PAROLE DI UN CONSIGLIERE AL SUO PRINCIPE

By Giuseppe Giusti

Altezza, il secolo

decimonono

pareva un'epoca

fatale al trono.

Cavai l'oroscopo,

segnai le stelle,

e minacciavano

la vostra pelle.

D'ardire il giubilo

dei liberali,

dei periodici,

fogli e giornali,

era di prossime

sciagure indizio;

oh, andate! i popoli

mettean giudizio.

La Senna al solito,

mutate e rotte

le dighe e gli argini

fe' il Don Chisciotte.

Formicolavano

in ogni banda

i missionari

di propaganda,

intenti a chiedere

di qua, di là

non l'elemosina

ma libertà;

e d'apostolico

zelo invasati

«su, su» gridavano

«su, sventurati,

è giunto il termine

di tanto affanno:

si uccida il despota,

muoia il tiranno!

Su, via, levatevi,

fate da eroi!

e se vi toccano

ci siamo noi».

Si armò la Belgica,

si armò Varsavia:

perfin l'Italia

scosse l'ignavia.

E balbettarono

d'indipendenza

Bologna e Modena:

che impertinenza!

Eppure, a dirvela,

questi arfasatti,

se il Gallo ipocrita

teneva i patti,

forse scansavano

frusta e Tedeschi.

Amato principe,

si stava freschi!

Ma di benefiche

costellazioni

torna un periodo

propizio ai troni.

Ond'è che reduci

nei dritti antichi

serbiamo intrepidi

la pancia ai fichi;

e della torbida

Senna le ondate

son fuochi fatui,

son ragazzate;

e la volubile

genia di Brenno,

che infuria e prodiga

la vita e il senno,

che le repubbliche

distrugge e crea,

non cangiò d'indole,

cangiò livrea.