PARTE SESTA

By Giovanni Boccaccio

Dall'altra parte in sul lito del mare,

con poche donne, tra le genti armate,

stava Criseida, ed in lagrime amare

da lei eran le notti consumate,

ché 'l giorno più le convenia guardare

per che le fresche guance e dilicate,

pallide e magre l'eran divenute,

lontana dalla sua dolce salute.

Ella piangeva, seco memorando

di Troiolo lo già preso piacere,

e gli atti tutti andava disegnando

stati tra loro, e le parole intere

tutte con seco venia ricordando,

qualora ella n'avea tempo e potere;

per che, da lui vedendosi lontana

fé de' suoi occhi un'amara fontana.

Né saria stato alcun sì dispietato

ch'udendo lei rammaricar dolente,

con lei di pianger si fosse temprato;

ella piangeva sì amaramente,

quando punto di tempo l'era dato,

che dir non si potrebbe interamente,

e quel che peggio ch'altro le facea,

era, con cui dolersi non avea.

Ella mirava le mura di Troia,

e palagi, le torri e le fortezze,

e dicea seco: «Oh me, quanta gioia,

quanto piacere e quanto di dolcezze

n'ebb'io già dentro, ed ora in trista noia

consumo qui le mie care bellezze!

Oh me, Troiolo mio, che fa' tu ora?

Ricordati di me niente ancora?

Oh, me lassa! or t'avessi io creduto,

e 'nsieme intrambedui fossimo giti

dove e 'n qual regno ti fosse piaciuto,

ch'or non sarien questi dolor sentiti

da me, né tanto buon tempo perduto!

Quando che sia saremmo poi redditi;

e chi di me avria mai detto male

per ch'andata ne fossi con uom tale?

Oimè lassa, che tardi m'avveggio,

e 'l senno mio mi torna ora nemico;

io fuggii 'l male e seguitai il peggio,

donde di gioia il mio cuore è mendico;

e per conforto invan la morte cheggio,

poi veder non ti posso, o dolce amico,

e temo di giammai più non vederti;

così sien tosto li Greci diserti!

Ma mio poter farò quinci fuggirmi,

se conceduto non mi fia 'l venire

in altra guisa, e con teco reddirmi

com'io promisi; e vada dove gire

ne vuole il fumo, e ciò che può seguirmi

di ciò ne siegua, ch'anzi che morire

di dolor voglia, voglio che parlare

possa chi vuole e di me abbaiare».

Ma da sì alto e grande intendimento

tosto la volse novello amadore.

Or prova Diomede ogni argomento

che el potea per entrarle nel core,

né gli fallì al suo tempo lo 'ntento,

e 'n brieve spazio ne cacciò di fore

Troiolo e Troia, ed ogni altro pensiero

che 'n lei fosse di lui o falso o vero.

Ella non era il quarto giorno stata

dopo l'amara dipartenza, quando

cagione onesta a lei venir trovata

da Diomede fu, che sospirando

la trovò sola, e quasi trasformata

dal dì che prima con lei cavalcando

di Troia quivi menata l'avea;

il che gran maraviglia gli parea.

E seco disse nella prima vista:

«Vana fatica credo fia la mia;

questa donna è per altrui trista,

sì com'io veggio, sospirosa e pia.

Troppo esser converria sovrano artista

chi ne volesse il primo cacciar via

per entrarvi egli; oh me, che male andai

per me 'n Troia quando qui la menai!».

Ma come quei ch'era di grande ardire

e di gran cuor, con seco stesso prese,

s'el ne dovesse per certo morire,

poi quivi era venuto, l'aspre offese,

ch'Amore gli facea per lei sentire,

di dimostrarle, e sì come s'accese

prima di lei; e postosi a sedere,

di lungi assai si fece al suo volere.

E prima seco entrò a ragionare

dell'aspra guerra tra loro e' Troiani,

lei domandando quel che le ne pare,

s'e lor pensier credea frivoli o vani;

quinci discese poi a domandare

se le parean de' Greci i modi strani,

né molto poi s'astenne a domandarla

perché stesse Calcàs di maritarla.

Criseida, che ancor l'animo avea

in Troia fitto al suo dolce amadore,

dell'astuzia di lui non s'accorgea,

ma, sì come piaceva al suo signore

Amore, a Diomede rispondea,

e spesse volte gli passava il core

con grieve doglia, e talor gli donava

lieta speranza di quel che cercava.

Il qual, come con lei rassicurato

fu, ragionando cominciò a dire:

— Giovane donna, s'io ho ben guardato

nell'angelico viso da gradire

più ch'altro visto mai, quel trasformato

mi par veder per noioso martire,

dal giorno in qua che di Troia ci partimmo,

e qui come sapete ne venimmo.

Né so ch'esser si possa la cagione

s'amor non fosse, il qual, se savia sete,

gittrete via, udendo la ragione,

per che, sì com'io dico far dovete:

li Troian son si può dire in prigione

da noi tenuti, sì come vedete,

che siam disposti di non mutar loco,

sanza disfarla con ferro e con foco.

Né crediate ch'alcun che 'n Troia sia

trovi pietà da noi in sempiterno;

né mai commise alcun'altra follia

o commettrà, se 'l mondo fosse eterno,

che assai chiaro esempio non gli fia,

o qui tra' vivi o tra' morti in inferno,

la punizion ch'a Paride daremo,

della fatta da lui, se noi potremo.

E se vi fosser ben dodici Ettori,

com'un ve n'è, e sei tanti fratelli,

se Calcàs per ambage e per errori

qui non ci mena, parimente d'elli,

quantunque sieno, i disiati onori

avremo e tosto; e la morte di quelli,

che sarà 'n brieve, ne darà certanza

che non sia falsa la nostra speranza.

E non crediate che Calcàs avesse

con tanta istanzia voi raddomandata,

se ciò ch'io dico non antivedesse;

ben ho io con esso lui trattata

questa quistione in pria ch'egli il facesse,

e ciascuna cagione esaminata;

ond'el per trarvi di cotal periglio

di rivolervi qui prese consiglio.

Ed io nel confortai, di voi udendo

mirabili virtù ed alte cose,

ed Antenor per voi dargli sentendo,

m'offersi trattator, ed el m'impose

ch'io il facessi, assai ben conoscendo

la fede mia, né mi fur faticose

l'andate e le tornate per vedervi,

per parlarvi, udirvi e conoscervi.

Che vo' dir, dunque, bella donna cara?

Lasciate de' Troian l'amor fallace,

cacciate via questa speranza amara,

che 'nvano sospirare ora vi face,

e rivocate la bellezza chiara

la qual più ch'altra a chi intende piace;

ch'a tal partito omai Troia è venuta,

ch'ogni speranza ch'uom v'ha, è perduta.

E s'ella fosse pur per sempre stare,

sì sono il re e' figli e gli abitanti

barbari, scostumati e da prezzare

poco a rispetto de' Greci, ch'avanti

ad ogni altra nazion possono andare,

d'alti costumi e d'ornati sembianti;

voi siete ora tra uomin costumati,

dove eravate tra bruti insensati.

E non crediate che ne' Greci amore

non sia assai più alto e più perfetto

che tra' Troiani; e 'l vostro gran valore,

la gran biltà e l'angelico aspetto

troverà qui assai degno amadore,

se el vi fia di pigliarlo diletto;

e se non vi spiacesse, io sarei esso,

più volentier che re de' Greci adesso. —

E questo detto, diventò vermiglio

come fuoco nel viso, e, la favella

tremante alquanto, in terra bassò 'l ciglio,

alquanto gli occhi torcendo da ella;

ma poi tornò da subito consiglio

più pronto ch'el non era, e con isnella

loquela seguitò: — Non vi sia noia,

io son così gentil com'uom di Troia.

Se 'l padre mio Tideo fosse vissuto

com'el fu morto a Tebe combattendo,

di Calidonia e d'Argo saria suto

re, sì com'io ancora essere intendo;

né era stran nell'un regno venuto,

ma conosciuto, antico e reverendo,

e, se creder si può, di dio disceso,

sì ch'io non son tra' Greci di men peso.

Priegovi dunque, se 'l mio priego vale,

che via cacciate ogni malinconia,

e me, se io vi paio tanto e tale

qual si conviene a vostra signoria,

in servidor prendiate; io sarò quale

l'onestà vostra e l'alta leggiadria,

ch'io veggio in voi più che 'n altra, richiede,

sì ch'ancor caro avrete Diomede. —

Criseida ascoltava, e rispondea

poche parole e rade, vergognosa

secondo che di lui 'l dir richiedea;

ma poi, udendo quest'ultima cosa,

seco l'ardir di lui grande dicea,

a traverso mirandol dispettosa,

tanto poteva ancor Troiolo in essa,

e così disse con voce sommessa:

— Io amo, Diomede, quella terra

nella qual son cresciuta ed allevata,

e quanto può mi grava la sua guerra,

e volentier la vedrei liberata;

e se fato crudel fuor me ne serra

questo mi fa con gran ragion turbata;

e d'ogni affanno per me ricevuto,

priego buon merto te ne sia renduto.

Ben so che' Greci son d'alto valore

e costumati, sì come ragioni,

ma de' Troian non è guari minore

l'alta virtù, e le lor condizioni

l'hanno mostrate nelle man d'Ettore;

né senno è, credo, per divisioni,

o per altra cagione, altrui biasmare,

e poscia sé sopra gli altri lodare.

Amor io non conobbi, poi morio

colui al qual lealmente il servai,

sì come a marito e signor mio,

né greco né troian mai non curai

in cotal atto, né m'è in disio

curarne alcun, né mi sarà giammai.

Che tu sie di real sangue disceso

cred'io assai, ed hollo bene inteso.

E questo assai mi dà d'ammirazione,

che possi porre in una femminella,

come son io, di poca condizione,

l'animo tuo; a te Elena bella

si converria; io ho tribulazione,

né son disposta a sì fatta novella.

Non per ciò dico che io sia dolente

d'essere amata da te, certamente.

Il tempo è reo, e voi siete nell'armi:

lascia venir la vittoria ch'aspetti,

allor saprò io molto me' che farmi:

forse mi piaceranno più i diletti

ch'ora non fanno, e potrai riparlarmi,

e per ventura più cari i tuoi detti

mi fieno ch'or non son; l'uom dee guardare

tempo e stagion quando altrui vuol pigliare. —

Quest'ultimo parlare a Diomede

fu assai caro, e parvegli potere

isperar sanza fallo ancor mercede,

sì com'egli ebbe poi a suo piacere,

e rispuosele: — Donna, io vi fo fede

quanto posso maggiore, ch'al volere

di voi io sono e sarò sempre presto. —

E altro disse, e gissen dopo questo.

Egli era grande e bel della persona,

giovane fresco e piacevole assai,

e forte e fier, sì come si ragiona,

e parlante quant'altro greco mai,

e ad amor la natura avea prona;

le quai cose Criseida ne' suoi guai,

partito lui, seco venne pensando,

d'accostarsi o fuggirsi dubitando.

Queste la fer raffreddar nel pensiero

caldo ch'avea pur di voler reddire;

queste piegaro il suo animo intero

che 'n ver Troiolo aveva, ed il disire

torsono indietro, e 'l tormento severo

nuova speranza alquanto fé fuggire;

e da queste cagion sommossa, avvenne

che la promessa a Troiol non attenne.