PARAFRASI DEL SALMO «MISERERE»

By Pietro Metastasio

A Te, che Padre sei,

Volgo dolente il ciglio;

Pietà d'un mesto figlio

Che chiede libertà.

Uguale a' falli miei

La tua clemenza sia;

Grand'è la colpa mia,

Grand'è la tua pietà.

Fa che da' lacci sciolto

Torni lo spirto mio

Nel tuo bel seno, o Dio,

Al tuo primiero amor.

Gli aspri rimorsi ascolto

Di cento colpe e cento,

Già lacerar mi sento

Da mille pene il cor.

Con pena e con martiro

Conosco omai l'errore,

Il volto dal rossore

Sentomi ricoprir.

Ovunque il guardo giro

Vedomi i falli appresso,

Che contro di me stesso

Tentano d'infierir.

Innanzi agli occhi tuoi,

Chi 'l crederia, mio Bene?

Formai le mie catene,

A te mancai di fé.

Troppo ne' falli suoi

L'alma si rese audace,

Ahi! di pietà capace

La colpa mia non è.

Sì, che il mio fallo eccede

Ogni demenza, e offende;

Ahi! che più reo mi rende

Il favellar così.

Del tuo poter la fede

Troppo è di già palese,

Il perdonar l'offese

Sempre al tuo cor gradì.

Errai Signor, è vero;

Lo dice il cor, che geme,

Ma ti rammenta insieme

La rea cagion qual fu.

Del genitor primiero

Già sai la colpa antica,

Che sempre a te nemica

Noi trasse in servitù.

So, quant'è al tuo bel core

La verità diletta;

So, che desia vendetta

L'offesa Maestà.

Ma non temer, l'errore

Io punirò, mia Vita,

Acciò si serbi unita

Clemenza e verità.

Spargi il mio core altero

Tu coll'issopo umìle,

Ch'io reso a te simìle

Teco trionferò.

Benché deforme e nero

Or sia nell'alma oppressa,

Più della neve stessa

Candido diverrò.

Sempre ho l'error presente,

Te 'l dissi già, Ben mio,

Ma tu, pietoso Dio,

Scaccialo omai da te.

Togli dalla tua mente

Un sì funesto oggetto;

Ma serba sempre in petto

Lo stesso amor per me.

Cerco quel cor, che tanto

A te fu grato un giorno:

Ma, oh Dio! con pena e scorno

Più non lo so trovar.

Ah! lo perdei... ma intanto

A te ricorro oppresso;

Tu puoi quel core stesso

Nel petto mio formar.

Lungi da te pertanto

Non mi cacciar dal seno;

Dopo la colpa almeno

Resti la speme al cor.

Se i falli miei rammento,

Io temo il tuo sembiante:

Rammento il Padre amante,

Termina il mio timor.

Da che perdei tradendo

Il tuo sì dolce amore,

Sempre fu mesto il core,

Più non trovò piacer.

Ma giacché a te lo rendo

De' falli suoi pentito,

Tu rendi a lui gradito

Il gaudio suo primier.

Con tanti doni e tanti

Reso al tuo amor primiero,

Il dolce tuo sentiero

Agli empi insegnerò.

Quanti di loro e quanti

Colla tua bella aita

Nel tuo bel sen, mia Vita,

Lieti tornar vedrò!

Sciolto il mio spirto intanto

Da' lacci ond'era stretto,

Ti vide, o mio Diletto,

E più tacer non sa.

Deh! tu gl'inspira il canto;

Spiragli tu gli accenti,

E in dire i tuoi portenti

Il labbro esulterà.

Diranno i labbri miei

Che ciò ch'io posso e sono

Tutto fu già tuo dono,

Tutto fu tuo favor:

Che tu pietoso sei,

Che sempre a me fedele,

Benché ti fui crudele,

Mi seguitasti ancor.

Esulteranno appieno

Quel sì felice istante

Quando sciogliesti amante

La dura servitù.

Diran... ma di te meno

Son sempre i detti loro;

Tacendo, o mio Tesoro,

Forse diran di più.

Taccian; ch'io già su l'ara

Corro a destar faville;

Ed ivi a mille a mille

Vittime svenerò.

Con pompa a te sì cara

Arsi saran gli armenti,

Ed io con grati accenti

Tue lodi esprimerò.

Ma no; le forme antiche

Più non ti sono accette,

Vittime più dilette

Brami, Signor, da me.

Le voglie mie nemiche,

I folli sdegni miei,

Tutti gli affetti rei

Farò caderti a' piè.

Quando contrito e umìle

Ti vedi innanzi un core,

Deponi ogni rigore,

Più non ti sai sdegnar.

E benché abbietto e vile

Sia per li falli suoi,

Dimesso a' piedi tuoi

Più non lo sai sprezzar.

Ma de' tuoi raggi al lampo,

Sciolto ogni velo oscuro,

Fra l'ombre del futuro

Sentomi trasferir.

Già del tuo ardore avvampo,

Già mi s'accende il petto;

Oh qual giocondo oggetto

Già veggo comparir!

Sì, caro Ben, ti miro

Scender dal patrio cielo,

Cinto di un fragil velo,

Ebbro per noi d'amor.

Stupido già t'ammiro

Vagire in cuna infante,

E offrirti in croce amante

Vittima al Genitor.

Del tuo bel sangue aspersa

Sorger vegg'io la bella

Gerusalem novella,

Che sposa tua sarà.

Veggio di già dispersa

Gerusalemme antica:

Fatta di te nemica

Al nascer tuo cadrà.

I sacerdoti e l'are

Più non saranno in lei;

Più non avranno i rei

Vittime per offrir.

L'acque sì belle e chiare

S'arresteran ne' fonti,

Piani vedransi i monti,

I fiumi inaridir.

La sprezzerai tu stesso,

Volgendo i lumi tuoi

A chi ne' sguardi suoi

Il tuo bel cor ferì.

Sempre sarai d'appresso

Alla novella amante,

Seco sarai costante

Sino al finir dei dì.

D'ardire il cor ripieno

Non temerà gli affanni;

De' barbari tiranni

L'ira disprezzerà.

A lacerarle il seno

Verranno i figli stessi:

Ma, debellati e oppressi,

Ella trionferà.

I muri suoi saranno

De' suoi seguaci insieme

La fedeltà, la speme

E l'infiammato amor.

Su lei più non avranno

Poter le ferree porte,

Né i regni della morte

Le recheranno orror.

Vittime elette allora

Accetterai d'amore,

Che grate al tuo bel core

Si sveneranno a te.

Anzi tu stesso ancora

Sarai... Ma a tanto, oh Dio!

Non giunge il pensier mio:

Troppo sarai per me.

Taccia Davidde intanto,

Ch'io più felice appieno

Dal tuo paterno seno

Cerco, Signor, pietà;

E già disciolto in pianto

T'offro quel core altero,

Che vinto e prigioniero

Sospira libertà.

Pur troppo è ver, che reo

Di mille colpe io sono;

Ma meco serbo un dono

Di queste assai maggior.

La tua bontà mi feo

Degno di tanto, ed io

Seguendo il tuo desio,

Te l'offro, o Genitor.

T'offro lo stesso Figlio,

Che, già d'amore in pegno,

Ristretto in picciol segno

Si volle a me donar.

A lui rivolgi il ciglio,

Mira chi t'offro; e poi,

O gran Signor, se puoi,

Lascia di perdonar.