PARTE PRIMA
Alcun di Giove sogliono il favore
ne' lor principii pietosi invocare,
altri d'Apollo chiamano il valore;
io di Parnaso le Muse pregare
solea ne' miei bisogni, ma Amore
novellamente m'ha fatto mutare
il mio costume antico e usitato,
po' fui di te, madonna, innamorato.
Tu, donna, se' la luce chiara e bella
per cui nel tenebroso mondo accorto
vivo; tu se' la tramontana stella
la quale io seguo per venire a porto;
àncora di salute tu se' quella
che se' tutto 'l mio bene e 'l mio conforto;
tu mi se' Giove, tu mi se' Apollo,
tu se mia musa, io l'ho provato e sollo.
Per che, volendo per la tua partita,
più grieve a me che morte e più noiosa,
scriver qual fosse la dolente vita
di Troiolo, da poi che l'amorosa
Criseida di Troia sen fu ita,
e come prima gli fosse graziosa,
a te convienmi per grazia venire,
s'i' vo' poter la mia 'mpresa fornire.
Adunque, o bella donna, alla qual fui
e sarò sempre fedele e suggetto,
o vaga luce de' begli occhi in cui
Amore ha posto tutto il mio diletto;
o isperanza sola di colui
che t'ama più che sé d'amor perfetto,
guida la nostra man, reggi lo 'ngegno,
nell'opera la quale a scriver vegno.
Tu se' nel tristo petto effigiata
con forza tal, che tu vi puoi più ch'io;
pingine fuor la voce sconsolata
in guisa tal che mostri il dolor mio
nell'altrui doglie, e rendila sì grata,
che chi l'ascolta ne divenga pio.
Tuo sia l'onore e mio sarà l'affanno,
se' detti alcuna laude acquisteran.
E voi, amanti, priego ch'ascoltiate
ciò che dirà 'l mio verso lagrimoso,
e se nel core avvien che voi sentiate
destarsi alcuno spirito pietoso,
per me vi priego che Amor preghiate,
per cui, sì come Troiolo, doglioso
vivo, lontan dal più dolce piacere
ch'a creatura mai fosse in calere.
Erano a Troia li greci re d'intorno,
nell'armi forti, e, giusto a lor potere,
ciascuno ardito, fier, pro' e adorno
si dimostrava, e colle loro schiere
ognor la stringean più di giorno in giorno,
concordi tutti in un pari volere,
di vendicar l'oltraggio e la rapina,
da Parìs fatta, d'Elena reina;
quando Calcàs, la cui alta scienza
avea già meritato di sentire
del grande Apollo ciascuna credenza,
volendo del futuro il vero udire,
qual vincesse, o la lunga sofferenza
de' Troiani o de' Greci il grande ardire,
conobbe e vide, dopo lunga guerra,
li Troian morti e distrutta la terra.
Per che segretamente di partirsi
diliberò l'antiveduto saggio,
e preso luogo e tempo di fuggirsi,
ver la greca oste si mise in viaggio;
onde allo 'ncontro assai vide venirsi,
che 'l ricevetter con lieto visaggio,
da lui sperando sommo e buon consiglio
in ciascheduno accidente o periglio.
Fu 'l romor grande quando fu sentito,
per tutta la città generalmente,
che Calcàs era di quella fuggito,
e parlato ne fu diversamente,
ma mal da tutti, e ch'elli avea fallito,
e come traditor fatto reamente;
né quasi per la più gente rimase
di non andargli con fuoco alle case.
Avea Calcàs lasciato in tanto male,
sanza niente farlene sapere,
una sua figlia vedova, la quale
sì bella e sì angelica a vedere
era, che non parea cosa mortale:
Criseida nomata, al mio parere,
accorta, onesta, savia e costumata
quant'altra che in Troia fosse nata.
La qual sentendo il noioso romore
per la fuga del padre, assai dogliosa
quale era in tanto dubbioso furore,
in abito dolente e lagrimosa
ginocchion si gittò a piè d'Ettore,
e con voce e con vista assai pietosa,
scusando sé ed il padre accusando,
finì 'l dir suo mercé addimandando.
Era pietoso Ettòr di sua natura;
per che, vedendo di costei il pianto,
ch'era più bella ch'altra creatura,
con pio parlar la confortò alquanto,
dicendo: — Lascia con la ria ventura
tuo padre andar che n'ha offeso tanto,
e tu sicura, lieta e sanza noia,
con noi, mentre t'aggrada, ti sta' 'n Troia.
L'onore ed il piacer qual tu vorrai,
come Calcàs ci fosse, abbi per certo,
sempre da tutti quanti noi avrai;
a lui rendan gli dii il degno merto. —
Ella di questo il ringraziò assai
e più volea, ma non le fu sofferto;
ond'ella si drizzò, e ritornossi
a casa sua, e quivi riposossi.
Quivi si stette con quella famiglia
ch'al suo onor convenia di tenere,
mentre fu 'n Troia, onesta a maraviglia
in abito ed in vita, né calere
le bisognava di figlio o di figlia,
come a colei che mai nessuno avere
n'avea potuto; e da ciascuno amata
che la conobbe fu ed onorata.
Le cose andavan sì come di guerra,
tra li Troiani e' Greci assai sovente;
tal volta uscieno i Troian della terra
sopra li Greci vigorosamente,
e spesse volte i Greci, s'el non erra
la storia, givano assai fieramente
fino in su' fossi e d'intorno rubando,
castella e ville ardendo e dibruciando.
E come che' Troian fosser serrati
dalli Greci nemici, non avvenne
che per ciò fosser mai intralasciati
li divin sacrificii, ma si tenne
per ciascun sempre in quelli modi usati;
ma con maggiore onore e più solenne,
ch'alcuno altro, Pallade onoravano
in ogni cosa, e più ch'altro guardavano.
Per che, venuto il vago tempo il quale
riveste i prati d'erbette e di fiori,
e che gaio diviene ogni animale
e 'n diversi atti mostra suoi amori,
li Troian padri al Palladio fatale
fer preparare li consueti onori;
alla qual festa donne e cavalieri
fur parimente, e tutti volentieri.
Tra li qua' fu di Calcàs la figliuola
Criseida, quale era in bruna vesta,
la qual, quanto la rosa la viola
di biltà vince, cotanto era questa
più ch'altra donna bella; ed essa sola
più ch'altra facea lieta la gran festa,
stando del tempio assai presso alla porta,
negli atti altiera, piacente ed accorta.
Troiolo giva, come soglion fare
i giovinetti, or qua or là veggendo
per lo gran tempio, e co' compagni a stare
or qui or quivi si giva ponendo;
ed ora questa ed or quella a lodare
incominciava e di ta' riprendendo,
sì come quelli a cui non ne piaceva
una più ch'altra, e sciolto si godeva.
Anzi talora in tal maniera andando,
veggendo alcun che fiso rimirava
alcuna donna seco sospirando,
a' suoi compagni ridendo il mostrava,
dicendo: — Quel dolente ha dato bando
alla sua libertà, sì gli gravava,
ed a colei l'ha messa tra le mani:
vedete ben se' suoi pensier son vani.
Che è a porre in donna alcuno amore?
Ché come al vento si volge la foglia,
così 'n un dì ben mille volte il core
di lor si volge, né curan di doglia
che per lor senta alcun loro amadore,
né sa alcuna quel ch'ella si voglia.
O felice colui che del piacere
lor non è preso, e sassene astenere!
Io provai già per la mia gran follia
qual fosse questo maladetto foco,
e s'io dicessi ch'amor cortesia
non mi facesse, ed allegrezza e gioco
non mi donasse, certo i' mentiria;
ma tutto il bene insieme accolto, poco
fu o niente, rispetto a' martiri
volendo avere ed a' tristi sospiri.
Or ne son fuor, mercé n'abbia colui
che fu di me più ch'io stesso pietoso,
io dico Giove, dio vero, da cui
viene ogni grazia, e vivomi in riposo;
e benché di veder mi giovi altrui,
io pur mi guardo dal corso ritroso,
e rido volentier degl'impacciati,
non so s'i' dica amanti o smemorati. —
O ciechità delle mondane menti,
come ne seguon, sovente gli effetti
tutti contrarii a' nostri intendimenti!
Troiol va ora mordendo i difetti
e' solliciti amor dell'altre genti,
sanza pensare in che il ciel s'affretti
di recar lui, il quale Amor trafisse
più ch'alcun altro, pria del tempio uscisse.
Così adunque andandosi gabbando
or d'uno or d'altro Troiolo, e sovente
or questa donna or quella rimirando,
per caso avvenne che in fra la gente
l'occhio suo vago giunse penetrando
colà dov'era Criseida piacente,
sotto candido velo in bruna vesta
tra l'altre donne in sì solenne festa.
Ella era grande, ed alla sua grandezza
rispondeano li membri tutti quanti,
e 'l viso avea adorno di bellezza
celestiale, e nelli suoi sembianti
quivi mostrava una donnesca altezza;
e col braccio il mantel tolto davanti
s'avea dal viso, largo a sé faccendo,
ed alquanto la calca rimovendo.
Piacque quell'atto a Troiolo e 'l tornare
ch'ella fé 'n sé alquanto sdegnosetto,
quasi dicesse: «E' non ci si può stare».
E diessi a più mirare il suo aspetto,
il qual più ch'altro in sé degno li pare
di somma lode, e seco avea diletto
sommo tra uomo ed uom di mirar fiso
gli occhi lucenti e l'angelico viso.
Né s'avvedea colui, ch'era sì saggio
poco davanti in riprendere altrui
che Amor dimorasse dentro al raggio
di quei vaghi occhi con li dardi sui,
né s'ammentava ancora dell'oltraggio
detto davanti de' servi di lui;
né dello strale, il quale al cor gli corse,
finché nol punse daddover, s'accorse.
Piacendo questa sotto il nero manto
oltre ad ogni altra a Troiol, sanza dire
che cagion quivi il tenesse cotanto,
occultamente il suo alto disire
mirava di lontano, e mirò tanto,
sanza niente ad alcuno discoprire,
quanto duraro a Pallade gli onori;
poi co' compagni uscì del tempio fori.
Né se n'uscì qual dentro v'era entrato
libero e lieto, ma n'uscì pensoso
ed oltre al creder suo innamorato,
tenendo bene il suo disio nascoso
per quel che poco avanti avea parlato:
non forse in lui ritorto l'oltraggioso
parlar fosse, se forse conosciuto
fosse l'ardor nel quale era caduto.
Poi fu del nobil tempio dipartita
Criseida, Troiol al palagio tornossi
co' suoi compagni, e quivi in lieta vita
con lor per lungo spazio dimorossi;
per me' celar l'amorosa ferita,
di quei ch'amavan gran pezza gabbossi,
e poi mostrando ch'altro lo stringesse,
disse a ciascun ch'andasse ove volesse.
E partitosi ognun, tutto soletto
in camera n'andò ed a sedere
si pose, sospirando, a piè del letto,
e seco a rammentarsi del piacere
avuto la mattina dello aspetto
di Criseida cominciò, e delle vere
bellezze del suo viso, annoverando
a parte a parte, e quelle commendando.
Lodava molto gli atti e la statura,
e lei di cuor grandissimo stimava
ne' modi e nell'andare, e gran ventura
di cotal donna amar si reputava,
e vie maggior, se per sua lunga cura
potesse far, se quanto egli essa amava,
cotanto o presso da lei fosse amato,
o per servente almen non rifiutato.
Immaginando affanno né sospiro
poter per cotal donna esser perduto,
e che esser dovesse il suo disiro
molto lodato, se giammai saputo
da alcun fosse, e quinci il suo martiro
men biasimato essendo conosciuto,
argomentava il giovinetto lieto,
male avvisando il suo futuro fleto.
Per che, disposto a seguir tale amore,
pensò voler oprar discretamente,
pria proponendo di celar l'ardore,
concetto già nell'amorosa mente,
a ciascheduno amico o servidore,
se ciò non bisognasse, ultimamente
pensando che amore a molti aperto,
noia acquistava e non gioia per merto.
Ed oltre a questo, assai più altre cose,
qual da scoprire e qual da provocare
a sé la donna, con seco propose,
e quindi lieto si diede a cantare,
bene sperando, e tutto si dispose
di voler sola Criseida amare,
nulla pregiando ogni altra che veduta
ne gli venisse, o fosse mai piaciuta.
E verso Amore tal fiata dicea
con pietoso parlar: — Signor, omai
l'anima è tua che mia esser solea;
il che mi piace, però che tu m'hai,
non so s'io dica a donna ovvero a dea,
a servir dato, ché non fu giammai,
sotto candido velo in bruna vesta,
sì bella donna come mi par questa.
Tu stai negli occhi suoi, signor verace,
sì come in loco degno a tua virtute;
per che, se 'l mio servir punto ti piace,
da quei ti priego impetri la salute
dell'anima, la qual prostrata giace
sotto i tuoi piè, sì la ferir l'acute
saette che allora le gittasti,
che di costei 'l bel viso mi mostrasti. —
Non risparmiarono il sangue reale,
né d'animo virtù ovver grandezza,
né curaron di forza corporale
che in Troiolo fosse, o di prodezza,
l'ardenti fiamme amorose, ma quale
in disposta materia secca o mezza
s'accende il foco, tal nel novo amante
messe le parti acceser tutte quante.
Tanto di giorno in giorno col pensiero
e col piacer di quello or preparava
più l'esca secca dentro al core altiero,
e da' belli occhi trarre immaginava
acqua soave al suo ardor severo;
per che astutamente gli cercava
sovente di veder, né s'avvedea
che più da quegli il foco s'accendea.
Costui o qua o là ch'el gisse, andando,
sedendo ancora, o solo o accompagnato,
com'el volesse, bevendo o mangiando,
la notte e 'l giorno ed in qualunque lato,
di Criseida sempre gia pensando;
e 'l suo valore e 'l viso dilicato
di lei — diceva — avanza Pulissena
d'ogni bellezza, e similmente Elena.
Né del dì trapassava nessuna ora
che mille volte seco non dicesse:
— O chiara luce che 'l cor m'innamora,
o Criseida bella, Iddio volesse
che 'l tuo valor, che 'l viso mi scolora,
per me alquanto a pièta ti movesse;
null'altro fuor che tu lieto può farmi,
tu sola se' colei che puoi atarmi. —
Ciascun altro pensier s'era fuggito
della gran guerra e della sua salute,
e sol nel petto suo era sentito
quel che parlasse dell'alta virtute
della sua donna; e, così impedito,
sol di curar l'amorose ferute
sollicito era, e quivi ogni intelletto
avea posto, e l'affanno e 'l diletto.
L'aspre battaglie e gli stormi angosciosi,
ch'Ettor e gli altri suoi fratei facieno
seguiti da' Troian, dagli amorosi
pensieri però niente il rimovieno;
come che spesso, ne' più perigliosi
assalti, anzi ad ogni altro lui vedieno
mirabilmente nell'armi operare
color che stesser ciò forse a mirare.
Né a ciò odio de' Greci il movea,
né vaghezza ch'avesse di vittoria
per Troia liberar, la qual vedea
stretta d'assedio, ma voglia di gloria:
per più piacer tutto questo facea
e per amor, se 'l ver dice la storia,
divenne in arme sì feroce e forte,
che li Greci il temien come la morte.
Aveagli già amore il sonno tolto,
e minuito il cibo, ed il pensiero
multiplicato sì che già nel volto
ne dava pallidezza segno vero,
come che egli il ricoprisse molto
con riso infinto e con parlar sincero;
e chi 'l vedea pensava ch'avvenisse
per noia della guerra ch'el sentisse.
E qual si fosse non è assai certo:
o che Criseida non se n'accorgesse
per l'operar di lui ch'era coverto,
o che di ciò conoscer s'infignesse;
ma questo n'è assai chiaro ed aperto,
che niente pareva le calesse
di Troiolo e dell'amor che le portava,
ma come non amata dura stava.
Di quinci sentia Troiol tal dolore
che dir non si poria, talor temendo
non Criseida fosse d'altro amore
presa, e per quello lui vilipendendo,
ricever nol volesse a servidore;
né, mille modi seco ripetendo,
veder poteva di farle sentire
onestamente il suo caldo disire.
Onde quand'elli aveva spazio punto,
seco d'Amor si giva a lamentare
a sé dicendo: — Troiolo, or se' giunto
che ti solevi degli altri gabbare!
niun ne fu mai quanto tu consunto
per mal saperti da Amor guardare;
or se' nel laccio preso, il qual biasmavi
tanto negli altri ed a te non guardavi.
Che si dirà di te intra gli amanti
se questo tuo amor fia mai saputo?
di te si gabberebbon tutti quanti,
di te direbbono: «ecco il provveduto
che' sospir nostri ed amorosi pianti
morder soleva già, ora è venuto
dove noi siamo; Amor ne sia lodato
ch'a tal partito l'ha ora recato».
Che si dirà di te fra gli eccellenti
re e signor, se questo fia sentito?
Ben potran dir, di ciò assai scontenti:
«Vedi come questi è del senno uscito,
che 'n questi tempi noiosi e dolenti,
sì nuovamente d'amore è 'nretito!
Dove in la guerra dovria esser fiero,
egli in amar consuma il suo pensiero».
Ed or fostù, o Troiolo dolente,
poscia ch'egli era dato che amassi,
preso per tal ch'un poco solamente
d'amor sentisse, onde ti consolassi!
Ma quella per cui piangi nulla sente
se non come una pietra, e così stassi
fredda com'al sereno intero ghiaccio,
ed io qual neve al foco mi disfaccio.
Ed or foss'io pur venuto al porto
al qual la mia sventura ora mi mena!
Questo mi saria grazia e gran conforto,
perché morendo uscirei d'ogni pena;
che se 'l mio mal, del qual nessuno accorto
ancora s'è, si scuopre, fia ripiena
la vita mia di mille ingiurie al giorno,
e, più ch'altro, sarò detto musorno.
Deh aiutami, Amor! e tu per cui
io piango, preso più che altro mai;
deh, sii pietosa un poco di colui
che t'ama più che la sua vita assai,
volgi il bel viso oramai verso lui,
da colui mossa che in questi guai
per te, donna, mi tiene; io te ne priego,
deh, non mi far di questa grazia niego.
Io tornerò se tu fai, donna, questo,
qual fiore in vivo prato in primavera,
né mi fia poscia l'aspettar molesto,
né il vederti sdegnosa od altiera;
e s'el t'è grave, almeno a me, che presto
ad ogni tuo piacer son, grida fera:
«Ucciditi» ch'io il farò di fatto,
credendoti piacere in cotal atto. —
Quinci diceva molte altre parole
piangendo e sospirando, e di colei
chiamava il nome sì come far suole
chi soverchio ama, e alli suoi omei
mercé non trova, ma tutte eran fole
e perdiensi ne' venti, ché a lei
nulla ne pervenia, onde il tormento
multiplicava ciascun giorno in cento.