PER SUA EM. GUIDO CALCAGNINI de' marchesi di Fusignano, delle Alfonsine ec., ves...
Nell'ora che dell'altre è più vicina
All'ultima del giorno, allor che il sole
Già corre nell'atlantica marina;
Come guidarmi spesse volte suole
La fantasia patetica, che gode
Recarsi in parti taciturne e sole;
Verso la porta orîental, che s'ode
Nomar da quel profeta a cui di spada
Fe la testa troncar l'iniquo Erode,
Io l'erculea lasciando ampia contrada
Incerto e a capo basso il piè traea
Per la cheta del muro ombrosa strada.
Ivi i miei passi ad incontrar si fea
Il romito silenzio, onde su l'alma
La pace malinconica scendea.
Ma dolce era il pensier, dolce la calma
De' miei spirti; e piovea dolce riposo
Ristorator dell'agitata salma.
Dunque tacito in vista e pensieroso
Dopo breve cammin sopra la sponda
Col fianco io m'adagiai d'un margo erboso.
Il sottoposto tremolar dell'onda,
Il fresc'orezzo, e dell'auretta il fioco
Placido sussurrar tra fronda e fronda,
L'opache piante, il solitario loco,
Sul ciglio mi fermâr languido e lento
Involontario il sonno a poco a poco.
Cadea poggiato su la manca il mento.
Quando alle braccia non so chi mi piglia,
Scuotendo il capo chino e sonnolento;
E una voce all'orecchio (oh meraviglia!)
— Dormi, gridò, figliuol d'inerzia? omai
Apri, io son che ti chiamo, apri le ciglia. —
All'urto al grido le pupille alzai;
E un alato garzon mi vidi innante
Ch'avea del sole su la fronte i rai.
Io dalle chiome al piè tutto tremante
Rizzai le membra; e — Non temer, diss'egli
In gentil soavissimo sembiante.
Grande e bella cagion vuol ch'io ti svegli:
Alzati, e vola. — Al fin di questi accenti
Mi ravvolse la mano entro i capegli;
E le forti battendo ale lucenti
Ratto si spinse, come stral dall'arco
Che lascia indietro men veloci i venti.
O aure, o nubi, col gravoso incarco
Del mio fral non vi prenda onta e disdegno
Se per la vostra regione io varco.
Dall'ima terra spettator qua vegno
D'ammirabili cose: e al mondo chiare
Andranno, se il mio dir di fede è degno.
Tratto in aria pel crin, lungi mancare
E fuggir mi vedea l'erte montagne
Le cittadi le valli e l'ampio mare.
Le nuvole fan largo e le compagne
Nebbie pendenti, ovunque alzo la faccia
Per l'immense del ciel vuote campagne.
Del fulmine passai sopra la traccia;
E tacque il cupo rimugghiar de' tuoni
Di spaventi ministri e di minaccia.
Si chetarono i nembi e le tenzoni
Dell'irate procelle e il tempestoso
Terribile furor degli aquiloni.
Ma pur sentía di zolfo e di nitroso
Bitume odor sì gravi e sì fetenti,
Che mi divenne il respirar penoso.
Ivi caldo di sdegni onnipossenti
Scende il padre de' numi in sua virtude
A fabbricarsi le saette ardenti:
Ira e Vendetta colle braccia ignude
Gli stanno al fianco; e orribili rimbombi
Getta d'intorno la percossa incude:
All'alternar de' spaventosi rombi
Tremano i monti per timor che presto
La ruinosa folgore giù piombi.
Pien di ribrezzo valicai per questo
Sentier sparso d'orrori e di paura;
Finchè il fosco lasciando aere funesto
In parte giunsi più serena e pura,
Onde tosto d'olimpo ogni confine
Luminoso m'apparve oltre misura.
Mia guida il volo in su la cima alfine
Fermò di bianca nuvoletta, e intanto
Dalla man forte sprigionommi il crine.
Io gittava pur gli occhi in ogni canto
Impazîente omai per lo desío
Di saper perchè ascesi alto cotanto:
Quando un batter di palme, un mormorío
D'ale commosse, un sibilar di manti,
E tal voce dal sol scender s'udìo:
— Fate plauso, o comete, o mondi erranti;
Fate plauso al gran Guido, o cherubini,
O superne potenze, o troni, o santi. —
— Odi come fra gaudi almi e divini,
Disse il mio duca, del tuo Guido in cielo
Suona il nome sul labbro ai serafini.
Leva su gli occhi, e vedi: il denso velo
Che lo sguardo mortal tienti impedito
Già ti sgombro davanti, e già ti svelo
L'insolito chiaror dell'infinito. —
Così dicendo, sopra le pupille
Di croce un segno mi formò col dito,
Poscia d'incontro alla gran luce aprille:
E dentro vi trascorse un chiaro fiume
Di vibrate ardentissime faville.
Io possente di vista oltre il costume
Allor lo sguardo avvalorato e forte
Fissai nel centro dell'immenso lume.
E dall'ampie di cieli eccelse porte
Calar di forme angeliche io vedea
Splendente innumerabile coorte;
E seggio adamantino, in cui sedea
Un che l'aspetto di diaspro in guisa
E il piè simìle all'oricalco avea.
Dal suo volto seren spinta e divisa
Faceagli al capo un'iride contorno
D'alma luce che gli occhi imparadisa.
— Santo, — gridâr gli Eletti a lui d'intorno
E Santo Santo — replicar sentissi
Per ogni parte; e raddoppiossi il giorno.
Mentr'io ben ferme in quei fiammanti abissi
Tenea le ciglia, col fragor del vento
Uscir dal trono un'altra voce udissi:
— Scendi, Spirto di Dio, dal firmamento;
E al magnanimo Guido alfin s'appresti
Delle porpore sacre il vestimento. —
Al gran cenno tremar gli archi celesti;
E lo Spirto di Dio tosto si mosse
Alto recando le purpuree vesti.
Al cospetto di tutti egli le scosse,
E apparver dell'agnel puro innocente
Del vivo sangue colorite e rosse.
Gli angeli allor la faccia riverente
Incurvaro dall'uno e l'altro lato;
E tai sciolse parole il gran sedente:
— Chi sarà che l'eroe del meritato
Manto ricopra ancor tinto e vermiglio
Del sangue sparso dall'agnel svenato? —
Surse a quei detti dell'eterno figlio
La più amabil virtude, e tutta umìle
Si trasse in mezzo del divin consiglio.
Bella più che mai fosse, in dolce stile
Così prese a parlar questa soave
Di pacifico amor madre gentile.
— Se non è il mio pregar molesto e grave,
Coll'ostro il merto io fregerò di Guido,
Io che del cuor di lui tengo la chiave.
Non chieder s'ei mi sia tenero e fido:
Alma sì mansueta, alma sì cara
Dio gli donò per mia delizia e nido.
Da me, gli dissi, o mio diletto, impara
Ch'io son nell'umiltà fonte d'amore,
Fonte d'affetti avvivatrice e chiara.
Ei tosto alle mie voci aperse il core;
E lietissima dentro io vi calai
Come su l'erbe il mattutino umore.
La tranquilla nel volto io gli spirai
Schietta soavità di paradiso,
Finchè tutto in me stessa il trasformai.
Così pur seppi di Francesco al viso
Sommi accoppiar di gentilezza i pregi,
Onde fosse ogni cor vinto e conquiso;
E l'oneste maniere e gli atti egregi
Che il fer caro ai Camauri e al transalpino
Genio guerrier d'imperatori e regi:
Per tacer che buon padre e cittadino
Vide un giorno fidate alla sua mano
Della patria le leggi ed il dominio.
Ma oh quanto grata io resi al Vaticano
E a voi partenopée rive gioconde
L'interezza e il candor del suo germano!
Sorga il Sebeto dalle placid'onde,
E narri che per lui sempre più bella
La pace germogliò su le sue sponde.
A lunghe cure io l'avvezzai per quella:
E l'invitto Fernando e Carolina
De' suoi saggi pensieri ancor favella.
Carco di glorie poi la tiberina
Spiaggia il ritolse in mezzo alla speranza
Di rubiconda porpora latina.
Ei c'ha tutta di me la somiglianza,
Ei che fu mansueto, ei che felice
Oggi dell'ostro allo splendor s'avanza,
Mi richiama al suo fianco: e a me non lice,
A me che l'esaltai, di questo dono
Farmi una volta a lui dispensatrice? —
Così parlava: dalle labbra il suono
Dolce qual mele uscìa d'ogni suo detto:
E l'altro nume che sedea sul trono,
Poichè sospinto da increato affetto
L'ebbe sul volto mille baci impressi,
Con un sorriso se la strinse al petto.
Più innamorati i serafini anch'essi
Alternar gareggiando amabilmente
Santissimi fra lor baci ed amplessi.
A sì tenere cose anch'io presente
Mi scossi: e oh quale nel mio sen si sparse
D'ineffabili gaudi almo torrente!
Ecco frattanto un gran silenzio farse;
Ecco un'altra virtude, e rispettosi
Gli angeli indietro al suo passar tirarse.
Affabil vista avea, sguardi amorosi,
Sette stelle sul petto, e l'ignea faccia
Di tre vivaci ardea raggi focosi.
A lui che incontro le stendea le braccia,
— Ah, disse, insiem cogli altri il pregar mio,
Clementissimo padre, udir ti piaccia.
Ti parla la Pietà: quella son io
Ch'ai mortali laggiù larga proveggio
Le grazie i premi della man di Dio;
Ed or che a Guido prepararsi io veggio
Conveniente al merto aura mercede,
A parte d'onor tanto entrar ben deggio.
Pargoletto era ancor, che alla mia fede
Tu il consegnasti: e dietro i passi miei
Sul cammin di tue leggi ei mosse il piede.
Prova sovente del suo core io fei;
Lo passai per le fiamme irrequiete,
E scoprirne una macchia io non potei.
A lui per le notturne ombre secrete
Venìa furtiva: ed egli orando intanto
Togliea dagli occhi il sonno e la quiete.
Oh quante volte mi chiamò, col pianto
Mescolando i sospiri! e non sapea
Che invisibile ognor m'avea d'accanto.
Io da lontano il suo pensier vedea,
Io gli purgai la lingua: e al cor sincero
Sempre il labbro fedel corrispondea.
Lusinga a lui gl'illustri avi non fero:
Chi seguace di Cristo e d'umiltate
Sprezza l'ambizion del sangue altero.
Lungi, fumose immagini pregiate:
Di queste invece io gli additai le belle
Della gran genitrice opre onorate.
Parlo di Caterina, a cui le stelle
La mente sollevar sì, che lontana
Fu dai confini di natura imbelle.
Vedila or come al ciel la via si spiana,
E calpesta fra' chiostri ogni fallace
Gloria, flagel della superbia umana.
Onde romita e in radunar sagace
I tesori celesti attende il giorno
Di salir gli astri e chiuder gli occhi in pace.
Ma scritto è in ciel che i sacri omeri adorno
Delle lane di Tiro il figlio amato
Dal Tevere al suo sen faccia ritorno.
E questo è il dì laggiù tanto aspettato,
Del figlio i pregi e della madre alfine
I caldi voti a coronar serbato.
Veggo i monti esultarne e le colline,
Veggo più vaghi delle sfere i rai
Scintillar per le pure aure turchine.
E me col desío spesso affrettai
Queste a giunger sì lente ore gradite
Tacita nel comun plauso vedrai?
Venga la bella emula mia: venite
Meco, o virtudi più sublimi e conte,
E omai la generosa opra compite. —
Qui tacque: e tutte festeggianti e pronte
Corsero le virtudi, e in gentil atto
Tre volte e quattro si baciaro in fronte.
Corse la Carità, che un cor già tratto
Dalle sue fibre nella man si stringe
Da vivissime fiamme arso e disfatto.
Corse la Speme, che le terga accinge
D'infaticabil'ale e verso il cielo
Gli sguardi confidenti ognor sospinge.
Corse la Fè, che sotto bianco velo
Della faccia ricopre i bei candori
Ed innalza la croce ed il vangelo.
Dietro a queste seguìan l'altre minori,
Venerabil corteggio; e in dolci gare
Venían fastose de' secondi onori.
Rise il gran nume in riguardar le care
Figlie del suo chiarissimo intelletto;
E fatto cenno di voler parlare,
— Ecco, lor disse, il vestimento eletto:
Voi recatelo al giusto, al mansueto,
A lui che tutte vi racchiude in petto.
E giunge ai piedi del buon Pio; che lieto
Fa di sua vista il Tebro, e che prescritto
Al sacro impero dal divin decreto
Per pietà per giustizia e core invitto
Di me solo minor mostrasi, e fido
Della mia sposa custodisce il dritto;
Dite che prima io gli accomando e affido
L'eredità di Cristo, e poi che chiede
Amplo ristoro il faticar di Guido.
Dite che così brama il Dio che siede
Sul seggio adamantin, Dio che sembiante
Ha di diaspro e d'oricalco il piede. —
Tal parlò l'infallibile tonante;
E parve a udirsi la sua voce un prono
Cader di strepitosa onda sonante.
Allor di lampi e folgori dal trono
Un improvviso nembo si disciolse,
Misto al fragor di procelloso tuono.
Ohimè! qui troppa luce i rai m'avvolse;
Ohimè! qui sparve il cielo; e su lo stesso
Margo d'onde l'ignoto angel mi tolse,
Dalla beata visione oppresso,
Steso fra l'erbe mi trovai qual era.
Vidi il sol moribondo; e a lui d'appresso
Volea la notte uscir tacita e nera.