PARTE OTTAVA
Egli era, com'è detto, a sofferire
già adusato, e più nel fece forte
l'alto dolor, da non poter mai dire,
che 'l padre, ed egli e' fratei per la morte
ebber d'Ettòr, nel cui sovrano ardire
e le fortezze e le mura e le porte
credien di Troia, il qual lunga stagione
li tenne in pianto ed in tribulazione.
Ma non per ciò amor si dipartia,
come ch'assai mancasse la speranza;
anzi cercava in ogni modo e via,
come suole esser degli amanti usanza,
di poter riaver, qual solea pria,
la dolce sua ed unica intendanza;
lei del non ritornar sempre scusando,
per non poter ciò essere stimando.
Ei le mandò più lettere, scrivendo
quel che sentia per lei la notte e 'l giorno,
e 'l dolce tempo a mente riducendo,
e la fede promessa del ritorno,
spesse fiate ancora riprendendo
cortesemente il suo lungo soggiorno;
mandovvi Pandar, qualora tra essi
o triegue o patti alcun furon promessi.
Ed el similemente ebbe in pensiero
ancor più volte di volervi andare,
di pellegrino in abito leggero,
ma sì non si sapeva contraffare
che gli paresse assai coprire il vero,
né scusa degna sapeva trovare
da dir, se fosse stato conosciuto
in abito cotanto disparuto.
Né altro aveva da lei che parole
belle e promesse grandi sanza effetto,
onde a presumer cominciò che fole
eran tututte, ed a prender sospetto
di ciò che era ver, sì come suole
spesso avvenire a chi sanza difetto
riguarda in fra le cose c'ha per mano;
per che non fu il suo sospetto vano.
E ben conobbe che novello amore
era cagion di tante e tai bugie,
seco affermando che giammai nel core
né paterne lusinghe mai, né pie
carezze avuto avrien tanto valore;
né gli era luogo a veder per quai vie
più s'accertasse di ciò che mostrato
già gli aveva il suo sogno sventurato.
Al quale amor raccorciata la fede
aveva molto, sì com'egli avviene
che colui ch'ama mal volentier crede
cosa ch'accresca amando le sue pene;
ma che pur fosse ver di Diomede,
come pria sospettò, fé ne gli fene
non molto poi un caso, che gli tolse
ciascuna scusa, ed a creder lo volse.
Stavasi Troiol non sanza tormento
del suo amore timido e sospeso,
quand'egli udì, dopo un combattimento
tra li Greci e' Troiani assai disteso
fatto, con uno ornato vestimento,
a Diomede gravemente offeso
tratto, tornar Deifobo pomposo
di cotal preda, e seco assai gioioso.
E mentre che portarlosi davanti
facea per Troia, Troiol sopravvenne,
e molto il commendò fra tutti quanti,
e per vederlo meglio alquanto il tenne;
e mentre e' rimirava, gli occhi erranti
or qua or là d'intorno a tutto, avvenne
che esso vide nel petto un fermaglio
d'oro, lì posto forse per fibbiaglio.
Il quale esso conobbe incontanente,
sì come quei che l'aveva donato
a Criseida, allora che dolente
partendosi da lei, preso commiato
quella mattina avea ch'ultimamente
era la notte con lei dimorato;
laonde disse: — Io veggio pur ch'è vero
il sogno ed il sospetto e 'l mio pensiero. —
Quindi partito, Troiolo chiamare
Pandar si fé, il quale a lui venuto,
si cominciò con pianto a rammarcare
del lungo amore il quale avea tenuto
a Criseida sua, ed a mostrare
aperto il tradimento ricevuto
gli cominciò, dolendosene forte,
sol per ristoro chiedendo la morte.
E cominciò così piangendo a dire:
— O Criseida mia, dov'è la fede,
dov'è l'amor, dov'è ora il disire,
dov'è la tanto gridata mercede
da te a Dio, oh me, nel tuo partire?
Ogni cosa possiede Diomede,
ed io, che più t'amai, per lo tuo 'nganno
rimaso sono in pianto ed in affanno.
Chi crederà omai a nessun giuro,
chi ad amor, chi a femmina omai,
ben riguardando il tuo falso spergiuro?
Oh me, che io non so, né pensai mai
che tanto avessi il cuor rigido e duro,
che per altr'uom io t'uscissi giammai
dell'animo, che più che me t'amava,
ed ingannato sempre t'aspettava.
Or non avevi tu altro gioiello
da poter dare al tuo novello amante,
io dico a Diomede, se non quello
ch'io t'avea dato con lagrime tante
in rimembranza di me tapinello,
mentre con Calcas fossi dimorante?
Null'altro far tel fé se non dispetto,
e per mostrar ben chiaro il tuo 'ntelletto.
Del tutto veggio che m'hai discacciato
del petto tuo, ed io oltre mia voglia
nel mio ancora tengo effigiato
il tuo bel viso con noiosa doglia.
Oh, lasso me, che 'n malora fui nato.
Questo pensier m'uccide e mi dispoglia
d'ogni speranza di futura gioia,
e cagion èmmi d'angoscia e di noia.
Tu m'hai cacciato a torto della mente,
là dov'io dimorar sempre credea,
e nel mio luogo hai posto falsamente
Diomedès; ma per Venere dea
ti giuro, tosto ten farò dolente
con la mia spada alla prima mislea,
se egli avviene ch'io 'l possa trovare,
purché con forza il possa soprastare.
O el m'ucciderà, e fieti caro,
ma spero pur la divina giustizia
rispetto avrà al mio dolore amaro,
e similmente alla tua gran nequizia.
O sommo Giove, in cui certo riparo
so c'ha ragione, e da cui tutta inizia
l'alta virtù per cui si vive e move,
son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?
Che fanno le tue folgori ferventi?
Riposansi elle, o più gli occhi non tieni
volti a' difetti delle umane genti?
O vero lume, o lucidi sereni,
pe' quai s'allegran le terreni menti,
togliete via colei nelli cui seni
bugie e 'nganni e tradimenti sono,
né più la fate degna di perdono.
O Pandar mio, che ne' sogni aver fede
m'hai biasimato con cotanta istanza,
or puoi veder ciò che per lor si vede,
la tua Criseida te ne fa certanza:
hanno gli dei di noi mortal mercede
ed in diverse guise dimostranza
ci fan di quello ch'è a noi ignoto,
per nostro bene spesse volte noto.
E questo è l'un de' modi che dormendo
talor si mostra, io me ne sono accorto
molte fiate già mente tenendo;
or vorre'io allor essermi morto,
da poi che per innanzi non attendo
sollazzo, gioia, piacer né diporto;
ma per lo tuo consiglio vo' 'ndugiarmi
a morir co' nemici miei nell'armi.
Mandimi Dio Diomedès davanti
la prima volta ch'i' esco alla battaglia;
questo disio tra li miei guai cotanti,
sì ch'io provar gli faccia come taglia
la spada mia, e lui morir con pianti
nel campo faccia, e poi non me ne caglia
che mi s'uccida, sol ch'io muoia, e lui
misero truovi nelli regni bui. —
Pandaro con dolor tutto ascoltava,
e ver sentendol, non sapea che dirsi,
e d'una parte a star quivi il tirava
dell'amico l'amor, d'altra a partirsi
vergogna spesse volte lo 'nvitava
pel fallo di Criseida, e spedirsi
qual far dovesse seco non sapea,
e l'uno e l'altro forte gli dolea.
Alla fine così disse piangendo:
— Troiol, non so che mi ti debba dire;
lei quant'io posso tanto più riprendo,
s'è come di', e del suo gran fallire
niuna scusa avanti far ne 'ntendo,
né mai dov'ella sia più voler gire;
ciò ch'io fei già il fei per tuo amore,
lasciando addietro ciascun mio onore.
E s'io ti piacqui, assai m'è grazioso;
di quel ch'or fassi altro non posso fare
e come tu così ne son cruccioso,
e s'io vedessi il modo d'ammendare,
abbi per certo, io ne sarei studioso:
faccialo Dio che può ciò che gli pare,
priegol io quanto posso ch'El punisca
lei sì che più 'n tal guisa non fallisca. —
Grandi furo i lamenti e 'l rammarchio,
ma pur fortuna suo corso facea;
colei amava con tutto il disio
Diomedès, e Troiolo piangea;
Diomedès si lodava di Dio,
e Troiolo il contrario si dolea;
nelle battaglie Troiol sempre entrava,
e più ch'altrui Diomedès cercava.
E spesse volte insieme s'avvisaro
con rimproveri cattivi e villani,
e di gran colpi fra lor si donaro,
talvolta urtando, e talor nelle mani
la spada avendo, vendendosi caro
insieme molto il loro amor non sani;
ma non avea la Fortuna disposto
che l'un dell'altro fornisse il proposto.
L'ira di Troiolo in tempi diversi
a' Greci nocque molto sanza fallo,
tanto che pochi ne gli uscieno avversi
che non cacciasse morti del cavallo,
sol che ei l'attendesser, sì perversi
colpi donava; e dopo lungo stallo,
avendone già morti più di mille,
miseramente un dì l'uccise Achille.
Cotal fine ebbe il mal concetto amore
di Troiolo in Criseida, e cotale
fine ebbe il miserabile dolore
di lui al qual non fu mai altro eguale;
cotal fine ebbe il lucido splendore
che lui servava al solio reale;
cotal fine ebbe la speranza vana
di Troiolo in Criseida villana.
O giovinetti, ne' quai con l'etate
surgendo vien l'amoroso disio,
per Dio vi priego che voi raffreniate
pronti passi all'appetito rio,
e nell'amor di Troiol vi specchiate,
il qual dimostra suso il verso mio;
per che, se ben col cuor gli leggerete
non di leggieri a tutte crederete.
Giovane donna, e mobile e vogliosa
è negli amanti molti, e sua bellezza
estima più ch'allo specchio, e pomposa
ha vanagloria di sua giovinezza,
la qual quanto piacevole e vezzosa
è più, cotanto più seco l'apprezza;
virtù non sente né conoscimento,
volubil sempre come foglia al vento.
E molte ancor perché d'alto lignaggio
discese sono, e sanno annoverare
gli avoli lor, si credon che vantaggio
deggiano aver dall'altre nell'amare,
e pensan che costume sia oltraggio,
torcere il naso, e dispettose andare;
queste schifate ed abbiatele a vili,
ché bestie son, non son donne gentili.
Perfetta donna ha più fermo disire
d'essere amata, e d'amar si diletta;
discerne e vede ciò ch'è da fuggire,
lascia ed elegge provvida, ed aspetta
le promission; queste son da seguire,
ma non si vuol però scegliere in fretta,
ché non son tutte sagge perché sieno
più attempate, e quelle vaglion meno.
Dunque siate avveduti, e compassione
di Troiolo e di voi insiememente
abbiate, e fia ben fatto; ed orazione
per lui fate ad Amor pietosamente,
che 'l posi in pace in quella regione
dov'el dimora, ed a voi dolcemente
conceda grazia sì d'amare accorti,
che per rea donna al fin non siate morti.