PARTE QUINTA
Quel giorno stesso vi fu Diomede
per volere a' Troian dare Antenore;
per che Priamo Criseida gli diede,
di sospiri, di pianti e di dolore
sì piena che ne 'ncresce a chi la vede;
dall'altra parte era il suo amadore
in sì fatta tristizia, che alcuno
in simil non ne vide mai nessuno.
Vero è che con gran forza nascondea
mirabilmente dentro al tristo petto
la gran battaglia la quale egli avea
con sospiri e con pianto, e nello aspetto
niente o poco ancor gli si parea,
come ch'egli attendesse esser soletto,
e quivi piangere e rammaricarsi,
ed a grande agio seco disfogarsi.
Oh quante cose nell'altiera mente
gli venner lì, Criseida vedendo
rendere al padre! Questi parimente
d'ira e di cruccio tututto fremendo,
seco rodiesi e dicea pianamente:
— Oh misero dolente, or che attendo?
non è el meglio una volta morire,
che sempre in pianto vivere e languire?
Ché non turb'io con l'arme questi patti?
Perché qui Diomede non uccido?
Perché non taglio il vecchio che gli ha fatti?
Perché li miei fratei tutti non sfido?
Che ora fosser ei tutti disfatti!
Perché in pianto ed in dolente grido
Troia non metto? Perché non rapisco
Criseida ora, e me stesso guarisco?
Chi 'l vieterà s'io il vorrò pur fare?
O perché con li Greci non m'accosto
s'ei mi volesser Criseida donare?
Deh, perché più dimoro, che non tosto
corro colà e follami lasciare? —
Ma così fiero ed altiero proposto
gli fé lasciar paura, non uccisa
Criseida fosse in sì fatta divisa.
Criseida, poi vide che partire
le convenia, quale ella era dogliosa,
con quella compagnia che dovea gire,
sopra il caval montò, e dispettosa
con seco stessa cominciò a dire:
— Ahi, crudel Giove, e Fortuna noiosa,
dove me ne portate contra voglia?
Perché v'aggrada tanto la mia doglia?
Voi mi togliete, crudi e dispietati,
a quel piacer che più m'andava al core,
e forse vi credete umiliati
esser con sacrificio e con onore
alcun da me, ma voi sete ingannati:
in vostro vitupero e disonore
mi dorrò sempre finch'io non ritorno
a riveder di Troiol il viso adorno. —
Quinci si volse disdegnosamente
ver Diomede e disse: — Andianne omai,
assai ci siam mostrati a questa gente,
la quale omai sperar può de' suoi guai
salute, se ben mira sottilmente
all'onorevol cambio che fatto hai:
ché hai per una femmina renduto
un sì gran re, e cotanto temuto. —
E questo detto, al caval degli sproni
diè, sanza dir fuor che a' suoi addio;
e ben conobbe il re e' suoi baroni
lo sdegno della donna. Indi sen gio
sanza ascoltare o commiati o sermoni,
o riguardare alcuno, e se n'uscio
di Troia, nella qual giammai tornare
più non dovea, né con Troiolo stare.
Troiolo in guisa d'una cortesia,
con più compagni montò a cavallo
con un falcone in pugno, e compagnia
le fero infin di fuori a tutto il vallo,
e volentieri per tutta la via
l'averia fatta infino al suo istallo;
ma troppo discoverto saria stato,
e poco senno ancora riputato.
E tra lor già venuto era Antenore
dalli Greci renduto, e con gran festa
ricevuto l'aveano e con onore
li giovani Troiani; e benché questa
tornata fosse a Troiol dentro al core,
per Criseida data, assai molesta,
pur con buon viso il ricevette, e fello
con Pandar cavalcar davanti ad ello.
E già essendo per accomiatarsi,
egli e Criseida si fermaro alquanto,
e dentro agli occhi l'un l'altro guatarsi,
né ritener poté la donna il pianto,
e poscia per le man destre pigliarsi,
e ver lei Troiol ancor s'accostò tanto,
che, pian parlando, ella il poté udire,
e disse: — Torna, non mi far morire. —
E sanza più, rivoltato il destriere,
tutto tinto nel viso, a Diomede
non parlò punto, e di cotal mestiere
sol Diomede s'accorse, e ben vede
l'amor de' due, e dentro al suo pensiere
con diversi argomenti ne fa fede;
e di ciò mentre seco si pispiglia,
nascosamente sé di colei piglia.
Il padre la raccolse con gran festa,
come ch'a lei gravasse tale amore;
ella si stava tacita e modesta,
se stessa seco con grave dolore
tutta rodendo, ed in vita molesta,
pure a Troiolo avendo fermo il core,
che tosto si dovea permutare,
e lui per nuovo amante abbandonare.
Troiolo in Troia tristo ed angoscioso,
quanto fu mai nessun, se ne rivenne,
e nel viso fellone e niquitoso,
pria ch'al palagio suo non si ritenne;
quivi smontato, troppo più pensoso
che stato fosse ancora, non sostenne
che da alcun gli fosse nulla detto,
ma se n'entrò in camera soletto.
Quivi al dolor ch'aveva ritenuto
diè largo luogo, chiamando la morte,
ed il suo ben piangeva, che perduto
gli pare avere, e sì gridava forte,
che 'n forse fu di non esser sentuto
da quei che 'ntorno givan per la corte;
e 'n cotal pianto tutto il giorno stette,
né servo né amico nol vedette.
Se 'l giorno era con doglia trapassato,
non la scemò la notte già oscura,
ma fu il pianto e 'l gran duol raddoppiato;
così il menava la sua isciagura:
el biastemmiava il giorno che fu nato,
e gli dii e le dee e la natura,
il padre e chi parola conceduta
avea ch'el fosse Criseida renduta.
Esso se stesso ancor maladicea,
che sì l'aveva lasciata partire,
e che 'l partito che preso n'avea,
cioè con lei di volersi fuggire,
non l'avea fatto, e forte sen pentea,
e di dolor ne voleva morire;
o che almen non l'avea domandata,
che forse gli saria stata donata.
E sé in qua ed ora in là volgendo,
sanza luogo trovar per lo suo letto,
seco diceva talora piangendo:
«Che notte è questa, volendo rispetto
avere alla passata, s'io comprendo
qual'ora or sia! Aguale il bianco petto,
la bocca, gli occhi e 'l bel viso basciava
della mia donna e stretta l'abbracciava.
Ella basciava me, e ragionando
prendevam festa lieta e graziosa;
or sol mi trovo, lasso, e lagrimando,
in dubbio se giammai tanto gioiosa
notte deggia tornare; ora abbracciando
vado il piumaccio, e la fiamma amorosa
sento farsi maggiore, e la speranza
farsi minor per lo duol che l'avanza.
Che farò, dunque, misero dolente?
Aspetterò, pur ch'io 'l possa fare;
ma se così s'attrista la mia mente
nel suo partir, come perseverare
io spero di potere? Egli è niente
a chi ben ama il potersi posare».
Per che 'n tal guisa fece il simigliante
la notte e 'l dì ch'era passato avante.
Pandar non era il dì potuto andare
a lui, né alcun altro; onde il mattino
venuto, tosto sel fece chiamare
per poter seco alquanto il cor meschino,
parlando di Criseida, alleggiare;
Pandar vi venne, e bene era indovino
di ciò che quella notte fatto avea,
ed ancora di ciò ch'allor volea.
— O Pandar mio, — disse Troiolo, fioco
per lo gridare e per lo lungo pianto —
che farò io, che l'amoroso foco
sì mi comprende dentro tutto quanto,
che riposar non posso assai né poco?
Che farò io, dolente, poi che tanto
m'è stata la fortuna mia nemica,
ch'i' ho perduta la mia dolce amica?
Io non la credo riveder giammai;
così foss'i' allor caduto morto,
che io da me partir ier la lasciai!
o dolce bene, o caro mio diporto,
o bella donna a cui io mi donai,
o dolce anima mia, o sol conforto
degli occhi tristi fiumi divenuti,
deh, non ve' tu ch'io muoio? Ché non m'aiuti?
Chi ti vede ora, dolce anima bella?
Chi siede teco, cuor del corpo mio?
Chi t'ascolta ora, chi teco favella?
Oimè lasso più ch'altro, non io!
Deh, che fai tu? Or ètti punto nella
mente di me, o messo m'hai in oblio
per lo tuo padre vecchio ch'ora t'have,
laond'io vivo in pena tanto grave?
Qual tu m'odi ora, Pandaro, cotale
ho tutta notte fatto, né dormire
lasciato m'ha questo amoroso male;
e pur se sonno alcun nel mio languire
trovato ha luogo, niente mi vale,
perché, dormendo, o sogno di fuggire,
o d'esser solo in luoghi paurosi,
o nelle man di nemici animosi.
E tanta noia m'è questo vedere,
e sì fatto spavento m'è nel core,
che vegghiar mi saria meglio e dolere;
e spesse volte mi giugne un tremore
che mi riscuote e desta, e fa parere
che d'alto in basso i' caggia e, desto, Amore
insieme con Criseida chiamo forte,
or per mercé pregando ed or per morte.
A cotal punto, qual odi, venuto
misero sono, e duolmi di me stesso
e del partir, più che giammai creduto
io non avrei. Oh me, che io confesso
che io deggia sperare ancora aiuto,
e che la bella donna ancor con esso
verrà tornando; ma il cuor che l'ama
non mel consente ed ognora la chiama. —
Poscia ch'egli ebbe in tal guisa gran pezza
parlato e detto, Pandaro, doglioso
di così grave e noiosa gramezza,
disse: — Deh, dimmi, Troiol, se riposo
o fine dee aver questa tristezza,
non credi tu che il colpo amoroso
da altri mai che da te sia sentito,
o di partenza sia stato al partito?
Ben son degli altri così innamorati
come tu se', per Pallade tel giuro,
e sonne ancor di quei che sventurati
son più di te, men pare esser sicuro,
e non si son però del tutto dati,
come tu se', a viver tanto duro;
ma la lor doglia, quando troppo avanza,
s'ingegnan d'alleggiar con isperanza.
E tu dovresti il simigliante fare:
tu di' che ella infra 'l decimo giorno
t'ha impromesso di qui ritornare;
questo non è tanto lungo soggiorno,
che tu nol debbi potere aspettare
sanza attristarti, e star come musorno.
Come potresti sofferir l'affanno,
se allontanarsi convenisse un anno?
E' sogni e le paure gitta via,
in quel che son lasciali andar ne' venti;
essi procedon da malinconia,
e quel fanno veder che tu paventi;
solo Iddio sa il ver di quel che fia,
ed i sogni e gli auguri a che le genti
stolte riguardan, non montano un moco,
né al futuro fanno assai o poco.
Dunque, per Dio, a te stesso perdona,
lascia questo dolor cotanto fiero;
fammi esta grazia, questo don mi dona,
levati su, alleggia il tuo pensiero,
e de' passati ben meco ragiona,
ed a' futuri il tuo animo altiero
dispon, che torneranno assai di corto;
dunque, sperando ben, prendi conforto.
Questa città è grande e dilettosa,
ed ora è 'n triegua sì come tu sai;
andianne in qualche parte graziosa
di qui lontana, e quivi ti starai
con alcun d'esti re, e la noiosa
vita con esso lui trapasserai,
mentre che passi il termine c'ha dato
la bella donna che 'l cor t'ha piagato.
Deh, fallo, i' te ne priego, leva suso
non è atto magnanimo il dolersi
come tu fai, ed il giacer pur giuso;
e s'e tuoi modi sì stolti e diversi
fuor si sapesser, saresti confuso,
e diria l'uom che tu de' tempi avversi,
come codardo, e non d'amor, piangessi,
o che d'essere infermo t'infingessi. —
— Oh me, chi molto perde piange assai,
né 'l può conoscer chi non l'ha provato
qual è quel ben che io andar lasciai;
per ciò non doverei esser biasmato
s'altro che pianger non facessi mai;
ma poi che tu, amico, m'hai pregato,
conforterommi a tutto mio potere,
in tuo servigio e per farti piacere.
Mandici Iddio il dì decimo tosto,
sì ch'io mi torni lieto com'io era
quando di render questa fu risposto:
non fu mai rosa in dolce primavera
bella, com'io a ritornar disposto
sono, come vedrò la fresca cera
di quella donna ritornata in Troia,
che m'è cagion di tormento e di gioia.
Ma dove potrem noi per festa andare
come ragioni? Andianne a Sarpidone?
E come vi potrò io dimorare?
Io avrò sempre in l'animo questione
non forse questa potesse tornare
anzi il dì dato per nulla cagione;
ché non vorrei non esserci se viene,
per quanto il mondo vale e può di bene. —
— Deh, io farò che sanza indugio, alcuno,
se ella torna, fia per me venuto —
rispose Pandar; — io porrò qui uno
per questo sol, sì che ben fia saputo
da noi. Or fosse el già! Non c'è nessuno
da cui come da me fosse voluto;
sì che per questo già non lascerai;
andianne là dov'ora detto m'hai. —
I due compagni nel cammino entraro,
e forse dopo quattromila passi,
là dove Sarpidone era, arrivaro;
il quale come 'l seppe, incontro fassi
a Troiol lieto, e molto gli fu caro.
Li quali, avvegna che e' fosser lassi
del molto sospirar, pur lietamente
festa fer grande col baron possente.
Costui, sì come quei che d'alto core
era più ch'altri in ciascheduna cosa,
fece a ciascun maraviglioso onore
or con cacce, or con festa graziosa
di belle donne e di molto valore,
con canti e suoni, e sempre con pomposa
grandezza di conviti tanti e tali,
che 'n Troia mai s'eran fatti eguali.
Ma che giovavan queste feste al pio
Troiol che 'l core ad esse non avea?
Egli era là dove spesso il disio
formato nel pensier suo nel traea,
e Criseida come suo Iddio
con gli occhi della mente ognor vedea,
or una cosa or altra immaginando
di lei, e spesso d'amor sospirando.
Ogni altra donna a veder gli era grave,
quantunque fosse valorosa e bella;
ogni sollazzo, ogni canto soave,
noioso gli era non vedendo quella,
nelle cui mani Amor posto la chiave
avea della sua vita tapinella;
e tanto bene avea, quanto pensare
a lei potea, lasciando ogni altro affare.
E non passava sera né mattina
che con sospiri costui non chiamasse:
— O luce bella, o stella mattutina. —
Poi come s'ella presente ascoltasse,
mille fiate e più rosa di spina
chiamandola, che ella il salutasse,
pria ch'el ristesse, sempre convenia,
e 'l salutar col sospirar finia.
Nessuna ora del giorno trapassava
che non la nominasse mille fiate;
sempre il suo nome in la bocca gli stava,
e 'l suo bel viso e le parole ornate
nel cuore e nella mente figurava;
le lettere da lei a lui mandate,
il dì ben cento volte rileggea,
tanto di rivederle gli piacea.
E' non vi furon tre dì dimorati
che a Pandar Troiol cominciò a dire:
— Che facciam noi qui più? Siam noi legati
a dovere qui vivere e morire?
Aspettiam noi d'essere accomiatati?
A dirti il vero, i' me ne vorre' ire.
Deh, andianne, per Dio, assai siam suti
con Sarpidone e volentier veduti. —
Pandaro a lui: — Or siam noi per lo foco
venuti qui, o è 'l decimo giorno
venuto? Ancor deh, temperati un poco,
ché l'andarne ora parria uno scorno.
Dove n'andrai tu ora ed in qual loco
nel qual tu facci più lieto soggiorno?
Deh, stiamo ancor due dì, poi ce n'andremo,
e, se vorrai, a casa torneremo. —
Come che Troiol contra voglia stesse,
pur si rimase ne' pensieri usati,
né valea perché Pandar gliel dicesse,
ma dopo il quinto dì accomiatati
quantunque a Sarpidon ciò non piacesse,
ver le lor case si son ritornati,
dicendo Troiol nel cammino: — Oh Dio,
troverò io tornato l'amor mio? —
Ma Pandar seco diceva altrimente,
come colui che conosceva intera
la 'ntenzion di Calcàs, pur pianamente:
«Questa tua voglia sì focosa e fiera
si potrà raffreddar, s'el non mi mente
ciò ch'io udii infin quand'ella c'era;
ed il decimo giorno e 'l mese e l'anno,
pria la riveggi, credo passeranno».
Poi che furono a casa ritornati,
intramendue in camera n'andaro,
ed a seder si furono assettati,
e di Criseida molto ragionaro,
sanza dar sosta Troiol agl'infiammati
sospir; ma dopo alquanto si levaro,
Troiol dicendo: — Andiamo, e sì vedremo
la casa almen, poi ch'altro non potemo. —
E questo detto, il suo Pandaro prese
per mano, e 'l viso alquanto si dipinse
con falso riso, e del palagio scese,
e varie cagion con gli altri finse
ch'eran con lui, per nasconder l'offese
ch'el sentiva d'amor; ma poi ch'attinse
con gli occhi di Criseida la magione
chiusa, sentì novella turbagione.
E' parve che il cor gli si schiantasse,
poi veduta ebbe la porta serrata
e le finestre; e tanto di sé 'l trasse
la passion novellamente nata,
ch'el non sapea se stesse o se andasse,
e nella faccia sua tutta cambiata
n'averia dato segno manifesto
a chi l'avesse riguardato presto.
Con Pandar poi come potea doglioso
della sua nuova angoscia ragionava;
poi dicea: — Lasso, quanto luminoso
eri luogo e piacevol, quando stava
in te quella biltà che 'l mio riposo
dentro degli occhi suoi tutto portava;
or se' rimaso oscuro sanza lei,
né so se mai riaverla ti dei. —
Quando sol gia per Troia cavalcando,
ciaschedun luogo gli tornava a mente;
de' quai con seco giva ragionando:
«Quivi rider la vidi lietamente,
quivi la vidi verso me guardando,
quivi mi salutò benignamente,
quivi far festa e quivi star pensosa,
quivi la vidi a' miei sospir pietosa.
Colà istava, quand'ella mi prese
con gli occhi belli e vaghi con amore;
colà istava, quand'ella m'accese
con un sospir di maggior fuoco il core;
colà istava, quando condiscese
al mio piacere il donnesco valore;
colà la vidi altera, e là umile
mi si mostrò la mia donna gentile».
Poi ciò pensando, giva soggiugnendo:
«Lunga hai fatta di me, Amor, la storia,
s'io non mi voglio a me gir nascondendo,
e 'l ver ben mi ridice la memoria:
dove ch'io vada o stea, s'io bene intendo,
ben mille segni della tua vittoria
discerno, c'hai avuta trionfante
di me, che schernii già ciascuno amante.
Ben hai la tua ingiuria vendicata,
signor possente e molto da temere;
ma poi ch'a te servir l'alma s'è data
tutta, sì come chiaro puoi vedere,
non la lasciar morire sconsolata;
ritornala nel suo primo piacere,
stringi Criseida sì come fai,
sì chella torni a dar fine a' miei guai».
El se ne gia talvolta in sulla porta
per la quale era la sua donna uscita:
«Di quinci uscì colei che mi conforta,
di quinci uscì la mia soave vita;
fino a quel loco le feci la scorta,
e quivi da lei feci dipartita,
e quivi, lasso, le toccai la mano»
seco dicea, seguendo a mano a mano.
«Quindi n'andasti, cuor del corpo mio;
quando sarà che tu quindi ritorni,
caro mio bene e dolce mio disio?
Certo io non so, ma questi dieci giorni
più che mille anni fien! Deh, vedrotti io
giammai tornar con li tuoi atti adorni,
a rallegrarmi sì com'hai promesso?
Deh, fia el mai? Deh, or foss'egli adesso!».
Egli pareva a se stesso nel viso
esser men che l'usato colorito,
e per questo faceva un suo avviso
d'esser talvolta dimostrato a dito,
quasi dicesser: «Perché sì conquiso
è divenuto Troiolo e smarrito?».
Color che 'l dimostrassono, e non era
ma sospica chi sa la cosa vera.
Per che gli piacque di mostrare in versi
chi ne fosse cagione, e sospirando,
quando era assai stanco di dolersi,
alcuna sosta quasi al dolor dando,
mentre aspettava nelli tempi avversi,
con bassa voce si giva cantando
e ricreando l'anima conquisa
dal soperchio d'amore, in cotal guisa:
— La dolce vista e 'l bel guardo soave
de' più begli occhi che si vider mai,
ch'i' ho perduti, fan parer sì grave
la vita mia, ch'io vo traendo guai;
ed a tal punto già condotto m'have,
che 'nvece di sospir leggiadri e gai,
ch'aver solea, disii porto di morte
per la partenza, sì me ne duol forte.
Oh me, Amor, perché nel primo passo
non mi feristi sì ch'io fossi morto?
Perché non dipartisti da me, lasso,
lo spirito angoscioso che io porto,
per ciò che d'alto mi veggio ora in basso?
Non è, Amore, al mio dolor conforto
fuor che 'l morir, trovandomi partuto
da quei begli occhi ov'io t'ho già veduto.
Quando per gentil atto di salute,
ver bella donna giro gli occhi alquanto,
sì tutta si disfà la mia virtute,
che ritener non posso dentro il pianto;
così mi fan l'amorose ferute
membrando la mia donna a cui son tanto,
oh lasso me, lontano a veder lei,
che se 'l volesse Amor, morir vorrei.
Poi che la mia ventura è tanto cruda
che ciò che gli occhi incontra più m'attrista,
per Dio, Amor, che la tua man li chiuda,
poi c'ho perduta l'amorosa vista;
lascia di me, Amor, la carne ignuda,
ché, quando vita per morte s'acquista,
gioioso dovria essere il morire
e sai ben dove l'alma ne dee gire.
Ella n'andrà in quelle belle braccia
donde ha fortuna rea 'l corpo gittato;
non vedi tu che già nella mia faccia
io son del color suo, Amor, segnato?
Vedi l'angoscia che da me la caccia,
trannela tu, e nel seno più amato
da lei la porta, ov'ella attende pace,
ché già ogni altra cosa le dispiace. —
Poi ch'egli avea cantando così detto,
al sospirare antico si tornava,
il dì andando, e la notte nel letto,
di Criseida sua sempre pensava,
né d'altro quasi prendea diletto;
e' dì passati spesso annoverava,
non credendo giammai giungere a' dieci,
ch'a lui tornasse Criseida da' Greci.
Li giorni grandi e le notti maggiori
oltre all'usato modo gli parieno;
el misurava dalli primi albori
infino allor che le stelle apparieno;
e dicea 'l sole entrato in nuovi errori,
né i cavai come già fer corrieno;
della notte diceva il simigliante,
e l'una, due, diceva tutte quante.
Era la vecchia luna già cornuta
nel partir di Criseida, ed el l'avea,
da lei uscendo in sul mattin, veduta;
per che sovente con seco dicea:
«Allor che questa sarà divenuta
colle sue nuove corna, qual facea
quando sen gì la nostra donna, fia
tornata qui allor l'anima mia».
El riguardava li Greci attendati
davanti a Troia, e come già turbarsi,
vedendoli, solea, così mirati
con diletto eran; e ciò che soffiarsi
sentia nel viso, sì come mandati
sospiri da Criseida, solea darsi
a creder fosser, dicendo sovente:
O qua o quivi è mia donna piacente. —
In cotal guisa e 'n altri modi assai,
il tempo sospirando trapassava;
e con lui Pandaro era sempre mai,
che a ciò far sovente il confortava,
ed in ragionamenti lieti e gai,
a suo poter, di trarlo s'ingegnava,
donando a lui ognor buona speranza
della sua vaga e valorosa amanza.