PARTE SECONDA

By Giovanni Boccaccio

Standosi in cotal guisa un dì soletto

nella camera sua Troiol pensoso,

vi sopravvenne un troian giovinetto

d'alto legnaggio e molto coraggioso;

il qual veggendo lui sopra il suo letto

giacer disteso e tutto lacrimoso,

— Che è questo — gridò — amico caro?

Hatti già così vinto il tempo amaro? —

— Pandaro, — disse Troiol — qual fortuna

t'ha qui guidato a vedermi languire?

Se la nostra amistà ha forza alcuna,

piacciati quinci doverti partire,

ch'io so che grave più ch'altra nessuna

cosa ti fora il vedermi morire;

ed io non son per più istare in vita,

tant'è la mia virtù vinta e smarrita.

Né creder tu che l'assediata Troia,

o d'arme affanno, od alcuna paura

cagion mi sia della presente noia;

quest'è tra l'altre la mia minor cura.

Altro mi strigne a pur voler ch'i' moia,

dond'io mi dolgo per la mia sciagura;

che ciò si sia non ten curare, amico,

ch'i' 'l taccio per lo meglio e nol ti dico. —

Di Pandar crebbe allora la pietate

ed il disio di ciò voler sapere.

Ond'el seguì: — Se la nostra amistate,

come soleva, t'è ora in piacere,

discopri a me qual sia la crudeltate

che di morir ti fa tanto calere;

ch'atto non è d'amico, alcuna cosa

al suo amico ritener nascosa.

Io vo' con teco patir queste pene,

se dar non posso a tua noia conforto,

perciocché all'amico si convene

ogni cosa partir, noia e diporto;

ed io mi credo che tu sappi bene

s'i' t'ho amato a diritto ed a torto,

e s'io farei per te ogni gran fatto,

e fosse che volesse, od in che atto. —

Troiolo trasse allora un gran sospiro

e disse: — Pandar, poscia che ti piace

pur di voler sentire il mio martiro,

dirotti brievemente che mi sface;

non perch'io speri che al mio disiro

per te si possa porre fine o pace,

ma sol per soddisfare al tuo gran priego,

al qual non so com'io mi metta al niego.

Amore, incontro al qual chi si difende

più tosto pere ed adopera invano,

d'un piacer vago tanto il cor m'accende,

ch'io n'ho per quel da me fatto lontano

ciaschedun altro, e questo sì m'offende

come tu puoi veder, che la mia mano

appena mille volte ho temperata,

ch'ella non m'abbia la vita levata.

Bastiti questo, caro amico mio,

sentir de' miei dolor, li quai giammai

più non scoversi; e priegoti per Dio,

s'alcuna fede al nostro amor tu hai,

ch'ad altri non discovra tal disio,

ché noia men poria seguire assai.

Tu sai quel c'hai voluto; vanne, e lascia

qui me combatter colla mia ambascia. —

— Oh, — disse Pandar — com'hai tu potuto

tenermi tanto tal foco nascoso?

ché t'avrei dato consiglio od aiuto,

e trovato alcun modo al tuo riposo. —

A cui Troiolo disse: — Come avuto

da te l'avrei, che sempre te doglioso

per amor vidi, e non ten sai atare?

Me, dunque, come credi soddisfare? —

Pandaro disse: — Troiolo, i' conosco

che tu di' 'l ver, ma spesse volte avvene

che quei che sé non sa guardar dal tosco,

altrui per buon consiglio salvo tene,

e già veduto s'è andare il losco

dove l'alluminato non va bene;

e benché l'uom non prenda buon consiglio

donar lo puote nell'altrui periglio.

Io ho amato sventuratamente

ed amo ancora per lo mio peccato;

e ciò avvien perché celatamente

non ho, sì come tu, altrui amato.

Sarà che Dio vorrà ultimamente:

l'amore ch'io t'ho sempre mai portato,

ti porto e porterò, né giammai fia

chi sappia che da te detto mi sia.

Però ti rendi, amico mio, sicuro

di me, e dimmi chi ti sia cagione

di questo viver sì noioso e duro,

né temer mai di mia riprensione

d'amor, perciocché quei che savi furo

ne dichiarar, con lor savio sermone,

ch'amor di cuor non potea esser tolto

se non da sé per lungo tempo sciolto.

Lascia l'angoscia tua, lascia i sospiri

e ragionando mitiga il dolore,

ché sì faccendo passano i martiri,

e molto ancora menoma l'ardore

quando compagni in simili disiri

colui si vede il quale è amadore;

ed io, come tu sai, oltre mia voglia

amo, né men può trar crescer di doglia.

Forse fia tal colei che ti tormenta,

che 'n tuo piacer potrò oprare assai,

ed io farei la tua voglia contenta,

se io potessi, più ch'io non fei mai

la mia; tu il vedrai, purché io senta

chi sia colei per cui questa pena hai.

Leva su, non giacer, pensa che meco

ragionar puoi come con esso teco. —

Istette alquanto Troiolo sospeso,

e dopo il trarre d'un sospiro amaro,

e di rossor nel viso tutto acceso

per vergogna, rispose: — Amico caro,

cagione assai onesta m'ha difeso

di farti il mio amor palese e chiaro,

perciocché quella che qui m'ha condotto,

è tua parente. — E più non fece motto.

E sopra il letto ricadde supino,

piangendo forte e nascondendo il viso.

A cui Pandaro disse: — Amico fino,

poca fidanza t'ha nel petto miso

cotal sospetto; orsù, lascia 'l tapino

pianto che fai, ché, s'io non sia ucciso,

se quella ch'ami fosse mia sorella,

al mio poter, avrai tuo piacer d'ella.

Leva su, dimmi, dì chi è costei,

dimmi, dì tosto, sì ch'io veggia via

al tuo conforto, ch'altro non vorrei.

È ella donna che sia 'n casa mia?

Deh, dilmi tosto, ché, s'ell'è colei

ch'io vo meco pensando ch'ella sia,

non credo che trapassi il giorno sesto,

ch'io ti trarrò di stato sì molesto. —

Troiolo a questo nulla rispondea,

ma ciascuna ora più 'l viso turava;

e pure udendo ciò che promettea

Pandaro, seco alquanto più sperava,

e volea dire e poi si ritenea,

tanto d'aprirlo a lui si vergognava;

ma stimolandol Pandaro, si volse

ver lui piangendo, e ta' parole sciolse:

— Pandaro mio, io vorrei esser morto,

pensando a quel ch'amore m'ha sospinto,

e s'io potessi, sanza farti torto,

celarlo, già non men sarei infinto;

ma più non posso, e se tu se' accorto

sì come suo', veder puoi che distinto

Amor non ha qual uom ami per legge,

fuor che colei cui l'appetito elegge.

Altri, come tu sai, aman le suore,

e le suore i fratelli, e le figliuole

talvolta i padri, e' suoceri le nuore,

le matrigne i figliastri talor suole

anche avvenir; ma me ha preso Amore

per tua cugina, il che forte mi duole:

io dico per Criseida. — E questo detto,

boccon piangendo ricadde in sul letto.

Come Pandaro udì colei nomare,

così ridendo disse: — Amico mio,

per Dio ti priego, non ti sconfortare.

Amore ha posto in parte il tuo disio,

tal che el nol potea meglio allogare,

perch'ella il val veracemente, s'io

m'intendo di costumi, o di grandezza

d'animo, o di valore o di bellezza.

Nulla donna fu mai più valorosa,

nulla ne fu più lieta e più parlante,

nulla più da gradir né più graziosa,

nulla di maggiore animo tra quante

ne furon mai; né è sì alta cosa

ch'ella non imprendesse tanto avante

quanto alcun re, e che 'l cor non le desse

di trarla a fine, sol che si potesse.

Solo una cosa alquanto a te molesta

ha mia cugina in sé oltre alle dette,

che ella è più che altra donna onesta,

e più d'amore ha le cose dispette;

ma s'altro non ci noia, credo a questa

troverò modo con mie parolette

qual ti bisogna. Possi tu soffrire,

ben raffrenando il tuo caldo disire.

Ben puoi dunque veder ch'Amor t'ha posto

in loco degno della tua virtute;

sta' dunque fermo nell'alto proposto

e bene spera della tua salute,

la quale io credo che seguirà tosto

se tu col pianto tuo non la rifiute.

Tu sei di lei ed ella di te degno,

ed io ci adoprerò tutto 'l mio 'ngegno.

Né creder, Troiol, ch'io non veggia bene

non convenirsi a donna valorosa

sì fatti amori, e quel ch'ancor ne vene

ed a lei ed a' suoi, se cotal cosa

alla bocca del vulgo mai pervene;

ché, per follia di noi, vituperosa

è divenuta, dove esser dovea

onor, dappoi per amor si facea.

Ma perciocché 'l disio s'è impedito

all'operare, e tutto simigliante

non conosciuto, parmi per partito

poter pigliar, che ciaschedun amante

possa seguir il suo alto appetito,

sol che sia savio in fatto ed in sembiante,

sanza vergogna alcuna di coloro

a cui tien la vergogna e l'onor loro.

Io credo certo ch'ogni donna in voglia

vive amorosa, e null'altro l'affrena

che tema di vergogna; e s'a tal doglia

onestamente medicina piena

si può donar, folle è chi non la spoglia

e poco parmi le cuoca la pena.

La mia cugina è vedova e disia,

e se 'l negasse non gliel crederia.

Per che, sentendo te saggio ed accorto,

a lei e ad amendue posso piacere,

ed a ciascun donar pari conforto,

poscia ch'occulto il dobbiate tenere,

e fia come non fosse; e farei torto,

se 'n ciò non ne facessi il mio potere

in tuo servigio; e tu sii savio poi,

in tener chiusa tale opera altrui. —

Udiva Troiol Pandaro contento

sì nella mente, ch'esser gli parea

quasi già fuor di tutto il suo tormento,

e più nel suo amor si raccendea;

ma poi ch'alquanto stato fu attento,

a Pandaro si volse e gli dicea:

— Io credo ciò che tu di' di costei,

e troppo ne par più agli occhi miei.

Ma come mancherà per ciò l'ardore

ch'io porto dentro, che non vidi mai

ch'ella s'accorgesse del mio amore?

Ella nol crederà se tu 'l dirai;

poi, per tema di te, questo furore

biasimerà, e niente farai.

E se nel cor l'avesse, per mostrarti

d'essere onesta, non vorrà 'scoltarti.

Ed oltre a questo, Pandar, non vorria

che tu credessi che io desiassi

di cotal donna alcuna villania.

Che e' le fosse a grado ch'io l'amassi

solamente vorrei: questo mi fia

sovrana grazia se io la 'mpetrassi.

Di questo cerca, e più non ti dimando. —

Poi bassò 'l viso alquanto vergognando.

A cui, ridendo, Pandaro rispose:

— Niente nuoce ciò che tu ragioni.

Lascia far me, ché le fiamme amorose

ho per le mani e sì fatti sermoni,

e seppi già recar più alte cose

al fine suo con nuove condizioni.

Questa fatica tutta sarà mia,

e 'l dolce fine voglio che tuo sia. —

Troiolo destro si gittò in terra

del letto, lui abbracciando e basciando,

giurando appresso che la greca guerra

vincer nulla sariegli triunfando,

a petto a questo ardor che tanto 'l serra:

— Pandaro mio, io mi ti raccomando,

tu savio, tu amico, tu sai tutto

ciò che bisogna a dar fine al mio lutto. —

Pandaro disioso di servire

il giovinetto, il quale e' molto amava,

lasciato lui dove gli piacque gire,

sen gì ver dove Criseida stava;

la qual, veggendo lui a sé venire,

levata in piè, di lungi il salutava,

e Pandar lei, cui per la man pigliata

in una loggia seco l'ha menata.

Quivi con risa e con dolci parole,

con lieti motti e con ragionamenti

parentevoli assai, sì come suole

farsi talvolta tra congiunte genti,

si stette alquanto come quei che vuole

al suo proposto, con nuovi argomenti,

venir, se el potrà, e nel bel viso

cominciò forte a riguardarla fiso.

Criseida che il vide, sorridendo

disse: — Cugin, non mi vedesti mai

che tu mi vai così mente tegnendo? —

A cui rispose Pandaro: — Ben sai

ch'i' t'ho veduta e di vedere intendo,

ma tu mi par più che l'usato assai

bella ed hai più di che lodare Iddio

che altra bella donna, al parer mio.

Criseida disse: — Che vuol dir cotesto?

Perché più ora che per lo passato? —

A cui Pandar rispose lieto e presto:

— Però che 'l tuo è 'l più avventurato

viso che donna avesse mai in questo

mondo; se io non ne sono ingannato,

a sì fatto uomo ho sentito che piace

oltre misura sì che se ne sface. —

Criseida alquanto arrossò vergognosa

udendo ciò che Pandaro diceva,

e risembrava mattutina rosa.

Poi ta' parole a Pandaro moveva:

— Non ti far beffe di me, che gioiosa

d'ogni tuo ben sarei. Poco doveva

avere a far colui a cui io piacqui,

che mai più non avvenne poi ch'io nacqui. —

— Lasciamo star li motti — disse allora

Pandaro — e dimmi: se' ten tu accorta? —

A cui ella rispose: — Non ancora

più d'un che d'altro, se io non sia morta.

È vero ch'io ci veggio ad ora ad ora

passare alcun che sempre alla mia porta

rimira, non so io s'el va cercando

di veder me, o altro va musando. —

Pandaro disse: — Chi è el colui? —

A cui Criseida disse: — Veramente

io nol conosco, né ti so di lui

più oltre dire. — E Pandaro che sente

che di Troiol non dice ma d'altrui,

così seguì a lei subitamente:

Non è colui il qual tu hai feruto,

uom che non sia da tutti conosciuto. —

— Chi è dunque costui che si diletta

sì di vedermi? — Criseida disse.

A cui Pandaro allora: — Giovinetta,

poi che colui che 'l mondo circoscrisse

fece il primo uom, non credo più perfetta

anima mai 'n alcun altro venisse,

che quella di colui che t'ama tanto,

che dir non si potrebbe giammai quanto.

Egli è d'animo altiero e di legnaggio

onesto molto, e cupido d'onore,

di senno natural più ch'altro saggio,

né di scienza n'è alcun maggiore;

prode ed ardito e chiaro nel visaggio,

io non potrei dir tutto il suo valore.

Deh, quanto ell'è felice tua bellezza,

poi che tal uomo più ch'altro l'apprezza.

Ben è la gemma posta nell'anello,

se tu sei savia come tu sei bella:

se tu diventi sua così com'ello

è divenuto tuo, ben ha la stella

giunta col sole; né mai fu donzello

giunto sì bene ad alcuna donzella

come tu seco, se savia sarai:

beata te se tu 'l conoscerai!

Solo una volta ha nel mondo ventura

qualunque vive, s'ei la sa pigliare;

chi lei vegnente lascia, sua sciagura

pianga da sé sanza altrui biasimare;

la tua vaga e bellissima figura

la t'ha trovata, or sappi adoperare.

Lascia me pianger che 'n malora nacqui,

ch'a Dio, al mondo ed a Fortuna spiacqui. —

— Tentimi tu, o parli daddovero,

— Criseida disse — o sei del senno uscito?

Chi dee aver di me piacere intero

se già non divenisse mio marito?

Ma chi è questi, dimmi, è el stranero

o cittadin, che per me è smarrito?

Dilmi s'tu vuoi e se dir lo mi dei,

e non chiamar sanza cagion gli omei. —

Pandaro disse: — Egli è pur cittadino,

non de' minori, e mio amico è molto;

dal qual, per forza forse di destino

tratto ho del petto ciò che io t'ho sciolto.

El vive in pianto misero e meschino,

sì lo splendor l'accende del tuo volto;

e perché sappi chi cotanto t'ama,

Troiolo è quei che più ch'altro ti brama. —

Dimorò sovra sé Criseida allora

Pandaro riguardando, e tal divenne

qual da mattina l'aer si colora,

e con fatica le lagrime tenne

venute agli occhi per cadere fora.

Poscia come il perduto ardir rivenne,

un poco seco prima mormorando,

così a Pandar disse sospirando:

— Io mi credeva, Pandaro, se io

in tal follia giammai fossi caduta,

che Troiolo venuto nel disio

mi fosse mai, tu m'avessi battuta

non che ripresa, sì come uom che 'l mio

onor cercar dovresti: oh Dio aiuta!

che faran gli altri, poi che tu t'ingegni

di seguir farmi gli amorosi regni?

Ben so che Troiolo è grande e valoroso,

e ciascuna gran donna ne dovria

esser contenta; ma poi che 'l mio sposo

tolto mi fu, sempre la voglia mia

da amore fu lontana, ed ho doglioso

il core ancor della sua morte ria,

ed avrò mentre che sarò in vita,

tornandomi a memoria sua partita.

E se alcuno il mio amor dovesse

aver, per certo a lui il donerei,

sol ch'io credessi che e' gli piacesse.

Ma come tu conoscer chiaro dei,

che or vaghezze si trovano spesse

chente egli ha ora, e quattro dì o sei

durano, e passan poscia di leggero,

cambiando amor, così cambia il pensiero.

Però mi lascia tal vita menare

chente Fortuna apparecchiata m'have;

el troverà ben donna da amare

al piacer suo ed umile e soave;

a me onesta si convien di stare.

Pandar, per Dio, deh. non ti paia grave

questa risposta, e lui fa che conforti

con piacer nuovi e con altri diporti —

Pandaro seco si tenea scornato

udendo il ragionar della donzella,

e per partirsi quasi fu levato;

poi pure stette, e rivolsesi ad ella

dicendo: — Io t'ho, Criseida, lodato

quel ch'io farei a mia carnal sorella

o a mia figlia o moglie s'io l'avessi,

s'e miei piacer da Dio mi sian concessi.

Però ch'io sento che Troiolo vale

cosa maggiore assai che non sarebbe

il tuo amore, e vidil ieri a tale,

per questo amor, che forte me ne 'ncrebbe.

Forse non credi e però non ten cale;

ben so ch'a forza te ne 'ncrescerebbe,

se sapessi quel ch'io del suo ardore.

Deh, 'ncrescati di lui per lo mio amore!

Io non credo ch'al mondo sia alcuno

più segreto uom di lui né con più fede,

ed è leal quanto ne sia nessuno,

né più oltre di te disia o vede;

ed a te, stando in vestimento bruno,

giovane ancor, d'amare si concede.

Non perder tempo, pensa che vecchiezza

o morte torrà via la tua bellezza.

— Oh me, — disse Criseida — tu di' vero,

così cen portan gli anni a poco a poco,

e' più si muoion prima che 'l sentiero

si compia, dato dal celeste foco.

Ma lasciamo ora di questo il pensiero,

e dimmi se d'amor sollazzo e gioco

ancor poss'io avere. In che maniera

t'avvedesti di Troiol la primiera? —

Sorrise allora Pandaro e rispose:

— Io 'l ti dirò da poi che 'l vuoi sapere.

L'altrieri, essendo in quiete le cose

per la triegua allor fatta, fu 'n calere

a Troiol ch'io con lui per selve ombrose

m'andassi diportando; ivi a sedere

postici, a ragionar cominciò meco

d'amore, e poi di lui a cantar seco.

Io non gli era vicin, ma mormorare

udendol, ver di lui mi feci attento,

e per quel ch'io mi possa ricordare,

ad Amor si dolea nel suo tormento,

dicendo: «Signor mio, già mi si pare

nel viso e ne' sospiri ciò ch'io sento

dentro dal cor per leggiadra vaghezza,

la qual m'ha preso con la sua bellezza.

Tu stai colà dov'io porto dipinta

l'immagine che più ch'altro mi piace,

e quivi vedi l'anima che vinta

dalla folgore tua pensosa giace;

la qual la tiene intorno stretta cinta,

chiamando sempre quella dolce pace,

che gli occhi belli e vaghi di costei

sol posson dare, car signore, a lei.

Dunque, per Dio, se 'l mio morir ti noia,

fallo sentire a questa vaga cosa,

e lei pregando, impetra quella gioia

che suole a' tuoi suggetti donar posa.

Deh, non voler, signor mio, che io moia,

deh, fal, per Dio, tu ve' che l'angosciosa

anima giorno e notte sempre grida,

tale ha paura ch'ella non l'uccida.

Dubiti tu sotto la bruna vesta

d'accender le tue fiamme, signor mio?

Nulla ti fia maggior gloria che questa;

entra nel petto suo con quel disio

che dimora nel mio e mi molesta;

deh, fallo, i' te ne priego, signor pio,

sì che per te li suoi dolci sospiri

conforto portino alli miei disiri».

E questo detto, forte sospirando,

bassò la testa non so che dicendo,

poscia si tacque quasi lagrimando.

In me di quel che era, ciò veggendo,

entrò sospetto, e proposi che, quando

tempo più atto fosse, un dì ridendo

di domandarlo ciò che la canzone

volesse dire, e poi della cagione.

Ma tempo a questo prima non occorse

che oggi ch'io 'l trovai tutto soletto:

andando io nella sua camera, in forse

se el vi fosse, ed egli era in sul letto,

e me vedendo, altrove si ritorse;

di che io presi alquanto di sospetto,

e fattomi più presso, ch'el piangea

il trovai forte, e forte si dolea.

Come io seppi il più lo confortai,

e con nuova arte e con diverso ingegno,

di bocca quel ch'avesse gli cavai,

datagli pria la mia fede per pegno

ch'io nol direi ad alcun uom giammai.

Questa pietà mi mosse, e per lei vegno

a te, a cui in brieve ho soddisfatto

di quel che prieghi in ogni modo e atto.

Tu che farai? Deh, dilmi, starai altera,

e lascerai colui, che sé non cura

per amar te, a morte tanto fera

venire? O reo distino, o rea ventura

ch'un sì fatto uom per te amando pera!

Almanco della tua vaga figura

non gli fostù né de' tuoi occhi cara,

forse il campresti ancor da morte amara. —

Criseida disse allora: — Di lontano

il segreto scorgesti del suo petto,

come ch'el ferma poi tenesse mano

quando il trovasti pianger sopra il letto;

e così 'l faccia Iddio lieto e sano

e me ancora, come per tuo detto

pietà me n'è venuta. Io non son cruda

come ti par, né sì di pietà nuda. —

E stata alquanto, dopo un gran sospiro,

trafitta già, seguì: — Deh, io m'avveggio

dove ti trae il pietoso disiro,

ed io il farò, poi piacer ten deggio,

ed egli il vale, e bastigli s'i' 'l miro;

ma per fuggir vergogna e forse peggio,

priegal ch'el sia saggio, e faccia quello

ch'a me biasmo non sia, né anche ad ello. —

— Sorella mia, — allor Pandaro disse —

tu parli bene, ed io nel pregheraggio.

Vero è che io non credo ch'el fallisse,

tanto il conosco costumato e saggio,

fuor se per isciagura non venisse;

tolgalo Iddio, ed io ci metteraggio

compenso tal che ti sarà 'n piacere;

fatti con Dio e fa il tuo dovere. —

Partito Pandar, se ne gì soletta

nella camera sua Criseida bella,

seco nel cor ciascuna paroletta

rivolvendo di Pandaro e novella,

in quella forma ch'era stata detta,

e lieta seco ragiona e favella

in cotal guisa, seco sospirando,

oltre l'usato Troiol immaginando:

«Io son giovane, bella, vaga e lieta,

vedova, ricca, nobile ed amata,

sanza figliuoli ed in vita quieta,

perché esser non deggio innamorata?

Se forse l'onestà questo mi vieta,

io sarò saggia, e terrò sì celata

la voglia mia, che non sarà saputo

ch'io aggia mai nel core amore avuto.

La giovinezza mia si fugge ogni ora,

debbol'io perder sì miseramente?

Io non conosco in questa terra ancora

niuna sanza amante, e la più gente,

com'io conosco, veggio s'innamora,

ed io mi perdo il tempo per niente;

e come gli altri far non è peccato,

né ne può esser alcun biasimato.

Chi mi vorrà se io c'invecchio mai?

Certo nessuno, ed allora avvedersi

altro non è se non crescer di guai.

Niente vale il dì dietro pentersi

e dir dolente: ‘perché non amai?’.

Buon è adunque a tempo provvedersi:

costui è bel, gentil, savio ed accorto,

che t'ama, e fresco più che giglio d'orto,

di real sangue e di sommo valore,

e Pandar tuo cugin tel loda tanto;

dunque che fai? Perché dentro dal core,

com'egli ha te, lui non ricevi alquanto?

Perché non gli dai tu il tuo amore?

Non odi tu la pièta del suo pianto?

Oh quanto bene ancora avrai con lui,

se com'egli ama te, tu ami lui!

Ed ora non è tempo da marito,

e se pur fosse, la sua libertate

servare è troppo più savio partito.

L'amor che vien da sì fatta amistate

è sempre tra gli amici assai gradito:

ma, sia quanto vuol grande la biltate

che a' mariti tosto non rincresca,

vaghi d'avere ogni dì cosa fresca;

l'acqua furtiva assai più dolce cosa

è che il vin con abbondanza avuto;

così d'amor la gioia che sia nascosa

trapassa assai del sempre mai tenuto

marito in braccio. Adunque vigorosa

ricevi il dolce amore, il qual venuto

t'è fermamente mandandolo Iddio,

e soddisfa al suo caldo disio».

E stando alquanto, poi si rivolgea

nell'altra parte: «Misera», dicendo

«che vuoi tu far? Non sai tu quanto re

vita si trae con esso amor languendo,

nella qual sempre convien che si stea

in pianti ed in sospiri ed in dolendo,

avendo poi per giunta gelosia

che è peggio assai che ogni morte ria?

Appresso, questi ch'al presente t'ama

è di troppo più alta condizione

che tu non sei; questa amorosa brama

gli passerà, ed in abusione

sempre t'avrà, e lasceratti grama,

d'infamia piena e di confusione.

Guarda che fai, ché il senno da sezzo

né fu, né è, né fia mai d'alcun prezzo.

Ma posto pur che questo amor lontano

debba durar, come puoi tu sapere

ch'el debba star celato? Assai è vano

fidarsi alla Fortuna, e ben vedere

quanto uopo fa non può consiglio umano;

e se si scuopre aperto, puoi tenere

la fama tua in etterno perduta,

la qual sì buona hai fino a qui avuta.

Dunque cotali amor lasciali stare

a cui e' piaccion». Poi appresso il detto

incominciava forte a sospirare,

né si poteva già dal casto petto

il bel viso di Troiolo cacciare;

per che tornava sopra il primo effetto

biasimando e lodando, in tale erranza

seco faccendo lunga dimoranza.

Pandar, che da Criseida dipartito

s'era contento, sanza altrove gire,

a Troiolo diritto s'è reddito,

e di lontano gli cominciò a dire:

— Confortati, fratel, ch'i' ho fornito

gran parte, credo, del tuo gran disire. —

E postosi a seder, gli disse ratto,

sanza interpor, com'era stato il fatto.

Quali i fioretti, dal notturno gelo

chinati e chiusi, poi che 'l sol gl'imbianca,

tutti s'apron diritti in loro stelo,

cotal si fé di sua virtute stanca

Troiolo allora, e riguardando il cielo,

incominciò come persona franca:

— Lodato sia il tuo sommo valore,

Venere bella, e del tuo figlio Amore. —

Poi Pandaro abbracciò mille fiate

e basciollo altrettante, sì contento

che più non saria stato se donate

gli fosser mille Troie; e lento lento

con Pandar solo, a veder la biltate

di Criseida andò, guardando attento

se alcun atto nuovo in lei vedeva,

per quel che Pandar ragionato aveva.

Ella si stava ad una sua finestra,

e forse quel ch'avvenne ella aspettava;

né si mostrò selvaggia né alpestra

verso di Troiol che la riguardava,

ma tutta volta in su la poppa destra,

onestamente verso lui mirava.

Di che allegro Troiol se ne gio,

grazie rendendo a Pandaro ed a Dio.

E quella trepidezza che 'ntra due

Criseida tenea, sen fuggì via,

seco lodando le maniere sue,

gli atti piacevoli e la cortesia.

E sì subitamente presa fue,

che sopra ogni altro bene lui disia,

e duolle forte del tempo perduto,

che 'l suo amor non avea conosciuto.

Troiolo canta e fa mirabil festa,

armeggia e dona e spende lietamente,

e spesso si rinnuova e cangia vesta,

ogni ora amando più ferventemente;

e per piacer non gli è cosa molesta

ancor seguir, mirar discretamente

Criseida, la qual, non men discreta,

gli si mostrava a' tempi vaga e lieta.

Ma come noi, per continua usanza,

per più legne veggiam foco maggiore,

così avvien, crescendo la speranza,

assai sovente ancor cresce l'amore;

e quinci Troiol con maggior possanza

che l'usato sentì nel preso cuore

l'alto disio spronarlo, onde i sospiri

tornar più fier che prima e li martiri.

Di che Troiol con Pandaro talvolta

si dolea forte: — Lasso me, — dicendo —

el m'ha Criseida sì l'anima tolta

co' suoi begli occhi, che morire intendo

per lo disio fervente che s'affolta

sì sopra il cuor nel quale io ardo e 'ncendo.

Deh, che farò? che contento dovria

solo esser della sua gran cortesia.

Ella mi guata e soffere ch'io guati

onestamente lei; questo dovrebbe

essere assai a' miei disii 'nfiammati

ma l'appetito cupido vorrebbe

non so che più, sì mal son regolati

gli ardor che 'l muovon, e nol crederebbe

chi nol provasse, quanto mi tormenta

tal fiamma che maggiore ognor diventa.

Che farò dunque? Io non so che mi fare,

se non chiamarti, Criseida bella;

tu sola sei che mi puoi aiutare,

tu, valorosa donna, tu sei quella

che sola puoi il mio foco attutare,

o dolce luce e del mio cor fiammella:

or stess'io teco una notte d'inverno,

cento cinquanta poi stessi in inferno.

Che farò, Pandar? Tu non di' niente?

Tu mi vedi arder in sì fatto fuoco,

e vista fai di non aver la mente

a' miei sospir? Deh, ve' com'io mi cuoco?

Aiutami, io ten priego caramente,

dimmi ch'io faccia, consigliami un poco;

se da te e da lei non ho soccorso,

di morte nelle reti son trascorso. —

Pandaro allora disse: — Io veggio bene

ed odo quanto di', né sonmi infinto,

né mai m'infingerò alle tue pene

donare aiuto, e sempre son succinto

a far non sol per te ciò che convene,

ma ogni cosa sanza esser sospinto

o da forza o da priego: fa tu ch'io

aperto veggia il tuo alto disio.

Io so che 'n ogni cosa, per un sei

tu vedi più di me, ma tuttavia

io fossi in te, intera scriverei

ad essa di mia man la pena mia,

e sopra ciò per Dio la pregherei,

e per amore e per sua cortesia,

che di me le calesse; e questo scritto

io glielo porterò sanza rispitto.

Ed oltre a questo, ancora a mio potere

la pregherò ch'abbi di te mercede.

Quel ch'ella rispondrà potrem vedere,

e già di certo l'animo mio crede

che sua risposta ti dovrà piacere;

e però scrivi, e ponvi ogni tua fede,

ogni tua pena, ed il disio appresso:

nulla lasciar che non vi sia espresso. —

Questo consiglio a Troiol piacque assai,

ma, come amante timido, rispose:

— Oh me, Pandaro, che tu vederai,

come si vede che son vergognose

le donne, ché lo scritto che portrai,

Criseida, per vergogna, con noiose

parole rifiutrà, e peggiorato

avremo oltre misura il nostro stato. —

A ciò Pandaro disse: — Se ti piace,

fa quel ch'io dico e me poi lascia fare,

ché, se Amor mi ponga in la sua pace,

io te ne credo risposta arrecare

di sua man fatta; se ciò ti dispiace,

timido e tristo te ne puoi stare.

Ripiaterai poi te del tuo tormento:

ché per me non riman farti contento. —

Allora disse Troiol: — Fatto sia

il piacer tuo; io vado e scriveraggio,

ed Amor priego, per sua cortesia,

lo scrivere e la lettera e 'l viaggio

fruttevol faccia. — E di quindi s'invia

alla camera sua, e come saggio

alla sua donna carissima scrisse

una lettera presto, e così disse:

«Come può quei che in affanno è posto,

in pianto grave ed in stato molesto

come sono io per te, donna, disposto,

ad alcun dar salute? credo chesto

esser non dee da lui; ond'io mi scosto

da quel che gli altri fanno, e sol per questo

qui da me salutata non sarai,

perch'io non l'ho se tu non la mi dai.

Io non posso fuggir quel ch'Amor vuole,

il qual più vil di me già fece ardito,

ed el mi strigne a scriver le parole

che tu vedrai, e vuol pure obbedito

esser da me sì come egli esser suole;

perciò se per me fia in ciò fallito,

lui ne riprendi, ed a me perdonanza

ti priego doni, dolce mia speranza.

L'alta bellezza tua, e lo splendore

de' tuoi vaghi occhi e de' costumi ornati,

l'onestà cara e 'l donnesco valore,

li modi e gli atti più ch'altro lodati,

nella mia mente hanno lui per signore

e te per donna in tal guisa fermati,

ch'altro accidente mai fuor che la morte

a tirarvine fuor non saria forte.

E che ch'io faccia, l'immagine bella

di te sempre nel cor reca un pensiero,

ch'ogni altro caccia che d'altro favella

che sol di te, benché d'altro nel vero

all'anima non caglia, fatta ancella

del tuo valor, nel quale io solo spero:

e 'l nome tuo m'è sempre nella bocca

e 'l cor con più disio ognor mi tocca.

Da queste cose, donna, nasce un foco

che giorno e notte l'anima martira,

sanza lasciarmi in posa trovar loco.

Piangonne gli occhi e 'l petto ne sospira,

e consumar mi sento a poco a poco

da questo ardor che dentro a me si gira;

per che ricorrere alla tua virtute

sol mi convien, s'io voglio aver salute.

Tu sola puoi queste pene noiose,

quando tu vogli, porre in dolce pace,

tu sola puoi l'afflizion penose,

madonna, porre in riposo verace,

tu sola puoi, con l'opre tue pietose,

tormi il tormento che sì mi disface;

tu sola puoi, sì come donna mia,

adempier ciò che lo mio cor disia.

Dunque, se mai per pura fede alcuno,

se mai per grande amor, se per disio

di ben servire ognora in ciascheduno

caso, qual si volesse o buono o rio,

meritò grazia, fa ch'io ne sia uno,

cara mia donna, fa ch'io sia quello io,

ch'a te ricorro sì come a colei

che se' cagion di tutti i sospir miei.

Assai conosco che mai meritato

non fu per mio servir quel per che vegno,

ma sola tu che m'hai il cor piagato,

e altri no, di maggior cosa degno

mi puoi far, quando vogli; o disiato

ben del mio cor, pon giù l'altiero sdegno

dell'animo tuo grande, e sii umile

ver me, quanto negli atti sei gentile.

Or io son certo che sarai pietosa

come sei bella, e la mia grave noia,

discretamente lieta e graziosa,

sanza voler ch'io misero muoia

per molto amarti, donna dilettosa,

ancora tornerà in dolce gioia;

ed io ten priego, se 'l mio priego vale,

per quello amor del quale or più ti cale.

Io come ch'io sia un piccol dono,

e poco possa e vaglia molto meno,

sanza fallo alcun tutto tuo sono;

or tu sei savia: s'io non dico appieno,

intenderai, so, me' ch'io non ragiono,

e spero simil che l'opere fieno

migliori assai che, miei merti e maggiori;

Amore a ciò ti disponga ed incuori.

El mi restava molte cose a dire,

ma per non farti noia le vo' tacere,

e 'n questa fine priego il dolce sire

Amor che, come te nel mio piacere

ha posta, così me nel tuo disire

ponga con quel medesimo volere,

sì che, com'io son tuo, alcuna volta

tu mia diventi, e mai non mi sia tolta».

Scritte adunque tutte queste cose

in una carta, per ordin piegolla,

e 'n sulle guance tutte lagrimose

bagnò la gemma, e quindi suggellolla,

e nelle mani a Pandaro la pose,

ma mille volte e più prima basciolla:

— Lettera mia — dicendo — tu sarai

beata, in man di tal donna verrai. —

Pandaro, presa la lettera pia,

n'andò verso Criseida, la quale

come 'l vide venir, la compagnia

con la quale era lasciata, cotale

gli si fé 'ncontro parte della via,

qual pare in vista perla orientale,

temendo e disiando; e' salutarsi

di lunge assai, poi per le man pigliarsi.

Quindi disse Criseida: — Quale affare

or qui ti mena? Hai tu altre novelle? —

Alla qual Pandar sanza dimorare

disse: — Donna, per te l'ho buone e belle,

ma non tai per altrui, come mostrare

ti potran queste scritte tapinelle

di colui che per te mi par vedere

morir, sì poco te n'è in calere.

Telle, e vedraile diligentemente,

e d'alcuna risposta il farai lieto. —

Stette Criseida temorosamente

sanza pigliarle; un poco il mansueto

viso cambiò, e quindi pianamente

disse: — Deh, Pandar mio, se in quieto

stato ti ponga Amore, abbi rispetto

alquanto a me, non pure al giovinetto.

Guarda se quel che vuogli or si convene,

e tu stesso sia giudice in questo,

e vedi se prendendole fo bene,

e se 'l tuo domandare è tanto onesto.

El non si vuole per levar le pene

altrui, per sé fare atto disonesto.

Deh, non le mi lasciar, Pandaro mio,

portale indietro, per amor di Dio. —

Pandaro, alquanto di questo turbato,

disse: — Questo è a pensar nuova cosa,

che quel ch'è più dalle donne bramato,

di ciò ciascuna e ischifa e cruciosa

si mostra innanzi altrui; io t'ho parlato

tanto di questo, ch'omai vergognosa

non dovresti esser meco: io te ne priego

che or di questo non mi facci niego. —

Criseida sorrise lui udendo,

e quelle prese e miselesi in seno:

— Quando avrò agio — poi a lui dicendo —

le vederò com'io saprò appieno.

Se io fo men che ben questo faccendo,

il non poter del tuo piacer far meno

me n'è cagione; Iddio del cielo il veggia

ed alla mia simplicità provveggia. —

Partissi Pandar poi gliel'ebbe date,

ed essa, vaga molto di vedere

quel che dicesser, sue cagion trovate,

le compagne lasciò, ed a sedere

ne gì nella sua camera, e spiegate,

lesse e rilesse quelle con piacere,

e ben s'accorse che Troiolo ardea

vie più assai che 'n atto non parea.

Il che caro le fu, perché trafitta

esser sentiesi l'anima nel core,

di che ella viveva molto afflitta,

come che punto non paresse fuore;

e ben notata ogni parola scritta,

di ciò lodò e ringraziò Amore,

seco dicendo: «A spegner questo foco

conviene a me trovare e tempo e loco.

Ché s'io il lascio in troppo grande arsura

multiplicare, el potrebbe avvenire

che nella scolorita mia figura

si vederebbe il nascoso disire,

che mi saria non piccola sciagura.

Ed io per me non intendo morire,

né far morire altrui, quando con gioia

posso schifar la mia e l'altrui noia.

Io non sarò per lo certo disposta,

come io sono infino a quici stata;

se Pandar tornerà per la risposta,

io gliela darò piacevole e grata,

s'el mi costasse come non mi costa;

né da Troiol sarò mai più spietata

potuta dire. Or foss'io nelle braccia

dolci di lui stretta e faccia a faccia!».

Pandaro che da Troiolo sovente

era studiato, a Criseida reddio,

e sorridendo disse: — Donna, chente

ti par lo scriver dello amico mio? —

Ella divenne rossa incontanente,

sanza dire altro se non: — Sallo Iddio. —

A cui Pandaro disse: — Hai tu risposto? —

A cui ella gabbando disse: — Tosto? —

— S'io debbo mai potere adoperare

per te, — Pandaro disse — or fa di farlo. —

Ed ella a lui: — E' nol so io ben fare. —

— Deh, — disse Pandar — pensa di appagarlo,

e' suole Amor saper bene insegnare.

Io ho sì gran disio di confortarlo

che tu nol crederesti, in fede mia:

la tua risposta sol questo poria. —

— Ed io 'l farò poiché t'aggrada tanto,

ma voglia Iddio che ben la cosa vada! —

— Deh, sì andrà — disse Pandaro — in quanto

colui il vale, a cui più ch'altro aggrada. —

Poi si partì, ed ella dall'un canto

della camera sua, ove più rada

usanza di venire ad ogni altro era,

a scriver giù si pose in tal manera:

«A te amico discreto e possente,

il qual forte di me inganna Amore,

come uom preso di me 'ndebitamente,

Criseida, salvato il suo onore,

manda salute, e poi umilemente

si raccomanda al tuo alto valore,

vaga di compiacerti, dove sia

l'onestà salva e la castità mia.

Io ho avuto da colui che t'ama

tanto perfettamente ch'el non cura

già d'alcun mio onor né di mia fama,

le carte piene della tua scrittura,

nelle quai lessi la tua vita grama,

non sanza doglia, s'io abbia ventura

che mi sia cara, e benché sien fregiate

di lucciole, pur l'ho assai mirate.

Ed ogni cosa con ragion pensando,

e l'afflizioni e 'l tuo addomandare,

la fede e la speranza essaminando,

non veggio com'io possa soddisfare

assai acconciamente al tuo dimando,

volendo bene ed intero guardare

ciò che nel mondo più è da gradire,

che è onesta vivere e morire.

Come che il piacerti saria bene,

se 'l mondo fosse tal chente dovrebbe,

ma perché è tal quale a noi si convene

per forza usarlo, seguir ne potrebbe,

altro faccendo, disperate pene.

Alla pietà per cui di te m'increbbe,

malgrado mio, pur mi convien dar lato,

di che sarai da me poco appagato.

Ma è sì grande la virtù ch'io sento

in te, ch'io so ch'aperto vederai

ciò ch'a me si conviene, e che contento

di ciò che io ti rispondo sarai,

e porrai modo al tuo grave tormento,

che nel cor mi dispiace e noia assai;

e 'n verità s'el non si disdicesse,

quel volentier farei che ti piacesse.

Poco è lo scriver, come puoi vedere,

e mi' arte in questa lettera, la quale

vorrei che più ti recasse piacere,

ma non si può ciò che si vuole aguale;

forse farà ancor luogo il potere

al buon volere, e se non ti par male,

presta alla pena tua alquanto sosta,

perché non ha ogni detto risposta.

Il proferer che fai qui non ha loco,

ché certa son ch'ogni cosa faresti;

ed io nel ver, come ch'io vaglia poco

vie più che mille volte mi potresti

e puoi aver per tua, se crudel foco

non m'arda, il che son certa non vorresti.

Né dico più se non ch'io priego Iddio

che ne contenti il tuo e 'l mio disio».

E poi che ella ebbe in tal guisa detto,

la ripiegò e suggellolla e diella

a Pandaro, il qual, tosto il giovinetto

Troiol cercando, a lui n'andò con ella,

e presentagliel con sommo diletto;

il qual, presala, ciò che scritto in quella

era con festa lesse sospirando,

secondo le parole il cor cambiando.

Ma pure in fine, seco ripetendo

bene ogni cosa che ella scrivea,

disse fra sé: — Se io costei intendo

amor la stringe, ma sì come rea,

sotto lo scudo ancor si va chiudendo;

ma non potrà, pur che forza mi dea

Amore a sofferir, guari durare,

ch'ella non vegna a tutt'altro parlare. —

E 'l simigliante ne pareva ancora

a Pandaro, col quale el dicea tutto;

per che più che l'usato si rincora

Troiol, lasciando alquanto il tristo lutto,

e spera in brieve deggia venir l'ora

ch'al suo martiro deggia render frutto:

e questo chiede, e dì e notte chiama

come colui che solamente il brama.

Crescea di giorno in giorno più l'ardore

e come che speranza l'aiutasse

a sostener, pur gli era grave al core,

e deesi creder che assai il noiasse;

per che più volte del suo gran fervore

stimar si può che lettere dittasse.

Alle quai quando lieta e quando amara

risposta gli veniva, e spessa e rara.

Per che sovente d'Amor si dolea,

e di Fortuna cui tenea nemica,

e spesse volte: «Oh me,» seco dicea

«s'un poco pur la pungesse l'ortica

d'amor, com'ella me trafigge e screa,

la vita mia, di solazzo mendica,

tosto verrebbe al grazioso porto,

al qual prima ch'io vegna sarò morto».

Pandaro, che sentia le fiamme accese

nel petto di colui cui egli amava,

era de' prieghi suoi spesso cortese

a Criseida, e tutto le narrava

ciò che di Troiol vedeva palese;

la quale, ancor che lieta l'ascoltava,

diceva: — Io non posso altro, io gli fo quello

che m'imponesti, caro mio fratello. —

— Non basta questo: — Pandar rispondea —

io vo' che tu 'l conforti e che gli parli. —

A cui Criseida allo 'ncontro dicea:

— Cotesto non intendo mai di farli,

ché la corona dell'onestà mea,

per partito verun non vo' donarli;

come fratel, per la sua gran bontate

l'amerò sempre con ferma onestate. —

Pandaro rispondea: — Questa corona

lodano i preti a cui tor non la ponno,

e ciaschedun com'un santo ragiona,

e poi vi colgon tutte quante al sonno.

Di Troiol non saprà giammai persona;

or pena assai e fa pur ben del donno.

Assai fa mal chi può far ben nol face,

e perder tempo a chi più sa più spiace. —

Criseida dicea: — La sua virtute

tenera so ch'ell'è del mio onore,

né da me altro che cose dovute

domanderia, tanto è il suo valore;

ed io ti giuro, per la mia salute,

ch'io son, da quel che tu dimandi in fore,

sua mille volte più ch'io non son mia,

tanto m'aggrada la sua cortesia. —

— Se el t'aggrada, or che vai tu cercando?

Deh, lascia star questa salvatichezza.

Intendi tu che el si moia amando?

Ben potrai cara aver la tua bellezza,

s'uccidi un cotale uom; deh, dimmi quando

tu vuoi ch'ei vegna a te, cui el più prezza

che non fa 'l cielo, e dimmi come e dove;

non voler vincer tutte le sue prove. —

— Oimè lassa! a che m'hai tu condotta,

Pandaro mio, e che vuoi tu ch'io faccia!

Tu hai l'onestà mia spezzata e rotta,

io non ardisco di mirarti in faccia.

Oh me lassa, me misera, a che otta

la riavrò io? il sangue mi s'agghiaccia

intorno al cor, pensando quel che chiedi,

e tu non te ne curi e chiaro il vedi.

Io vorrei esser morta il giorno ch'io

qui nella loggia tanto t'ascoltai;

tu mi mettesti nel core un disio

ch'appena credo ch'el n'esca giammai,

e che mi fia cagion dell'onor mio

perdere e, lassa, d'infiniti guai.

Ma più non posso; poiché t'è 'n piacere,

disposta sono a fare il tuo volere.

Ma s'alcun priego può nel tuo cospetto,

ti priego, dolce e caro mio fratello,

ch'a tutti ciascun nostro fatto o detto

occulto sia: tu puoi ben veder quello

che seguir ne poria, se tale effetto

venisse a luce. Deh, parlane ad ello

e fannel savio, e come tempo fia,

io farò quel che suo piacer disia. —

Rispose Pandar: — Guarda la tua bocca,

ché el per sé, né io, mai nol diremo. —

— Or haimi tu — diss'ella — per sì sciocca,

che vedi di paura tutta triemo

ch'el non si sappia? Ma poiché ti tocca

l'onore e la vergogna che n'avremo

sì come a me, passerommene in pace,

e tu ne fa omai come ti piace. —

Pandar disse: — Di ciò non dubitare,

ché in ciò avrem ben buona cautela.

Quando vuoi tu ch'el ti vegna a parlare?

Traiamo omai a capo questa tela,

ché farlo tosto, poiché si dee fare,

fia molto meglio, e molto me' si cela

dopo il fatto l'amor, poscia ch'avrete

composto insieme ciò che far dovrete. —

— Tu sai — disse Criseida — che in questa

casa son donne ed altre genti meco,

delle quai parte alla futura festa

debbono andare; allora sarò seco.

Questa tardanza non gli sia molesta;

del modo e del venire allora teco

favellerò; fa pure ch'el sia saggio,

e sappia ben celare il suo coraggio. —