PARTE SECONDA

By Giovanni Berchet

Quando Parga e il suo popol fioria

anch´io spesso nell´alma gustai

la gentil voluttà d´esser pia.

Or caduta all´estremo de´ guai,

mi conforta che almen su me torna

quella pièta che agli altri donai.

Oh! se un dì per me lieto raggiorna,

se un dì mai rivedrò quelle mura

da cui l´odio di Alì ci distorna,

se mai vien ch´io risalga secura

a posar sotto il tiglio romito

che di Parga incorona l´altura,

fra i terrori del turbo sparito

un rifugio fia dolce al cor mio:

rammentar chi m´ha salvo il marito.

Ahi! percossa dall´ira di Dio,

a che parlo speranze di pace,

se di morte il feroce desio

forse ancor nel mio sposo non tace?

Ma i sonni son placidi;

svanito è l´algor;

la calma del ciglio

trasfusa è nel cor.

Oh Dio! nol funestino

vaganti pensier

di patria, d´esiglio,

d´oltraggio stranier.

Dalle vette di Suli domata

l´infedele esecrò le mie genti,

che una sede ai fuggiaschi avean data.

Là, su i templi del Dio de´ redenti,

ecco il rosso stendardo dell´empio

elevar le sue corna lucenti.

Quei ehe indisse a Gardichi lo scempio,

quei che rise in vederlo, ha giurato

rinnovarne su Parga l´esempio.

La sua tromba suonò lo spietato;

noi la nostra, e scendemmo nell´ira

sul terreno d´Aghià desolato,

sul terren che le caste rimira

sue donzelle vendute al servaggio

e scannati i suoi prodi sospira.

Gl´infelici eran nostro lignaggio,

nostri i campi; e a punir noi scendemmo

chi insultava al comune retaggio.

E noi donne, noi pur, combattemmo,

o accorrendo al tuonar de´ moschetti,

carche l´arme al valor provvedemmo.

La vittoria allegrò i nostri petti,

e il guerriero asciugando la fronte

già cantava i salvati suoi tetti.

Già le spose recavan dal fonte

un ristoro ai lor cari, e frattanto

la vendetta cantavan dell´onte.

- Ah! cessate la gioia del canto:

due fratelli il crudel m´ha trafitto;

l´un sull´altro perironmi accanto. -

Così in Parga una voce d´afflitto

rompe i gridi del popol festoso

che ritorna dal vinto conflitto.

Ahi! chi piange i fratelli è il mio sposo.

Fûr l´ultime lagrime

che il miser versò:

poi cupo nell´anima

il duol rinserrò;

con negri fantasimi

più sempre il nodrì;

ahi misero! misero!

la vita abborrì.

Ma il sonno più aggrevasi,

ritorna il tepor;

trasfusa dal ciglio

la calma è nel cor.

Oh Dio! nol ritentino

vaganti pensier

di patria, d´esiglio,

d´oltraggio stranier.

Come uscito alla strada il ladrone,

se improvviso lo stringe il periglio,

riguadagna a gran passo il burrone,

là si accoscia, e dal vil nascondiglio

gira il guardo ed agogna il momento

di spiegar senza rischio l´artiglio;

tale Alì si sottrasse al cimento.

Poi rivolto all´infausta pianura,

l´attristò d´un feral monumento.

Ma que´ marmi non son sepoltura

che piangendo ei componga al nipote:

arra son di sua rabbia futura.

Sorge un vecchio e predice: - Remote

ah! non son le vendette del vinto;

oggi ei fugge, doman vi percote.

D´armi nuove il suo fianco è recinto,

e alle vostre la punta fu scema

in quel dì che l´avete respinto. -

Consigliera de´ stolti è la téma.

Stolto il veglio e chi udillo! Fu questa

delle nostre sciagure l´estrema.

Noi vedemmo venir la tempesta;

e dov´è che cercammo salute?

Nel covil della serpe! Oh funesta

cecità delle menti canute!

voh de´ giovani incauta fidanza!

oh vigilie de´ forti perdute!

Più di libere genti la stanza

non è Parga. Un´estrania bandiera

è il segnal di sua nuova speranza.

La sua spada è una spada straniera:

i non vinti suoi figli all´Inglese

han commesso che Parga non pera.

De´ tementi egli il gemito intese

e, signor delle vaste marine,

come amico la destra ci stese.

Ecco ei siede sul nostro confine:

ecco ei giura nel nome di Cristo

far secure le genti tapine.

Ahi! qual fé ci è serbata dal tristo,

a che laccio il mio popol fu còlto,

sa ´l quest´uomo su cui mi contristo,

questo forte che il senno ha sconvolto.

Ma l´ansie cessarono,

più lene è il sopor;

la calma trasfondesi

dal ciglio nel cor.

Oh Dio! non la turbino

lugubri pensier,

crucciose memorie

d´oltraggio stranier.

Squilla in Parga l´annunzio d´un bando:

posti a prezzo dall´Anglo noi siamo,

come schiavi acquistati col brando.

Vano è il pianger, schernito è il richiamo:

già il vegliardo dell´empia Giannina

co´ suoi mille avanzarsi veggiamo;

già già tolta all´inflessa vagina

sfronda i cedri del nostro terreno

l´insultante sua sciabla azzurrina.

Egli viene: dal perfido seno

scoppia il gaudio dell´ira appagata;

la bestemmia è sul labro all´osceno.

Non è il forte che sfidi a giornata;

è il villano che move securo

a sgozzare l´agnella comprata.

Ah! non questo, o britanni, è il futuro

che insegnavan le vostre promesse;

questi i patti, o sleali, non fûro.

Pur, quantunque deluse ed oppresse,

le mie genti al superbo ottomanno

non offrîr le cervici sommesse.

Un sol voto di mezzo all´affanno,

un sol grido fu il grido di tutti:

- No, per Dio! non si serva al tiranno. -

Quindi al crudo paraggio condutti,

preferimmo l´esiglio. Ma questi

ch´oggi tu m´hai scampato dai flutti,

fin d´allora in suo cor più funesti

fea consigli, e ne´ sogni inquieti

io, vegghiando, l´udia manifesti

darmi i segni de´ fieri segreti.

Ma i sonni prolungansi,

l´affanno cessò;

le membra trasudano,

il cor si calmò.

Serene le immagini

ti formi il pensier;

o sposo, dimentica

l´oltraggio stranier!

Eran quelli i dì santi ed amari,

i dì quando il fedele si atterra

ripentito agli squallidi altari,

ove l´inno lugùbre disserra

le memorie dei lunghi dolori

con che Cristo redense la terra.

Là, repressi i profani rancori,

offerimmo le angosce a quel Dio

che per noi ne patì di maggiori.

Poi, gemendo il novissimo addio,

surse, e l´orme de´ suoi sacerdoti

taciturna la turba seguio.

Quei ne trasser là dove, remoti

dai trambusti del mondo e viventi

nel più caro pensier de´ nipoti,

sotto il salcio dai rami piangenti

dormian gli avi di Parga sepolti,

dormian l´ossa de´ nostri parenti.

Qui, scoverte le fosse e travolti

vi sepolcri, dal campo sacrato

gli onorandi residui fûr tolti.

Ah! dovea, su le tombe spronato,

il cavallo dell´empio quell´ossa

a´ ludibri segnar del soldato?

Da pietà, da dispetto commossa

va la turba, e sul rogo le aduna

che le involi alla barbara possa.

Guizza il fuoco: all´estrema fortuna

de´ suoi morti la vergin, la sposa

i recisi capegli accomuna.

Guizza il fuoco: la schiera animosa

de´ mariti il difende, e appressarse

la vanguardia dell´empio non osa.

Guizza il fuoco, divampa; son arse

le reliquie de´ padri, ed il vento

già ne fura le ceneri sparse.

Quando il rogo funereo fu spento,

noi partimmo: e chi dir ti potria

la miseria del nostro lamento?

Là piangeva una madre, e s´udia

maledir il fecondo suo letto,

mentre i figli di baci copria.

Qui toglievasi un´altra dal petto

il lattante, e fermando il cammino,

con istrano delirio d´affetto,

si calava al ruscello vicino,

vi bagnava per l´ultima volta

nelle patrie fontane il bambino.

E chi un ramo, un cespuglio, chi svolta

dalle patrie campagne traea

una zolla nel pugno raccolta.

Noi salpammo: e la queta marea

si coverse di lunghi ululati,

sicché il dì del naufragio parea.

Ecco Parga è deserta. Sbandati

i suoi figli consuman nel duolo

i destini a cui furon dannati.

Io qui venni mendica; e ciò solo

che rimanmi è quest´uom del mio core,

e i pensier con che a Parga rivolo.

Ei non ha che me sola e il furore

de´ suoi sdegni; e de´ morti fratelli

questi avanzi di pianto e d´amore.

Li rinvenne all´aprir degli avelli:

carità sì severa ne ´l punse

che, geloso, alla pira non dielli,

ma compagni alla fuga gli assunse.