PARTE SECONDA
Usciam dal varco, Ubaldo!
Tempo non è da rimanervi occulti
or che rivolge Armida i passi altronde.
Su, destati, o Rinaldo,
né più tra vezzi il pigro core esulti.
A che trar neghittoso ore gioconde?
E quivi si nasconde
il tuo valor degno d'eterne glorie?
Questi sono i trionfi e le vittorie?
Il vigor rendi agli spirti,
dal sopor l'alma si desti
e si sfrondino gl'innesti
sul generoso crin di fiori e mirti.
La fronte che d'usbergo
armata esser dovria, cinta è da nastri
e invece di sudori ambre distilla.
Non un florido albergo
il campo è tuo passeggio; ivi ai disastri
ti chiama ognor la bellicosa squilla.
Sul tuo capo sfavilla
di rose e di ligustri una corona,
quando t'offre gl'allor Marte e Bellona.
Non più, non più prigionero
rimanga sì forte campione.
Eroe ch'è sì degno guerriero
riporti palme e corone,
la vittoria t'aspetta
ch'alla guerra ti chiama e alla vendetta.
Ozio sì vile
fugga da me.
Alma gentile
marcir non de',
se l'inaffia il sudor palme germoglia
e fia che messe di trofei raccoglia.
L'iniquo Solimano
il nostro stuol decide
e il superbo Argante ancor l'uccide.
Noto è là che da noi vivi lontano;
torna alle franche tende, o duce invitto,
e l'esercito ostil pera trafitto.
Chi mi scuote dal sonno,
chi mi mostra qual fui, qual essere deggio?
Quest'occhi — ah, non vaneggio! —
le mie deformità soffrir non ponno!
Mirati in questo speglio,
se tu sei quel, quel che dall'Azzio sangue,
già per serie d'eroi, vanta i natali!
Dai letarghi io risveglio
con questi lampi la virtù che langue;
deh, segui ad acquistar pregi immortali!
E negl'eterni annali
de' fatti egregi e delle glorie avite
non rimangan le palme inaridite.
Fregi indegni e pompe vili,
che dintorno mi cingete,
lacerate al suol cadete.
Un Ercol sì, non un Rinaldo fili!
Già le magie conosco e le protesto,
già ravviso le frodi,
già ravviso le forze e le detesto.
Quell'intrepida virtù
ch'in te languida si sta,
si ritolga a servitù,
si riponga in libertà.
Sdegni alma nobile
giogo servil,
il laccio ignobile
rompa ad onta d'amore un cor gentil.
È viltà le catene avere al piè.
E perfido è d'amor chi serba fé.
In piage sì remote
il giovenil error sepolto giaccia,
chioma che d'oro sia più non m'allaccia,
ché libero il voler l'alma riscuote.
Ben m'avveggio ch'il core ed il sembiante
esser dee di guerriero e non d'amante.
Volando al naviglio si corra
né golfo i mar n'atterrisca;
bellezza piangente s'abborra,
se fia che pregando assalisca.
Ah, fermati! E per dove,
dimmi, e con qual ragione, o coppia indegna,
da me lungi trasporti il mio tesoro?
Non dee vivere altrove
l'alma dell'alma mia.Chi mai v'insegna,
empia, a furarmi l'idolo ch'adoro?
Lasciatemi il restoro,
non mi si tolga il posseduto bene,
non s'esponga un sol core a tante pene!
Di senso già priva
per duol mi disfaccio;
deh, riedi alla riva,
deh, tornami in braccio!
Ah, traditrici scorte,
chi del chiuso giardin v'aprì le porte?
Quel serpe, quel dragon, quei mostri tutti
dunque restar distrutti?
E voi, ninfe canore, in mezo all'acque,
nude il sen, sciolte il crine,
lasciato il mio confine
in abbandon cedere a lor vi piacque?
Navigante, rendetemi il crudele,
rivolgetemi a me, perfide vele.
E non v'è chi m'ascolti,
né chi ver me rivolti
un guardo, un guardo sol per mio conforto,
e lo vedo e lo provo e lo sopporto?
Almen dai claustri
voi, torbid'Austri,
uscite fuor.
Torni l'indegno
su questo regno,
schiavo d'amor.
Demoni e Furie,
d'ondose ingiurie
empite il mar.
Pera sommerso
quel core avverso
al mio pregar.
Resta in pace! Abbastanza
condescese a tue voglie
chi sciolto si ritoglie
alla magica stanza.
Resta, ch'egli sen parte,e godi gl'agi
del tuo vago giardin, de' tuoi palagi.
Quanto fu vergognoso
il viver tra' piaceri al gran guerriero,
tanto fu glorïoso
alla virtù tornando il suo pensiero.
Quando talor si pente un nobil core,
per magia di virtù gloria è l'errore.