Orfeo
Lungo la riva d'Ebro
con le ninfe compagne
la vezzosa Euridice, amata moglie
del gran figlio d'Apollo e dela Musa,
fabricava ghirlande e gìa cantando
canzonetta gentil, che poco dianzi
dal canoro marito appresa avea;
quando la vide e n'arse
il pastor Aristeo. Questi, già fermo
di mitigar l'insopportabil fiamma,
posti tutti in oblio gli armenti e i paschi,
messi tutti in non cale i favi e l'api,
prese a tracciarla insidioso, e volse
con aguato furtivo allor rapirla.
Sen'avide la bella e in un momento,
lasciando al suol de' catenati fiori
la testura interrotta
e spezzando la voce a mezo il corso,
cacciossi in fuga et egli
con sollecito piè dietro le tenne.
Qual suol timida cerva
da fier leon massile,
tal dal seguace amante
la giovinetta smorta
s'involava fuggendo.
Né gli giovava il raccontar ch'ei fusse
dela bella Cirene inclito figlio,
de' pastori inesperti util maestro,
di Proteo dio soggiogator sagace,
novello osservator d'ignote stelle,
primo espressor dele mature olive,
fabro del mele et inventor del latte,
ch'eran gittate ai venti
le preghiere e i lamenti. Ella fuggiva
dal timor risospinta, assai veloce,
se non quanto il bel crin disciolto al'aura
e la gonna ondeggiante
l'arrestavan talora in qualche bronco;
onde di drappo serico vestiva
gl'ignudi sterpi et arricchia con scorno
dele piante d'Esperia
e de' rami di Cuma,
d'annella d'or la povertà del bosco.
Facean le bionde trecce
(amorosi trofei de' tronchi indegni)
lacerate e pendenti ai negri busti
dele ruvide querce, aurei monili;
e volando dintorno
a quelle belle e lucide catene,
vi restò prigionier più d'un augello.
Era ormai giunta in parte,
donde poco temer quasi potea
l'ingorda man del giovinetto audace,
quando (oh caso infelice)
sollevando del capo
le sanguinose creste, innanellando
in squallid'orbi il flessuoso corpo
e con la coda aguzza
sferzando l'erbe, incontr'a lei si mosse
per mille obliqui strisci aspe pungente.
Verdeggiavan tra 'l negro,
sì come iride suol, di più colori
variate le terga.
Ardean di foco e sangue
le fiere luci orribilmente infette.
Dala bocca spumante
uscia fischio e veleno, onde facea
ne' suoi lividi tratti intorno intorno
d'atra nebbia e mortal fumar la via.
Et ecco, poiché in arco
ricontorse la schiena, ecco che quasi
animata saetta, anzi terrestre
fulmine senza scoppio,
aventò se medesmo e dala lingua
morbo scoccando e morte,
nel bianco piede ignudo
dela fanciulla fuggitiva e scalza
con tenace puntura il dente impresse,
e vomitò su la ferita il fiele.
Sentì la sventurata
dela calcata serpe
la rabbiosa percossa e 'l morso acerbo.
Tacita peste intanto
serpendo va per le midolle e scorre
di vena in vena, e sottilmente passa
per le viscere al cor, che dal'occulta
virtù del fiero tosco
contaminato, irrigidisce e torpe.
Picciola è ben la piaga,
ma non così si gonfia
cumulo d'onde in cavo rame al foco,
né così curva il seno
da' soffi d'Euro ingravidato lino,
come il bel piè trafitto
di se stesso maggior subito cresce,
e tumido non cape
dela putrida massa il globo informe.
Di gelido sudor sparge la fronte,
di torbido squallor tinge la guancia
la sbigottita donna.
Pallida come giglio
da vomere, o da piede
o reciso o calcato;
languida qual ligustro
da grandine, o da vento
o battuto, o sterpato,
sovra l'erba cader ratto si lascia.
Repentina caligine i begli occhi
offusca e chiude in grave sonno eterno,
perde il chiaro del giorno e dala luce
dela vita serena
irreparabilmente
scende al'ombre di Stige, ombra dolente.
Ala dura novella
con pianti e con sospir l'afflitte ninfe
dele getiche selve e dele traci
perturbaro i silenzi e 'l dolce nome
chiamar più volte e richiamaro indarno.
Ma quale allor si fece e qual sentissi
il sovr'ogni altro addolorato Orfeo?
Lasso, da indi in poi la notte e 'l giorno
mesto videlo il bosco e mesto udillo
piangendo gir per solitarie valli
e per spelonche inospite la vita.
Qual dela dolce sua tenera prole
orbato rossignuol, che d'alte strida,
e di gemiti acuti il cielo assorda;
qual dela cara sua fida compagna
vedovo tortorel, che 'n chiaro fonte
non beve mai, né 'n verde tronco alberga;
tal egli al'ombra, al sole
di lamentose voci
empiendo ognor sen gìa l'alte foreste,
e desperato alfine
volse ancor di pietà tentar l'Inferno.
Prese la nobil cetra,
quella, ch'ebbe pur dianzi
dal nipote d'Atlante il suo gran padre,
e dele Muse il numero pareggia
ne la serie de' tuoni;
indi con essa in braccio
discese ale più cupe
del globo dela terra ultime parti,
e per placar del'implacabil Dite
la superbia crudele,
non aborrì d'errar vivo tra' morti;
e la negra palude,
dove il vecchio Caron tragitta l'alme,
passò senza spavento, e corse e vide
dela patria del'ombre
e del'impero tristo
le sedi oscure e le dolenti case;
et ebbe ardir cantando
di raccontar con lagrimose note
del'amorose sue dure fortune
l'istoria miserabile e pietosa
al'anime spietate;
né gli vietò la barca
il pallido nocchiero,
né gli contese il passo
il can dale tre gole.
Di Tenaro le porte entrò l'ardito
giovane innamorato e per le vie
caliginose e fosche
cercando andò dela magion del pianto
gli alberghi inaccessibili e riposti.
Giunse alfin là, dove il Tiranno oscuro
presso ad Ecate sua preme e sostiene
terribil trono e ruginoso scettro.
E venerando e spaventoso insieme
per negra maestà, di mesta nube
l'irsuto capo e 'l bruno ciglio ingombra,
e nel fiero rigor del'aspra fronte
l'inclemenza del cor dimostra aperta.
Stava l'empia famiglia
de' dolorosi spirti
stupida intorno e di saver bramosa
ciò che chiedesse il peregrin del mondo.
Et ei poiché fu avante
ala corte crudel, quivi s'assise,
e come allor rapito e quasi astratto
in estasi soave,
con luci lagrimose
in atto dolce e grave
se medesmo compose.
D'una giuppa purpurea era vestito,
la qual d'oro brunito
stringea per mezzo il sen fibbia mordace.
Dal tergo al piè gli scende in abbandono
il mantello volante
et a l'usanza persa
legatura leggiadra,
broccata d'oro, il vago crin gli adorna,
che dal sommo del capo
si curva in arco e si rileva in monte.
Parte intorno ala fronte,
e parte sovra gli omeri diffuse,
agitate dal'aura
si volteggian le chiome.
Sostien posato in terra il piè sinistro
su la coscia la lira,
ch'a la manca mammella il corno appoggia;
l'altra con lieve moto
la misura pian pian batte nel suolo.
Tien la destra l'archetto,
che dal'un capo, onde con man si regge,
ricurvo indentro e torto,
fin ala coda estrema
la cui punta s'abbassa e pende al chino,
stende per lungo tratto
linea sottil d'impegolate sete.
Con questo or basso, or alto
di su, di giù, veloce a tempo, e lento,
su per le corde passeggiando scorre;
e le dita allungate
dela sinistra intanto
per le classi de' tasti,
e per mezo gli spazî de' registri
scherzando ad ora ad ora
le premon leggiermente.
Tirate in prima le chiavette eburne,
tende i nervi sonori e ricercando
con armonica man le dolci fila,
prende con l'arco a risvegliarle alquanto;
al fin poiché taciuto ha quanto basta
a preparar l'attenzione altrui,
con riposato, e sostenuto tuono
tragge dala voragine più cupa
dela gola tonante
voce bassa e profonda,
ch'a mano a man si snoda,
e sgorga, e scoppia, e con spedito salto
a poco a poco si rischiara et erge;
poi quando è giunta al colmo,
qual face, che nel fine
indebolisce e manca,
con fievol tremolio
languidissimamente
gorgogliando vacilla insù l'estremo.
Talor quasi volubile Meandro,
o labirinto obliquo,
per anguste torture
di flessuosa scala
serpendo in lungo giro
s'increspa e piega, e si rivolge e rota.
Talor prende la fuga e poi nel mezo
si ripente e la spezza,
e la rapida piena
dele varie sue mute
con un grato intervallo
di breve pausa al'improviso affrena.
Sembra un mar tempestoso,
ch'ondeggiando or col flutto
porta il legno ale stelle,
or l'affonda agli abissi,
peròche, mentre or con cadenze meste,
or con alti sospir cala e sormonta,
precipitando e sollevando i cori,
i cori insieme e i sensi
sospende a voglia sua, di chi l'ascolta.
Innanella talvolta
di vaghi contrapunti
e di lieti passaggi
numerose catene;
ma tra i rigiri suoi, tra le figure,
onde il bel canto ei fregia,
non sommerge gli accenti,
non confonde le rime;
e le parole in guisa
spiega chiare e distinte
che l'aria al'arte sua ragion non toglie,
né de' versi, che forma, i sensi occupa.
E la canzon fu questa,
e queste fur le note,
che con la lingua innamorata espresse.
– O del'abisso tenebroso e nero
monarca formidabile e severo,
sotto il cui 'mpero stansi ubbidienti
furie e serpenti;
tartareo Giove, che con scettro eterno
del pallid'Orco e del profondo Averno
volgi il governo, e con tremende leggi
l'anime reggi;
per questi luoghi d'ogni luce privi,
e di rado, o non mai, cerchi da' vivi,
spargendo rivi d'angosciosa vena
Amor mi mena.
Per desio di veder l'orribil regno
con questo curvo mio canoro legno
io già non vegno, o per votar di mostri
gli ombrosi chiostri.
La sospirata mia dolce consorte
tolsemi avara intempestiva Morte,
e 'l nodo forte, ond'Amor già n'involse,
ruppe e disciolse.
Punta da velenoso e rigid'angue
quella, di cui la Tracia or priva langue,
rimase essangue; et io (com'altri vede)
di pianto erede.
Ben so che quando per malvagia stella
spiegò su 'l fior del'età sua novella
l'anima bella di lassù le penne,
quaggiù ne venne.
Se qui legge fatal vieta l'entrata
solo a chi vive, a me non fia vietata
ch'io del'amata e cara anima privo
no che non vivo.
E voi, deh voi dela città temuta
pregate il vostro re, gente perduta,
ch'omai renduta per pietà mi sia
la donna mia.
Non voglio già che 'l fil di quella vita,
ch'Atropo le recise a pena ordita,
fatta infinita, e più del'altre lunga,
Cloto raggiunga.
Ch'ella rivesta il suo terreno manto
sol per qualch'anno (se potran mai tanto
quest'umil canto e questo flebil suono)
vi cheggio in dono.
Ciò ch'è già nato e ciò che nascer deve
l'Erebo ingordo avidamente in breve
divora e beve, et ogni cosa a Pluto
rende tributo.
Del corso dela vita, o tarda, o presta,
quando Morte a' mortali il passo arresta
la meta è questa, e qua nel punto estremo
tutti verremo.
Onde colei, ch'empio destin m'ha tolta,
del fragil velo alfin nuda, e disciolta,
un'altra volta al suo fatal soggiorno
farà ritorno.
Pluton, s'ha nel tuo core Amor ricetto,
e sai quant'egli possa in gentil petto,
sarai costretto al mio prego amoroso
esser pietoso.
Che benché sommo dio, sommo signore
del foco eterno e del'eterno ardore,
t'accese Amore, e di duo rai celesti,
com'ardo, ardesti.
Se neghi che 'l mio ben là torni meco,
concedi almen ch'io qui rimanga seco,
che 'l mondo cieco, avendo un sì bel viso,
fia paradiso –.
Mentr'ei così cantava,
umiliate e molli
l'Eumenidi superbe
gittaro in fondo a Lete
le viperine sferze,
e le Ceraste, ond'elle
chiomata hanno la fronte,
acquetaro gli strilli.
Le Gorgoni e le Sfingi,
e le Chimere e l'Idre
ebber quiete e pace.
Il Latrator trifauce
la tripartita bocca
chiuse ascoltando, e tacque.
Respirarono tutte
dagli usati flagelli
l'anime tormentate.
Arrestaronsi alquanto
co' sempre voti cribri
le Belidi infelici.
Del perfido Issione
la non mai stabil rota
fermò l'eterno giro.
Provò Sisifo assiso
su la volubil pietra
gl'interdetti riposi.
Il famelico augello,
che rode a Tizio il core,
dal fiero e crudo pasto
levò vago d'udire
a suo dispetto il rostro.
Né fame più né sete,
il frigio Vecchio afflisse.
Anzi mentr'al bel canto
stavano intente e ferme
l'acque e con l'acque insieme
l'autunno fuggitivo,
ei non curò le mani
stendere ai dolci pomi,
né d'attuffar le labra
ne l'onde desiate.
Radamanto severo
giudice dele pene
e gli altri duo de' falli
conoscitori orrendi
obliaro la cura
d'essaminare i rei.
A cancellar le leggi
del'immutabil fato
si piegaro le Parche.
Proserpina feroce
non ricusò con preghi
d'intercedergli il dono.
Fu veduto l'istesso
inessorabil Rege,
quei, che giamai non pianse,
piangere amaramente
(oh meraviglia) e queste
fur le lagrime prime,
che, mollito del core
l'ostinato diaspro,
di quell'ispida barba
bagnaro, e di quel petto
setoloso et inculto
le ferruginee lane.
Così l'amato pegno ottenne, e tolse
dale branche di Morte il suo tesoro.
Euridice riebbe e fuor del'ombre
seco la trasse a rivedere il sole.
Ma con legge però dura e severa
che tanto che non giunga al'aria viva,
mai non si volga a rimirarla a tergo.
Ahi chi le voglie innamorate affrena?
Troppo è d'indugio impaziente, e raro
impetuoso amor soffre ritegno.
Era tornando su ne l'aura molle
già fuor d'ogni periglio e si traea
dietro il suo dolce foco,
degno trofeo del'onorato plettro;
quand'egli (ahi smemorato)
ne l'uscir fuor dela ferrata soglia
dela reggia di Dite,
con desir curioso,
con occhio frettoloso,
rotta la legge et obliato il patto,
fu per troppo voler poco felice.
Girò cupido indietro
per vagheggiarla, innanzi tempo il guardo:
error degno per certo
di scusa e di perdono,
se di perdono, o scusa esser capace
potesse mai la regione iniqua.
A pena ei si rivolse,
che cinto d'infernali orride larve
alto fragor tre volte
udì sonar dal cavernoso e buio
baratro d'Acheronte. Allor colei,
che 'nfino al'uscio del'orribil'antro
seguitato l'avea, fu richiamata
dala voce del fato e sospirando
ne l'estremo partir così gli disse:
– Ahi di novo anco ala luce
son rapita.
Chi pur là mi riconduce,
dond'io venni?
Destin forte, dura stella
mi costringe.
Ecco, indietro mi rappella
pur l'Abisso.
Già men vò, rimanti in pace
caro sposo.
Che più stringi ombra fugace,
spirto ignudo?
Più creduto, o men mirato
che tu avessi.
E lo sguardo ben temprato,
come il canto.
Se del'occhio era il tuo piede
più veloce,
goderesti la mercede
de' tuoi carmi.
Non sperar più nel tuo mondo
rivedermi,
ch'io men vo nel cupo fondo
d'Acheronte.
Ciò comanda, così vole
chi qui regna.
A dio cielo, et a dio sole,
già vi lascio –.
Sì disse e poi qual fumo
ch'al vento si dilegua,
sparve subitamente, e ratto scese
di Flegetonte ale più basse sponde.
Tre volte il poverel le braccia mosse
per ritenerla a forza,
e tre volte schernito il vento strinse.
Così, miseramente, a perder venne
il premio del bel canto e sparse al'aura
le durate fatiche; e così vide
da capo il sol di que' begli occhi spento,
e la diletta sposa,
nel breve spazio d'una vita angusta,
due volte nata e poi due volte estinta.
Ben qual dianzi, cercò quindi ritrarla,
e ben tentò di rientrar piangendo,
e pregando sotterra,
ma invan, peròche starsi
vide a guardia del varco
con fauci aperte il mostruoso Cane.
Né più su la riviera di Cocito
trova l'usato legno, anzi rimira
presso le torbid'onde
del pigro stagno il Passaggiero antico,
che lo sgrida e discaccia.
Lasso, che far più deggia? ove si volga
già la seconda volta
d'ogni sua gioia privo?
Con quai pianti o quai preghi
moverà il Ciel, lusingherà l'Inferno?
O disporrà lo stame
due volte tronco ad innaspar la Parca?
Fermossi egli lungh'ora
presso l'oscuro speco,
sperando pur di lei forse il ritorno.
Ma quando d'aspettarla invan s'accorse,
pien di cordoglio e d'ira
fu per romper la lira, e come stolto
stracciandosi dal crine il verde alloro,
dal'infelici porte
torse il piè finalmente e pianse, e disse:
– O del Tartaro avaro
ingiustissimi Dei, spietati Numi,
ecco ch'io parto pur versando fiumi
di dolorose lagrime.
Fia dunque intero dono
cosa donar, che deggia esser ritolta?
E donata, e rapita un'altra volta,
ricusar poi di renderla?
Negar ben era il meglio
che conceder altrui grazia imperfetta.
O deveami del tutto esser disdetta,
o concessa in perpetuo.
Ma più di voi mi doglio
sì poco grate a quell'orecchie sorde,
o mal toccate, o mal gradite corde
dela mia mesta cetera.
Misero, e che mi vale
l'alta virtù del vostro suon celeste,
s'impetrarmi mercè sì mal sapeste,
dal crudo Re dell'Erebo?
Omai che mi rileva
cerchiar le tempie d'immortal corona,
figlio del re di Pindo e d'Elicona,
e nato di Calliope?
Che m'importa le labra
tuffar nel puro e glorioso fonte,
e i laureti abitar del sacro monte
tra le dotte Pieridi?
Cantati aver che valmi
di Giove i pregi e di quel sommo coro,
se 'l mio devoto stil nulla appo loro
ritrovò grazia o merito?
Ingrati, invidi Dei,
son pur quell'io, che 'n chiare eccelse rime
celebrai già con armonia sublime
le vostr'eterne glorie.
Son'io, che dapoi ch'ebbi
le roze genti al civil culto instrutte,
le fei zelanti, e persuasi a tutte
offrirvi altari e vittime.
Voi pur allor gradiste
gl'inni facondi e le lodate lodi,
che già vi porse in non usati modi
il cantor vostro nobile.
Et or perché sì poco
mi giovar vosco affettuose preci?
di quanto in terra a vostro onore io feci
è questo dunque il premio?
Non potea senza froda
rendersi dunque a me la sposa mia?
dunque del donator la cortesia
mi torna in danno e strazio?
Perché, perché proporre
condizion sì dura a tanta brama?
dura troppo e pur troppo a chi tropp'ama
ad osservar difficile.
Così devea fallace
riuscir d'un gran Dio l'alta parola?
dove, deh dove sei? chi mi t'invola
consorte mia dolcissima?
Oimè sarà pur vero,
ch'avend'io de' begli occhi il sol perduto,
ritornar ala luce abbia potuto
dopo sì grave perdita?
Ahi perché di noi duo
l'un rifiutar, l'altro accettar gli Abissi?
perché permise il Ciel ch'io solo uscissi
degli alberghi tartarei?
Sì sì, fu perch'io forse
mentre tu passi a quel tormento eterno,
rimanga in altro assai peggiore inferno,
più penoso et orribile.
Folle, astener non seppi
dala tua vista i cupid'occhi miei
io, che col canto svellerti potei
dale man dele Furie?
Or tu senza me lasso,
dannata là ne le profonde grotte
tra i mesti orror dela perpetua notte,
abiterai le tenebre.
Et io sola cagione
del tuo novo morir, vedovo e privo
del tuo lume vital, resto qui vivo,
o vita di quest'anima?
Gli ululati e le strida
udrai laggiù dele malnate genti;
udrai del'alme ree gli aspri lamenti
e i desperati gemiti.
Vedrai le torve fronti,
le minacciose ciglia e i serpentini
d'aspi fischianti inviluppati crini
dele tre crude Vergini.
Sentirai le percosse
dele catene e dele serpi orrende,
con cui Megera atrocemente offende
gli scelerati spiriti.
E 'ncontr' a te fors'anco
scote la fiera e furial facella;
fors'ancor ti percote e ti flagella
con le ceraste squallide.
Teco usar l'empie or denno
doppio rigor, peròche vidi io stesso
del privilegio a te sola concesso
già sospirar Tesifone.
E ti mirò sdegnosa
quando meco vicina eri al'uscire,
che 'n te (come ne l'altre) incrudelire
sol non le fusse lecito.
E pur campata e franca
dal poter del'Erinne iniqua e rea,
le rive a riveder già ti traea
del bel fiume Castalio.
Quando, oimè, non so come
mi fu del bel camin la via precisa,
e tu tornasti pur da me divisa
al sempiterno carcere.
Tornasti a forza esposta
ala pena infernale et al dolore;
et io senza il mio ben, senza il mio core
rimarrò lieto e libero?
Possibil fia ch'io tragga
tra gli uomini la vita e tu tra' mostri?
e ch'abbiam per oggetto agli occhi nostri
io luce e tu caligine?
No no, ciò non richiede
l'amor mio vero, il mio pietoso affetto.
Conviensi a me, ch'aborro ogni diletto,
stato d'egual miseria.
A queste luci triste
non fia più chiaro il sol, né caro il die;
né più saranno altrui le corde mie
dilettose et amabili.
Nulla più di soave
canterà la mia Musa afflitta et egra;
né voce avrà più mai, grata et allegra,
come talor fu solita.
Fuggan (ch'io più non curo
se non che di se stesso abbia a dolersi)
amorose dolcezze e dolci versi
da quest'amaro pettine.
Più non vo ch'addolcisca
quel crudo Ciel, ch'ogni piacer mi toglie,
di piacevol suggetto in tante doglie
alcun concento armonico.
Più non m'udranno i boschi
parlar d'amor, né vo che più rimbombe
l'amico orror di quest'ombrose tombe,
che di funesta musica.
Orba omai di duo pregi,
spento il suo Sole e muto il suo Poeta,
non speri più di ritornar mai lieta
la sconsolata Tracia.
Spoglia negra e lugubre
vo che da oggi in poi sempre mi vesta;
sì come l'alma è tenebrosa e mesta,
tenebroso fia l'abito.
Starommene solingo,
tragico essempio a i più meschini amanti,
le lunghe notti di dogliosi pianti
bagnando il freddo talamo.
Andrommene ramingo
per le foreste più deserte e nere
importunando le selvagge fere
con le mie note querule.
O sassi alpini, o sassi,
ch'al mio cantar correste, or qua correte
con rovina mortal, prego, cadete
sovra il mio capo misero.
O selve alpestri, o selve
che spesso del mio suon l'orme seguite,
co' vostri rami ad acciecar venite
questi miei lumi flebili.
O belve ingorde, o belve,
che stupite al tenor dele mie voci,
deh da' vostri antri omai crude e feroci
uscite, e divoratemi –.
Questi et altri discorsi
con travagliato spirto
il misero facea. Così soletto
pianse gran tempo e fu veduto poi
tre mesi e quattro interi
or per gli alpestri fianchi
del'Emo, or per le falde
dela rupe Rifea,
or sotto Tempe, or su l'orribil foce
del Tanai freddo, or su le ripe algenti
del'agghiacciato Strimone dolersi;
e tra l'acque e le piante,
e le fere e gli augelli
in triste e lamentevoli querele
suo cordoglio sfogava,
e sempre si lagnava
di Persefone ingorda,
sempre Euridice sua chiamando invano.
Mai d'altra donna agli occhi suoi non piacque
vista leggiadra, e mai
di novella beltà fiamma non l'arse.
Sol mostrando sen gìa con versi molli
ai giovani pastori,
dolce cantando, i puerili amori.
E fu sì fatto il canto,
che 'n spazioso piano, ove non era
tra l'erbette minute ombra d'arbusto,
(oh miracol di carmi)
dale montagne traci
trasse i boschi seguaci.
Contano i Geti, e gli ultimi Bistoni,
che i più profondi e rapidi torrenti
mancaro, e posto il freno
al solito furor, taciti e pigri
rappreser l'acque e ritardaro il corso.
E che i più fieri venti
si posaro su l'ali e quasi avinti
d'invisibil catena, ebri di gioia,
stetter fermi, e pendenti
dai mirabili accenti:
sìche Nettun di quelli, Eolo di questi
molte e molt'ore indarno
aspettaro il ritorno;
ond'ebbero a temer d'aver perduti
i tributarî l'un, l'altro i vassalli.
Il nevoso Pangeo l'ispida testa
piegò, per ascoltar l'alto concento;
il Rodope gelato
dal duro giogo sollevò la fronte;
scossesi dala chioma il rigid'Ossa
disciolte al pian l'indiamantite nevi,
e si sentì del dorso
liquefar per dolcezza il ghiaccio antico.
E tu superbo impenetrabil Ato,
lo cui rigor non cesse
agli assalti del mar, la cui durezza
fu dal ferro di Serse apena doma,
pur non potesti allor del petto alpino
non allettato intenerir le selci,
sìche sotto le schegge, e le ruine
de' rotti sassi e de' macigni infranti
mille centauri allievi ebber sepolcro.
Corsero aprova, fatte
peregrine le selve; e dele selve
le Driadi cittadine,
abbandonati i lor nativi tronchi,
mosser le roze piante, e volser farsi
del gran poeta ascoltatrici anch'elle.
Dale cime del'Emo,
quasi ignudo rimaso,
scese a gran passi il verdeggiante pioppo,
dele tempie d'Alcide altero fregio.
Seguillo il pin robusto,
carco di duri e noderosi scogli,
che per cercar dela perduta figlia
ala feconda Dea prestò le faci.
Seco condusse la compagna quercia,
arbore a Giove cara, e dele ghiande
(cibo de' primi eroi) madre ferace.
Vennevi il dritto e funeral cipresso,
piramide de' boschi, arbor gigante,
emulator degli obelischi alteri,
imitator dele superbe mete.
E co 'l frassino alpestro, utile al'armi,
nato a fornir le destre
de' feroci guerrier d'aste ferrate,
rapido ancor vi venne
il produttor dela tenace pece,
l'abete atto e possente
l'impeto e l'ira a sostener del'onde.
Né mancò di venir l'invitta palma,
premio de' vincitori, onor d'Idume,
né 'l bianco e lento salce,
ch'abita i fiumi et ama
pascer la sete sua vicino al'acque,
né tu di Palla amico,
fecondissimo olivo.
Né tu, che 'l corpo tutto, acero vago,
porti dipinto di leggiadre vene.
E con la chioma aperta
lasciò le patrie rive il faggio ombroso.
Et uscì dele braccia
dela moglie ritorta
il padrigno del'uve, olmo frondoso.
Vennevi il noce opaco, il bosso crespo,
e col cornio silvestro,
suo germano minor, vi venne e corse
il vermiglio ciregio.
E fra mill'altre piante
le piante vi drizzaro
il platano giocondo,
il sovero spugnoso,
il corbezzolo umile,
il ginebro pungente,
il fragil tamarisco,
il pieghevole tiglio; e tutti insieme
fecero d'ognintorno
al musico gentil verde teatro.
Dafni, già ninfa, or lauro,
benché disprezzatrice
già del'arti d'Apollo e dele Muse,
mutata a questa volta
con la sembianza ancor l'aspra natura,
sovra il suo genitore il figlio volse
favoreggiar di privilegio eterno.
Al suon di quelle note,
onde fuggir solea, corse veloce,
et incurvando al'onorata fronte
le sacre e verdi cime, gli compose
meritata corona.
L'elce negra et annosa,
da que' versi animata
stese i densi suoi rami e con le fronde
folta ombrella tessendo al nobil capo,
gli fe' su 'l fil del mezogiorno estivo
contro i colpi del sol frondoso scudo.
Il nodoso castagno
disserrò de' suoi ricci aspri e pungenti
l'irsute barbe, e fuor de' gusci a piedi
gli partorì le sue novelle figlie.
Il purpureo granato
si ruppe il fianco d'oro e le nascoste
viscere di rubin tutte gli aperse.
La pampinosa vite
del suo tesor gli porse
gonfi di dolce ambrosia, e gravi e pregni
di liquid'ambra, i teneri piropi.
Il molle e dolce fico
quasi pianger volesse
per pietà de' suoi casi,
dale foglie e da' frutti
stillò di puro mele
lagrime rugiadose.
Il mandorlo gentile,
qual già sotto l'incarco
dela sospesa Fillide gli avenne,
tutto si ringemmò d'arabi fiori.
Il gelso, che del sangue
de' duo miseri amanti era vermiglio,
tornò viè più che pria candido e bianco,
e dele foglie belle
raddoppiò l'esca al'ingegnoso verme.
L'incorrottibil cedro
e l'arancio odorato i pomi d'oro,
già con vigilie tante
ne' giardini d'Atlante
guardati là dal'incantata serpe,
quasi pioggia dorata, a terra chini
prodigamente in grembo gli versaro.
Il nespilo, il cotogno,
il sorbo, aspri et acerbi,
maturaro i lor parti, et indolcita
la naturale asprezza,
sudaro dale scorze
di zucchero di canna,
di nettare e di manna
gomme preziosissime e soavi.
L'edra brancuta e l'amoroso mirto
mostravano serpendo
tra gl'immortali e trionfanti allori,
non poca ambizion d'essere a parte
di tant'onore anch'essi, e di far cerchio
(umil quantunque) al glorioso crine.
Il pesco, il pero, il pruno
quasi garrule lingue
vibrar le fronde e parea dir ciascuno:
ecco, io t'offro me stesso,
e volentier torrei
lasciarmi anco smembrar, solch'io potessi
a quella dotta man, ch'a sé mi tira,
far del proprio cadavere la lira.
Tutti gli arbori insomma
l'un verso l'altro dilatando i rami,
come presi per mano,
perch'egli stando al'ombra
meglio seguir la musica potesse,
et acciò che gli augelli
si potesser posar su le lor braccia,
gli si piantaro intorno.
Furo i vaghi augellini
su i vaganti arboscelli
da forza occulta co' lor nidi insieme
portati al loco, ove s'udiva il canto;
e s'alcun forse a caso
ne volava per l'aere, a mezo il volo
d'oblio soave innebriato e preso
da melodia sì nova,
cadea subito a terra.
L'istessa altera imperiale augella,
messaggiera di Giove,
lasciando per allora
di mirar fiso il sole,
dela cui dolce vista
cotanto si compiace,
rapita a trastullarsi
dala luce ala voce,
cangiò senso al diletto,
e variando oggetto,
del'occhio in vece adoperò l'orecchio:
o se parte nell'opra avea lo sguardo,
intendea solo a vagheggiare Orfeo.
Ammutì la cicala
striduletta e loquace:
et è fama ch'allora
le canzoni dolcissime a comporre
Filomena imparasse;
e ch'allor cominciasse,
imitator dela favella umana,
distintamente a sciorre
articolate voci il verde augello;
e ch'allor sonnacchiosi
apprendessero ancora
il tasso, il ghiro e l'orso
il lunghissimo lor grave letargo.
Su la bocca del'antro,
dove sedea cantando il sacro ingegno,
in guisa di corona,
intenta al suon dele celesti rime
gran turba d'animali
mansueti e feroci,
e terrestri e volanti, erasi accolta.
Il destrier generoso,
benché di Marte, e di Bellona amico,
con le ginocchia chine
di Calliope e di Febo il figlio udiva;
e viè più forte di qualunque morso
a freno il ritenea
di quel canto divin l'alta dolcezza.
Il tauro aspro e superbo,
dimenticata in tutto
col fier rival la combattuta amica,
e quasi doma da soave giogo
sua natural fierezza,
giaceagli a piè disteso.
Il bavoso cinghiale
obliato lo sdegno,
ch'ebbe già contro il bel rival di Marte,
con le sete arricciate
stupido al bel cantar dava l'orecchie.
La simia, de' nostr'atti
scherzosa imitatrice,
posti gli usati scherzi,
tutta pendea dal'accordato ordigno.
L'istrice, a se medesmo arciero et arco,
cui scusa il proprio cuoio
e faretra e saette, or di sé fatto
spinoso globo e setolosa palla,
dipartir da quel suon non si sapea.
Lo scrignuto camelo,
la cornuta giraffa e cento e mille,
al tenor lusinghiero
del'arguto stromento
taciturni si stavano e sospesi.
L'aspe crudel, dico quell'aspe istesso,
che la sua donna uccise,
del gran fallo pentito, allor si tolse
dal sordo orecchio l'ostinata coda,
et incantato dal celeste canto
bevve tanto di dolce,
che tutto il tosco suo converse in mele.
La formidabil tigre,
abbassato l'orgoglio, et obliata
del caro nido la gelosa cura,
era così rapita
dala soavità del'armonia
ch'allor potuto a suo talento avrebbe
far degli orridi parti
secura preda il cacciatore armeno.
E ciò, che più di meraviglia è degno,
fere tra se medesme
discordanti e nemiche
pacifica union quivi congiunse.
Scherzò con la pantera
concorde allor la damma;
non fuggì paventosa
dal leon la cervetta;
s'accompagnò securo
con l'elefante il drago;
presso al lupo s'assise
senza timor l'agnella;
covò l'amica lepre
piacevole il molosso;
serbò fede al colombo
l'insidiosa volpe;
e conversaro insieme
la tortorella e 'l falco.
Intanto il saggio Orfeo, che tutto cinto
da' selvaggi uditori
in quella solitudine si vede,
rinforza il flebil metro
e con l'avorio musico ritocca
e ritenta e ritasta
dele corde concordi
l'ordinate misure.
Cantò del giovinetto
che 'l domestico cervo incauto uccise.
Contò di quel, che 'n Ida
fu del celeste augel peso furtivo.
Narrò di quel, che morto
fu dal disco crudele.
Disse di quel, ch'estinto
fu dal cinghial feroce.
Né di colui si tacque,
che di Cibele i pianti
in saldo umor viscoso ancor distilla.
Né di quel che soletto
vaneggiando su l'acque
a se medesmo piacque,
né di te, che furato
dala bella Napea,
lasciasti in pianto il generoso Alcide;
né di te, che dal tauro
precipitato a terra,
fosti a Bacco cagion d'estrema doglia.
Allora in guiderdon del gran diletto
da' dolci accenti preso,
a recargli pregiati e rari doni
ogni fera, ogni augel contese a prova.
Quivi il gatto etiopo
gli odorati sudori
largamente diffuse.
Il castore si svelse
i cari genitali,
non facil preda al cacciator di Ponto.
Il pavone dal lembo
dela fregiata spoglia
le colorate sue gemme si trasse.
Fin dal Caucaso il lince
venne a portargli i lucidi cristalli.
Dal'iperboree balze
il grifo gli condusse
dele glebe del'oro i biondi pesi.
Dagli orti di Ciprigna
i serti dele rose
gli recò la colomba.
Da l'Eridano il cigno
trasse l'elettro fin, tolto da' rami
dele meste sorelle di Fetonte.
La gru dopo i contrasti
dele guerre pigmee, col rostro acuto
colse del mar vermiglio i ricchi germi.
La fenice immortale,
di là da l'odorifere contrade
de l'ultim'Euro, ne l'adunco artiglio
gli venne a presentar cinnamo e costo.
Non fu pennuto in aria, irsuto in selva
animal, che negasse
ala lira faconda il suo tributo.
Misero Orfeo, ne l'anime ferine
pietà trovasti, e degli umani petti
d'umanitate ignudi
non potesti placar l'ira e l'orgoglio.
L'armonia di quel plettro,
che la Morte addolcì, nulla ti valse.
Nulla ti valse il canto,
che già costrinse a sospirar l'Inferno.
Trovasti assai men molle
al suon dela tua cetra
un cor baccante e folle,
che lo sterpo e la pietra;
e provasti nel mondo
viè più crudi i mortali,
che nel tartareo fondo
gli spiriti infernali.
Arser (non molto andò) di tanto sdegno
da lui spregiate le Ciconie madri,
che tra l'orgie di Bacco
nel dì solenne apunto,
quand'erano quivi a celebrar concorse
del gran Nume di Tebe i sacri riti,
del giolivo licor, ch'innebria altrui,
tutte alterate e calde,
con tirsi et aste e vanghe e con altr'armi
boscherecce e villane
assalitol repente,
senza riparo alcun, morte gli diero.
Misero, e che potea? fra i rochi sistri
e i timpani tonanti
e tra i tumulti e gli urli
del feminil drappello
ammutirono i versi; et era poi
di voto e cavo legno organo frale
troppo a tanto furor debile schermo.
Tronchi, tronchi malnati,
le cui braccia ramose al'empie mani
somministraro le spietate verghe,
questa fu la mercè, che voi rendeste
al buon Cantor, da' cui divini accenti
riceveste pur or spirito e senso?
Su la riviera d'Ebro
le sacrileghe donne
trasser le membra lacerate e sparse,
e nel gorgo del fiume,
sciolto dal busto suo, gittaro il capo,
lo qual per lunga traccia si vedea
lasciar del sangue suo squallide l'onde;
e col capo gittaro sciolta ancor quella lira,
che pur dianzi traea gli arbori e i sassi.
Dale stemprate corde,
raccontasi, che furo
sugger dolcezze iblee vedute l'api,
e nel concavo ventre
delo spezzato arnese
comporre i nidi e fabricare i favi.
Vassene giù per l'acque
dal miserabil tronco
scema l'orrida testa; e mentre essala
l'anima fuggitiva,
con la lingua già fredda
ala lira s'accorda, e fievolmente
seco mormora e geme, e seco molce
con moribonda e tremula armonia
l'onda e l'arena, e 'n su la voce estrema
pur gorgogliando e singhiozzando dice
Euridice Euridice.