PARTE PRIMA
Non ti riveggio ancora
e comporti ch'in me cresca l'affanno;
farsi non dee tiranno
un nume tutelar di chi l'adora.
E dove t'aggiri,
o idolo amato?
Rinaldo adorato,
e come puoi soffrir ch'io non ti miri?
Sovra del carro mio per l'aria a volo
qua ti portai, ma per goder te solo.
E tu peregrino
errando ten vai
nel vago giardino
negando a me quei sospirati rai.
Se vuoi fiori, ecco il volto. I frutti brami?
Per gustarli, o crudel, basta che m'ami.
Deh, non lagnarti, Armida,
ch'avrei l'alma di sasso,
se lontan da colei movessi il passo
che tra tante delizie il cor mi guida.
Raffrena i pianti e le strida,
non s'odano più querele
che troppo affliggono il core.
Io t'amo né son crudele:
sdegna le crudeltà chi segue amore.
Or sappi ch'in tormento
vivo, se non ti miro;
sempre per te sospiro
e dove non sei tu non v'è contento.
Io sol per te sospiro
e dove non sei tu non v'è contento.
Sin che verdeggia
la tua beltà,
per questa reggia
passiam l'età.
Senza ristori
non corra un dì;
de' nostri amori
godiam così.
Esca dal nostro petto ogni martire:
chi seguace è d'amor deve gioire.
Ma perché da me lungi, idolo mio?
Curioso desio
mi trasportò per queste
germoglianti foreste.
Attendi, attendi me che sempre teco
lieta vivrò dentro il tartareo speco.
D'amarsi e mirarsi
in braccio al suo bene,
è tanto gradita
la vita
che tal sorte dagl'astri unqua non viene.
Mira, Carlo, ma taci,
nel cespuglio racchiuso
quanto di donna può la forza e l'arte.
Vedi, Ubaldo, in qual uso
s'impiega il nostro Marte,
son guerre gl'amplessi e colpi i baci.
Io di rossor mi tingo.
Alle licenze lor dar fin m'accingo.
Frena l'impeto e saggio
attendi di fortuna altro vantaggio.
Ma tu chiudi le luci? Apri i begl'occhi,
e 'l cieco arcier mille saette scocchi.
Non chiuder quei lumi
che son le mie stelle;
vantarle più belle
il ciel non presumi.
Piovono i lampi loro
di benigne influenze ogni ristoro.
Se queste luci mie
piovono in te dolcezze,
cada o risorga il die,
sieno per sempre a vigilare avvezze.
Aperte mie pupille,
non ci chiudete, no,
ché di piaghe e faville
il sen, vostra mercé, colmo vedrò.
Che di sì gran beltà fiamme e ferite
son tutte gradite, son tutte soavi,
né tal dolcezza hanno d'Imetto i favi.
Qui per pochi momenti
attendimi e t'adagia insin ch'io veda
ne' futuri acidenti
quel che oprar mi convenga e vi proveda.
Vanne, ma non tardar, anima mia
ch'il tardar dell'amata è tirannia.
Vado, volo e ritorno.
A chi ben ama, ogni momento è un giorno.