel mestieri,

ch'i' son maestro, e qui poco mi vale.

Vo' mi volevi in paesi istranieri.

I' vel disdissi allor; ma se vi cale

ora ch' i' venga, i' verrò volentieri. -

Contento fu lo Span di suo latino

e presto gli fe' dare un buon ronzino.

E fello entrar nella cavalleria

co' suoi baroni insieme cavalcando

e camminando inverso l' Ungheria;

e que' baroni andavon ragionando;

el Grasso stava cheto tuttavia

perché non intendeva lor dimando.

Giunti che furno ove dovieno stare,

el Grasso cominciò a lavorare.

Fece lavori di gran maraviglia;

d' intagli e di tarsia fe' tal figura

che chi fermava in vêr di lei le ciglia

diceva veramente che natura

non fece mai al mondo tal simiglia.

Sanza parlar d'ogni viltà si pura;

e di su' arte lavorò per modo

che 'n poco tempo venne ricco in sodo.

Giovanni Peser, nostro fiorentino,

nella città di Buda lo trovoe

poi nel quarantaquattro in sul cammino

per una certa fiera che v'andoe.

Conoscendolo qui, gli era vicino,

sapeva il fatto, e sì lo dimandoe

come fece di fuor po' che fu giunto,

perch'era ben vestito e molto in punto.

El Grasso gli contoe a passo a passo

la natta che gli fece el Brunellesco,

che presso che 'l cervel non mandò a spasso.

- Tu debbi ben pensar s'i' stava fresco.

Or mi par certamente essere el Grasso,

e son ben certo ch' i' non son tedesco,

e ho tanto avanzato in Ungheria,

ch' i' starò ben tutta la vita mia.

Credo che pochi sarebbero stati

che fussin di quel laccio riusciti,

che al tutto non fussino impazzati,

quand'i' ben penso agli scuri partiti,

con quanti modi gli ebbono ordinati

e mie' compagni fedeli e graditi.

Ma d'ogni cosa sia laldato Iddio,

che per tal natta ricco ne son io. -

Questo Giovanni Peser ch'i' v' ho detto

fu uòn dabbene e degno di gran fede

e di Firenze cittadin perfetto;

che gli parlassi certo il mie cor crede.

Or voi avete inteso il bel concetto

del Brunellesco, come qui si vede,

che fu di grande ingegno e uòn di stima,

e io per mie piacer l' ho messo in rima,

per passar tempo e per lasciar memoria

della mie gioventù dopo mie vita.

Ringrazio Iddio che m'ha dato vettoria

del principio e del mezzo. Or è finita

la novella del Grasso, ovvero istoria.

Or intendete chi l' ha compartita:

al vostro onor Bernardo Giambullari,

ch' è buon compagno e ha pochi danari.