PARTE PRIMA

By Sebastiano Baldini

Non ti riveggio ancora

e comporti ch'in me cresca l'affanno;

farsi non dee tiranno

un nume tutelar di chi l'adora.

E dove t'aggiri,

o idolo amato?

Rinaldo adorato,

e come puoi soffrir ch'io non ti miri?

Sovra del carro mio per l'aria a volo

qua ti portai, ma per goder te solo.

E tu peregrino

errando ten vai

nel vago giardino

negando a me quei sospirati rai.

Se vuoi fiori, ecco il volto. I frutti brami?

Per gustarli, o crudel, basta che m'ami.

Deh, non lagnarti, Armida,

ch'avrei l'alma di sasso,

se lontan da colei movessi il passo

che tra tante delizie il cor mi guida.

Raffrena i pianti e le strida,

non s'odano più querele

che troppo affliggono il core.

Io t'amo né son crudele:

sdegna le crudeltà chi segue amore.

Or sappi ch'in tormento

vivo, se non ti miro;

sempre per te sospiro

e dove non sei tu non v'è contento.

Io sol per te sospiro

e dove non sei tu non v'è contento.

Sin che verdeggia

la tua beltà,

per questa reggia

passiam l'età.

Senza ristori

non corra un dì;

de' nostri amori

godiam così.

Esca dal nostro petto ogni martire:

chi seguace è d'amor deve gioire.

Ma perché da me lungi, idolo mio?

Curioso desio

mi trasportò per queste

germoglianti foreste.

Attendi, attendi me che sempre teco

lieta vivrò dentro il tartareo speco.

D'amarsi e mirarsi

in braccio al suo bene,

è tanto gradita

la vita

che tal sorte dagl'astri unqua non viene.

Mira, Carlo, ma taci,

nel cespuglio racchiuso

quanto di donna può la forza e l'arte.

Vedi, Ubaldo, in qual uso

s'impiega il nostro Marte,

son guerre gl'amplessi e colpi i baci.

Io di rossor mi tingo.

Alle licenze lor dar fin m'accingo.

Frena l'impeto e saggio

attendi di fortuna altro vantaggio.

Ma tu chiudi le luci? Apri i begl'occhi,

e 'l cieco arcier mille saette scocchi.

Non chiuder quei lumi

che son le mie stelle;

vantarle più belle

il ciel non presumi.

Piovono i lampi loro

di benigne influenze ogni ristoro.

Se queste luci mie

piovono in te dolcezze,

cada o risorga il die,

sieno per sempre a vigilare avvezze.

Aperte mie pupille,

non ci chiudete, no,

ché di piaghe e faville

il sen, vostra mercé, colmo vedrò.

Che di sì gran beltà fiamme e ferite

son tutte gradite, son tutte soavi,

né tal dolcezza hanno d'Imetto i favi.

Qui per pochi momenti

attendimi e t'adagia insin ch'io veda

ne' futuri acidenti

quel che oprar mi convenga e vi proveda.

Vanne, ma non tardar, anima mia

ch'il tardar dell'amata è tirannia.

Vado, volo e ritorno.

A chi ben ama, ogni momento è un giorno.