PER LA PASSIONE DI NOSTRO SIGNORE
Tristo pensier, che dal funeréo monte,
Ove spirar trafitto un Dio vedesti
Ritorni indietro sbigottito in fronte,
Ove spingi i miei passi; e qual per questi
Scuri deserti e flebili campagne
Scene di lutto e di terror m'appresti?
Qua si squarciano i fianchi alle montagne
Là il mar da lungi per tempesta freme;
Di sopra il cielo inorridisce e piagne;
Di sotto incerta e tremebonda geme
La terra, e nell'antico inondamento
Dell'abisso natío sepolta ir teme.
Non più: nell'alma risvegliarsi io sento
In faccia alla commossa ira divina
Di natura il cordoglio e lo spavento.
Veggo le vie dell'empia Palestina,
Veggo il Giordan che tra le meste sponde
Torbido e lamentoso al mar cammina.
Qui passò l'arca del gran patto; e l'onde
Ritiraronsi indietro riverenti,
Lasciando asciutte le lor vie profonde:
Qui battezzava i popoli credenti
Quel giusto che il comun riparatore
Per le sorde annunciò selve alle genti:
Qui sconosciuto il nazaren Signore
Giunse ancor esso, ed il lavacro chiese
All'attonita man del precursore;
E tosto pel sereno aere s'accese
Un lampo, e – Questi è il figlio mio diletto –
Da bianca nube risuonar s'intese.
Fiume superbo, che dall'imo letto
Uscisti allora per baciar le sante
Orme e bearti in quel celeste aspetto;
Dimmi dove in mirarlo il flutto errante
Fermasti innamorato, e dove pose
Su la tua riva il mio Gesù le piante.
Dimmi ove sono i gigli ove le rose,
Che, dovunque il divin piede arrestossi,
Spuntarono fragranti e rugiadose.
Ohimè! tu roco gemi, e dai commossi
Gorghi dir sembri in flebil mormorío
Che tutto in pianto il tuo gioir cangiossi.
Tal non eri, o Giordan, quando s'udìo
La davidica cetra alle tue rive
Gli alti portenti celebrar di Dio.
Allor vedesti di baldanza prive
Del fiero Madian di Moab le schiere
Su' tuoi ponti passar vinte e captive:
Allor di Sion su le guerriere
Torri mirasti all'aria sventolanti
Le lacerate filistèe bandiere;
Mentre terror di regi e di giganti
Ruggìa 'l leon di Giuda, e altier correa
Fra' barbarici cocchi ed elefanti.
Ma dileguossi la grandezza ebrea
Come l'onda che fugge, e sol restonne
Una languente disprezzata idea.
Lo splendor del Carmelo e del Saronne,
Il salvatore d'Israele apparse,
E nol conobbe l'infedel Sionne.
L'orgogliosa non volle rammentarse
De' suoi profeti l'ispirata voce
Che udìa spesso all'orecchio risuonarse;
Quando vaticinaro in tuon feroce,
Rotta la benda del futuro, il nume
Da lei bramato e poi confitto in croce.
Figlia d'empio ladron, le infami piume
Di Babilonia tu calcasti, e il ciglio
Chiudesti allor di veritade al lume.
Ma quel Dio che tu sprezzi in tuo periglio
Ve' che caldo di sdegni onnipossenti
Or viene il sangue a vendicar del figlio.
Sotto il suo piè del cielo i firmamenti
Piegansi vacillando, e gli aquiloni
L'alzano su le fosche ale frementi:
Gli mugghiano d'intorno i rauchi tuoni:
Ed egli al fianco la faretra ha piena
D'infocate saette e di carboni.
Qual fumo all'austro e qual minuta arena
Si dileguano i monti a lui davante,
E il rapid'occhio gli va dietro appena.
Di sua giust'ira gravido e sonante
Già dall'Ausonia il turbo scende e fischia
A sterminar del Libano le piante.
L'ode il Cedron da lungi, e non s'arrischia
Dal gorgo alzar la fronte; e paventando
Col picciol Siloe si confonde e mischia.
Già le tue piagge illuminar sdegnando
S'annera il sole: e Dio tirò su l'empio
Tuo capo fuor della vagina il brando.
Io ne veggo il balen: veggo lo scempio
Di tua superba sinagoga impura,
Arsi gli altari e rovesciato il tempio.
Veggo il lutto la morte e la paura
Fra il suon lugùbre d'oricalchi e trombe
Tremendi errar su le cadenti mura.
Come atterrite timide colombe,
Le vergini innocenti i vecchi imbelli
Fuggon nelle caverne e nelle tombe.
Arruffata le ciglia, irta i capelli,
Va disperazion correndo: e stolta
Cerca contro il suo sen spade e coltelli.
Il disordin la segue, e tuttavolta
Vie più spaventa la città; che cade
Nel proprio sangue orribilmente involta.
Fra le stragi e il terror la crudeltade
Esulta e freme, nè fiorite guance
Risparmia ingorda nè rugosa etade.
Con ferri nudi ed abbassate lance
Sopra un monte cavalca il vincitore
Di tronche teste e di squarciate pance.
Ardon le case, ed il divin furore
Soffia dentro l'incendio, e vendicato
Il ciel sorride fra cotanto orrore.
Così d'obbrobrio carco e incatenato
Traggon vittrici l'aquile latine
Della sleal Gerusalemme il fato.
Ed essa or giace fra virgulti e spine
Sepolta, e sol l'adorna e manifesta
L'orrido avanzo delle sue ruine.
Così quando del ciel fiamma funesta
Una quercia ferì, che i larghi bronchi
Alto all'aure spandea per la foresta;
Benchè squarciati affumicati e monchi
Pur su l'arso sabbion col proprio pondo
Ritti si stanno e maestosi i tronchi,
Quasi aspettando il fulmine secondo.