PAROLE DI UN CONSIGLIERE AL SUO PRINCIPE
Altezza, il secolo
decimonono
pareva un'epoca
fatale al trono.
Cavai l'oroscopo,
segnai le stelle,
e minacciavano
la vostra pelle.
D'ardire il giubilo
dei liberali,
dei periodici,
fogli e giornali,
era di prossime
sciagure indizio;
oh, andate! i popoli
mettean giudizio.
La Senna al solito,
mutate e rotte
le dighe e gli argini
fe' il Don Chisciotte.
Formicolavano
in ogni banda
i missionari
di propaganda,
intenti a chiedere
di qua, di là
non l'elemosina
ma libertà;
e d'apostolico
zelo invasati
«su, su» gridavano
«su, sventurati,
è giunto il termine
di tanto affanno:
si uccida il despota,
muoia il tiranno!
Su, via, levatevi,
fate da eroi!
e se vi toccano
ci siamo noi».
Si armò la Belgica,
si armò Varsavia:
perfin l'Italia
scosse l'ignavia.
E balbettarono
d'indipendenza
Bologna e Modena:
che impertinenza!
Eppure, a dirvela,
questi arfasatti,
se il Gallo ipocrita
teneva i patti,
forse scansavano
frusta e Tedeschi.
Amato principe,
si stava freschi!
Ma di benefiche
costellazioni
torna un periodo
propizio ai troni.
Ond'è che reduci
nei dritti antichi
serbiamo intrepidi
la pancia ai fichi;
e della torbida
Senna le ondate
son fuochi fatui,
son ragazzate;
e la volubile
genia di Brenno,
che infuria e prodiga
la vita e il senno,
che le repubbliche
distrugge e crea,
non cangiò d'indole,
cangiò livrea.