OINAMORA

By Melchiorre Cesarotti

Come rotto dall'ombre il Sol s'aggira

Sopra l'erboso Larmo, in cotal guisa

Passan per l'alma mia le storie antiche,

Nel silenzio notturno. Allor che al sonno

Dansi i cantori e nella sala appese

Taccion l'arpe di Selma, allor sommessa

Entro gli orecchi miei scende una voce

L'anima a risvegliar; la voce è questa

Degli anni che passaro. Essi l'eccelse

Gesta dei duci, onde son gravi il grembo,

Mi schierano dinnanzi; io sorgo e afferro

Le fuggitive storie, e fuor le sgorgo

Entro vena di canto. E non confuso

Di torrente inamabile rimbombo

Sono i canti ch'io verso, essi dan suono

Qual della dolce musica di Luta

È il gradito bisbiglio. O Luta amica

Di molte corde, taciturne e triste

Già non sono le tue rupi, allor che leve

Di Malvina la man scorre su l'arpa.

Luce de' nubilosi miei pensieri

Che attraversano l'anima dolente,

D'Ossian il canto udir t'è grato? Ascolta

O figlia di Toscar; d'Ossian il canto

I già trascorsi dì richiama e arresta.

Fu nei giorni del Re, quand'era il crine

Tinto di giovinezza; allor ch'io volto

Tenni lo sguardo a Cocallin gentile

Per l'onde dell'oceano: era il mio corso

Ver l'isola di Furfedo, boscosa

De' mari abitatrice. Avea Fingallo

Commesso a me che colle navi aita

Arrecassi a Malorco: il Re d'acerba

Guerra era cinto, e ad ospital convito

S'eran più volte i nostri padri accolti.

Legai le vele in Colcolo, e a Malorco

Mandai la spada: d'Albione il segno,

Tosto ei conobbe e s'allegrò; dall'alta

Sala sen venne, e per la man mi prese

Con trista gioia. A che, stirpe d'eroi,

Vieni al cadente Re? diss'ei. Tontormo

Duce di molte lance è il sir possente

Dell'ondosa Sardronlo: egli mia figlia,

Oinamora gentil, candida il seno,

Vide, l'amò, sposa la chiese; ad esso

Io la niegai, che nimistade antica

Divise i nostri padri: ei venne armato

A Furfedo; pugnammo: i miei seguaci

Fur vinti e spersi. A che, d'eroi germoglio,

Vieni al cadente re? Non venni, io dissi,

Come fanciullo a risguardar: Fingallo

Ben rammenta Malorco, e la sua sala

Amica agli stranier: spesso l'accolse

L'alpestre isola tua stanco dall'onde;

Né tu con esso un'odiosa nube

Fosti d'orgoglio; di conviti e canti

Parco non fosti ad onorarlo: io quindi

Alzerò il brando in tua difesa, e forse

Chi ti persegue si dorrà: gli amici,

Benché lontani, ai nostri cor son presso.

Verace sangue di Tremmor, riprese,

I detti tuoi sono al mio cor, qual fora

La voce di Crulloda, il poderoso

Del cielo abitator, quand'ei favella

Da una squarciata nube ai figli suoi.

Molti allegrarsi al mio convito, e tutti

Obliaro Malorco; io volsi il guardo

A tutti i venti, e alcuna vela amica

Non vidi biancheggiar: ma che? l'acciaro

Suona nelle mie sale, e non la conca.

Vieni stirpe d'eroi, la notte è presso;

Vieni alla reggia ad ascoltar il canto

Della bella di Furfedo. N'andammo,

E d'Oinamora le maestre dita

S'alzarono sull'arpa: ella su tutte

Le sue tremule corde in dolci note

Fè risonar la sua dolente istoria.

Stetti a mirarla rispettoso e muto,

Che sparsa di bellezza e maestade

Dell'isola selvosa era la figlia;

E i begli occhi a veder parean due stelle,

Quando in pioggia talor fra stilla e stilla

Vagamente sogguardano; s'affisa

Lieto in quelle il nocchiero, e benedice

Que' scintillanti e graziosi rai.

Lungo il rio di Tormulte io co' miei fidi

Mossi a battaglia in sul mattin. Tontormo

Battè lo scudo, e gli si strinse intorno

Il popol suo; ferve la mischia. Il duce

Io scontrai di Sardronlo: a spicchi infranto

Vola per l'aere il suo guerriero arnese:

Io l'arresto, e l'afferro, e la sua destra

Stretta di saldi nodi offro a Malorco

Delle conche dator. Gioia si sparse

Sul convito di Furfedo; sconfitto

Era il nemico: ma Tontormo altrove

Volse la faccia vergognoso e tristo,

Che d'Oinamora sua teme lo sguardo.

O dell'alto Fingal sangue verace,

Malorco incominciò, non fia che parta

Dalle mie sale inonorato: io teco

Vo' che una luce di beltà sen vegna,

La vergine di Furfedo dagli occhi

Lento-giranti: ella gioiosa fiamma

Nella tua bellicosa alma possente

Raccenderà, né inosservata, io spero,

Passerà la donzella in mezzo a Selma

Fra drappello d'eroi. Sì disse; io stesi

Nella sala le membra: avea nel sonno

Socchiusi i lumi; un susurrar gentile

L'orecchio mi ferì; parea d'auretta

Che già si sveglia, e primamente i velli

Gira del cardo, indi sull'erba verde

Largamente si sparge. Era cotesta

D'Oinamora la voce: ella il notturno

Suo canto sollevò, che ben conobbe

Ch'era l'anima mia limpido rivo

Che al piacevole suon gorgoglia e spiccia.

Chi mai, cantava, (ad ascoltarla io m'ergo)

Chi dalla rupe sua sopra la densa

Nebbia dell'ocean guarda pensoso?

Come piuma di corvo erra sul nembo

La nerissima chioma: è ne' suoi passi

Maestosa la doglia: ha sopra il ciglio

La lagrima d'amore, e 'l maschio petto

Palpita sopra il cor ch'entro gli scoppia.

Ritirati, o guerrier, cercarmi è vano;

No, più tua non sarò: da te lontana

Lassa! in terreno incognito m'aggiro

Solinga e mesta: ancor che a me stia presso

La schiatta degli eroi, pur ciò non basta

A calmar la mia doglia. Ah! perché mai,

Perché furo nemici i nostri padri,

Tontormo, amor delle donzelle, e pena?

Ossian si scosse a queste note: oh, dissi,

Voce gentil, perché sei mesta? ah tempra,

Tempra il tuo lutto: di Tremmor la stirpe

Non è fosca nell'alma; in terra ignota

Non andrai sola e sconsolata errando,

Oinamora vezzosa. In questo petto

Suona una voce ad altri orecchi ignota:

Ella comanda a questo cor d'aprirsi

Dei sventurati alle querele, al pianto.

Or va' dolce cantrice, alle tue stanze

Ricovra, e ti conforta: il tuo Tontormo

Non fia, s'Ossian può nulla, amato invano.

Sorto il mattino, io dalle sue ritorte

Disciolgo il Re, per man prendo la bella

Dubitosa e tremante, ed a Malorco

Con tai detti mi volgo: o generoso

Re di Furfedo alpestre, e perché mesto

Sarà Tontormo? egli di guerra è face,

Egli è stirpe d'eroi: nemici un tempo

Fur gli avi vostri, ma per Loda adesso

Van le lor ombre in amistà congiunte,

E stendon liete alla medesma conca

Le nebulose braccia: oblio ricopra

Le lor ire, o guerrier; questa è una nube

Dei dì che più non sono, amor la sgombri.

Tai fur d'Ossian le gesta, allor che il tergo

Sferzava il crin di giovinezza, ancora

Che alla vergin regal raggiasse intorno

Veste d'amabilissima beltade:

Tal fui, con gioia or lo rimembro. O vaga

Figlia di Luta, udisti; il canto mio

I già trascorsi dì richiama e arresta.