PER LA PASSIONE DI NOSTRO SIGNORE

By Vincenzo Monti

Tristo pensier, che dal funeréo monte,

Ove spirar trafitto un Dio vedesti

Ritorni indietro sbigottito in fronte,

Ove spingi i miei passi; e qual per questi

Scuri deserti e flebili campagne

Scene di lutto e di terror m'appresti?

Qua si squarciano i fianchi alle montagne

Là il mar da lungi per tempesta freme;

Di sopra il cielo inorridisce e piagne;

Di sotto incerta e tremebonda geme

La terra, e nell'antico inondamento

Dell'abisso natío sepolta ir teme.

Non più: nell'alma risvegliarsi io sento

In faccia alla commossa ira divina

Di natura il cordoglio e lo spavento.

Veggo le vie dell'empia Palestina,

Veggo il Giordan che tra le meste sponde

Torbido e lamentoso al mar cammina.

Qui passò l'arca del gran patto; e l'onde

Ritiraronsi indietro riverenti,

Lasciando asciutte le lor vie profonde:

Qui battezzava i popoli credenti

Quel giusto che il comun riparatore

Per le sorde annunciò selve alle genti:

Qui sconosciuto il nazaren Signore

Giunse ancor esso, ed il lavacro chiese

All'attonita man del precursore;

E tosto pel sereno aere s'accese

Un lampo, e – Questi è il figlio mio diletto –

Da bianca nube risuonar s'intese.

Fiume superbo, che dall'imo letto

Uscisti allora per baciar le sante

Orme e bearti in quel celeste aspetto;

Dimmi dove in mirarlo il flutto errante

Fermasti innamorato, e dove pose

Su la tua riva il mio Gesù le piante.

Dimmi ove sono i gigli ove le rose,

Che, dovunque il divin piede arrestossi,

Spuntarono fragranti e rugiadose.

Ohimè! tu roco gemi, e dai commossi

Gorghi dir sembri in flebil mormorío

Che tutto in pianto il tuo gioir cangiossi.

Tal non eri, o Giordan, quando s'udìo

La davidica cetra alle tue rive

Gli alti portenti celebrar di Dio.

Allor vedesti di baldanza prive

Del fiero Madian di Moab le schiere

Su' tuoi ponti passar vinte e captive:

Allor di Sion su le guerriere

Torri mirasti all'aria sventolanti

Le lacerate filistèe bandiere;

Mentre terror di regi e di giganti

Ruggìa 'l leon di Giuda, e altier correa

Fra' barbarici cocchi ed elefanti.

Ma dileguossi la grandezza ebrea

Come l'onda che fugge, e sol restonne

Una languente disprezzata idea.

Lo splendor del Carmelo e del Saronne,

Il salvatore d'Israele apparse,

E nol conobbe l'infedel Sionne.

L'orgogliosa non volle rammentarse

De' suoi profeti l'ispirata voce

Che udìa spesso all'orecchio risuonarse;

Quando vaticinaro in tuon feroce,

Rotta la benda del futuro, il nume

Da lei bramato e poi confitto in croce.

Figlia d'empio ladron, le infami piume

Di Babilonia tu calcasti, e il ciglio

Chiudesti allor di veritade al lume.

Ma quel Dio che tu sprezzi in tuo periglio

Ve' che caldo di sdegni onnipossenti

Or viene il sangue a vendicar del figlio.

Sotto il suo piè del cielo i firmamenti

Piegansi vacillando, e gli aquiloni

L'alzano su le fosche ale frementi:

Gli mugghiano d'intorno i rauchi tuoni:

Ed egli al fianco la faretra ha piena

D'infocate saette e di carboni.

Qual fumo all'austro e qual minuta arena

Si dileguano i monti a lui davante,

E il rapid'occhio gli va dietro appena.

Di sua giust'ira gravido e sonante

Già dall'Ausonia il turbo scende e fischia

A sterminar del Libano le piante.

L'ode il Cedron da lungi, e non s'arrischia

Dal gorgo alzar la fronte; e paventando

Col picciol Siloe si confonde e mischia.

Già le tue piagge illuminar sdegnando

S'annera il sole: e Dio tirò su l'empio

Tuo capo fuor della vagina il brando.

Io ne veggo il balen: veggo lo scempio

Di tua superba sinagoga impura,

Arsi gli altari e rovesciato il tempio.

Veggo il lutto la morte e la paura

Fra il suon lugùbre d'oricalchi e trombe

Tremendi errar su le cadenti mura.

Come atterrite timide colombe,

Le vergini innocenti i vecchi imbelli

Fuggon nelle caverne e nelle tombe.

Arruffata le ciglia, irta i capelli,

Va disperazion correndo: e stolta

Cerca contro il suo sen spade e coltelli.

Il disordin la segue, e tuttavolta

Vie più spaventa la città; che cade

Nel proprio sangue orribilmente involta.

Fra le stragi e il terror la crudeltade

Esulta e freme, nè fiorite guance

Risparmia ingorda nè rugosa etade.

Con ferri nudi ed abbassate lance

Sopra un monte cavalca il vincitore

Di tronche teste e di squarciate pance.

Ardon le case, ed il divin furore

Soffia dentro l'incendio, e vendicato

Il ciel sorride fra cotanto orrore.

Così d'obbrobrio carco e incatenato

Traggon vittrici l'aquile latine

Della sleal Gerusalemme il fato.

Ed essa or giace fra virgulti e spine

Sepolta, e sol l'adorna e manifesta

L'orrido avanzo delle sue ruine.

Così quando del ciel fiamma funesta

Una quercia ferì, che i larghi bronchi

Alto all'aure spandea per la foresta;

Benchè squarciati affumicati e monchi

Pur su l'arso sabbion col proprio pondo

Ritti si stanno e maestosi i tronchi,

Quasi aspettando il fulmine secondo.