PER S.A. IL SIG. BARONE LUDOVICO D'ERTHAL PRINCIPE DEL S. ROM. IMPERO, ELETTO VE...
Io d'Elicona abitator tranquillo,
Solo del rezzo d'un allor contento
E d'un fonte che dolce abbia zampillo,
Non mi rattristo se per me non sento
Muggir mille giovenche e la campagna
Rotta non va da cento aratri e cento.
Non mi cal che di Francia o di Brettagna
Sul lido american prevaglia il fato
E che tutta di guerre arda Lamagna.
Cerco sol che non sia meco sdegnato
Apollo, e tempri colle rosee dita
La non vil cetra che mi pende a lato;
Nè questa mi contenda ombra romita
Nè questa erbetta dal corrente umore
E dall'aura d'april scossa e nudrita.
Qui vo cantando come detta il core,
E sul margo dell'onde cristallino
Ora questo raccolgo ed or quel fiore:
Poi m'insegnan le bionde Eliconine
A comporne di vergini vezzose
O di lodato eroe ghirlanda al crine.
Coglietemi di Pindo oggi le rose
Più scelte, o Muse: oggi dobbiam le acute
Dell'Alpi valicar balze nevose,
E tesserne corona alla virtute
Dell'inclito d'Erthal, questo sul Meno
Inno traendo dalle corde argute.
Prence caro agli dèi, che chiudi in seno
Valor sovrano alto consiglio, a cui
Pietro confida di Wurtzburgo il freno;
Se interrompere alquanto i pensier tui
Lice e le cure che veglianti or sono
In maturar la sicurezza altrui;
Non sdegnar di Parnaso il sacro suono,
Che piace anche al gran Giove e vien sovente
L'orecchio ai regi a lusingar sul trono.
Più bella è la virtude e più lucente
Fra i colori febèi, qual mattutina
Rosa in faccia al solar raggio nascente,
Che fresca rugiadosa e porporina
Beve l'amica luce, e par che intenda
Com'essa è vaga e d'ogni fior reina.
Virtù qualunque in uman cor s'accenda
Della vita è conforto; e del destino
Sola gli errori e le ferite emenda.
Sola agli affanni nel mortal cammino
Toglier può l'uomo, e all'alta degli dèi
Lieta condizion farlo vicino.
Per lei la morte orror non ha, per lei
Non rumoreggia disdegnoso il cielo,
Nè avvampa il fulmin che spaventa i rei.
Ovunque ella si volge, è senza gelo
Senza squallor la terra, e mille fiori
Vedi alzarsi ridenti in loro stelo.
E come il sol co' temperati ardori
Spirito infonde nelle cose, e schietti
Del suo bell'arco stàmpavi i colori;
Così virtude negli umani petti
Soavità di paradiso ispira,
Norma donando ai contumaci affetti.
Sovr'essa il cielo innamorato gira
Gli occhi; e nel cor dell'uom che la rinserra
L'immagine di Dio contempla e mira.
Salve, o santa virtù, che su la terra
Pochi incensi fumar vedi al tuo nume,
Perchè soverchio il vizio ti fa guerra!
Se indarno lusingar al tuo bel lume
Senti il mondo briaco e lordi intorno
Son gli altari di fango e sudiciume,
Già non per questo del terren soggiorno
Schiva ti mostri, nè ancor vuoi nè sai
Cercar sdegnata al patrio ciel ritorno;
Chè dal comun disordine tu fai
Più pura emerger tua bellezza, e spandi
Fra tanto orrore più lucenti i rai.
Nè penuria è quaggiù d'anime grandi
Fide al tuo cenno, e di cui fama suoni
Che d'Europa all'amor le raccomandi.
Ecco d'Erthallo, che de' tuoi campioni
Al numero s'aggiunse, entro il cui petto
Di nuova speme il fondamento poni.
Tu l'allattasti in cuna; e pargoletto
Riposandoti in grembo ei le pupille
Alla luce avvezzò del tuo cospetto:
Tu gli piovesti al cor dolci scintille,
Qual sopra un fior di fresca primavera
Cadon dell'alba l'odorate stille:
Tu maestra sagace e condottiera
Il cammin gli segnasti, onde spedito
Correr di gloria l'immortal carriera;
Nè facesti l'onor del sangue avito,
Ma de' gran padri in ordine distinto
La bruna immago gli mostrasti a dito.
Altri di lunga scimitarra cinto
Corse di Marte i campi, e duro atleta
Tornò di quercia e di bei lauri avvinto:
Altri rivolti a più felice mèta
Di sudor sacro sparsero le fronti
Del santuario all'ombra mansueta.
Fama i nomi ne porta illustri e conti,
E le mura e le vie parlan pur anco
Di Bruchenavia, e d'Amelburgo i ponti.
Egli mirava al destro lato e al manco
Con avid'occhio i volti appesi, e onore
Pungea frattanto il giovinetto fianco.
Ma degli avi superbia entro quel core
Non surse, chè dell'anime ornamento
Non è degli avi il grido e lo splendore:
Ben l'esempio destò con bel portento
Mille al garzon virtudi emule in seno,
E diè lor qualitade ed alimento.
Quindi costanza, che con piè sereno
Sta sopra il fato e la fortuna, e sprezza
Il turbine che l'urta ed il baleno:
Quindi umiltà, che rado alla grandezza
Si fa compagna, e scritto porta in faccia
Il sentimento della sua bassezza:
Quindi pietade, che amorosa in traccia
Va de' miseri afflitti, e alla gridante
Lacera povertà stende le braccia;
E inviolabil fede, e cogitante
Tarda prudenza, e cento altre sorelle
D'atti e nome diverse e di sembiante,
Tutte un dì nate in paradiso, e belle
Come del ciel su la cerulea vesta
Le rugiadose tremolanti stelle.
Alza, o Tebro, dai gorghi alza la testa;
E benchè di tue bionde acque bramoso
Il Tirreno t'aspetti, il corso arresta.
Rendi a un vate ragion. Il generoso
Eroe ch'io canto, tu conosci; e altero
Levasti il capo dallo speco algoso,
Quando fra i genii del romano impero
Ricco d'alto saper largo ei solea
Spargere lo splendor del suo pensiero;
E innamorato della dotta Astrea
Del Lambertino Benedetto i gravi
Sapientissimi accenti egli bevea,
Qual'ape che d'aprile ai più soavi
Fiori se 'n vola, e nelle celle il grato
Succo ne porta a fabbricarne i favi;
Cresce il lavor celeste, e fortunato
Ride il villan, che il rustico catino
Spera colmar del nettare odorato.
Ma non fêro i bei colli di Quirino
Dolce lusinga a chi dell'Austria poi
Giovar dovea la causa ed il destino.
Ratisbona e Wetzlar sanlo, che a noi
Invidiose l'involaro e tanto
N'andâr superbe de' consigli suoi:
E quei che avversi e quei che fidi al santo
Cattolico stendardo a lui largiro
Di cor gentile e di gran senno il vanto.
Allor dal seno di Wurtzburg s'udiro
E dalle vette di Bamberga estreme
Sorger le voci del comun desire.
Il genio tutelare alle supreme
Parti le spinse, e in te gli astri clementi
Della tua patria coronar le speme.
Lieta si desta su i felici eventi
L'illustre di Sconborn ombra diletta,
E dentro l'urna mormorar la senti;
Chè bella vede e al ciel pur anco accetta
Questa un tempo sua greggia, e non altronde
Di sè più degno successore aspetta.
Men torbe il Meno gorgogliar fa l'onde;
E tutte fuor de' liquidi cristalli
Chiama le acquose ninfe in su le sponde;
Che d'alga il crin coperte e di coralli
Danzano a gara, e fuor degli antri oscuri
Traggon l'eco de' boschi e delle valli,
Mentre al fragor di trombe e di tamburi
Con fiero scoppio tuonano dintorno
Di Fravenbergo i fulminanti muri.
Spiagge beate! a voi dal suo soggiorno
Tranquillo Iddio sorride, e riconduce
Placido sempre e benedetto il giorno.
Ma piange Italia, che maligno e truce
Mira il sole dall'alto infuriarse
E l'incendio versar d'infausta luce.
Fuggon le nubi impaurite e sparse,
E vanno al saettar della gran vampa
Sul lido più felice a rovesciarse.
Selve, campagne la celeste lampa
Strugge; e la terra incenerita e rossa
Dalle viscere sue fuma ed avvampa.
Nè il braccio ancor ritrae dalla percossa
Il nume punitor sordo alle grida,
Sì che omai parmi paventar si possa
L'antica di Feton fiamma omicida.