PARTE PRIMA

By Giovanni Boccaccio

Alcun di Giove sogliono il favore

ne' lor principii pietosi invocare,

altri d'Apollo chiamano il valore;

io di Parnaso le Muse pregare

solea ne' miei bisogni, ma Amore

novellamente m'ha fatto mutare

il mio costume antico e usitato,

po' fui di te, madonna, innamorato.

Tu, donna, se' la luce chiara e bella

per cui nel tenebroso mondo accorto

vivo; tu se' la tramontana stella

la quale io seguo per venire a porto;

àncora di salute tu se' quella

che se' tutto 'l mio bene e 'l mio conforto;

tu mi se' Giove, tu mi se' Apollo,

tu se mia musa, io l'ho provato e sollo.

Per che, volendo per la tua partita,

più grieve a me che morte e più noiosa,

scriver qual fosse la dolente vita

di Troiolo, da poi che l'amorosa

Criseida di Troia sen fu ita,

e come prima gli fosse graziosa,

a te convienmi per grazia venire,

s'i' vo' poter la mia 'mpresa fornire.

Adunque, o bella donna, alla qual fui

e sarò sempre fedele e suggetto,

o vaga luce de' begli occhi in cui

Amore ha posto tutto il mio diletto;

o isperanza sola di colui

che t'ama più che sé d'amor perfetto,

guida la nostra man, reggi lo 'ngegno,

nell'opera la quale a scriver vegno.

Tu se' nel tristo petto effigiata

con forza tal, che tu vi puoi più ch'io;

pingine fuor la voce sconsolata

in guisa tal che mostri il dolor mio

nell'altrui doglie, e rendila sì grata,

che chi l'ascolta ne divenga pio.

Tuo sia l'onore e mio sarà l'affanno,

se' detti alcuna laude acquisteran.

E voi, amanti, priego ch'ascoltiate

ciò che dirà 'l mio verso lagrimoso,

e se nel core avvien che voi sentiate

destarsi alcuno spirito pietoso,

per me vi priego che Amor preghiate,

per cui, sì come Troiolo, doglioso

vivo, lontan dal più dolce piacere

ch'a creatura mai fosse in calere.

Erano a Troia li greci re d'intorno,

nell'armi forti, e, giusto a lor potere,

ciascuno ardito, fier, pro' e adorno

si dimostrava, e colle loro schiere

ognor la stringean più di giorno in giorno,

concordi tutti in un pari volere,

di vendicar l'oltraggio e la rapina,

da Parìs fatta, d'Elena reina;

quando Calcàs, la cui alta scienza

avea già meritato di sentire

del grande Apollo ciascuna credenza,

volendo del futuro il vero udire,

qual vincesse, o la lunga sofferenza

de' Troiani o de' Greci il grande ardire,

conobbe e vide, dopo lunga guerra,

li Troian morti e distrutta la terra.

Per che segretamente di partirsi

diliberò l'antiveduto saggio,

e preso luogo e tempo di fuggirsi,

ver la greca oste si mise in viaggio;

onde allo 'ncontro assai vide venirsi,

che 'l ricevetter con lieto visaggio,

da lui sperando sommo e buon consiglio

in ciascheduno accidente o periglio.

Fu 'l romor grande quando fu sentito,

per tutta la città generalmente,

che Calcàs era di quella fuggito,

e parlato ne fu diversamente,

ma mal da tutti, e ch'elli avea fallito,

e come traditor fatto reamente;

né quasi per la più gente rimase

di non andargli con fuoco alle case.

Avea Calcàs lasciato in tanto male,

sanza niente farlene sapere,

una sua figlia vedova, la quale

sì bella e sì angelica a vedere

era, che non parea cosa mortale:

Criseida nomata, al mio parere,

accorta, onesta, savia e costumata

quant'altra che in Troia fosse nata.

La qual sentendo il noioso romore

per la fuga del padre, assai dogliosa

quale era in tanto dubbioso furore,

in abito dolente e lagrimosa

ginocchion si gittò a piè d'Ettore,

e con voce e con vista assai pietosa,

scusando sé ed il padre accusando,

finì 'l dir suo mercé addimandando.

Era pietoso Ettòr di sua natura;

per che, vedendo di costei il pianto,

ch'era più bella ch'altra creatura,

con pio parlar la confortò alquanto,

dicendo: — Lascia con la ria ventura

tuo padre andar che n'ha offeso tanto,

e tu sicura, lieta e sanza noia,

con noi, mentre t'aggrada, ti sta' 'n Troia.

L'onore ed il piacer qual tu vorrai,

come Calcàs ci fosse, abbi per certo,

sempre da tutti quanti noi avrai;

a lui rendan gli dii il degno merto. —

Ella di questo il ringraziò assai

e più volea, ma non le fu sofferto;

ond'ella si drizzò, e ritornossi

a casa sua, e quivi riposossi.

Quivi si stette con quella famiglia

ch'al suo onor convenia di tenere,

mentre fu 'n Troia, onesta a maraviglia

in abito ed in vita, né calere

le bisognava di figlio o di figlia,

come a colei che mai nessuno avere

n'avea potuto; e da ciascuno amata

che la conobbe fu ed onorata.

Le cose andavan sì come di guerra,

tra li Troiani e' Greci assai sovente;

tal volta uscieno i Troian della terra

sopra li Greci vigorosamente,

e spesse volte i Greci, s'el non erra

la storia, givano assai fieramente

fino in su' fossi e d'intorno rubando,

castella e ville ardendo e dibruciando.

E come che' Troian fosser serrati

dalli Greci nemici, non avvenne

che per ciò fosser mai intralasciati

li divin sacrificii, ma si tenne

per ciascun sempre in quelli modi usati;

ma con maggiore onore e più solenne,

ch'alcuno altro, Pallade onoravano

in ogni cosa, e più ch'altro guardavano.

Per che, venuto il vago tempo il quale

riveste i prati d'erbette e di fiori,

e che gaio diviene ogni animale

e 'n diversi atti mostra suoi amori,

li Troian padri al Palladio fatale

fer preparare li consueti onori;

alla qual festa donne e cavalieri

fur parimente, e tutti volentieri.

Tra li qua' fu di Calcàs la figliuola

Criseida, quale era in bruna vesta,

la qual, quanto la rosa la viola

di biltà vince, cotanto era questa

più ch'altra donna bella; ed essa sola

più ch'altra facea lieta la gran festa,

stando del tempio assai presso alla porta,

negli atti altiera, piacente ed accorta.

Troiolo giva, come soglion fare

i giovinetti, or qua or là veggendo

per lo gran tempio, e co' compagni a stare

or qui or quivi si giva ponendo;

ed ora questa ed or quella a lodare

incominciava e di ta' riprendendo,

sì come quelli a cui non ne piaceva

una più ch'altra, e sciolto si godeva.

Anzi talora in tal maniera andando,

veggendo alcun che fiso rimirava

alcuna donna seco sospirando,

a' suoi compagni ridendo il mostrava,

dicendo: — Quel dolente ha dato bando

alla sua libertà, sì gli gravava,

ed a colei l'ha messa tra le mani:

vedete ben se' suoi pensier son vani.

Che è a porre in donna alcuno amore?

Ché come al vento si volge la foglia,

così 'n un dì ben mille volte il core

di lor si volge, né curan di doglia

che per lor senta alcun loro amadore,

né sa alcuna quel ch'ella si voglia.

O felice colui che del piacere

lor non è preso, e sassene astenere!

Io provai già per la mia gran follia

qual fosse questo maladetto foco,

e s'io dicessi ch'amor cortesia

non mi facesse, ed allegrezza e gioco

non mi donasse, certo i' mentiria;

ma tutto il bene insieme accolto, poco

fu o niente, rispetto a' martiri

volendo avere ed a' tristi sospiri.

Or ne son fuor, mercé n'abbia colui

che fu di me più ch'io stesso pietoso,

io dico Giove, dio vero, da cui

viene ogni grazia, e vivomi in riposo;

e benché di veder mi giovi altrui,

io pur mi guardo dal corso ritroso,

e rido volentier degl'impacciati,

non so s'i' dica amanti o smemorati. —

O ciechità delle mondane menti,

come ne seguon, sovente gli effetti

tutti contrarii a' nostri intendimenti!

Troiol va ora mordendo i difetti

e' solliciti amor dell'altre genti,

sanza pensare in che il ciel s'affretti

di recar lui, il quale Amor trafisse

più ch'alcun altro, pria del tempio uscisse.

Così adunque andandosi gabbando

or d'uno or d'altro Troiolo, e sovente

or questa donna or quella rimirando,

per caso avvenne che in fra la gente

l'occhio suo vago giunse penetrando

colà dov'era Criseida piacente,

sotto candido velo in bruna vesta

tra l'altre donne in sì solenne festa.

Ella era grande, ed alla sua grandezza

rispondeano li membri tutti quanti,

e 'l viso avea adorno di bellezza

celestiale, e nelli suoi sembianti

quivi mostrava una donnesca altezza;

e col braccio il mantel tolto davanti

s'avea dal viso, largo a sé faccendo,

ed alquanto la calca rimovendo.

Piacque quell'atto a Troiolo e 'l tornare

ch'ella fé 'n sé alquanto sdegnosetto,

quasi dicesse: «E' non ci si può stare».

E diessi a più mirare il suo aspetto,

il qual più ch'altro in sé degno li pare

di somma lode, e seco avea diletto

sommo tra uomo ed uom di mirar fiso

gli occhi lucenti e l'angelico viso.

Né s'avvedea colui, ch'era sì saggio

poco davanti in riprendere altrui

che Amor dimorasse dentro al raggio

di quei vaghi occhi con li dardi sui,

né s'ammentava ancora dell'oltraggio

detto davanti de' servi di lui;

né dello strale, il quale al cor gli corse,

finché nol punse daddover, s'accorse.

Piacendo questa sotto il nero manto

oltre ad ogni altra a Troiol, sanza dire

che cagion quivi il tenesse cotanto,

occultamente il suo alto disire

mirava di lontano, e mirò tanto,

sanza niente ad alcuno discoprire,

quanto duraro a Pallade gli onori;

poi co' compagni uscì del tempio fori.

Né se n'uscì qual dentro v'era entrato

libero e lieto, ma n'uscì pensoso

ed oltre al creder suo innamorato,

tenendo bene il suo disio nascoso

per quel che poco avanti avea parlato:

non forse in lui ritorto l'oltraggioso

parlar fosse, se forse conosciuto

fosse l'ardor nel quale era caduto.

Poi fu del nobil tempio dipartita

Criseida, Troiol al palagio tornossi

co' suoi compagni, e quivi in lieta vita

con lor per lungo spazio dimorossi;

per me' celar l'amorosa ferita,

di quei ch'amavan gran pezza gabbossi,

e poi mostrando ch'altro lo stringesse,

disse a ciascun ch'andasse ove volesse.

E partitosi ognun, tutto soletto

in camera n'andò ed a sedere

si pose, sospirando, a piè del letto,

e seco a rammentarsi del piacere

avuto la mattina dello aspetto

di Criseida cominciò, e delle vere

bellezze del suo viso, annoverando

a parte a parte, e quelle commendando.

Lodava molto gli atti e la statura,

e lei di cuor grandissimo stimava

ne' modi e nell'andare, e gran ventura

di cotal donna amar si reputava,

e vie maggior, se per sua lunga cura

potesse far, se quanto egli essa amava,

cotanto o presso da lei fosse amato,

o per servente almen non rifiutato.

Immaginando affanno né sospiro

poter per cotal donna esser perduto,

e che esser dovesse il suo disiro

molto lodato, se giammai saputo

da alcun fosse, e quinci il suo martiro

men biasimato essendo conosciuto,

argomentava il giovinetto lieto,

male avvisando il suo futuro fleto.

Per che, disposto a seguir tale amore,

pensò voler oprar discretamente,

pria proponendo di celar l'ardore,

concetto già nell'amorosa mente,

a ciascheduno amico o servidore,

se ciò non bisognasse, ultimamente

pensando che amore a molti aperto,

noia acquistava e non gioia per merto.

Ed oltre a questo, assai più altre cose,

qual da scoprire e qual da provocare

a sé la donna, con seco propose,

e quindi lieto si diede a cantare,

bene sperando, e tutto si dispose

di voler sola Criseida amare,

nulla pregiando ogni altra che veduta

ne gli venisse, o fosse mai piaciuta.

E verso Amore tal fiata dicea

con pietoso parlar: — Signor, omai

l'anima è tua che mia esser solea;

il che mi piace, però che tu m'hai,

non so s'io dica a donna ovvero a dea,

a servir dato, ché non fu giammai,

sotto candido velo in bruna vesta,

sì bella donna come mi par questa.

Tu stai negli occhi suoi, signor verace,

sì come in loco degno a tua virtute;

per che, se 'l mio servir punto ti piace,

da quei ti priego impetri la salute

dell'anima, la qual prostrata giace

sotto i tuoi piè, sì la ferir l'acute

saette che allora le gittasti,

che di costei 'l bel viso mi mostrasti. —

Non risparmiarono il sangue reale,

né d'animo virtù ovver grandezza,

né curaron di forza corporale

che in Troiolo fosse, o di prodezza,

l'ardenti fiamme amorose, ma quale

in disposta materia secca o mezza

s'accende il foco, tal nel novo amante

messe le parti acceser tutte quante.

Tanto di giorno in giorno col pensiero

e col piacer di quello or preparava

più l'esca secca dentro al core altiero,

e da' belli occhi trarre immaginava

acqua soave al suo ardor severo;

per che astutamente gli cercava

sovente di veder, né s'avvedea

che più da quegli il foco s'accendea.

Costui o qua o là ch'el gisse, andando,

sedendo ancora, o solo o accompagnato,

com'el volesse, bevendo o mangiando,

la notte e 'l giorno ed in qualunque lato,

di Criseida sempre gia pensando;

e 'l suo valore e 'l viso dilicato

di lei — diceva — avanza Pulissena

d'ogni bellezza, e similmente Elena.

Né del dì trapassava nessuna ora

che mille volte seco non dicesse:

— O chiara luce che 'l cor m'innamora,

o Criseida bella, Iddio volesse

che 'l tuo valor, che 'l viso mi scolora,

per me alquanto a pièta ti movesse;

null'altro fuor che tu lieto può farmi,

tu sola se' colei che puoi atarmi. —

Ciascun altro pensier s'era fuggito

della gran guerra e della sua salute,

e sol nel petto suo era sentito

quel che parlasse dell'alta virtute

della sua donna; e, così impedito,

sol di curar l'amorose ferute

sollicito era, e quivi ogni intelletto

avea posto, e l'affanno e 'l diletto.

L'aspre battaglie e gli stormi angosciosi,

ch'Ettor e gli altri suoi fratei facieno

seguiti da' Troian, dagli amorosi

pensieri però niente il rimovieno;

come che spesso, ne' più perigliosi

assalti, anzi ad ogni altro lui vedieno

mirabilmente nell'armi operare

color che stesser ciò forse a mirare.

Né a ciò odio de' Greci il movea,

né vaghezza ch'avesse di vittoria

per Troia liberar, la qual vedea

stretta d'assedio, ma voglia di gloria:

per più piacer tutto questo facea

e per amor, se 'l ver dice la storia,

divenne in arme sì feroce e forte,

che li Greci il temien come la morte.

Aveagli già amore il sonno tolto,

e minuito il cibo, ed il pensiero

multiplicato sì che già nel volto

ne dava pallidezza segno vero,

come che egli il ricoprisse molto

con riso infinto e con parlar sincero;

e chi 'l vedea pensava ch'avvenisse

per noia della guerra ch'el sentisse.

E qual si fosse non è assai certo:

o che Criseida non se n'accorgesse

per l'operar di lui ch'era coverto,

o che di ciò conoscer s'infignesse;

ma questo n'è assai chiaro ed aperto,

che niente pareva le calesse

di Troiolo e dell'amor che le portava,

ma come non amata dura stava.

Di quinci sentia Troiol tal dolore

che dir non si poria, talor temendo

non Criseida fosse d'altro amore

presa, e per quello lui vilipendendo,

ricever nol volesse a servidore;

né, mille modi seco ripetendo,

veder poteva di farle sentire

onestamente il suo caldo disire.

Onde quand'elli aveva spazio punto,

seco d'Amor si giva a lamentare

a sé dicendo: — Troiolo, or se' giunto

che ti solevi degli altri gabbare!

niun ne fu mai quanto tu consunto

per mal saperti da Amor guardare;

or se' nel laccio preso, il qual biasmavi

tanto negli altri ed a te non guardavi.

Che si dirà di te intra gli amanti

se questo tuo amor fia mai saputo?

di te si gabberebbon tutti quanti,

di te direbbono: «ecco il provveduto

che' sospir nostri ed amorosi pianti

morder soleva già, ora è venuto

dove noi siamo; Amor ne sia lodato

ch'a tal partito l'ha ora recato».

Che si dirà di te fra gli eccellenti

re e signor, se questo fia sentito?

Ben potran dir, di ciò assai scontenti:

«Vedi come questi è del senno uscito,

che 'n questi tempi noiosi e dolenti,

sì nuovamente d'amore è 'nretito!

Dove in la guerra dovria esser fiero,

egli in amar consuma il suo pensiero».

Ed or fostù, o Troiolo dolente,

poscia ch'egli era dato che amassi,

preso per tal ch'un poco solamente

d'amor sentisse, onde ti consolassi!

Ma quella per cui piangi nulla sente

se non come una pietra, e così stassi

fredda com'al sereno intero ghiaccio,

ed io qual neve al foco mi disfaccio.

Ed or foss'io pur venuto al porto

al qual la mia sventura ora mi mena!

Questo mi saria grazia e gran conforto,

perché morendo uscirei d'ogni pena;

che se 'l mio mal, del qual nessuno accorto

ancora s'è, si scuopre, fia ripiena

la vita mia di mille ingiurie al giorno,

e, più ch'altro, sarò detto musorno.

Deh aiutami, Amor! e tu per cui

io piango, preso più che altro mai;

deh, sii pietosa un poco di colui

che t'ama più che la sua vita assai,

volgi il bel viso oramai verso lui,

da colui mossa che in questi guai

per te, donna, mi tiene; io te ne priego,

deh, non mi far di questa grazia niego.

Io tornerò se tu fai, donna, questo,

qual fiore in vivo prato in primavera,

né mi fia poscia l'aspettar molesto,

né il vederti sdegnosa od altiera;

e s'el t'è grave, almeno a me, che presto

ad ogni tuo piacer son, grida fera:

«Ucciditi» ch'io il farò di fatto,

credendoti piacere in cotal atto. —

Quinci diceva molte altre parole

piangendo e sospirando, e di colei

chiamava il nome sì come far suole

chi soverchio ama, e alli suoi omei

mercé non trova, ma tutte eran fole

e perdiensi ne' venti, ché a lei

nulla ne pervenia, onde il tormento

multiplicava ciascun giorno in cento.