Penelope a UlisseEpistola prima

By Remigio Nannini

Quell'infelice tua consorte e fida

Penelope, ch'invan tant'anni ha spesi

Sol aspettando, e desiando il giorno

Che tu ritorni, o mio bramato Ulisse,

Dopo tanto sperar fallace e vano,

Questa ti scrive, e d'altra carta in vece,

Ulisse sol, sol te suo sposo attende.

La già da noi fanciulle amanti greche

Cotanto odiata, e sì noiosa Troia

Caduta è in terra; e 'l superb'Ilio a pena

E 'l suo re di tant'odio unqua fu degno.

Oh fosse al ciel piaciuto, allor che l'empio

Paride volse al bel paese greco

Le vele sue, lo scelerato avesse

Fiaccati i legni in qualche strano scoglio,

E lo s'avesser tranghiottito l'onde!

Ch'io non avrei l'abbandonate piume

E fredda e sola or abbracciate e strette

Più volte indarno; e lamentata unquanco

Non mi sarei che così pigri e lenti

Fossero stati i bei destrier del Sole

A tuffarsi ne l'onde, e la gran tela

Non m'avrebbe stancate ambe le braccia,

Mentr'io cercava, e sconsolata e sola,

L'ore ingannar de la noiosa notte.

Quando fu mai ch'io non temessi, ahi lassa,

I perigli maggior, che soglion sempre

Portar con loro i bellicosi assalti?

Amor mai sempre è di sospetto pieno.

Io mi fingea che disdegnosi e fieri

Le squadre lor verso i soldati greci

Movesser quei di Troia, e al nome solo

D'Ettore invitto impallidiva il volto.

S'altri poi mi dicea che 'l gran Troiano

Ad Antiloco tolto avesse l'alma

(Egli del mio timor cagion fu sempre),

O ver che sotto a le mentite insegne

Et armi altrui, il gran Patroclo avesse

Finiti i suoi bei dì, lassa, piangeva,

Temendo ch'assai più le forze altrui

Non valesser de' tuoi sagaci inganni.

Ma via più crebbe il mio spavento allora

Ch'udii che Sarpedon l'asta avea tinta

Nel sangue di Tlepolemo; e quei tutti

Greci, che là sul Simoenta e 'l Xanto

Fecer del sangue lor l'acque vermiglie,

Mi cangiavano il cor subito in ghiaccio.

Ma ben provide al mio pudico amore

Il giusto Dio, quand'ei l'antica Troia,

Salvo il consorte mio, converse in polve.

Già della Grecia i più famosi duci

Son ritornati, e i sacrosanti altari

Fuman d'incensi, e le troiane spoglie

Pendan sospese ai tempii, e le pietose

E caste donne pe' lor salvi sposi

Porgon devote ai lor paterni Iddii

Ostie, ghirlande, e sacrifici, e voti;

Et essi a quelle i bellicosi assalti

Narrano, e come i valorosi Greci

Vinser le forze de' troiani Dii.

Le timide fanciulle, i vecchi infermi

Taciti stan per meraviglia, e muti;

E la casta moglier tien gli occhi intesi,

Senza battergli pur, nel volto amato

Del suo consorte, e le parole ascolta.

Altri col dito in su la mensa mostra

L'aspre battaglie, e la gran Troia tutta

Dipinge, e dice a chi l'ascolta intento:

– Quindi correva il Simoenta, e quinci

Era il monte Sigeo, e qui l'immenso

Alto seggio real del vecchio e santo

Priamo, e quivi il grande Achille aveva,

E quivi Ulisse il padiglion disteso;

E qui 'l famoso Ettor, nel sangue involto

E nella polve, in gran spavento pose

Gli sfrenati cavai, che ben tre volte

Lo strascinaro alla gran Troia intorno –.

Io queste cose ho dal mio figlio intese,

A cui narrolle il diligente e saggio

Vecchio Nestor, quand'ei mandato fue

A cercar te, suo tanto amato padre;

E m'ha narrato ancor come uccidesti

Dolone e Reso, e come quei tradito

Fu dal tuo inganno, e dal suo sonno questi.

Troppo fu il grande ardir, troppo alta impresa

Prendesti Ulisse, e ben mostrasti, allora

Che con l'animo invitto entrasti dentro

Ai traci padiglion di notte, e solo,

E con la scorta sol d'un fido amico

Togliesti l'alma a tanti, aver te stesso,

La consorte, il figliuol, la patria, e 'l padre,

E ciò che v'hai di buon, posto in oblio.

Tu già ben fusti accorto, e de' perigli

Saggio conoscitore, e fusti ancora

Ricordevol di me: ma poi che dentro

A l'alma il tempo intepidì l'ardore,

Tu non timor, tu non periglio attendi.

Mentre io l'orecchie a le famose prove

Porgeva intenta, un timor freddo scorse

Per tutte l'ossa, e sì percosse il core,

E tanto si batté, ch'io, lassa, udii

Che del gran Reso al greco campo intorno

Tu vincitore i bei destrier menasti.

Ma che mi giova, oimè, ch'in terra giaccia

Ilio per le man vostre? e che quei muri,

Già cotant'alti, or sian conversi in polve,

S'io sono ancor qual fui mentre anco in piedi

Si stava Troia, e s'io mai sempre deggio

Guidar quest'anni miei vedova e sola?

Ben per l'altre è caduta: io sol son quella

Per cui vive ancor Troia, ove ora il greco

Vittorioso abitator novello

Ara i campi troiani, e 'l curvo aratro

L'ossa non ben sepolte or fende, or rompe,

E l'ampie case, e le superbe logge,

I sacri templi, e gli edifici alteri

Or sono in terra, e vil gli adombra e cuopre

Inutil erba: e già le biade intorno

Ivi cresciute son, dove eran l'alte

Famose mura, e già la falce adunca

L'avaro mietitore ivi entro adopra,

Ove il sangue troian la terra impingua.

Tu vincitor, tu sol tra tanti duci

Ti stai lontan, misera me, né pure

Saper mi lice ond'ha cagion la tua

Sì lunga assenza, o ver sotto a qual parte

Del ciel, lunge da me, tua vita guidi.

Ciascun nocchier che peregrin rivolge

La nave a questi lidi, ei quindi mai

Non parte, ch'io del mio diletto Ulisse

Non lo domandi; e questi versi brevi

Ti scrivo sol perché s'a caso il fido

Messo ti trovi in qualche parte errando,

Ti faccia fé de la mia vita afflitta.

Io per trovarti ho già più volte in Sparta,

Et in Pilio mandato, e quindi e quinci

Ritornan sempre di certezza voti

I fidi messi: e quanto meglio fora

Per me ch'ancor le celebrate mura

Fossero in piè de l'abbruciata Troia!

Io mi pento d'aver sì santi voti

Fatti già per suo mal, ch'io pur saprei

Sotto a che ciel tu guerreggiassi, e solo

Avrei timor de le battaglie incerte,

E i duri miei, gravosi, aspri lamenti

Misti sarien con quei de l'altre insieme.

Io non so quel ch'io tema, e temo il tutto,

E dentro a l'alma il mio timor più cresce:

E tutti quei perigli, ahi folle, temo

Che son ne l'onde, e quei ch'arreca poi

La terra seco, e de la lunga assenza

Or questi accuso, or quei, misera, incolpo.

E mentre ch'io dentr'al mio petto albergo,

Stolta, questi pensier, forse esser puote

(Sì sete levi, e d'aver donne ingordi)

Che nuovo amor mi ti ritegna e tolga,

E ch'altra donna al tuo venir contrasti,

A cui forse racconti aver per moglie

Una femina rozza, e che non sappia

Altro che trar da la conocchia il lino.

Piaccia al ciel ch'io mi inganni, e che di quanto

Io t'incolpo sia vano, e che tu voglia

Starti lontan, benché tornar tu possa.

Il vecchio padre mio mi sforza ognora

A dispregiar le pria da te neglette

Vedove piume, e mia tardanza accusa.

Dicami pur quanto gli piace oltraggio,

Ch'ei m'è forza esser tua, et io mai sempre

Sarò d'Ulisse e fid'amante, e sposa.

Ei nondimeno a le pudiche preci,

Et a la mia pietà s'inchina e piega,

E l'impeto e 'l valor raffrena e frange.

Quanti sfacciati poi rivali e proci

Da Dulico, da Samo, e da Zacinto

Venuti son, sol per avermi? e senza

Ch'alcun contrasti lor, s'annidan dentro

Al nostro albergo, a cui disperder veggio

Nostre ricchezze, oimè, che son le nostre

Viscere care. E che dirò de l'empio

Pisandro e di Polibo, e di quell'altro

Disonesto Medonte? E che dapoi

Racconterò de l'importuno Antino,

E del rapace Erimaco, e di mille

Uomini vili, e di lignaggio oscuri,

Che dentro al ricco et onorato nido,

Così lontan, con le ricchezze istesse

Che col proprio valor, col ferro e sangue

Acquistate ti sei, nutrisci e pasci?

Il vorace Melanto, Iro mendico

(O di tua casa illustre ultimo scorno!),

Presti son ne' tuoi danni, intenti e pronti,

Né possiam far lor forza inermi e soli,

Ché sol tre difensori, il vecchio e bianco

Laerte, il picciol figlio, e la tua donna,

Non possiam fare a lor valor contrasto.

Perch'io femina son, quei colmo d'anni,

E questi per l'età debile e frale,

E quasi che per fraude or l'ho perduto,

Mentre ei, mal grado e del suo avo, e mio,

Irsene sol s'apparecchiava in Pilio.

Oh piaccia a Dio, che rivolgendo il cielo

Le vite nostre, ancor che corte e frali,

Con ordin dritto, ei sopraviva a noi,

E de' suoi genitor chiuda le luci!

Queste medesme al ciel querele e voci

Manda il bifolco, e la nutrice antica,

E 'l guardian fido dell'immondo gregge.

Ma né Laerte ancor, che d'anni carco

È disutile altrui, grave a se stesso,

Puote tra tanto stuol, nel mezzo a tanti

Nimici, i regni tuoi difender solo:

E' verrà forse al tuo figliuol con gli anni,

Pur ch'egli viva, ardir maggiore, e forza;

Ma l'ardir, ma 'l valor del padre invitto

Doveva agli anni suoi teneri e infermi

Soccorrer presto, e contrastare altrui.

Et io che donna son, timida e vile,

Non ho valor del nostro albergo fore

Trar gli avversari nostri: eh vienne, Ulisse,

Eh vien più tosto tu, che del tuo figlio,

Del vecchio padre tuo, della tua sposa

Il porto sei, la tramontana, e l'aura.

Tu hai pur un figliuol, che bench'ei sia

Tenero d'anni, esser dovea nodrito

Da te, con dolce e con pietoso affetto,

Nelle paterne discipline e leggi.

Risguarda ancor come di tempo e d'anni

È già carco Laerte, e come ei chiede,

Già vicino al suo dì, che tu suo figlio

Gli chiuda gli occhi; e deh rivolgi poi

Gli occhi a me tua consorte, a me, ch'allora

Che tu quindi partisti, era in sul fiore

Degli anni miei più verdi, a te più cari,

Ch'or vecchia ti parrò, cresposa, e bianca.