PARTE SECONDA
Quando Parga e il suo popol fioria
anch´io spesso nell´alma gustai
la gentil voluttà d´esser pia.
Or caduta all´estremo de´ guai,
mi conforta che almen su me torna
quella pièta che agli altri donai.
Oh! se un dì per me lieto raggiorna,
se un dì mai rivedrò quelle mura
da cui l´odio di Alì ci distorna,
se mai vien ch´io risalga secura
a posar sotto il tiglio romito
che di Parga incorona l´altura,
fra i terrori del turbo sparito
un rifugio fia dolce al cor mio:
rammentar chi m´ha salvo il marito.
Ahi! percossa dall´ira di Dio,
a che parlo speranze di pace,
se di morte il feroce desio
forse ancor nel mio sposo non tace?
Ma i sonni son placidi;
svanito è l´algor;
la calma del ciglio
trasfusa è nel cor.
Oh Dio! nol funestino
vaganti pensier
di patria, d´esiglio,
d´oltraggio stranier.
Dalle vette di Suli domata
l´infedele esecrò le mie genti,
che una sede ai fuggiaschi avean data.
Là, su i templi del Dio de´ redenti,
ecco il rosso stendardo dell´empio
elevar le sue corna lucenti.
Quei ehe indisse a Gardichi lo scempio,
quei che rise in vederlo, ha giurato
rinnovarne su Parga l´esempio.
La sua tromba suonò lo spietato;
noi la nostra, e scendemmo nell´ira
sul terreno d´Aghià desolato,
sul terren che le caste rimira
sue donzelle vendute al servaggio
e scannati i suoi prodi sospira.
Gl´infelici eran nostro lignaggio,
nostri i campi; e a punir noi scendemmo
chi insultava al comune retaggio.
E noi donne, noi pur, combattemmo,
o accorrendo al tuonar de´ moschetti,
carche l´arme al valor provvedemmo.
La vittoria allegrò i nostri petti,
e il guerriero asciugando la fronte
già cantava i salvati suoi tetti.
Già le spose recavan dal fonte
un ristoro ai lor cari, e frattanto
la vendetta cantavan dell´onte.
- Ah! cessate la gioia del canto:
due fratelli il crudel m´ha trafitto;
l´un sull´altro perironmi accanto. -
Così in Parga una voce d´afflitto
rompe i gridi del popol festoso
che ritorna dal vinto conflitto.
Ahi! chi piange i fratelli è il mio sposo.
Fûr l´ultime lagrime
che il miser versò:
poi cupo nell´anima
il duol rinserrò;
con negri fantasimi
più sempre il nodrì;
ahi misero! misero!
la vita abborrì.
Ma il sonno più aggrevasi,
ritorna il tepor;
trasfusa dal ciglio
la calma è nel cor.
Oh Dio! nol ritentino
vaganti pensier
di patria, d´esiglio,
d´oltraggio stranier.
Come uscito alla strada il ladrone,
se improvviso lo stringe il periglio,
riguadagna a gran passo il burrone,
là si accoscia, e dal vil nascondiglio
gira il guardo ed agogna il momento
di spiegar senza rischio l´artiglio;
tale Alì si sottrasse al cimento.
Poi rivolto all´infausta pianura,
l´attristò d´un feral monumento.
Ma que´ marmi non son sepoltura
che piangendo ei componga al nipote:
arra son di sua rabbia futura.
Sorge un vecchio e predice: - Remote
ah! non son le vendette del vinto;
oggi ei fugge, doman vi percote.
D´armi nuove il suo fianco è recinto,
e alle vostre la punta fu scema
in quel dì che l´avete respinto. -
Consigliera de´ stolti è la téma.
Stolto il veglio e chi udillo! Fu questa
delle nostre sciagure l´estrema.
Noi vedemmo venir la tempesta;
e dov´è che cercammo salute?
Nel covil della serpe! Oh funesta
cecità delle menti canute!
voh de´ giovani incauta fidanza!
oh vigilie de´ forti perdute!
Più di libere genti la stanza
non è Parga. Un´estrania bandiera
è il segnal di sua nuova speranza.
La sua spada è una spada straniera:
i non vinti suoi figli all´Inglese
han commesso che Parga non pera.
De´ tementi egli il gemito intese
e, signor delle vaste marine,
come amico la destra ci stese.
Ecco ei siede sul nostro confine:
ecco ei giura nel nome di Cristo
far secure le genti tapine.
Ahi! qual fé ci è serbata dal tristo,
a che laccio il mio popol fu còlto,
sa ´l quest´uomo su cui mi contristo,
questo forte che il senno ha sconvolto.
Ma l´ansie cessarono,
più lene è il sopor;
la calma trasfondesi
dal ciglio nel cor.
Oh Dio! non la turbino
lugubri pensier,
crucciose memorie
d´oltraggio stranier.
Squilla in Parga l´annunzio d´un bando:
posti a prezzo dall´Anglo noi siamo,
come schiavi acquistati col brando.
Vano è il pianger, schernito è il richiamo:
già il vegliardo dell´empia Giannina
co´ suoi mille avanzarsi veggiamo;
già già tolta all´inflessa vagina
sfronda i cedri del nostro terreno
l´insultante sua sciabla azzurrina.
Egli viene: dal perfido seno
scoppia il gaudio dell´ira appagata;
la bestemmia è sul labro all´osceno.
Non è il forte che sfidi a giornata;
è il villano che move securo
a sgozzare l´agnella comprata.
Ah! non questo, o britanni, è il futuro
che insegnavan le vostre promesse;
questi i patti, o sleali, non fûro.
Pur, quantunque deluse ed oppresse,
le mie genti al superbo ottomanno
non offrîr le cervici sommesse.
Un sol voto di mezzo all´affanno,
un sol grido fu il grido di tutti:
- No, per Dio! non si serva al tiranno. -
Quindi al crudo paraggio condutti,
preferimmo l´esiglio. Ma questi
ch´oggi tu m´hai scampato dai flutti,
fin d´allora in suo cor più funesti
fea consigli, e ne´ sogni inquieti
io, vegghiando, l´udia manifesti
darmi i segni de´ fieri segreti.
Ma i sonni prolungansi,
l´affanno cessò;
le membra trasudano,
il cor si calmò.
Serene le immagini
ti formi il pensier;
o sposo, dimentica
l´oltraggio stranier!
Eran quelli i dì santi ed amari,
i dì quando il fedele si atterra
ripentito agli squallidi altari,
ove l´inno lugùbre disserra
le memorie dei lunghi dolori
con che Cristo redense la terra.
Là, repressi i profani rancori,
offerimmo le angosce a quel Dio
che per noi ne patì di maggiori.
Poi, gemendo il novissimo addio,
surse, e l´orme de´ suoi sacerdoti
taciturna la turba seguio.
Quei ne trasser là dove, remoti
dai trambusti del mondo e viventi
nel più caro pensier de´ nipoti,
sotto il salcio dai rami piangenti
dormian gli avi di Parga sepolti,
dormian l´ossa de´ nostri parenti.
Qui, scoverte le fosse e travolti
vi sepolcri, dal campo sacrato
gli onorandi residui fûr tolti.
Ah! dovea, su le tombe spronato,
il cavallo dell´empio quell´ossa
a´ ludibri segnar del soldato?
Da pietà, da dispetto commossa
va la turba, e sul rogo le aduna
che le involi alla barbara possa.
Guizza il fuoco: all´estrema fortuna
de´ suoi morti la vergin, la sposa
i recisi capegli accomuna.
Guizza il fuoco: la schiera animosa
de´ mariti il difende, e appressarse
la vanguardia dell´empio non osa.
Guizza il fuoco, divampa; son arse
le reliquie de´ padri, ed il vento
già ne fura le ceneri sparse.
Quando il rogo funereo fu spento,
noi partimmo: e chi dir ti potria
la miseria del nostro lamento?
Là piangeva una madre, e s´udia
maledir il fecondo suo letto,
mentre i figli di baci copria.
Qui toglievasi un´altra dal petto
il lattante, e fermando il cammino,
con istrano delirio d´affetto,
si calava al ruscello vicino,
vi bagnava per l´ultima volta
nelle patrie fontane il bambino.
E chi un ramo, un cespuglio, chi svolta
dalle patrie campagne traea
una zolla nel pugno raccolta.
Noi salpammo: e la queta marea
si coverse di lunghi ululati,
sicché il dì del naufragio parea.
Ecco Parga è deserta. Sbandati
i suoi figli consuman nel duolo
i destini a cui furon dannati.
Io qui venni mendica; e ciò solo
che rimanmi è quest´uom del mio core,
e i pensier con che a Parga rivolo.
Ei non ha che me sola e il furore
de´ suoi sdegni; e de´ morti fratelli
questi avanzi di pianto e d´amore.
Li rinvenne all´aprir degli avelli:
carità sì severa ne ´l punse
che, geloso, alla pira non dielli,
ma compagni alla fuga gli assunse.