PER S.A. IL SIG. BARONE LUDOVICO D'ERTHAL PRINCIPE DEL S. ROM. IMPERO, ELETTO VE...

By Vincenzo Monti

Io d'Elicona abitator tranquillo,

Solo del rezzo d'un allor contento

E d'un fonte che dolce abbia zampillo,

Non mi rattristo se per me non sento

Muggir mille giovenche e la campagna

Rotta non va da cento aratri e cento.

Non mi cal che di Francia o di Brettagna

Sul lido american prevaglia il fato

E che tutta di guerre arda Lamagna.

Cerco sol che non sia meco sdegnato

Apollo, e tempri colle rosee dita

La non vil cetra che mi pende a lato;

Nè questa mi contenda ombra romita

Nè questa erbetta dal corrente umore

E dall'aura d'april scossa e nudrita.

Qui vo cantando come detta il core,

E sul margo dell'onde cristallino

Ora questo raccolgo ed or quel fiore:

Poi m'insegnan le bionde Eliconine

A comporne di vergini vezzose

O di lodato eroe ghirlanda al crine.

Coglietemi di Pindo oggi le rose

Più scelte, o Muse: oggi dobbiam le acute

Dell'Alpi valicar balze nevose,

E tesserne corona alla virtute

Dell'inclito d'Erthal, questo sul Meno

Inno traendo dalle corde argute.

Prence caro agli dèi, che chiudi in seno

Valor sovrano alto consiglio, a cui

Pietro confida di Wurtzburgo il freno;

Se interrompere alquanto i pensier tui

Lice e le cure che veglianti or sono

In maturar la sicurezza altrui;

Non sdegnar di Parnaso il sacro suono,

Che piace anche al gran Giove e vien sovente

L'orecchio ai regi a lusingar sul trono.

Più bella è la virtude e più lucente

Fra i colori febèi, qual mattutina

Rosa in faccia al solar raggio nascente,

Che fresca rugiadosa e porporina

Beve l'amica luce, e par che intenda

Com'essa è vaga e d'ogni fior reina.

Virtù qualunque in uman cor s'accenda

Della vita è conforto; e del destino

Sola gli errori e le ferite emenda.

Sola agli affanni nel mortal cammino

Toglier può l'uomo, e all'alta degli dèi

Lieta condizion farlo vicino.

Per lei la morte orror non ha, per lei

Non rumoreggia disdegnoso il cielo,

Nè avvampa il fulmin che spaventa i rei.

Ovunque ella si volge, è senza gelo

Senza squallor la terra, e mille fiori

Vedi alzarsi ridenti in loro stelo.

E come il sol co' temperati ardori

Spirito infonde nelle cose, e schietti

Del suo bell'arco stàmpavi i colori;

Così virtude negli umani petti

Soavità di paradiso ispira,

Norma donando ai contumaci affetti.

Sovr'essa il cielo innamorato gira

Gli occhi; e nel cor dell'uom che la rinserra

L'immagine di Dio contempla e mira.

Salve, o santa virtù, che su la terra

Pochi incensi fumar vedi al tuo nume,

Perchè soverchio il vizio ti fa guerra!

Se indarno lusingar al tuo bel lume

Senti il mondo briaco e lordi intorno

Son gli altari di fango e sudiciume,

Già non per questo del terren soggiorno

Schiva ti mostri, nè ancor vuoi nè sai

Cercar sdegnata al patrio ciel ritorno;

Chè dal comun disordine tu fai

Più pura emerger tua bellezza, e spandi

Fra tanto orrore più lucenti i rai.

Nè penuria è quaggiù d'anime grandi

Fide al tuo cenno, e di cui fama suoni

Che d'Europa all'amor le raccomandi.

Ecco d'Erthallo, che de' tuoi campioni

Al numero s'aggiunse, entro il cui petto

Di nuova speme il fondamento poni.

Tu l'allattasti in cuna; e pargoletto

Riposandoti in grembo ei le pupille

Alla luce avvezzò del tuo cospetto:

Tu gli piovesti al cor dolci scintille,

Qual sopra un fior di fresca primavera

Cadon dell'alba l'odorate stille:

Tu maestra sagace e condottiera

Il cammin gli segnasti, onde spedito

Correr di gloria l'immortal carriera;

Nè facesti l'onor del sangue avito,

Ma de' gran padri in ordine distinto

La bruna immago gli mostrasti a dito.

Altri di lunga scimitarra cinto

Corse di Marte i campi, e duro atleta

Tornò di quercia e di bei lauri avvinto:

Altri rivolti a più felice mèta

Di sudor sacro sparsero le fronti

Del santuario all'ombra mansueta.

Fama i nomi ne porta illustri e conti,

E le mura e le vie parlan pur anco

Di Bruchenavia, e d'Amelburgo i ponti.

Egli mirava al destro lato e al manco

Con avid'occhio i volti appesi, e onore

Pungea frattanto il giovinetto fianco.

Ma degli avi superbia entro quel core

Non surse, chè dell'anime ornamento

Non è degli avi il grido e lo splendore:

Ben l'esempio destò con bel portento

Mille al garzon virtudi emule in seno,

E diè lor qualitade ed alimento.

Quindi costanza, che con piè sereno

Sta sopra il fato e la fortuna, e sprezza

Il turbine che l'urta ed il baleno:

Quindi umiltà, che rado alla grandezza

Si fa compagna, e scritto porta in faccia

Il sentimento della sua bassezza:

Quindi pietade, che amorosa in traccia

Va de' miseri afflitti, e alla gridante

Lacera povertà stende le braccia;

E inviolabil fede, e cogitante

Tarda prudenza, e cento altre sorelle

D'atti e nome diverse e di sembiante,

Tutte un dì nate in paradiso, e belle

Come del ciel su la cerulea vesta

Le rugiadose tremolanti stelle.

Alza, o Tebro, dai gorghi alza la testa;

E benchè di tue bionde acque bramoso

Il Tirreno t'aspetti, il corso arresta.

Rendi a un vate ragion. Il generoso

Eroe ch'io canto, tu conosci; e altero

Levasti il capo dallo speco algoso,

Quando fra i genii del romano impero

Ricco d'alto saper largo ei solea

Spargere lo splendor del suo pensiero;

E innamorato della dotta Astrea

Del Lambertino Benedetto i gravi

Sapientissimi accenti egli bevea,

Qual'ape che d'aprile ai più soavi

Fiori se 'n vola, e nelle celle il grato

Succo ne porta a fabbricarne i favi;

Cresce il lavor celeste, e fortunato

Ride il villan, che il rustico catino

Spera colmar del nettare odorato.

Ma non fêro i bei colli di Quirino

Dolce lusinga a chi dell'Austria poi

Giovar dovea la causa ed il destino.

Ratisbona e Wetzlar sanlo, che a noi

Invidiose l'involaro e tanto

N'andâr superbe de' consigli suoi:

E quei che avversi e quei che fidi al santo

Cattolico stendardo a lui largiro

Di cor gentile e di gran senno il vanto.

Allor dal seno di Wurtzburg s'udiro

E dalle vette di Bamberga estreme

Sorger le voci del comun desire.

Il genio tutelare alle supreme

Parti le spinse, e in te gli astri clementi

Della tua patria coronar le speme.

Lieta si desta su i felici eventi

L'illustre di Sconborn ombra diletta,

E dentro l'urna mormorar la senti;

Chè bella vede e al ciel pur anco accetta

Questa un tempo sua greggia, e non altronde

Di sè più degno successore aspetta.

Men torbe il Meno gorgogliar fa l'onde;

E tutte fuor de' liquidi cristalli

Chiama le acquose ninfe in su le sponde;

Che d'alga il crin coperte e di coralli

Danzano a gara, e fuor degli antri oscuri

Traggon l'eco de' boschi e delle valli,

Mentre al fragor di trombe e di tamburi

Con fiero scoppio tuonano dintorno

Di Fravenbergo i fulminanti muri.

Spiagge beate! a voi dal suo soggiorno

Tranquillo Iddio sorride, e riconduce

Placido sempre e benedetto il giorno.

Ma piange Italia, che maligno e truce

Mira il sole dall'alto infuriarse

E l'incendio versar d'infausta luce.

Fuggon le nubi impaurite e sparse,

E vanno al saettar della gran vampa

Sul lido più felice a rovesciarse.

Selve, campagne la celeste lampa

Strugge; e la terra incenerita e rossa

Dalle viscere sue fuma ed avvampa.

Nè il braccio ancor ritrae dalla percossa

Il nume punitor sordo alle grida,

Sì che omai parmi paventar si possa

L'antica di Feton fiamma omicida.