PER S.A. DON PIETRO VIGILIO DE' PRINCIPI THUNN, ELETTO VESCOVO DI TRENTO.
Già desto dalle pronte ore il mattino
In ciel le stelle avea disperse e rotte
Davanti al sol per metterlo in cammino;
E in faccia al suo splendor vinta la notte,
Raccogliendo le sparse atre tenèbre,
Le chiudea d'aquilon dentro le grotte:
Quand'io fuor d'uso da pungenti e crebre
Immagini commosso, e stanco omai
Di cercar più riposo alle palpebre,
Per un'incerta via m'incamminai;
E spinto sol dal mio pensier, sul passo
D'un antro, non so come, io mi trovai.
Giù dalla schiena d'elevato masso
Un fonticel di linfa cristallina
Venìa serpendo e zampillando abbasso;
E di spruzzi spargea l'erba vicina,
Che ne fea tersi e tremoli specchietti
Al brillar della luce mattutina.
Ferìano i raggi orientali e schietti
L'interno del gentil speco romito,
Che di mille ridea freschi fioretti.
De' venticelli l'aleggiar gradito
Il tranquillo silenzio a entrar là drento
Facean soave a mia stanchezza invito.
Ma tremar tutta all'improvviso io sento
Sotto i piè la spelonca, e in tuon profondo
Fremere un rauco sotterraneo vento.
Ed ecco uscir gagliardo e furibondo
Di nebbia un gruppo e di vapor, che stretto
Alla persona mi s'avvolge a tondo,
E via mi sbalza in men ch'io non l'ho detto,
Imperversando, in queste parti e in quelle:
Pensa se il cor mi traballava in petto.
Tal gravido di caspie atre procelle
Il sifon burrascoso i greggi erranti
Ruota insiem coi pastor fino alle stelle,
Quando talor due turbini cozzanti
Vanno dell'aria a disputar l'impero
In tenebrosi orribili sembianti:
Mugghiano all'urlo spaventoso e fiero
L'eccelse rupi, e impaurito altrove
Fugge travolto il rio dal suo sentiero.
Chiuso in quel fosco nembo io non so dove
Mi spingesse il soffiar d'austro possente:
Tanta su gli occhi oscurità mi piove.
L'aere, che il peso inusitato sente,
E fischia e rugge e dentro il crin si caccia,
E l'orecchio m'introna orribilmente.
L'ira il fragor del vento e la minaccia
Mi fe al cielo con prieghi ardenti e vivi
Supplichevole alzar ambe le braccia.
E tosto alcun, cred'io, de' sommi divi,
— Ferma, o turbo, gridò, ferma le penne:
E tu non paventar, ma guarda e scrivi. —
Il turbo le sonanti ale trattenne
Ubbidiente per l'etereo calle,
E la nebbia in due parti aprendo venne.
Essa mi pose su le verdi spalle
Di deserta collina, e si disperse
Fuggendo in sen d'una profonda valle.
Gittai lo sguardo intorno, e mi s'aperse
Dinanzi agli occhi una campagna piana,
Che portentosa vision m'offerse.
Spirto celeste, che per via sì strana
Mi scegliesti a mirar le sapienti
Tracce d'eterna providenza arcana;
Dammi, spirto di Dio, lingua ed accenti,
Onde le viste meraviglie io dica
E fede acquisti dall'estranie genti.
Tutta ingombrava quella spiaggia aprica
Un gregge in abbandon, bianco qual fôra
La brina in vetta d'una balza antica.
Giacea sul campo d'un pastor pur ora
Morto la spoglia, che la verga avea,
Terror di belve, nella mano ancora.
De' verdi paschi immemore correa
Al busto esangue il gregge circonfuso,
E belando in suo stil pianger parea:
Pendeangli sopra con cadente muso
Le pecorelle, e de' lattanti seco
Agnelletti lo stuol tristo e confuso.
In suon pietoso nell'opposto speco
L'egre querele alla pianura al monte
Già ripetendo la mestissim'eco.
Roco tra' sassi mormorava il fonte;
E l'aura si sentía dogliosa e mesta
Gemer de' boschi su la fosca fronte:
Mentre col crine rabbuffato in testa
Passeggia intorno lo Spavento, e scuote
Terribil dai capelli ombra funesta.
Palpitando io tenea le ciglia immote
Nella vista feral, quando le rupi
Vicine urlâr repente e le rimote:
E giù da' ruinosi erti dirupi
Ecco spiccarsi e saltellar ruggendo
Frotte affamate di leoni e lupi:
Facean da lungi risuonar l'orrendo
Crocchiar dei denti minacciosi, e morte
Fulminavan dal torvo occhio tremendo.
Mi corse un gelo per le membra smorte,
Ed — Ohimè, dissi, ohimè la greggia! e scampo
Non fia che il cielo all'infelice apporte? —
Allor guizzò per l'alto un rosso lampo,
E scoppiar a sinistra il tuon s'intese
Rumoreggiando per l'aereo campo.
Di tranquillo splendor l'etra s'accese:
E su la punta d'un lucente raggio
Garzon di forma angelica discese.
Luminoso ei trascorse ampio viaggio,
E da forti percosse ignee scintille
Fecer largo le nubi al suo passaggio.
Del sol le vampe avea nelle pupille,
E su le reni un cerchio folgorante
Di pugnanti fra sè fiamme e faville.
Ei poggiò nella piaggia erma le piante,
Qual colonna di foco in selva oscura
Che riconforta il pellegrino errante.
All'attonito ovil diè di sicura
Pace uno sguardo, e un altro alla montagna
Nunziator di sterminio e di paura.
— Venga, poscia gridò per la campagna,
Venga l'eletto a custodir le sparse
Fide agnelle di Cristo; e non si piagna. —
Della voce possente il suon si sparse
Per tutto, e verso l'aquilon lontano
Uom di modesto portamento apparse.
Liete i suoi passi percorrean per piano
Rettissimo sentier fede e fortezza,
E caritade lo tenea per mano.
Ma incontrò per la via fasto e grandezza,
Che vane gli mostrar pompe pregiate
Di folle ambizion e d'alterezza:
Lunghe toghe ostentâr, croci gemmate,
Auree chiavi, aurei velli, e varia massa
Di scudi e di visiere affumicate.
Il ciglio allor severamente abbassa,
E con sembianza dispettosa e franca
Il magnanimo eroe non guarda e passa.
Quando fu giunto, l'angelo la manca
Su le spalle gli ferma, e colla dritta
Di fiamme un pugno staccasi dall'anca,
E intorno ai lombi gliel'aggruppa, e gitta
Dentro le fibre; che sentîr l'interno
Bollor di calda robustezza invitta.
— Piglia, quindi gli disse in tuon superno,
Piglia la verga di colui che il ciglio
Chiuse dianzi colà nel sonno eterno.
Pasci quel gregge; e dall'ingordo artiglio
Tu il salva di crudei mostri, che presso
Minacciano fatal scempio e periglio.
Pasci quel gregge; e, buon pastor, per esso
Nella battaglia cimentosa unquanco
Non far risparmio del tuo sangue istesso. —
Qui tacque: ed egli generoso e franco
Per celeste favor corse all'estinto,
E quella verga gli levò da fianco.
Poi, qual fu visto un dì scalzo e discinto
Pugnar cogli orsi e rovesciarli a terra
L'egregio pastorel di Terebinto,
Tàl questi allora colla destra afferra
Il baston noderoso, e verso il colle
Vien colle fiere ad azzuffarsi in guerra.
La fortezza il suo braccio in alto estolle,
Il terror lo precede e la vendetta
E in sen lo zelo gli s'infiamma e bolle.
Colla foga d'ardente atra saetta
D'irti lupi e leon tra la superba
Ferocissima turba egli si getta.
Mena a traverso, e di ferita acerba
Agli audaci spezzando e teschi ed osse
Gli stende infranti su l'arena e l'erba:
Fischian per l'aria i colpi e le percosse,
Volan sparsi i cervelli; e frondi e spine
Fansi dintorno sanguinose e rosse.
L'intrepido campion su le vicine
Scoscese rocce i fuggitivi incalza,
E li respinge nelle tane alpine.
Quindi d'un giogo la ventosa balza
Salì, che a guisa di tridente acuto
Fra due verdi montagne al ciel s'innalza.
Sopra scabro macigno ivi seduto,
In fronte di sudor si terse un rivo
Dal faticoso battagliar spremuto:
Mentre lassuso per aperto clivo,
I perigli obliando e le querele,
Quell'armento il seguìa salvo e giulivo.
Sgombro alfin d'ogni belva empia e crudele
Vestissi il poggio di ridenti erbette,
Ove amaro nascea pasco infedele.
Esultâr gli ariéti e l'agnellette,
Esultarono i colli, ed i ruscelli
Corser di linfe salutari e schiette.
Con ale tremolanti i venticelli
Si gittavan su i rami, e la frondosa
Verde chioma scotean degli arbuscelli.
Dalla parte del ciel più luminosa
Ecco intanto venir candida e lieve
Nube tutta gentil tutta odorosa:
Così bianca talor falda di neve
Dai pendenti burron giù s'abbandona,
Quando il raggio solar l'investe e beve.
Già sul monte si cala; e una persona
Dal pacifico grembo in due diviso
Cinta di veste pastoral sprigiona.
La risplendente maestà del viso,
L'amabil occhio palesollo un vero
Fulgido cittadin del paradiso.
Avviandosi a lui che dal guerriero
Conflitto prendea tregua, e pur sepolto
In profondo si stava alto pensiero;
Gli stese al collo ambe le braccia, e in volto
Imprimendogli un bacio in cui l'amore
Tutta l'alma gli avea su i labbri accolto.
— Salve, o figlio (sclamò), salve, o pastore.
Che guati? le sembianze in questi amplessi
Non ravvisi dell'avo antecessore?
Me quaggiù, perchè degno io ti scorgessi
Di mie fatiche di mia gloria erede,
Trasse amor dai superni almi recessi.
Seppi dianzi lassù che Dio ti diede
A pascolar la numerosa greggia
Che tutto copre di quest'alpe il piede.
Senti come del ciel plaude la reggia
Al divino decreto, e le virtudi
Del prescelto pastor canta e festeggia.
Altri volle narrar quanto egli sudi
Su la traccia d'onore, e la beltade
Dei costumi esaltò candidi e nudi;
Altri il senno il consiglio e l'umiltade
E la dolce pietà che terge il pianto
Ai figli dell'afflitta povertade;
Chi la prudenza, chi l'intégro e santo
Zelo del retto. Tu pensar potrai
Se il cor nel seno mi crescea frattanto.
Impaziente allor io m'affacciai
Ad un balcone di ceruleo smalto,
E coll'occhio qua e là ti ricercai.
Vidi l'angel di Dio scender dall'alto,
Vidi le fiere, e paventai che il braccio
Non ti reggesse nel tremendo assalto.
Vinse la tua virtù: fredde qual ghiaccio
Stan sul campo le gole insidiatrici;
E adorno d'immortal palma io t'abbraccio.
Ma tutti ancor non son spenti i nemici.
D'unghia e dente più ingordo altri verranno
Di cupa notte fra i silenzi amici:
Del custodito ovil spiando andranno
I graticci, e per farne ampio macello
Il frapposto ripar ne schianteranno.
Tu con chiave fedel serra il cancello,
Vegliane in guardia: il mercenario vile
Aperto il lascia; ma non sii tu quello.
Quando spunta il mattin, fuor del covile
Chiama la greggia e a pasturar la mena
Ove l'erba è più fresca e più gentile.
Se vedrai senza spirto e senza lena
Languir sul prato un'infelice agnella,
Tu curva il collo e te la reca in schiena.
Tu la verga su gl'irci alza, e rappella
Gl'insolenti capretti usi alla tresca
Or coll'una or coll'altra pecorella.
Dividi a tutte l'amor tuo: quand'esca
Fuor dell'armento a traviar qualcuna,
Vanne in cerca, e coi prieghi a te l'adesca.
Contale su la sera una per una:
Dio che di lor la cura a te commesse
Stretta ragion ti chiederà d'ognuna.
Serba dell'avo le parole impresse
Nel più sacro del cor: vinci la speme,
Vinci coll'opre le mie brame istesse.
Alfin rimanti in pace, e prendi insieme
L'ultimo bacio. — In così dir lo strinse:
E la nube aguzzò le parti estreme;
Il venerabil veglio in grembo avvinse;
E di lucida striscia il ciel rigando
Rapidissimamente oltre si spinse.
Quanto in su più potei maravigliando
Col guardo la seguii; finchè, l'incerta
Attonita pupilla al suol tornando,
Non più greggia e pastor, ma la deserta
Di gioghi e valli estension s'offría.
Io pien la mente di stupor dell'erta
Presi l'alpestre solitaria via.