ODE XXVIII

By Ugo Foscolo

Vieni, o Pittore egregio,

Pieno d'ingegno e d'estro,

Vieni, o dell'arte Rodia

Chiarissimo maestro.

Com'io t'insegno, linea

La mia lontana amante,

In pria la chioma pingimi,

E molle e nereggiante.

Ch'egli a te è possibile,

S' egli alla cera è dato,

Le lunghe treccie spirino

Odore dilicato.

Sotto quel crin violaceo,

Su guancia liscia e piena

Poni la fronte candida,

Dolcissima, serena.

Ne sull'effigie scorgasi,

(Che tale è a lei sul volto)

Se fra le ciglia il spazio

Si stia confuso o sciolto.

Delle palpebre tingere

Un po' dèi l'orlo oscuro,

E gli occhi suoi fiammeggino,

Che tali son, tei giuro.

Azzurri quai di Pallade,

Ma arditi e morbidetti,

Così che al par di Cipria

Brillino lascivetti.

E per quel naso nobile

Per quelle grazie intatte

Fa sì, o Pittor, che vadano

Miste le rose al latte.

Suasìon sia simile

Al labbro suo fiorito,

Egli tacendo, al bacio

Faccia soave invito.

Al mento e al collo latteo,

Volin le Grazie intomo,

Tutti gli Amor vi volino,

Vi facciano soggiorno.

Indi il restante velisi

Di porporino ammanto,

Ma per gentil disordine

Sia discoperto alquanto;

Onde così si veggiano

Le membra, e acciò da questo

Altri dipoi s'immagini,

Quanto sia bello il resto.

Basta: la veggo, o ingannomi?

Ah no! la veggo, è quella;

Forse all'immagin cerea

Non manca la favella?