Ottave in morte di Barbara d'Austria duchessa di Ferrara.
Alor ch'empio destino a morte spinse
lei, ch'era d'Austria, anzi del mondo onore,
pianse il cielo e la terra, e quegli estinse
ogni suo lume e si vestì d'orrore,
questa d'ispidi dumi il crin si cinse,
né produsse in quel dì frutto, né fiore,
tanto al cader di Barbara smarrita
ebbe la luce l'un, l'altra la vita.
Ma che dis'io cader, s'è sorta in cielo,
fra l'anime più belle alma beata?
Dove sente più caldo né gelo,
d'altra corona che pur d'oro ornata.
Sol le reliquie del suo nobil velo
e la fama de l'opre ha qui lasciata,
che fia con chiara e immortal memoria
d'ogni secolo esempio e d'ogni istoria.
E la su nova stella, anzi pur dea,
da divino oriente a noi riluce,
e 'n questo mar d'onda fallace e rea,
che senza arte si solca e senza luce,
pietosa là com'esser qui solea,
fatta è nostro nochiero e nostra duce,
e col suo fido e luminoso raggio
qual sia di gir al ciel mostra il viaggio.
A che dunque versar lagrime tante,
se fa donna del cielo al ciel ritorno?
Nostra non era, e se mortal sembiante
spirto adombrò d'ogni virtute adorno,
ciò fu voler di quello eterno amante,
che tra questo d'error cieco soggiorno
mandolla, aurora del suo sole, a noi
per far fede qua giù de i raggi suoi.
Tu dunque, alma reale, al tuo bel regno
salita, ah, mira il nostro pianto amaro,
che troppo ricco e prezioso pegno
n'ha tolto invida morte e 'l fato avaro,
lasso, ben so ch'è di tua gloria indegno
piagner quel sol ch'è sovra il sol sì chiaro,
ma chi frena i sospiri e le parole,
se l'esser senza te tanto ne duole?