Penelope a UlisseEpistola prima
Quell'infelice tua consorte e fida
Penelope, ch'invan tant'anni ha spesi
Sol aspettando, e desiando il giorno
Che tu ritorni, o mio bramato Ulisse,
Dopo tanto sperar fallace e vano,
Questa ti scrive, e d'altra carta in vece,
Ulisse sol, sol te suo sposo attende.
La già da noi fanciulle amanti greche
Cotanto odiata, e sì noiosa Troia
Caduta è in terra; e 'l superb'Ilio a pena
E 'l suo re di tant'odio unqua fu degno.
Oh fosse al ciel piaciuto, allor che l'empio
Paride volse al bel paese greco
Le vele sue, lo scelerato avesse
Fiaccati i legni in qualche strano scoglio,
E lo s'avesser tranghiottito l'onde!
Ch'io non avrei l'abbandonate piume
E fredda e sola or abbracciate e strette
Più volte indarno; e lamentata unquanco
Non mi sarei che così pigri e lenti
Fossero stati i bei destrier del Sole
A tuffarsi ne l'onde, e la gran tela
Non m'avrebbe stancate ambe le braccia,
Mentr'io cercava, e sconsolata e sola,
L'ore ingannar de la noiosa notte.
Quando fu mai ch'io non temessi, ahi lassa,
I perigli maggior, che soglion sempre
Portar con loro i bellicosi assalti?
Amor mai sempre è di sospetto pieno.
Io mi fingea che disdegnosi e fieri
Le squadre lor verso i soldati greci
Movesser quei di Troia, e al nome solo
D'Ettore invitto impallidiva il volto.
S'altri poi mi dicea che 'l gran Troiano
Ad Antiloco tolto avesse l'alma
(Egli del mio timor cagion fu sempre),
O ver che sotto a le mentite insegne
Et armi altrui, il gran Patroclo avesse
Finiti i suoi bei dì, lassa, piangeva,
Temendo ch'assai più le forze altrui
Non valesser de' tuoi sagaci inganni.
Ma via più crebbe il mio spavento allora
Ch'udii che Sarpedon l'asta avea tinta
Nel sangue di Tlepolemo; e quei tutti
Greci, che là sul Simoenta e 'l Xanto
Fecer del sangue lor l'acque vermiglie,
Mi cangiavano il cor subito in ghiaccio.
Ma ben provide al mio pudico amore
Il giusto Dio, quand'ei l'antica Troia,
Salvo il consorte mio, converse in polve.
Già della Grecia i più famosi duci
Son ritornati, e i sacrosanti altari
Fuman d'incensi, e le troiane spoglie
Pendan sospese ai tempii, e le pietose
E caste donne pe' lor salvi sposi
Porgon devote ai lor paterni Iddii
Ostie, ghirlande, e sacrifici, e voti;
Et essi a quelle i bellicosi assalti
Narrano, e come i valorosi Greci
Vinser le forze de' troiani Dii.
Le timide fanciulle, i vecchi infermi
Taciti stan per meraviglia, e muti;
E la casta moglier tien gli occhi intesi,
Senza battergli pur, nel volto amato
Del suo consorte, e le parole ascolta.
Altri col dito in su la mensa mostra
L'aspre battaglie, e la gran Troia tutta
Dipinge, e dice a chi l'ascolta intento:
– Quindi correva il Simoenta, e quinci
Era il monte Sigeo, e qui l'immenso
Alto seggio real del vecchio e santo
Priamo, e quivi il grande Achille aveva,
E quivi Ulisse il padiglion disteso;
E qui 'l famoso Ettor, nel sangue involto
E nella polve, in gran spavento pose
Gli sfrenati cavai, che ben tre volte
Lo strascinaro alla gran Troia intorno –.
Io queste cose ho dal mio figlio intese,
A cui narrolle il diligente e saggio
Vecchio Nestor, quand'ei mandato fue
A cercar te, suo tanto amato padre;
E m'ha narrato ancor come uccidesti
Dolone e Reso, e come quei tradito
Fu dal tuo inganno, e dal suo sonno questi.
Troppo fu il grande ardir, troppo alta impresa
Prendesti Ulisse, e ben mostrasti, allora
Che con l'animo invitto entrasti dentro
Ai traci padiglion di notte, e solo,
E con la scorta sol d'un fido amico
Togliesti l'alma a tanti, aver te stesso,
La consorte, il figliuol, la patria, e 'l padre,
E ciò che v'hai di buon, posto in oblio.
Tu già ben fusti accorto, e de' perigli
Saggio conoscitore, e fusti ancora
Ricordevol di me: ma poi che dentro
A l'alma il tempo intepidì l'ardore,
Tu non timor, tu non periglio attendi.
Mentre io l'orecchie a le famose prove
Porgeva intenta, un timor freddo scorse
Per tutte l'ossa, e sì percosse il core,
E tanto si batté, ch'io, lassa, udii
Che del gran Reso al greco campo intorno
Tu vincitore i bei destrier menasti.
Ma che mi giova, oimè, ch'in terra giaccia
Ilio per le man vostre? e che quei muri,
Già cotant'alti, or sian conversi in polve,
S'io sono ancor qual fui mentre anco in piedi
Si stava Troia, e s'io mai sempre deggio
Guidar quest'anni miei vedova e sola?
Ben per l'altre è caduta: io sol son quella
Per cui vive ancor Troia, ove ora il greco
Vittorioso abitator novello
Ara i campi troiani, e 'l curvo aratro
L'ossa non ben sepolte or fende, or rompe,
E l'ampie case, e le superbe logge,
I sacri templi, e gli edifici alteri
Or sono in terra, e vil gli adombra e cuopre
Inutil erba: e già le biade intorno
Ivi cresciute son, dove eran l'alte
Famose mura, e già la falce adunca
L'avaro mietitore ivi entro adopra,
Ove il sangue troian la terra impingua.
Tu vincitor, tu sol tra tanti duci
Ti stai lontan, misera me, né pure
Saper mi lice ond'ha cagion la tua
Sì lunga assenza, o ver sotto a qual parte
Del ciel, lunge da me, tua vita guidi.
Ciascun nocchier che peregrin rivolge
La nave a questi lidi, ei quindi mai
Non parte, ch'io del mio diletto Ulisse
Non lo domandi; e questi versi brevi
Ti scrivo sol perché s'a caso il fido
Messo ti trovi in qualche parte errando,
Ti faccia fé de la mia vita afflitta.
Io per trovarti ho già più volte in Sparta,
Et in Pilio mandato, e quindi e quinci
Ritornan sempre di certezza voti
I fidi messi: e quanto meglio fora
Per me ch'ancor le celebrate mura
Fossero in piè de l'abbruciata Troia!
Io mi pento d'aver sì santi voti
Fatti già per suo mal, ch'io pur saprei
Sotto a che ciel tu guerreggiassi, e solo
Avrei timor de le battaglie incerte,
E i duri miei, gravosi, aspri lamenti
Misti sarien con quei de l'altre insieme.
Io non so quel ch'io tema, e temo il tutto,
E dentro a l'alma il mio timor più cresce:
E tutti quei perigli, ahi folle, temo
Che son ne l'onde, e quei ch'arreca poi
La terra seco, e de la lunga assenza
Or questi accuso, or quei, misera, incolpo.
E mentre ch'io dentr'al mio petto albergo,
Stolta, questi pensier, forse esser puote
(Sì sete levi, e d'aver donne ingordi)
Che nuovo amor mi ti ritegna e tolga,
E ch'altra donna al tuo venir contrasti,
A cui forse racconti aver per moglie
Una femina rozza, e che non sappia
Altro che trar da la conocchia il lino.
Piaccia al ciel ch'io mi inganni, e che di quanto
Io t'incolpo sia vano, e che tu voglia
Starti lontan, benché tornar tu possa.
Il vecchio padre mio mi sforza ognora
A dispregiar le pria da te neglette
Vedove piume, e mia tardanza accusa.
Dicami pur quanto gli piace oltraggio,
Ch'ei m'è forza esser tua, et io mai sempre
Sarò d'Ulisse e fid'amante, e sposa.
Ei nondimeno a le pudiche preci,
Et a la mia pietà s'inchina e piega,
E l'impeto e 'l valor raffrena e frange.
Quanti sfacciati poi rivali e proci
Da Dulico, da Samo, e da Zacinto
Venuti son, sol per avermi? e senza
Ch'alcun contrasti lor, s'annidan dentro
Al nostro albergo, a cui disperder veggio
Nostre ricchezze, oimè, che son le nostre
Viscere care. E che dirò de l'empio
Pisandro e di Polibo, e di quell'altro
Disonesto Medonte? E che dapoi
Racconterò de l'importuno Antino,
E del rapace Erimaco, e di mille
Uomini vili, e di lignaggio oscuri,
Che dentro al ricco et onorato nido,
Così lontan, con le ricchezze istesse
Che col proprio valor, col ferro e sangue
Acquistate ti sei, nutrisci e pasci?
Il vorace Melanto, Iro mendico
(O di tua casa illustre ultimo scorno!),
Presti son ne' tuoi danni, intenti e pronti,
Né possiam far lor forza inermi e soli,
Ché sol tre difensori, il vecchio e bianco
Laerte, il picciol figlio, e la tua donna,
Non possiam fare a lor valor contrasto.
Perch'io femina son, quei colmo d'anni,
E questi per l'età debile e frale,
E quasi che per fraude or l'ho perduto,
Mentre ei, mal grado e del suo avo, e mio,
Irsene sol s'apparecchiava in Pilio.
Oh piaccia a Dio, che rivolgendo il cielo
Le vite nostre, ancor che corte e frali,
Con ordin dritto, ei sopraviva a noi,
E de' suoi genitor chiuda le luci!
Queste medesme al ciel querele e voci
Manda il bifolco, e la nutrice antica,
E 'l guardian fido dell'immondo gregge.
Ma né Laerte ancor, che d'anni carco
È disutile altrui, grave a se stesso,
Puote tra tanto stuol, nel mezzo a tanti
Nimici, i regni tuoi difender solo:
E' verrà forse al tuo figliuol con gli anni,
Pur ch'egli viva, ardir maggiore, e forza;
Ma l'ardir, ma 'l valor del padre invitto
Doveva agli anni suoi teneri e infermi
Soccorrer presto, e contrastare altrui.
Et io che donna son, timida e vile,
Non ho valor del nostro albergo fore
Trar gli avversari nostri: eh vienne, Ulisse,
Eh vien più tosto tu, che del tuo figlio,
Del vecchio padre tuo, della tua sposa
Il porto sei, la tramontana, e l'aura.
Tu hai pur un figliuol, che bench'ei sia
Tenero d'anni, esser dovea nodrito
Da te, con dolce e con pietoso affetto,
Nelle paterne discipline e leggi.
Risguarda ancor come di tempo e d'anni
È già carco Laerte, e come ei chiede,
Già vicino al suo dì, che tu suo figlio
Gli chiuda gli occhi; e deh rivolgi poi
Gli occhi a me tua consorte, a me, ch'allora
Che tu quindi partisti, era in sul fiore
Degli anni miei più verdi, a te più cari,
Ch'or vecchia ti parrò, cresposa, e bianca.