Ode all'ignoto viandante

By Sergio Corazzini

Ben ch'io t'oda passare

vicino alla mia soglia

e pensi che tu voglia

battere e domandare,

non tormento a più viva

fiamma la mia lucerna

— cui, nella notte eterna

guardo come a una riva —

e non se, a poco a poco,

cresca la lontananza,

vedovo di speranza,

ormai, te folle invoco,

ché le tue mani sono

colme di doni: porti

ai dolenti conforti,

ai felici perdono.

Hai pianto e un poco vuoi

di quel pianto godere,

qualche lagrima bere,

ancora, con i tuoi.

Donare e perdonare!

Contener nell'immenso

cuore grani d'incenso

pe' 'l più lontano altare.

Dire al nemico: Sei,

tu, mio padre, mio figlio:

dormi sul mio giaciglio,

che io sul tuo dormirei.

E questo, senza pena

dire e senza tristezza;

sfarsi alla tenerezza

come al mare la rena.

Ma, forse, tu non hai

nessuno e, pure, torni,

così, per pochi giorni,

per un'ora, e non sai

tu, non sai che la povera

piccola casa accoglie

cader di nuove foglie,

fiorir di rose nuove

e che più nulla, più

nulla! del tuo rimane

se, triste come un cane

randagio, vaghi tu

imaginando i nidi

più folti e più canori,

tanto, che ora ne muori

di dolcezza e sorridi.

Ma l'ombra non lo vede

quel tuo sorriso: vela

piccola che s'incela,

sembra, nella sua fede,

e non è che una cosa

trepida, tutta sola,

che, per te, forse, vola,

ma per gli altri non osa,

ma per gli altri non pare

che una vela, una vela

piccola che s'incela

a l'estremo del mare.