PARTE OTTAVA

By Giovanni Boccaccio

Egli era, com'è detto, a sofferire

già adusato, e più nel fece forte

l'alto dolor, da non poter mai dire,

che 'l padre, ed egli e' fratei per la morte

ebber d'Ettòr, nel cui sovrano ardire

e le fortezze e le mura e le porte

credien di Troia, il qual lunga stagione

li tenne in pianto ed in tribulazione.

Ma non per ciò amor si dipartia,

come ch'assai mancasse la speranza;

anzi cercava in ogni modo e via,

come suole esser degli amanti usanza,

di poter riaver, qual solea pria,

la dolce sua ed unica intendanza;

lei del non ritornar sempre scusando,

per non poter ciò essere stimando.

Ei le mandò più lettere, scrivendo

quel che sentia per lei la notte e 'l giorno,

e 'l dolce tempo a mente riducendo,

e la fede promessa del ritorno,

spesse fiate ancora riprendendo

cortesemente il suo lungo soggiorno;

mandovvi Pandar, qualora tra essi

o triegue o patti alcun furon promessi.

Ed el similemente ebbe in pensiero

ancor più volte di volervi andare,

di pellegrino in abito leggero,

ma sì non si sapeva contraffare

che gli paresse assai coprire il vero,

né scusa degna sapeva trovare

da dir, se fosse stato conosciuto

in abito cotanto disparuto.

Né altro aveva da lei che parole

belle e promesse grandi sanza effetto,

onde a presumer cominciò che fole

eran tututte, ed a prender sospetto

di ciò che era ver, sì come suole

spesso avvenire a chi sanza difetto

riguarda in fra le cose c'ha per mano;

per che non fu il suo sospetto vano.

E ben conobbe che novello amore

era cagion di tante e tai bugie,

seco affermando che giammai nel core

né paterne lusinghe mai, né pie

carezze avuto avrien tanto valore;

né gli era luogo a veder per quai vie

più s'accertasse di ciò che mostrato

già gli aveva il suo sogno sventurato.

Al quale amor raccorciata la fede

aveva molto, sì com'egli avviene

che colui ch'ama mal volentier crede

cosa ch'accresca amando le sue pene;

ma che pur fosse ver di Diomede,

come pria sospettò, fé ne gli fene

non molto poi un caso, che gli tolse

ciascuna scusa, ed a creder lo volse.

Stavasi Troiol non sanza tormento

del suo amore timido e sospeso,

quand'egli udì, dopo un combattimento

tra li Greci e' Troiani assai disteso

fatto, con uno ornato vestimento,

a Diomede gravemente offeso

tratto, tornar Deifobo pomposo

di cotal preda, e seco assai gioioso.

E mentre che portarlosi davanti

facea per Troia, Troiol sopravvenne,

e molto il commendò fra tutti quanti,

e per vederlo meglio alquanto il tenne;

e mentre e' rimirava, gli occhi erranti

or qua or là d'intorno a tutto, avvenne

che esso vide nel petto un fermaglio

d'oro, lì posto forse per fibbiaglio.

Il quale esso conobbe incontanente,

sì come quei che l'aveva donato

a Criseida, allora che dolente

partendosi da lei, preso commiato

quella mattina avea ch'ultimamente

era la notte con lei dimorato;

laonde disse: — Io veggio pur ch'è vero

il sogno ed il sospetto e 'l mio pensiero. —

Quindi partito, Troiolo chiamare

Pandar si fé, il quale a lui venuto,

si cominciò con pianto a rammarcare

del lungo amore il quale avea tenuto

a Criseida sua, ed a mostrare

aperto il tradimento ricevuto

gli cominciò, dolendosene forte,

sol per ristoro chiedendo la morte.

E cominciò così piangendo a dire:

— O Criseida mia, dov'è la fede,

dov'è l'amor, dov'è ora il disire,

dov'è la tanto gridata mercede

da te a Dio, oh me, nel tuo partire?

Ogni cosa possiede Diomede,

ed io, che più t'amai, per lo tuo 'nganno

rimaso sono in pianto ed in affanno.

Chi crederà omai a nessun giuro,

chi ad amor, chi a femmina omai,

ben riguardando il tuo falso spergiuro?

Oh me, che io non so, né pensai mai

che tanto avessi il cuor rigido e duro,

che per altr'uom io t'uscissi giammai

dell'animo, che più che me t'amava,

ed ingannato sempre t'aspettava.

Or non avevi tu altro gioiello

da poter dare al tuo novello amante,

io dico a Diomede, se non quello

ch'io t'avea dato con lagrime tante

in rimembranza di me tapinello,

mentre con Calcas fossi dimorante?

Null'altro far tel fé se non dispetto,

e per mostrar ben chiaro il tuo 'ntelletto.

Del tutto veggio che m'hai discacciato

del petto tuo, ed io oltre mia voglia

nel mio ancora tengo effigiato

il tuo bel viso con noiosa doglia.

Oh, lasso me, che 'n malora fui nato.

Questo pensier m'uccide e mi dispoglia

d'ogni speranza di futura gioia,

e cagion èmmi d'angoscia e di noia.

Tu m'hai cacciato a torto della mente,

là dov'io dimorar sempre credea,

e nel mio luogo hai posto falsamente

Diomedès; ma per Venere dea

ti giuro, tosto ten farò dolente

con la mia spada alla prima mislea,

se egli avviene ch'io 'l possa trovare,

purché con forza il possa soprastare.

O el m'ucciderà, e fieti caro,

ma spero pur la divina giustizia

rispetto avrà al mio dolore amaro,

e similmente alla tua gran nequizia.

O sommo Giove, in cui certo riparo

so c'ha ragione, e da cui tutta inizia

l'alta virtù per cui si vive e move,

son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?

Che fanno le tue folgori ferventi?

Riposansi elle, o più gli occhi non tieni

volti a' difetti delle umane genti?

O vero lume, o lucidi sereni,

pe' quai s'allegran le terreni menti,

togliete via colei nelli cui seni

bugie e 'nganni e tradimenti sono,

né più la fate degna di perdono.

O Pandar mio, che ne' sogni aver fede

m'hai biasimato con cotanta istanza,

or puoi veder ciò che per lor si vede,

la tua Criseida te ne fa certanza:

hanno gli dei di noi mortal mercede

ed in diverse guise dimostranza

ci fan di quello ch'è a noi ignoto,

per nostro bene spesse volte noto.

E questo è l'un de' modi che dormendo

talor si mostra, io me ne sono accorto

molte fiate già mente tenendo;

or vorre'io allor essermi morto,

da poi che per innanzi non attendo

sollazzo, gioia, piacer né diporto;

ma per lo tuo consiglio vo' 'ndugiarmi

a morir co' nemici miei nell'armi.

Mandimi Dio Diomedès davanti

la prima volta ch'i' esco alla battaglia;

questo disio tra li miei guai cotanti,

sì ch'io provar gli faccia come taglia

la spada mia, e lui morir con pianti

nel campo faccia, e poi non me ne caglia

che mi s'uccida, sol ch'io muoia, e lui

misero truovi nelli regni bui. —

Pandaro con dolor tutto ascoltava,

e ver sentendol, non sapea che dirsi,

e d'una parte a star quivi il tirava

dell'amico l'amor, d'altra a partirsi

vergogna spesse volte lo 'nvitava

pel fallo di Criseida, e spedirsi

qual far dovesse seco non sapea,

e l'uno e l'altro forte gli dolea.

Alla fine così disse piangendo:

— Troiol, non so che mi ti debba dire;

lei quant'io posso tanto più riprendo,

s'è come di', e del suo gran fallire

niuna scusa avanti far ne 'ntendo,

né mai dov'ella sia più voler gire;

ciò ch'io fei già il fei per tuo amore,

lasciando addietro ciascun mio onore.

E s'io ti piacqui, assai m'è grazioso;

di quel ch'or fassi altro non posso fare

e come tu così ne son cruccioso,

e s'io vedessi il modo d'ammendare,

abbi per certo, io ne sarei studioso:

faccialo Dio che può ciò che gli pare,

priegol io quanto posso ch'El punisca

lei sì che più 'n tal guisa non fallisca. —

Grandi furo i lamenti e 'l rammarchio,

ma pur fortuna suo corso facea;

colei amava con tutto il disio

Diomedès, e Troiolo piangea;

Diomedès si lodava di Dio,

e Troiolo il contrario si dolea;

nelle battaglie Troiol sempre entrava,

e più ch'altrui Diomedès cercava.

E spesse volte insieme s'avvisaro

con rimproveri cattivi e villani,

e di gran colpi fra lor si donaro,

talvolta urtando, e talor nelle mani

la spada avendo, vendendosi caro

insieme molto il loro amor non sani;

ma non avea la Fortuna disposto

che l'un dell'altro fornisse il proposto.

L'ira di Troiolo in tempi diversi

a' Greci nocque molto sanza fallo,

tanto che pochi ne gli uscieno avversi

che non cacciasse morti del cavallo,

sol che ei l'attendesser, sì perversi

colpi donava; e dopo lungo stallo,

avendone già morti più di mille,

miseramente un dì l'uccise Achille.

Cotal fine ebbe il mal concetto amore

di Troiolo in Criseida, e cotale

fine ebbe il miserabile dolore

di lui al qual non fu mai altro eguale;

cotal fine ebbe il lucido splendore

che lui servava al solio reale;

cotal fine ebbe la speranza vana

di Troiolo in Criseida villana.

O giovinetti, ne' quai con l'etate

surgendo vien l'amoroso disio,

per Dio vi priego che voi raffreniate

pronti passi all'appetito rio,

e nell'amor di Troiol vi specchiate,

il qual dimostra suso il verso mio;

per che, se ben col cuor gli leggerete

non di leggieri a tutte crederete.

Giovane donna, e mobile e vogliosa

è negli amanti molti, e sua bellezza

estima più ch'allo specchio, e pomposa

ha vanagloria di sua giovinezza,

la qual quanto piacevole e vezzosa

è più, cotanto più seco l'apprezza;

virtù non sente né conoscimento,

volubil sempre come foglia al vento.

E molte ancor perché d'alto lignaggio

discese sono, e sanno annoverare

gli avoli lor, si credon che vantaggio

deggiano aver dall'altre nell'amare,

e pensan che costume sia oltraggio,

torcere il naso, e dispettose andare;

queste schifate ed abbiatele a vili,

ché bestie son, non son donne gentili.

Perfetta donna ha più fermo disire

d'essere amata, e d'amar si diletta;

discerne e vede ciò ch'è da fuggire,

lascia ed elegge provvida, ed aspetta

le promission; queste son da seguire,

ma non si vuol però scegliere in fretta,

ché non son tutte sagge perché sieno

più attempate, e quelle vaglion meno.

Dunque siate avveduti, e compassione

di Troiolo e di voi insiememente

abbiate, e fia ben fatto; ed orazione

per lui fate ad Amor pietosamente,

che 'l posi in pace in quella regione

dov'el dimora, ed a voi dolcemente

conceda grazia sì d'amare accorti,

che per rea donna al fin non siate morti.