PARAFRASI DEL SALMO «MISERERE»
A Te, che Padre sei,
Volgo dolente il ciglio;
Pietà d'un mesto figlio
Che chiede libertà.
Uguale a' falli miei
La tua clemenza sia;
Grand'è la colpa mia,
Grand'è la tua pietà.
Fa che da' lacci sciolto
Torni lo spirto mio
Nel tuo bel seno, o Dio,
Al tuo primiero amor.
Gli aspri rimorsi ascolto
Di cento colpe e cento,
Già lacerar mi sento
Da mille pene il cor.
Con pena e con martiro
Conosco omai l'errore,
Il volto dal rossore
Sentomi ricoprir.
Ovunque il guardo giro
Vedomi i falli appresso,
Che contro di me stesso
Tentano d'infierir.
Innanzi agli occhi tuoi,
Chi 'l crederia, mio Bene?
Formai le mie catene,
A te mancai di fé.
Troppo ne' falli suoi
L'alma si rese audace,
Ahi! di pietà capace
La colpa mia non è.
Sì, che il mio fallo eccede
Ogni demenza, e offende;
Ahi! che più reo mi rende
Il favellar così.
Del tuo poter la fede
Troppo è di già palese,
Il perdonar l'offese
Sempre al tuo cor gradì.
Errai Signor, è vero;
Lo dice il cor, che geme,
Ma ti rammenta insieme
La rea cagion qual fu.
Del genitor primiero
Già sai la colpa antica,
Che sempre a te nemica
Noi trasse in servitù.
So, quant'è al tuo bel core
La verità diletta;
So, che desia vendetta
L'offesa Maestà.
Ma non temer, l'errore
Io punirò, mia Vita,
Acciò si serbi unita
Clemenza e verità.
Spargi il mio core altero
Tu coll'issopo umìle,
Ch'io reso a te simìle
Teco trionferò.
Benché deforme e nero
Or sia nell'alma oppressa,
Più della neve stessa
Candido diverrò.
Sempre ho l'error presente,
Te 'l dissi già, Ben mio,
Ma tu, pietoso Dio,
Scaccialo omai da te.
Togli dalla tua mente
Un sì funesto oggetto;
Ma serba sempre in petto
Lo stesso amor per me.
Cerco quel cor, che tanto
A te fu grato un giorno:
Ma, oh Dio! con pena e scorno
Più non lo so trovar.
Ah! lo perdei... ma intanto
A te ricorro oppresso;
Tu puoi quel core stesso
Nel petto mio formar.
Lungi da te pertanto
Non mi cacciar dal seno;
Dopo la colpa almeno
Resti la speme al cor.
Se i falli miei rammento,
Io temo il tuo sembiante:
Rammento il Padre amante,
Termina il mio timor.
Da che perdei tradendo
Il tuo sì dolce amore,
Sempre fu mesto il core,
Più non trovò piacer.
Ma giacché a te lo rendo
De' falli suoi pentito,
Tu rendi a lui gradito
Il gaudio suo primier.
Con tanti doni e tanti
Reso al tuo amor primiero,
Il dolce tuo sentiero
Agli empi insegnerò.
Quanti di loro e quanti
Colla tua bella aita
Nel tuo bel sen, mia Vita,
Lieti tornar vedrò!
Sciolto il mio spirto intanto
Da' lacci ond'era stretto,
Ti vide, o mio Diletto,
E più tacer non sa.
Deh! tu gl'inspira il canto;
Spiragli tu gli accenti,
E in dire i tuoi portenti
Il labbro esulterà.
Diranno i labbri miei
Che ciò ch'io posso e sono
Tutto fu già tuo dono,
Tutto fu tuo favor:
Che tu pietoso sei,
Che sempre a me fedele,
Benché ti fui crudele,
Mi seguitasti ancor.
Esulteranno appieno
Quel sì felice istante
Quando sciogliesti amante
La dura servitù.
Diran... ma di te meno
Son sempre i detti loro;
Tacendo, o mio Tesoro,
Forse diran di più.
Taccian; ch'io già su l'ara
Corro a destar faville;
Ed ivi a mille a mille
Vittime svenerò.
Con pompa a te sì cara
Arsi saran gli armenti,
Ed io con grati accenti
Tue lodi esprimerò.
Ma no; le forme antiche
Più non ti sono accette,
Vittime più dilette
Brami, Signor, da me.
Le voglie mie nemiche,
I folli sdegni miei,
Tutti gli affetti rei
Farò caderti a' piè.
Quando contrito e umìle
Ti vedi innanzi un core,
Deponi ogni rigore,
Più non ti sai sdegnar.
E benché abbietto e vile
Sia per li falli suoi,
Dimesso a' piedi tuoi
Più non lo sai sprezzar.
Ma de' tuoi raggi al lampo,
Sciolto ogni velo oscuro,
Fra l'ombre del futuro
Sentomi trasferir.
Già del tuo ardore avvampo,
Già mi s'accende il petto;
Oh qual giocondo oggetto
Già veggo comparir!
Sì, caro Ben, ti miro
Scender dal patrio cielo,
Cinto di un fragil velo,
Ebbro per noi d'amor.
Stupido già t'ammiro
Vagire in cuna infante,
E offrirti in croce amante
Vittima al Genitor.
Del tuo bel sangue aspersa
Sorger vegg'io la bella
Gerusalem novella,
Che sposa tua sarà.
Veggio di già dispersa
Gerusalemme antica:
Fatta di te nemica
Al nascer tuo cadrà.
I sacerdoti e l'are
Più non saranno in lei;
Più non avranno i rei
Vittime per offrir.
L'acque sì belle e chiare
S'arresteran ne' fonti,
Piani vedransi i monti,
I fiumi inaridir.
La sprezzerai tu stesso,
Volgendo i lumi tuoi
A chi ne' sguardi suoi
Il tuo bel cor ferì.
Sempre sarai d'appresso
Alla novella amante,
Seco sarai costante
Sino al finir dei dì.
D'ardire il cor ripieno
Non temerà gli affanni;
De' barbari tiranni
L'ira disprezzerà.
A lacerarle il seno
Verranno i figli stessi:
Ma, debellati e oppressi,
Ella trionferà.
I muri suoi saranno
De' suoi seguaci insieme
La fedeltà, la speme
E l'infiammato amor.
Su lei più non avranno
Poter le ferree porte,
Né i regni della morte
Le recheranno orror.
Vittime elette allora
Accetterai d'amore,
Che grate al tuo bel core
Si sveneranno a te.
Anzi tu stesso ancora
Sarai... Ma a tanto, oh Dio!
Non giunge il pensier mio:
Troppo sarai per me.
Taccia Davidde intanto,
Ch'io più felice appieno
Dal tuo paterno seno
Cerco, Signor, pietà;
E già disciolto in pianto
T'offro quel core altero,
Che vinto e prigioniero
Sospira libertà.
Pur troppo è ver, che reo
Di mille colpe io sono;
Ma meco serbo un dono
Di queste assai maggior.
La tua bontà mi feo
Degno di tanto, ed io
Seguendo il tuo desio,
Te l'offro, o Genitor.
T'offro lo stesso Figlio,
Che, già d'amore in pegno,
Ristretto in picciol segno
Si volle a me donar.
A lui rivolgi il ciglio,
Mira chi t'offro; e poi,
O gran Signor, se puoi,
Lascia di perdonar.