Paride a ElenaEpistola decimaquinta
Questa ti scrive, o dell'eterno Giove
E di Leda gentil pregiata figlia,
Il peregrin troian, ch'ardendo, aita
Sola da te, dolce suo bene, attende.
Debb'io, lasso, parlare? o pur del foco
Non m'è d'uopo scoprir l'incendio e 'l vampo?
Ahimè! che troppo è discoperto altrui
L'amoroso pensier che 'l cor m'ingombra,
E più ch'io non vorrei mia fiamma appare.
Io bramo ben dentr'al mio sen tenerlo
Ascoso, fin che mia benigna stella,
O de' tormenti miei pietoso Amore
Ore ne desse, e dì felici e liete,
Che paura o sospetto unqua non fesse
De le dolcezze mie men dolce il gioco;
Ma duramente entr'al mio petto ascondo
Sì grave fiamma: e chi potria già mai
Bella fiamma celar, se mai sempre ella
Col suo proprio splendor se stessa mostra?
Ma se tu brami pur ch'io parli, e scuopra
Col suon de le mestissime parole
Quel ch'io dentro al mio sen, misero, albergo,
Albergo Amor, che con gli strali acuti
E con la fiamma entro ai tuoi lumi accesa
M'impiaga il petto, e mi consuma il core:
E queste son quelle parole ond'io
Ti scuopro l'alma, e 'l desiderio ardente.
Perdonami, ben mio, poich'io te 'l chieggio,
E non voler con men sereno ciglio,
O con turbato, e spaventoso aspetto
Legger quant'io ti scrivo; anzi il tuo viso
Si mostri tale a l'amorosa carta,
Qual dei tuoi lumi a la beltà conviensi.
Io di letizia e di dolcezza insieme
Tutto gioisco, e primamente ho caro
Che da la man che m'have aperto il core
Sia stata aperta ancor la carta, e ch'ella
Sia stata accetta, e caramente accolta:
Ché questo m'alza a fortunata speme,
E già creder mi fa ch'io forse ancora
Sarò grato al mio sole; e piaccia al cielo
Che questa speme al mio desir risponda,
Né promessa mi t'aggia invan la bella
Madre d'Amor là ne la valle Idea
Per mia consorte, ond'io sì lunga via,
E così lunghi e perigliosi errori
Tra sirti, e scogli, e tra procelle ho preso.
Perch'io le vele, e le troiane antenne
Di Grecia torsi a le beate arene
(Perché più scusa il tuo fallire apporti)
Per consiglio divin, né leve aspira
A l'alta impresa mia negletto nume.
Io chieggio ben tropp'onorato ed alto
Premio del mio camin, ma non indegno
De l'amorosa Dea, che t'ha promessa
Cara consorte al marital mio letto.
Io con sì bella, e con sì chiara duce,
Da le paterne mie troiane rive,
E dal lito Sigeo, le navi altere
Allontanai con fortunato vento,
E per sì lunghe e sì dubbiose vie,
Per così larghi e procellosi mari,
Ardendo tutto d'amoroso foco,
Con alma invitta il bel viaggio presi.
Ed ella diede al mio viaggio i venti
E l'aure amiche, e 'l ciel sereno e bello,
E fe' l'onde del mar placide e quete:
Né maraviglia è ciò, ch'essendo nata
Nel mezzo al mare, ha sovra il mare impero.
Siami benigna adunque, e sempre aspiri
A l'alta impresa, e come è stata amica
Al mio camin, così mie fiamme aiuti
Per fin ch'io scioglia entr'a' bei porti suoi
I miei divoti ed amorosi voti.
Io non mi son di tua bellezza acceso
Nuovo amator, ma fin di Troia arreco
La bella fiamma ond'io tutt'ardo, e questa
Fu la cagion di così lunga via.
Perché non procellosa onda marina,
Né di tempesta error m'ha tratto al porto
D'Argo e Micene, anzi mia voglia istessa
M'ha spinto a le tue dolci amate spiagge.
Né ti pensar che qual mercante io solchi
Il pelago profondo, o che mie navi
Sien di pregiate e ricche merci carche:
Conservi pur l'alto motor del tutto
Quali ho ne l'Asia là ricchezze e stati.
Né per veder de l'alta Grecia io vegno,
Qual peregrin di maraviglia pieno,
Le famose cittadi, o quei ch'al cielo
Surgon superbi alti edifici illustri:
Che 'l mio bel regno ha via più ricche e belle
E castella e cittadi e moli altere.
Per te sol vegno, e per te sola ho dato
La vita in preda a l'onde, in fede ai venti:
Perché te sol per mia consorte amata
T'have d'Amor la genitrice eletto,
E t'ha promessa al tuo fidel troiano,
Che pria con l'alma il tuo bel volto vide
Che con gli occhi terreni; e de la estrema
Grazia e beltà che nel tuo viso annida
Prima arrecò, là nel bel colle Ideo,
Superba fama il glorioso grido.
Ma credi pur ch'assai minor del vero
È la tua gloria, e l'onorata fama
De la tua gran beltà non giugne al merto,
Ch'assai maggior scorgo beltà che quella
Che tua fama promesse, e resta oppressa
La gloria sua da l'infinito bello:
Ed a ragion di dolce fiamma acceso
Fu già Teseo, che di rapina degna
Stimò sì rara e sì gradita preda,
Il qual vedendo il tuo bel corpo ignudo,
Mentre vergine ancor n'andavi a schiera
Come è del tuo paese usanza antica
Tra i valorosi lottatori, e forti,
E prova far de le virginee membra,
Sì di loro arse il giovenetto amante,
Ch'ei volse farne un onorato furto.
Io lodo il furto, e l'amorosa impresa,
Ma biasmo ben ch'ei ti rendesse mai,
Perché sì bella, e desiata merce
Stretta dovea godersi; et io più tosto
Troncar lasciato avrei dal busto il collo
Prima che mai da le mie braccia uscita
Fosse donna sì cara: io mai sofferto
Avrei che tu, dolce mio ben, da queste
Mie man lasciata fossi? io vivo avrei
Sofferto, oimè, che tu foss'ita lunge
Da questo seno? e che di braccio insieme
Non si fosse disciolta Elena e l'alma?
Ma pur se fosse al genitor tuo stato
D'uopo tornarti, io nondimeno in prima
Qualche frutto d'amor gustato avrei,
Cogliendo il primo, e desiato fiore
Di tua virginitate, o s'altra cosa
A fanciulla gentil predar si puote.
Fa' prova pur, se 'l tuo troiano amante
Ha fermezza in se stesso, e s'egli armato
Come di foco ha di costanza il core:
Che tu vedrai che l'amorosa fiamma
Sol ne la fiamma ammorzerasse estrema,
Che l'estrema pietà de' figli amati
A l'estremo addurrà funereo rogo.
Io più ch'i chiari, e popolati regni
Che la sorella del gran Giove, e moglie,
M'avea promessi, ho te pregiato, e quanta
Sapienza, virtù Pallade mai
Dar mi potesse ho dispregiato, amando
Più d'esser tuo consorte, anzi tuo servo,
E di tenerti amicamente in braccio,
Che d'esser ricco o riputato saggio:
E questo avenne allor ch'in Ida ignude
Venere e Giuno e la pudica Palla
Mi si mostraro, e di sue belle membra
Ciascuna intenta il mio giudicio attese;
Né de la impresa mia me stesso incolpo,
Né del giudicio mio mi pento, o doglio,
Anzi mi pregio, e me ne glorio, e vanto
Ch'abbia bramato più gentile e bella
Donna goder, che possedere in terra
Cittadi o regni, o ne la schiera illustre
Aver dei saggi il più supremo loco;
Et in questo desir mia mente è ferma,
E qui legato è 'l mio pensier ardente.
Questo sol bramo, e te ne prego umile,
Gentil mia donna, anzi mia vita, e degna
Che con fatica tal, con tai perigli
Un amante fedel tua grazia acquisti,
Che tu non tronchi a la mia speme i vanni,
Né la faccia cader fragile in terra.
Io non bramo d'aver, povero e vile,
D'alta stirpe real consorte uscita,
Ch'io non son di lignaggio umile e scuro;
Né mi sarai qual meretrice a lato,
Credimi pure, o concubina ancilla,
Anzi di degno e generoso sposo
Degna sarai, e generosa moglie:
Cerca pur l'alto e glorioso tronco
Del mio sangue real, che dentro a quello
Elettra troverrai, Dardano, e Giove.
Ecci il mio padre poi, che d'Asia tiene
La corona e lo scettro, u' mille e mille
Vedrai chiare cittadi, e tempi alteri
Degni dei sacri e riverendi Divi,
E i tetti d'oro, e gli edifici immensi
Con piramidi e moli alte e superbe:
Quel grand'Ilio vedrai, vedrai quell'alte,
Quelle superbe, e sì famose mura,
Ch'Apollo feo con la sonora lira.
Ma che dirò de l'infinita turba
Del popol nostro, anzi dei nostri eroi,
Che tanti son ch'a gran fatica tutta
La grand'Asia gli cape? Ivi anco insieme
Verrante ad incontrar benigne e liete
Le matrone troiane, e seco avranno
Le nuore del mio re, di regi figlie,
Che tante fien che le superbe logge
E l'ampie sale aran fatica accorle.
Oh quante volte in te medesma avrai
Maraviglia e stupor, vedendo in una
Casa di Troia sol, di Grecia tutta
La ricchezza e beltà raccolta insieme!
Oh quante volte ancor d'Argo e Micene,
A paragon de la famosa Troia,
Il regno ti parrà povero e vile!
Io non biasmo già Sparta, e non mi lice
Spregiar la Grecia vostra, anzi aver deggio
In gran pregio il terren dove sei nata,
Qual come santo e riverendo adoro;
Ma non può Sparta i reai fregi, i manti,
Ch'ornar devrian le tue bellezze estreme,
Povera ministrar: ch'a sì bel volto
Abiti nuovi e portamenti alteri
Convengon sempre, et abondar devresti
Di gemme orientali, e d'ostro, e d'oro.
Qual pensi tu che de le donne sia
L'abito vago, e 'l portar ricco e bello,
Se quel di noi Troiani è tanto e tale?
Deh sia benigna a le mie preci umili,
Bella greca gentil, né prenda a sdegno
L'alma tua bella aver troiano amante,
Anzi gradito tuo marito e fido.
Era troiano, e di mio sangue illustre,
Quel che 'l nettare in ciel soave porge
A la gran mensa del gran re del cielo,
Non senza invidia di Giunone altera.
Era troian Titon, né l'Alba a schivo
Ebbe, ancor che mortal, farsegli sposa.
Era troiano Anchise, a cui la vaga
Luce del terzo ciel non ebbe a sdegno
Scoprirsi amante, e nel bel monte d'Ida
Far di se stessa a lui gradita copia.
Né son però così deforme e vecchio
Che s'aguagliar vorrai la faccia e gli anni
Del greco sposo, e del troiano amante,
E sia giudice tu sua donna e moglie,
Io non sia più di lui giovane e bello;
Né crudo ti darò suocero e fero,
Che da la trista e scelerata mensa
Faccia tornare i bei destrier del Sole
Tutti smarriti e spaventati indietro
Per non veder l'abominando cibo;
E non ho l'avo mio crudele infame
Perch'egli abbia le man bagnate e tinte
Nel sangue, oimè, del padre di sua sposa,
O per aver gittato in mar Mirtillo,
Ch'in quell'onde lasciò la vita e 'l nome;
Né degli antichi miei si trova alcuno
Ne l'onde Stigie ch'affamato sempre
Voglia mangiare i fuggitivi pomi,
E cerchi l'acque, in mezzo a l'acque avinto.
Ma che mi giova questo, oimè, s'ei nato
Di stirpe infame, a te mio ben gradisce,
E s'al gran Giove ancor diletta e piace
Ch'ei de la figlia sua marito sia?
Oimè, ch'ei rozzo, e di tue membra indegno
La notte tienti entro a sue braccia accolta,
E de' soavi abbracciamenti e cari
Si gode lieto; ed io misero a pena,
Che tanto t'amo, e riverente adoro,
La bramata beltà veder mi lice
Quando siàn tutti a mensa, e questa ancora
È mensa amara, e di tormenti piena:
E tal convito il mio nimico gusti,
Quai sent'io, lasso, avelenati i cibi,
Qualor con teco a la tua mensa assido.
E quando intorno in mia presenza il rozzo
Con le rozze sue braccia il collo annoda,
Io mi pento d'aver nel vostro albergo
Avuto ospizio; e d'amorosa invidia
Ardo, e sfavillo allor che dentro al manto
Tutta t'asconde e cuopre; e quando insieme
Dolci vi date ed amorosi baci,
Io prendo il vino, e col bel vaso d'oro,
Per non veder vostro amoroso gioco,
Gli occhi mi cuopro, e qualor poi ti stringe
Più che non lice a costumato sposo,
Gli abbasso in terra, e per dolor non posso
L'aspro inghiottire e mal soave cibo.
Spesso caldi sospir dal petto fore
Con gemiti e singulti escono insieme:
E tu lasciva i miei sospiri attendi,
E dei gemiti miei scherzando ridi.
Spesso col vino intepidir la fiamma
Cercato ho, lasso, ed ella ardendo ognora
Più grave è sorta, e riscaldato et ebbro
Messi, misero me, nel foco il foco.
Talor per non veder gli atti amorosi
Che tra voi stessi in mia presenza fate,
Volto col viso altrove a mensa io seggio;
Ma tosto a veder te rivolge amore
I dolent'occhi, e gli richiama indietro
La tua bellezza, e sto dubbioso e mesto,
E non so che mi far: gran doglia e pena
M'è lo starti vicin, vederti in braccio
A selvaggio uom; ma più dolor m'apporta
Il non vederti, e ritrovarmi lunge
Da la tua bella e desiata faccia.
Io, quanto lice a miserello amante,
Cerco celar lo smisurato ardore,
Ma pur si vede in qualche parte il foco,
Ché mal tener si può gran fiamma ascosa.
Né fingo amarti, ed i sospiri ardenti
Finti non escon fuor del petto acceso,
E tu l'ardore, e l'amorose piaghe
Ben senti e vedi; e piaccia al ciel che solo
A te, vivo mio sol, sien note e conte.
Ahi quante volte ho rivoltato indietro
Il volto e gli occhi lagrimando, ond'egli
Non vedesse il mio pianto, e non volesse
Saper l'aspra cagion dei pianti miei!
Ahi quante volte ho raccontato alcuno
Caso d'amor, poi che bevuto aveva,
Sol intendendo raccontarte il mio
Misero stato, e di me stesso feci
Sotto coperti e simulati nomi
Indicio vero, e sol era io quel tanto,
Se tu no 'l sai, fid'amatore e vero;
Anzi più volte ho simulato e finto
L'imbriachezza, e vaneggiar pel vino,
Ond'io potessi a mio piacere usare
Parole audaci, e di licenza piene.
E mi sovien, che nel caderti il manto
Negletto ad arte, il tuo bel sen m'apristi,
E mi festi veder tuo petto ignudo,
Candido più che puro latte, o neve
Ch'in bel colle si sia fioccando accolta,
Candido più che quelle bianche piume
Di quel bel cigno e bianco, in cui sì lieto,
Sol per goder de la tua bella madre,
Il gran rettor del ciel se stesso ascose:
E mentre ch'io de la bianchezza immensa
E de la gran beltà stupiva insieme,
Perch'io la tazza avea per caso in mano,
Di man mi cadde l'intagliato vaso.
Se tu davi talor, qual madre suole,
A la tua figlia un bacio, io tosto giva
A la tua figlia, e nel tenerla in braccio,
Ivi affigea l'innamorate labbra
Ove l'avevi tu baciando affisse;
Et or giacendo e riguardando il cielo
Gli antichi amor cantava, or vinto e mosso
Da soverchio martir, tacito e queto
Dolci faceva ed amorosi cenni:
Et ebbi ardir de la mia fiamma ardente
Scoprir gli occulti ed infiammati ardori
A le più care tue segrete ancille,
Climene ed Etra, il cui pietoso officio
Lasso, attendea; ma timidette e fide
Disser che mai non ardirian scoprirti
L'ardente amore, e mi lasciaro, avendo
Le parole, i singulti, i pianti e i preghi
E le speranze mie rotte nel mezzo.
Volesse il ciel che glorioso dono
Tu fossi posta di fatica immensa,
O d'onorata e generosa impresa,
E che di quella il vincitor devesse
Per sua mercede, e sua consorte averti:
Che come il saggio, e fortunato amante
De la bella Atalanta ebbe del corso
Per premio lei, e come il fero Alcide,
Al feroce Acheloo rompendo il corno,
Ebbe l'amata Deianira e bella,
Così per queste o simili altre imprese
Gir mi farebbe Amor gagliardo e forte.
E sì ti fora il mio valore aperto,
Che tu stessa diresti esser mercede
Dei miei sudori e meritata e degna.
Ma poi che questo esser non deve, e nulla
Altro mi resta che pregarte umile,
Et abbracciar, se tu 'l consenti, i piedi,
Ecco ch'io spargo i più ferventi preghi,
O vera gloria et ornamento illustre
De' duoi fratei che fan bel segno in cielo,
O degna aver per tuo consorte Giove,
Se non fussi di Giove amata figlia:
Ecco ch'ai piedi tuoi umil m'inchino,
E son fermato o che mie membra morte
Questa terra ricuopra, o teco insieme
Tornare a riveder Tenedo et Ida,
Il Simoenta, il superb'Ilio, e 'l Xanto.
Né leve piaga mi tormenta e preme,
Né leve dardo m'ha ferito il petto,
Anzi sì dentro è trapassato, ch'io
Aperte sento e le medolle e l'ossa.
E quest'è quel che mia sorella un giorno
Profetando mi disse, or ben soviemmi,
E ch'io sarei da divin dardo, e foco
Di celeste beltà piagato e inceso.
Deh non voler, bella mia donna, e luce,
Deh dolce Elena mia, se 'l cielo aspiri
Mai sempre ai voti tuoi, prendere a sdegno,
O dispregiar quell'amoroso nodo
Che bel nume divin, bel fato e stella
Sì dolcemente intorno al cor m'annoda.
Vengonmi a mente assai parole e preghi,
Onde vergar potrei ben mille carte;
Ma fa', dolce mio ben, che stando teco
Sol una notte, a viva voce io possa
Quel ch'ho chiuso nel cor, parlando, aprirti.
Forse hai vergogna? o pur paventi, e temi
Di non macchiar la sacrosanta fede
Al tuo marito? e violar quel letto
Che servar deve al suo marito intatto
Pudica donna? ahi semplicetta, e folle,
Per non dir cruda, o ver selvaggia ed aspra,
Pensi tu mai che tal bellezza deggia
Esser senza amatore, e senza colpa?
Dunque ei bisogna o che tu sia men bella,
O che ti mostri a desioso amante
Cortese e pia: ché rade volte insieme
Hanno in un cor di mortal donna e bella
Bellezza et onestà concorde albergo.
Son grati a Giove ed a la terza stella
I dolci inganni, e gli amorosi furti;
E questi furti ed amorosi inganni
T'han fatto aver l'alto motor per padre:
E s'ei riman qualche scintilla ardente
De l'amor dei lor padri in seno ai figli,
E vive in te de la tua madre Leda,
E del tuo genitor piccola fiamma
Del loro amore, a gran fatica puoi
Esser d'amanti tai pudica figlia.
Sia casta allor che la mia bella Troia
Meco t'accoglierà, quando sarai
Mia dolce sposa, e sol ti mostra meco
Incontinente, e commettiamo insieme
Quel dolce fallo e quella grata colpa
Che 'l nodo marital farà dapoi
Assai men grave, e meno infami noi,
Se già non m'ha l'alma Ciprigna invano
Promesso il dolce tuo gradito amore.
A questo istesso, ancor ch'ei taccia, il tuo
Sposo t'esorta, e con l'effetto invita,
Et acciò che del peregrino amante
Ch'egli have dentro al suo palazzo accolto
Ai dolci furti non contrasti, saggio
Quindi ito è lunge, e più propizio tempo
Ed opportuno più già mai non ebbe
Per riveder de la gran Creta il regno.
O saggio sposo, o prudent'uomo accorto!
Egli è partito, e nel partir ti disse:
Prendati sposa mia, prendati cura
In vece mia del peregrin di Troia;
Ma tu disprezzi, io te 'l protesto, i pii
Precetti del tuo sposo, amico e saggio,
E del tuo fido peregrin nessuna
Cura ti prende, o ver pietà ti muove.
Pensi tu mai che questo insano e folle
Marito tuo possa apprezzar mai quella,
Ch'ei non conosce in te, bellezza estrema?
Tu t'inganni, ben mio, perch'ei non pregia
La tua beltà, che se quel ben ch'ei gode
Fosse a lui caro, e conoscesse quanto
Raro tesor tra noi mortai possiede,
Credi tu mai ch'ei lo lasciasse in preda
D'un forestiero, e 'l commettesse, stolto,
D'un peregrino a la dubbiosa fede?
Ma quando i preghi miei, né quel che tanto
Per te mi strugge ardor, t'inchini o mova,
Noi siam forzati pur goderne insieme
La bella occasion, ch'andando lunge
A sì bei furti il semplice uom n'ha dato.
E più di lui stolti saremo e folli,
S'ore sì liete e sì secure andranno
Per nostro error dell'amoroso gioco
E del bramato ben sterili e vote.
Ei quasi con sua man, tuo fido amante
T'ha messo in braccio, e del tuo sposo debbi
La semplice alma, e 'l buon voler goderti:
Tu giaci sola, e le neglette piume
Dal tuo consorte abbracci, io stommi ancora
Quasi in vedovo letto: eh dunque insieme
Gustiam d'amore i desiati frutti
Sol una notte. Ahi bella notte! or quale
Giorno mi fora mai più chiaro e bello,
Ancor ch'a mezzo il ciel l'eterna luce
Del quarto ciel su nel suo cielo ardesse?
Allor per quei che più saranti in pregio
Numi divini, e sacrosanti Divi,
Io giurerò d'esser mai sempre tuo
Fidato sposo, e legherò me stesso
A le sacrate e reverende leggi,
Con la mia fé, del maritale amore:
Allor con viva, e con ardita voce,
Con gentil forza, e violenza grata,
Perché la notte è di tai furti amica,
Ti farò forza, e qual amata preda,
Ti condurrò nei miei paterni regni.
E s'hai vergogna, o se paventi forse
Di non parer che volontariamente
Abbia seguito il peregrino amante,
Io de la colpa, e violento furto
Dirò d'esser cagion, ché dove un uomo
La forza adopra, ivi è il fallir men grave.
E seguirò del buon Teseo l'ardire,
E dei tuoi frati il violento oltraggio.
Io con più vivo e con più chiaro essempio
Non ti posso piegare, Elena, al mio
Sì giusto prego, e desiderio ardente.
Teseo te tolse, e i tuoi fratei rapiro
Al padre Leucippo ambe le figlie,
Et io sarò tra questi ladri il quarto.
Io son qui teco, e la troiana armata,
D'armata carca e valorosa gente,
È qui nel porto, e le gonfiate vele,
I forti remi, ed i propizii venti,
Le placid'onde, e l'amorosa stella
Brevi faranno a le troiane arene
Le così lunghe, e così torte vie.
Tu n'andrai poi come regina illustre
Per le città di Troia, ove sarai
Qual mortal diva a quella gente in pregio,
E come a dea, u' volgerai le piante,
Saran drizzati altari, e sparsi sopra
A le sacrate fiamme arabi odori,
E l'ostie macchieran ferite e morte
Col sangue lor le ben ornate strade:
E 'l mio gran padre, e la cortese e pia
Mia genitrice, i miei fratelli insieme,
E la troiana gente a schiera, a schiera
Lieta t'arrecherà presenti altieri.
Oimè, ch'al ver né la mia lingua puote
Né la penna gir presso, e questa carta
De le reali alt'accoglienze e grate
Narrar non sa la più minuta parte.
E non temer, poi che rapita io t'aggia,
Che l'armi muova il tuo consorte in Troia,
E le forze di Grecia, ond'egli a forza
Brami acquistar la mal guardata moglie.
Quai fur già mai di tant'amate e belle
Donne rapite ai lor mariti e padri,
Da' mariti e da' padri unqua riscosse
Per forza d'armi? un van terrore è quello,
Credimi pur, che fa temer di questo.
La bella Orizia il re di Tracia tolse,
Incolpando Aquilon, per fraude al padre:
E nondimen fu la gran Tracia sempre
Dal paterno furor lunge e sicura.
Rapì Giason l'incantatrice amata,
Quando egli andò pel gran montone in Colco,
Né fu dai Colchi mai Tesaglia offesa.
Fece preda di te vergine ancora
Del re di Creta il giovanetto figlio,
Né vide mai però quel regno altero
La vostra armata, o le famose insegne
Per gir contra di lui spiegate al vento.
In queste cose è via maggior la tema,
Che 'l periglio non è ch'in esse è posto;
E gran vergogna abbiàn talor d'avere
Temuto quel che ne mettea spavento.
Ma presupponi ancor ch'Atrida irato
Spiegasse contra noi l'insegne e l'armi:
Io non son senza cor, né senza braccia,
E sono ancor le mie saette acute;
Né minor è la mia bell'Asia altera
Di Grecia vostra, e di cavalli e fanti
E d'invitti guerrier non meno armata;
Né men valore avrà Paride amante
De lo sdegnoso tuo marito e fero,
Né fia con l'arme in man di lui men forte.
Quasi fanciullo ancor ne' boschi io tolsi
Ai miei nimici insanguinati e morti
I tolti armenti: per quei fatti illustri
Fui chiamato Alessandro, e feci acquisto
Di così bello e glorioso nome.
Quasi fanciullo ancor lottando vinsi
Molti giovani forti, e messi in terra
Il bellicoso Ilioneo gagliardo,
E Deifobo seco; e son tremendo
Non pur da presso altrui, anzi a mia voglia
Vola veloce là mio strale, ove io
Saettando l'addrizzo: e del tuo sposo
Non puoi narrar così famose prove,
Né dare al grand'Atrida arte sì bella.
Ma quando ei fosse uom valoroso e saggio,
E fosse contra noi la Grecia in arme,
Non vi sarà chi s'assomigli in guerra
Al mio fratel Ettor, che contro a mille,
E mille e mille poi la spada impugni,
E vaglia ei sol per infinita gente.
Tu non sai poi quanta è mia forza, e quale
Uom debbi aver per tuo marito fido.
Ma sta' sicura pur che guerra alcuna
Non fia mossa per te: ma quando insieme
Tutta la Grecia ne s'armasse incontra,
E la Grecia sarà battuta e vinta
Dal gran valor de la troiana gente.
Né mi vergognerò prendere il ferro
Per così bella e tant'amata sposa,
Che de le gravi e perigliose imprese
Il premio è sempre et onorato e bello.
A te gran gloria ancor sarà se il mondo
Per tua cagion si travagliasse in arme,
Che 'l nome tuo diventerebbe eterno,
E ne saresti sempre avuta in pregio.
Esci pur quindi, o mia pregiata donna,
O di quest'occhi miei splendore e vita,
Con ferma speme, e col favor del cielo,
E chiedi poi quel ch'io prometto, e scrivo:
Che tu vedrai che 'l peregrino amante
Non ha potuto in così breve carta
Chiuder del suo troppo cocente amore
La minor fiamma, e de le glorie illustri
E gran ricchezze sue giungere al vero.