PER SUA EM. GUIDO CALCAGNINI de' marchesi di Fusignano, delle Alfonsine ec., ves...

By Vincenzo Monti

Nell'ora che dell'altre è più vicina

All'ultima del giorno, allor che il sole

Già corre nell'atlantica marina;

Come guidarmi spesse volte suole

La fantasia patetica, che gode

Recarsi in parti taciturne e sole;

Verso la porta orîental, che s'ode

Nomar da quel profeta a cui di spada

Fe la testa troncar l'iniquo Erode,

Io l'erculea lasciando ampia contrada

Incerto e a capo basso il piè traea

Per la cheta del muro ombrosa strada.

Ivi i miei passi ad incontrar si fea

Il romito silenzio, onde su l'alma

La pace malinconica scendea.

Ma dolce era il pensier, dolce la calma

De' miei spirti; e piovea dolce riposo

Ristorator dell'agitata salma.

Dunque tacito in vista e pensieroso

Dopo breve cammin sopra la sponda

Col fianco io m'adagiai d'un margo erboso.

Il sottoposto tremolar dell'onda,

Il fresc'orezzo, e dell'auretta il fioco

Placido sussurrar tra fronda e fronda,

L'opache piante, il solitario loco,

Sul ciglio mi fermâr languido e lento

Involontario il sonno a poco a poco.

Cadea poggiato su la manca il mento.

Quando alle braccia non so chi mi piglia,

Scuotendo il capo chino e sonnolento;

E una voce all'orecchio (oh meraviglia!)

— Dormi, gridò, figliuol d'inerzia? omai

Apri, io son che ti chiamo, apri le ciglia. —

All'urto al grido le pupille alzai;

E un alato garzon mi vidi innante

Ch'avea del sole su la fronte i rai.

Io dalle chiome al piè tutto tremante

Rizzai le membra; e — Non temer, diss'egli

In gentil soavissimo sembiante.

Grande e bella cagion vuol ch'io ti svegli:

Alzati, e vola. — Al fin di questi accenti

Mi ravvolse la mano entro i capegli;

E le forti battendo ale lucenti

Ratto si spinse, come stral dall'arco

Che lascia indietro men veloci i venti.

O aure, o nubi, col gravoso incarco

Del mio fral non vi prenda onta e disdegno

Se per la vostra regione io varco.

Dall'ima terra spettator qua vegno

D'ammirabili cose: e al mondo chiare

Andranno, se il mio dir di fede è degno.

Tratto in aria pel crin, lungi mancare

E fuggir mi vedea l'erte montagne

Le cittadi le valli e l'ampio mare.

Le nuvole fan largo e le compagne

Nebbie pendenti, ovunque alzo la faccia

Per l'immense del ciel vuote campagne.

Del fulmine passai sopra la traccia;

E tacque il cupo rimugghiar de' tuoni

Di spaventi ministri e di minaccia.

Si chetarono i nembi e le tenzoni

Dell'irate procelle e il tempestoso

Terribile furor degli aquiloni.

Ma pur sentía di zolfo e di nitroso

Bitume odor sì gravi e sì fetenti,

Che mi divenne il respirar penoso.

Ivi caldo di sdegni onnipossenti

Scende il padre de' numi in sua virtude

A fabbricarsi le saette ardenti:

Ira e Vendetta colle braccia ignude

Gli stanno al fianco; e orribili rimbombi

Getta d'intorno la percossa incude:

All'alternar de' spaventosi rombi

Tremano i monti per timor che presto

La ruinosa folgore giù piombi.

Pien di ribrezzo valicai per questo

Sentier sparso d'orrori e di paura;

Finchè il fosco lasciando aere funesto

In parte giunsi più serena e pura,

Onde tosto d'olimpo ogni confine

Luminoso m'apparve oltre misura.

Mia guida il volo in su la cima alfine

Fermò di bianca nuvoletta, e intanto

Dalla man forte sprigionommi il crine.

Io gittava pur gli occhi in ogni canto

Impazîente omai per lo desío

Di saper perchè ascesi alto cotanto:

Quando un batter di palme, un mormorío

D'ale commosse, un sibilar di manti,

E tal voce dal sol scender s'udìo:

— Fate plauso, o comete, o mondi erranti;

Fate plauso al gran Guido, o cherubini,

O superne potenze, o troni, o santi. —

— Odi come fra gaudi almi e divini,

Disse il mio duca, del tuo Guido in cielo

Suona il nome sul labbro ai serafini.

Leva su gli occhi, e vedi: il denso velo

Che lo sguardo mortal tienti impedito

Già ti sgombro davanti, e già ti svelo

L'insolito chiaror dell'infinito. —

Così dicendo, sopra le pupille

Di croce un segno mi formò col dito,

Poscia d'incontro alla gran luce aprille:

E dentro vi trascorse un chiaro fiume

Di vibrate ardentissime faville.

Io possente di vista oltre il costume

Allor lo sguardo avvalorato e forte

Fissai nel centro dell'immenso lume.

E dall'ampie di cieli eccelse porte

Calar di forme angeliche io vedea

Splendente innumerabile coorte;

E seggio adamantino, in cui sedea

Un che l'aspetto di diaspro in guisa

E il piè simìle all'oricalco avea.

Dal suo volto seren spinta e divisa

Faceagli al capo un'iride contorno

D'alma luce che gli occhi imparadisa.

— Santo, — gridâr gli Eletti a lui d'intorno

E Santo Santo — replicar sentissi

Per ogni parte; e raddoppiossi il giorno.

Mentr'io ben ferme in quei fiammanti abissi

Tenea le ciglia, col fragor del vento

Uscir dal trono un'altra voce udissi:

— Scendi, Spirto di Dio, dal firmamento;

E al magnanimo Guido alfin s'appresti

Delle porpore sacre il vestimento. —

Al gran cenno tremar gli archi celesti;

E lo Spirto di Dio tosto si mosse

Alto recando le purpuree vesti.

Al cospetto di tutti egli le scosse,

E apparver dell'agnel puro innocente

Del vivo sangue colorite e rosse.

Gli angeli allor la faccia riverente

Incurvaro dall'uno e l'altro lato;

E tai sciolse parole il gran sedente:

— Chi sarà che l'eroe del meritato

Manto ricopra ancor tinto e vermiglio

Del sangue sparso dall'agnel svenato? —

Surse a quei detti dell'eterno figlio

La più amabil virtude, e tutta umìle

Si trasse in mezzo del divin consiglio.

Bella più che mai fosse, in dolce stile

Così prese a parlar questa soave

Di pacifico amor madre gentile.

— Se non è il mio pregar molesto e grave,

Coll'ostro il merto io fregerò di Guido,

Io che del cuor di lui tengo la chiave.

Non chieder s'ei mi sia tenero e fido:

Alma sì mansueta, alma sì cara

Dio gli donò per mia delizia e nido.

Da me, gli dissi, o mio diletto, impara

Ch'io son nell'umiltà fonte d'amore,

Fonte d'affetti avvivatrice e chiara.

Ei tosto alle mie voci aperse il core;

E lietissima dentro io vi calai

Come su l'erbe il mattutino umore.

La tranquilla nel volto io gli spirai

Schietta soavità di paradiso,

Finchè tutto in me stessa il trasformai.

Così pur seppi di Francesco al viso

Sommi accoppiar di gentilezza i pregi,

Onde fosse ogni cor vinto e conquiso;

E l'oneste maniere e gli atti egregi

Che il fer caro ai Camauri e al transalpino

Genio guerrier d'imperatori e regi:

Per tacer che buon padre e cittadino

Vide un giorno fidate alla sua mano

Della patria le leggi ed il dominio.

Ma oh quanto grata io resi al Vaticano

E a voi partenopée rive gioconde

L'interezza e il candor del suo germano!

Sorga il Sebeto dalle placid'onde,

E narri che per lui sempre più bella

La pace germogliò su le sue sponde.

A lunghe cure io l'avvezzai per quella:

E l'invitto Fernando e Carolina

De' suoi saggi pensieri ancor favella.

Carco di glorie poi la tiberina

Spiaggia il ritolse in mezzo alla speranza

Di rubiconda porpora latina.

Ei c'ha tutta di me la somiglianza,

Ei che fu mansueto, ei che felice

Oggi dell'ostro allo splendor s'avanza,

Mi richiama al suo fianco: e a me non lice,

A me che l'esaltai, di questo dono

Farmi una volta a lui dispensatrice? —

Così parlava: dalle labbra il suono

Dolce qual mele uscìa d'ogni suo detto:

E l'altro nume che sedea sul trono,

Poichè sospinto da increato affetto

L'ebbe sul volto mille baci impressi,

Con un sorriso se la strinse al petto.

Più innamorati i serafini anch'essi

Alternar gareggiando amabilmente

Santissimi fra lor baci ed amplessi.

A sì tenere cose anch'io presente

Mi scossi: e oh quale nel mio sen si sparse

D'ineffabili gaudi almo torrente!

Ecco frattanto un gran silenzio farse;

Ecco un'altra virtude, e rispettosi

Gli angeli indietro al suo passar tirarse.

Affabil vista avea, sguardi amorosi,

Sette stelle sul petto, e l'ignea faccia

Di tre vivaci ardea raggi focosi.

A lui che incontro le stendea le braccia,

— Ah, disse, insiem cogli altri il pregar mio,

Clementissimo padre, udir ti piaccia.

Ti parla la Pietà: quella son io

Ch'ai mortali laggiù larga proveggio

Le grazie i premi della man di Dio;

Ed or che a Guido prepararsi io veggio

Conveniente al merto aura mercede,

A parte d'onor tanto entrar ben deggio.

Pargoletto era ancor, che alla mia fede

Tu il consegnasti: e dietro i passi miei

Sul cammin di tue leggi ei mosse il piede.

Prova sovente del suo core io fei;

Lo passai per le fiamme irrequiete,

E scoprirne una macchia io non potei.

A lui per le notturne ombre secrete

Venìa furtiva: ed egli orando intanto

Togliea dagli occhi il sonno e la quiete.

Oh quante volte mi chiamò, col pianto

Mescolando i sospiri! e non sapea

Che invisibile ognor m'avea d'accanto.

Io da lontano il suo pensier vedea,

Io gli purgai la lingua: e al cor sincero

Sempre il labbro fedel corrispondea.

Lusinga a lui gl'illustri avi non fero:

Chi seguace di Cristo e d'umiltate

Sprezza l'ambizion del sangue altero.

Lungi, fumose immagini pregiate:

Di queste invece io gli additai le belle

Della gran genitrice opre onorate.

Parlo di Caterina, a cui le stelle

La mente sollevar sì, che lontana

Fu dai confini di natura imbelle.

Vedila or come al ciel la via si spiana,

E calpesta fra' chiostri ogni fallace

Gloria, flagel della superbia umana.

Onde romita e in radunar sagace

I tesori celesti attende il giorno

Di salir gli astri e chiuder gli occhi in pace.

Ma scritto è in ciel che i sacri omeri adorno

Delle lane di Tiro il figlio amato

Dal Tevere al suo sen faccia ritorno.

E questo è il dì laggiù tanto aspettato,

Del figlio i pregi e della madre alfine

I caldi voti a coronar serbato.

Veggo i monti esultarne e le colline,

Veggo più vaghi delle sfere i rai

Scintillar per le pure aure turchine.

E me col desío spesso affrettai

Queste a giunger sì lente ore gradite

Tacita nel comun plauso vedrai?

Venga la bella emula mia: venite

Meco, o virtudi più sublimi e conte,

E omai la generosa opra compite. —

Qui tacque: e tutte festeggianti e pronte

Corsero le virtudi, e in gentil atto

Tre volte e quattro si baciaro in fronte.

Corse la Carità, che un cor già tratto

Dalle sue fibre nella man si stringe

Da vivissime fiamme arso e disfatto.

Corse la Speme, che le terga accinge

D'infaticabil'ale e verso il cielo

Gli sguardi confidenti ognor sospinge.

Corse la Fè, che sotto bianco velo

Della faccia ricopre i bei candori

Ed innalza la croce ed il vangelo.

Dietro a queste seguìan l'altre minori,

Venerabil corteggio; e in dolci gare

Venían fastose de' secondi onori.

Rise il gran nume in riguardar le care

Figlie del suo chiarissimo intelletto;

E fatto cenno di voler parlare,

— Ecco, lor disse, il vestimento eletto:

Voi recatelo al giusto, al mansueto,

A lui che tutte vi racchiude in petto.

E giunge ai piedi del buon Pio; che lieto

Fa di sua vista il Tebro, e che prescritto

Al sacro impero dal divin decreto

Per pietà per giustizia e core invitto

Di me solo minor mostrasi, e fido

Della mia sposa custodisce il dritto;

Dite che prima io gli accomando e affido

L'eredità di Cristo, e poi che chiede

Amplo ristoro il faticar di Guido.

Dite che così brama il Dio che siede

Sul seggio adamantin, Dio che sembiante

Ha di diaspro e d'oricalco il piede. —

Tal parlò l'infallibile tonante;

E parve a udirsi la sua voce un prono

Cader di strepitosa onda sonante.

Allor di lampi e folgori dal trono

Un improvviso nembo si disciolse,

Misto al fragor di procelloso tuono.

Ohimè! qui troppa luce i rai m'avvolse;

Ohimè! qui sparve il cielo; e su lo stesso

Margo d'onde l'ignoto angel mi tolse,

Dalla beata visione oppresso,

Steso fra l'erbe mi trovai qual era.

Vidi il sol moribondo; e a lui d'appresso

Volea la notte uscir tacita e nera.