OITONA
Buio fascia Dunlatmo, ancor che mezza
La faccia sua su la pendice alpestre
Mostri la Luna. Ad altra parte il guardo
Volge la bianca figlia della notte,
Perché vede il dolor che s'avvicina.
Gaulo è già su la piaggia; e pur non ode
Suono alcun nella reggia, e non osserva
Tremolar per le tenebre notturne
Verun solco di luce, e non ascolta
Di Duvranna sul rio la grata voce
Dell'amabile Oitona. - Ove se' ita
Nel fior di tua beltà, figlia di Nua,
Vaga donzella da la nera chioma?
Ove ne andasti tu? Latmo è nel campo,
Ma nelle sale tue tu promettesti
Di rimaner, tu promettesti a Gaulo
Di rimaner nelle paterne sale,
Finch'ei tornasse a te, finché tornasse
dalle rive di Strumo alla donzella
Dell'amor suo: la lagrima pendea
Su la tua guancia nel momento amaro
Di sua partenza, e dal tuo petto uscia
Languidetto un sospiro: e perché dunque,
Perché adesso non vieni ad incontrarlo
Co' dolci canti tuoi, col suon dell'arpa
Lieve tremante? Ei sì diceva, e intanto
Giunse alle torri di Dunlatmo: oscure
Eran le porte e spalancate, ai venti
Era in preda la sala; empiean la soglia
Gli alber di sparse frondi, e fuor d'intorno
Fremea con roco mormorio la notte.
Ad una balza tenebroso e muto
Gaulo s'assise: gli tremava il core
Per l'amata donzella, e non sapea
Ove drizzar per rinvenirla i passi.
Stava di Leto il valoroso figlio
Non lungi dall'Eroe: voce non sciolse,
Ché di Gaulo il dolor vede e rispetta.
Discese il sonno: sorsero nell'alma
Le vision notturne. Oitona apparve
Dinanzi a Gaulo: avea scomposta chioma,
Occhi stillanti: le macchiava il sangue
Il suo braccio di neve, e per le vesti
Le trasparia nel petto una ferita.
Stette sopra l'Eroe. Gaulo tu dormi;
Tu già sì caro e grazioso agli occhi
D'Oitona tua? Dorme il mio Gaulo, intanto
Che bassa io son? volvesi il mare intorno
La tenebrosa Tromato romita,
Ed io nelle mie lagrime m'assido
Dentro la grotta: e pur sedessi io sola!
Al fianco mio l'oscuro sir di Cuta
Stassi nell'avvampante atrocitade
De' suoi desiri, e mi circonda: ah Gaulo,
Che far poss'io?... più impetuoso il nembo
Scosse la quercia, e dileguossi il sogno.
Gaulo abbrancò la lancia, e nelle smanie
Del furor si ravvolse: all'oriente
Volgea spesso lo sguardo, ed accusava
La troppo tarda mattutina luce.
Ella pur sorse alfine; erse le vele,
Scese il vento fremente, ei saltellando
Sopra l'onde volò: nel terzo giorno
Di mezzo il mar, come ceruleo scudo,
Tromato sorse, e contro i scogli suoi
L'infranta rimugghiava onda canuta.
Sola e dolente sul deserto lito
Sedeva Oitona, ed agguardava il mare,
Molle di larga lagrimosa vena:
Ma Gaulo ravvisò; scossesi, altrove
Rivolse il guardo suo, rossor le infoca
L'amabil faccia, e gliel'atterra; un tremito
Per le membra trascorrele: fuggirne
Tentò tre volte, le mancaro i passi.
Fugge Oitona da Gaulo? oimè, dagli occhi
M'escon fiamme di morte? o mi s'offusca
L'odio nell'alma, e mi traspira in volto?
Raggio dell'oriente agli occhi miei,
Cara, sei tu, che in regione ignota
Risplende al peregrin... ma tu ricopri
Di tristezza il bel volto: il tuo nemico
Forse è qui presso? il Cor m'avvampa e freme
Di scontrarlo in battaglia, e già la spada
Trema al fianco di Gaulo, e impaziente
Di scintillarmi nella man si strugge.
Ah calma il tuo dolor: rispondi, o cara;
Non vedi il pianto mio? Perché venisti,
Sospirando la giovine rispose,
Perché venisti tu, signor di Strumo,
Sopra l'onde cerulee all'infelice
Inconsolabilmente lagrimosa
Figlia di Nua? che non mi strussi innanzi,
Lassa! che non svanii qual fior di rupe,
Che non veduto il suo bel capo inalza,
E non veduto inaridisce, e more?
Così spenta foss'io! Venisti, o Gaulo,
Ad accor dunque l'ultimo sospiro
Dalla partenza mia? Sì, Gaulo, io parto
Nella mia gioventù: più non udrassi
D'Oitona il nome, o s'udirà con doglia.
Lagrime di rossor miste e di duolo
Verserà il vecchio Nua: tu sarai mesto,
Figlio di Morni, per la spenta fama
S'Oitona tua: nella magion ristretta
Ella s'addormirà, lungi dal suono
Della tua flebil voce. O sir di Strumo,
Di Tromato alle rocce ondi-sonanti
Perché venisti mai? Venni, riprese,
A trarti dalle man de' tuoi nemici.
Già sull'acciaro mio spunta la morte
Del sir di Cuta, un di noi due fia spento.
Ma se basso son io, diletta Oitona,
Tu m'inalza la tomba, e quando passa
La fosca nave pei cerulei piani,
Chiama i figli del mar, chiamali, e questa
Spada lor porgi: alle paterne sale
L'arrechin essi, onde il canuto Eroe
Cessi di risguardar verso il deserto,
E d'aspettarmi invan. Come! soggiunse
Sospirosa la bella, e tu ch'io viva
Osi di consigliarmi? io desolata
In Tromato vivrò, mentre tu basso,
Gaulo, sarai? non ho di selce il core,
Né leggiera e volubile è quest'alma,
Come quell'onda ch'a ogni soffio alterno
Piega dei venti, e alla tempesta cede.
Teco, teco sarò: quel turbo istesso
Che Gaulo atterrar deve, anche d'Oitona
I rami abbatterà: fiorimmo insieme,
Insieme appassirem: sì, sì, m'è grata
La ristretta magion, grata la bigia
Pietra de' morti. O Tromato romita,
No dagli scogli tuoi, dalle tue rupi
Più non mi spiccherò. - Memoria acerba!
Scese la notte nebulosa: Latmo
Ito era già nelle paterne guerre
All'alpestre Dutormo; io mi sedea
Nella mia sala, d'una quercia al lume.
Quando sul vento avvicinarsi intesi
Un fragor d'arme: mi si sparse in volto
Subita gioia: il tuo ritorno, o Gaulo,
Mi ricorse alla mente; ahi vana speme!
Era cotesta la rosso-crinita
Forza di Duromante, il sir di Cuta
Caliginoso: i truci occhi volgea
In rote atre di foco, e sul suo ferro
Caldo del popol mio fumava il sangue.
Cadder per man del tenebroso Duce
Gli amici miei: la desolata Oitona
Che far poteva? era il mio braccio imbelle,
Disadatto alla lancia; egli rapimmi
Nel dolor, nelle lagrime sommersa.
Spiegò le vele, ché temea la possa
Di Latmo, e avea del suo tornar sospetto:
E in questa grotta... Ecco ch'ei viene appunto
Con le sue genti; alla sua nave innanzi
L'oscura onda si frange; ove salvarti,
Figlio di Morni, ove fuggir? son molti
I suoi guerrier, tu 'l vedi; ah Gaulo!... Ancora
Io non rivolsi dalla zuffa i passi,
Riprese il garzon prode, alteramente
L'acciar traendo; ed or la prima volta
Di temenza e di fuga avrò pensieri,
Mentre appresso ti stanno i tuoi nemici?
Va' nell'antro, amor mio, finché il conflitto
Cessa: tu vien', figlio di Leto, arreca
L'arco dei nostri padri, e la di Morni
Risonante faretra: a piegar l'arco
I tre nostri guerrier s'accingan: Morlo,
Noi crollerem la lancia: un'oste è quella,
Ma i nostri fermi cor vagliono un'oste.
Muta avviossi alla sua grotta e mesta
Oitona: in mezzo all'alma una turbata
Gioia le balenò, qual rosseggiante
Sentier di lampo in tempestosa nube.
Duol disperato la rinforza; e sopra
I suoi tremanti moribondi lumi
S'inaridir le lagrimose stille.
Ma d'altra parte Duromante avanza
Con superba lentezza: egli di Morni
Avea scoperto il figlio: ira e dispregio
Gli rincrespan la faccia, ed ha sul labbro
Orgoglioso inamabile sorriso.
Gira l'occhio vermiglio, e mezzo ascoso
Sotto l'ispide ciglia. Onde, diss'egli,
Questi figli del mar? spinsevi il vento
Agli scogli di Tromato? o veniste
La bella Oitona a rintracciar? Malnati!
Chi nelle man di Duromante incappa
Della sciagura è figlio: i capi imbelli
L'occhio suo non rispetta, ed ei si pasce
Del sangue dei stranieri. Oitona è un raggio,
E 'l sir di Cuta lo si gode ascoso.
Vorrestù spaziar come una nube
Sopra l'amabilissima sua luce,
Figlio della viltà? vieni a tua posta:
Venir tu puoi; ma del tornar che fia?
Rosso-crinito vantator di Cuta,
Non mi conosci tu? non mi conosci?
Gaulo riprese allor: non fur sì forti
I detti tuoi, ma ben gagliardi i passi
Di Morven là nella selvosa terra,
Nella pugna di Latmo, allor che il tergo
Rivolgesti dinnanzi alla mia spada.
Or che da' tuoi se' cinto, alto favelli,
Guerrier villan: ma ti pavento io forse,
Figlio della burbanza? io di codardi
Non son progenie: or lo saprai per prova.
Ei disse, e s'avventò; colui s'ascose
Tra la folla de' suoi; ma lo persegue
L'asta di Gaulo, il tenebroso Duce
Ei trapassò, poi gli recise il capo
Nella morte piegantesi e tremante.
Gaulo tre volte lo crollò pel ciuffo;
Fuggiro i suoi: ma le Morvenie freccie
Rapide gl'inseguir: dieci sull'erme
Rupi cader: le risonanti vele
Gli altri spiegaro, e si salvar nell'onde.
Verso la grotta dell'amata Oitona
Gaulo i passi rivolse: egli alla rupe
Vede appoggiato un giovinetto: un dardo
Gli avea trafitto il fianco; e debolmente
Volgea sotto l'elmetto i stanchi lumi.
Rattristossene Gaulo, e a lui di pace
Le parole parlò: può la mia destra
Risanarti, o garzon? spesso su i monti,
Spesso su i patri rivi in traccia andai
D'erbe salubri, e dei guerrier feriti
Rammarginai le piaghe, e la lor voce
Benedisse la mano, ond'ebber vita.
Son possenti i tuoi padri? ov'han soggiorno?
Dillomi o giovinetto. Ah se tu cadi
Ricoprirà tristezza i rivi tuoi,
Che nel tuo fior cadesti. I padri miei,
Con fioca voce il giovine rispose,
Possenti son, ma non saran dolenti,
Ché già svanì qual mattutina nebbia
La fama mia. S'erge a Duvranna in riva
Nobil palagio, e nella onda soggetta
Scorge l'eccelse sue muscose torri.
Ripido monte con ramosi abeti
Dietro gli sorge, il puoi veder da lungi.
Colà soggiorna il mio fratel; famoso
Egli è tra' prodi: accostati, guerriero,
Trammi quest'elmo, e glielo arreca. L'elmo
Cadde a Gaulo di man, ravvisa Oitona,
Ferita, semiviva. Entro la grotta
Armò le membra, e tra i guerrier sen venne
Di morte in cerca: ha già socchiusi i lumi
Gravi, cadenti; le trabocca il sangue.
Figlio di Morni, inalzami la tomba,
Disse gemendo; già come una nube
Il sonno interminabile di morte
Mi si stende sull'anima; son foschi
Gli occhi d'Oitona: io manco. Oh foss'io stata
Colà in Duvranna nei lucenti raggi
Della mia fama! allor sarien trascorsi
Gli anni miei nella gioia, e le donzelle
Avriano benedetti i passi miei.
Così moro anzi tempo, o Gaulo, io moro,
E 'l vecchio padre mio, misero padre,
S'arrossirà per me. Pallida cadde
Sulla rupe di Tromato: l'Eroe
Le alzò la tomba, e la bagnò di pianto.
Gaulo in Selma tornò; ciascun s'accorse
Della sua oscuritade. Ossian all'arpa
Stese la destra, e della bella Oitona
Cantò le lodi. Sulla faccia a Gaulo
La luce ritornò: ma tratto tratto,
Mentr'ei si stava tra gli amici assiso,
Gli scappava il sospir. Così talvolta,
Dacché cessaro i tempestosi venti,
Crollano i nembi le goccianti piume.