PER IL PRIMO CONGRESSO DEI DOTTI TENUTO IN PISA NEL 1839
Di sì nobile Congresso
si rallegra con se stesso
tutto l'uman genere.
Trai potenti della penna
non si tratta, come a Vienna,
d'allottare i popoli.
E per questo un tirannetto
da quattordici al duetto
grida: — Oh che spropositi!
Questo principe toscano,
per tedesco e per sovrano,
ciurla un po' nel manico.
Lasciar fare a chi fa bene?
Ma badate se conviene!
via, non è da principe.
Inter nos, la tolleranza
è una vera sconcordanza,
cosa che dà scandalo.
Non siam re mica in Siberia:
Dio 'l volesse! Oh che miseria
cavalcar l'Italia!
Qui, nell'aria, nel terreno,
chi lo sa? c'è del veleno:
buscherato il genio!
Un'Altezza di talento
questo bel ragionamento
faccia a se medesimo:
se la stessa teoria
segue, salvo l'eresia,
il morale e il fisico;
anco il lume di ragione,
per virtù di riflessione,
cresce e si moltiplica.
E siccome a chi governa
è nemica la lanterna
che portò Diogene,
dal mio Stato felicissimo
(che per grazia dell'Altissimo
serbo nelle tenebre)
imporrò con un decreto
che chi puzza d'alfabeto
torni indietro subito;
e proseguano il viaggio,
purché paghino il pedaggio,
solamente gli asini.
Ma quel matto di Granduca
di tener la gente ciuca
non conosce il bandolo.
Qualche birba lo consiglia,
o il mestare è di famiglia
vizio ereditario.
Guardi me, che so il mestiere,
e che faccio il mio dovere
propagando gli ebeti.
Per antidoto al progresso,
al mio popolo ho concesso
di non saper leggere.
Educato all'ignoranza,
serva, paghi, e me n'avanza:
regnerò con comodo.
Sì, son Vandalo d'origine,
e proteggo la caligine,
e rinculo il secolo.
Maledetto l'Ateneo,
che festeggia il Galileo,
benedetto l'Indice.