Pergoletta de Antonio Fileremo Fregoso Cavalere de le laudi de Amore
Febo surgeva fuor de le salse onde
coronato de raggi e già l'Aurora
racolte aveva le sue trece bionde:
era del giorno alor la second'ora
e del mese gentil nel qual gioconde
l'erbose spiagge fa la vaga Flora,
quand'in un bel giardin sol e pensoso
entrai, ch'era mio spasso e mio reposo.
In capo d'una ombrosa pergoletta
pel grand'ardor schivar del sol estivo,
costrutta era una piccola loggetta
la cui rara bellezza io non descrivo;
proprio a rimpetto dove l'om s'asetta
era depinto Amore e parea vivo;
sedendo e la pittura remirando,
infra me cominciai così parlando:
– Cieco, nudo fanciul, con pennate ali,
chi te dipinse, Amor sacro e celeste,
con l'arco in mano e con faretra e strali?
Chi disse le tue fiamme sì moleste
com'è 'l pubblico grido infra' mortali?
O tue virtù non gli fur manifeste,
o vero ebbe corrotto il bon iudizio
o patì per amar grave supplizio.
Se privo sei de luce, i bei costumi,
l'augusto aspetto e le regal maniere
de la tua Psiche e suoi fulgenti lumi
come in mirar prendesti già piacere?
Se sei nudo fanciul, come presumi
regnar in terra e in le celeste sfere?
E come, garzoncel privo de panni,
revesti il mondo già tanti e tanti anni?
Sono de levità l'ale tue segno,
ma chi di te a un'impresa è più costante?
Qual è de fede un più securo pegno
che dare il cor in man de la su'amante?
Orfeo descese nel tartareo regno
seguendo già d'Euridice le piante,
Alceste per l'amato suo consorte
intrepida sustenne l'impia morte;
e qual magior fermezza può trovarse
ch'elleger morte per men rio partito?
Quel, pria che da la moglie separarse,
questa morir in cambio del marito!
Quante se sono già nelle pire arse
o occise per passare a l'altro lito
sul schifo de Caron con l'ombra amata,
tanto avean l'alma de costanza armata!
Un gentil cor nel quale abbita Amore
a glorïose imprese sempre aspira:
prima la vita perder che l'onore
elegge, chi ciascuna opra sua mira:
se inante a gli occhi ha il suo suav'ardore,
la bella diva per la qual suspira,
non è sì orrendo caso e periglioso
che non gli entri securo e annimoso.
Oh, chi potesse far de veri amanti
uno esercito, oh, che famose squadre
da non bastarli forza alcuna innanti
farsegli! Vedrien cose sì ligiadre
e gesti singulari e sì prestanti
che Roma, qual d'ogni virtù fu madre,
mentr'era più felice e in maggior gloria
tali non vidde, e leggi pur sua storia.
Se dio de pace sei e con catena
doi amorosi cor leghi sì forte
che con la dura falce non può a pena
romperla la importuna e cruda morte,
perché de strali la faretra piena
e l'arco in man com'om de mala sorte
portar te fanno e chiamante omicida,
se sol concordia in corte tua se grida?
Che d'Ozio nato sii come se dice,
a me non par, perché chiaro se vede
che l'effetto a tal fama contradice,
ch'un solicito amante ogn'altro eccede
e solo è nell'imprese sue felice,
se felice è chi sua donna possede;
né ignavia apresso quel può trovar loco,
chi nel suo petto porta del tuo foco –.
Mentre ch'io stava astratto in tal pensiero,
doi spirti eletti che tra gli altri han vanto
entrorno nell'aprico e bel verziero,
la cui venuta a me fu grata tanto
per esser dotti e de iudizio intiero,
ch'io non te potria dir, lettor mio, quanto:
Tilesio e Bartolomeo il Simoneta,
persona ognun de lor rara e discreta.
Nel dilettoso portichetto intrati
senza far cerimonïe fra noi,
da poi che tutti tre fummo asettati,
e io postomi in mezzo d'ambidoi
per goder sua virtù da tutti i lati,
incominciò così 'l Tilesio poi:
– Dimmi ch'era di te così qui solo:
salivi in cielo col pensiero a volo? –.
– Oh –, resposi io, – il mio pensier tant'alto
volar non può, ch'al volo non ha penne
e caderebbe poi sul duro smalto,
come ad Icaro dicon che intervenne
quando cadé dal ciel con sì gran salto,
perché la via de mezzo ben non tenne –.
Fatta questa resposta, io gli scopersi
el mio discorso nei cantati versi.
Finito il mio parlar, Tilesio alora
recolse col tacer se stesso un poco,
poi cominciò così: – Chi se inamora,
non tenga l'amorosa face a gioco,
perché sua luce tutto il mondo onora,
tanta virtute ha in sé quel sacro foco,
e in tal pensier trovarte ho gran diletto,
per scoprirte su questo il mio concetto.
Mirabil cosa è Amor, e che natura
divina in lui non sia chionque dir vòle,
è proprio un voler far la luce oscura
con poco vel quand'è più chiaro il sole;
né credo tenga de se stesso cura
chi questo almo segnor sempre non cole:
questo del mondo in man le chiavi porta
e de le mortal vite apre la porta.
La metropoli sua e regal sede
nei penetrali de l'umana mente
ha posto e in quella alberga e la possede,
e chi le sacre fiamme sue non sente
a le parole mie non presta fede,
né stima sua virtù tanto potente
che faccia in noi sì com'il solar raggio
ne i verdi prati un ben fiorito maggio.
Legge il volume del toscan Poeta:
un giardin vederai de fior sì pieno,
che non fu primavera mai sì leta
ch'al par de questo non n'avesse meno;
chi vòl toccar la desïata meta,
de quelli li convien impir il seno,
ché chi non sent'il suo suave odore
non può con dolce stil cantar d'Amore.
Qual altra cosa in questa mortal vita
è più salubre a un giovenetto core
ch'arder per donna de virtù munita?
Ogni tristo pensier quel sacro ardore
scaccia dal petto giovenil e invita
l'animo sempre a sequitar onore:
se lo amante in l'amata se trasforma,
i bei costumi suoi tien per sua norma.
Ma chi femina vil per sorte mira,
ch'abbia l'anima infetta, quel veneno
a sé, com'occhio d'occhio infermo, tira
e de vani pensieri gli empie il seno,
per quale avvien che poi piange e suspira:
chiamasi questo Amor vulgare e osceno,
a cui ben gli conviene l'arco e i strali,
perch'è sola cagion de tutti i mali.
Del nostro sacro e venerando nume
che direm noi, da poi che solo è quello
ch'ha in sé ogni grazia e ogni bon costume?
A chi 'l depinse giovenetto e bello
benedico la man, ma chi prosume
cieco chiamarlo e de pietà rebello,
esso è profano e cieco e senza legge,
ch'ha le sue luci e in pace il mondo regge.
Quattro elementi la sua gran sapienza
con tal misura in questo mondo tene
e in un subietto senza differenza
fagli abitar e sì gli accorda bene
che non fa l'uno a l'altro vïolenza:
qual armonia in vita ce mantiene,
cun questi crea tutto quel che nasce,
de questi quattro ogni vivente pasce.
Che fanciullo sia Amore è chiara prova,
ché cresce ogn'ora, esosa ha la vecchiezza,
il tutto a suo poter sempre rinova:
chiamato è desiderio de bellezza,
né cosa a lui più simile se trova
di lei, però appetisce sua vaghezza;
gentile il vedi sempre in ogn'effetto,
però sdegnas'intrar rustico petto.
Fra leti fiori questo tanto dio
alberga voluntier e ama il verde
in segno de speranza e de desio,
però se 'l fior de gioventù se perde,
li amorosi pensier vanno in oblio;
e nelle piante Amor par se rinverde,
come se vede in segno de amicizia
volgerse sempre al sol l'amante Clizia.
Qual più de questo è vittorioso duce,
che nel magno trionfo omini e dei
inanti al carro suo presi conduce?
Mira le spoglie, mira i gran trofei,
cui chiara fama sì nel mondo luce
che esprimerla non so nei versi mei.
Al suo nome divin ciascun se rende,
però ogni cor gentil senz'arme prende.
Musica questo a ogni vivente insegna,
come con l'opre sue fa prova vera
quando despiega sua amorosa insegna
per renovare il mondo in primavera,
ch'ogni augelletto al suo poter s'ingegna
per far pietosa la sua amica altera,
con dolce melodie su' verdi rami
descoprir le sue fiamme e quanto l'ami.
Questo monarca dentro il petto umano
poetico furor divino accende:
ogni elego scrittor greco o romano
da lui cantar versi amorosi imprende;
sacro poeta è adonque, e certo è insano
chi 'l nega e contra verità contende,
perché chi vòl virtù insegnar altrui,
prima saperla ben conviene a lui.
Questo è inventor de tutti li ornamenti,
liberal, pieno de suavi odori,
alchimista sottil, perché non senti
quando trae del cor l'anima fuori;
con la sua face e con suoi fochi ardenti
tanto deletta ch'in te stesso muori
per viver in altrui, né vederai
in altro dio tal maraviglia mai.
Chi dunque con sacri inni e degna laude
sapria tanto segnor laudare a pieno,
a cui il cielo e la natura applaude
e nel splendor del viso suo sereno
l'universo giardin del mondo gaude?
Duolmi non sia sì d'eloquenza pieno
ch'io sappia con mei versi e culte rime
cantar le sue virtù rare e sublime.
Poi che sufficïente a tale impresa
non son, meglio è tacer d'un tanto dio,
ch'a dirne poco, so gli faccio offesa:
però offerisco vittima il cor mio
a l'altar suo, a ciò s'io avesse lesa
sua deità, l'error mand'in oblio
e me perdoni e sempre me difenda
che de femina leve io non me accenda –.
Era stato sì attento a le parole,
ch'io non ardiva pur mover il fiato,
sì come spesse volte avenir suole
ch'ascolta un dolce canto o un parlar grato,
quand'il mio Simoneta, che Amor cole,
incominciò: – Qual spirto si elevato
sapria pinger Amor? perch'è impossibile,
essendo magno, angelico e invisibile.
Che Amor sia desiderio de beltade,
Tilesio mio, affirmerò il tuo detto,
perché, quando bellezze fôr create,
le formò il summo Giove a questo effetto:
a ciò che fusser desïate e amate;
però nel gran Caòs fu Amor concetto,
ché volendo far Dio tante opre belle,
gli era bisogno Amor per amar quelle.
Son tre bellezze, e la eccellente bella
d'animo è né la vede occhio mortale;
l'altra che splende come viva stella,
ch'è de colore e de materia frale,
formosità de corpo ognun l'apella:
obietto è de la vista corporale;
la terza è de la voce e sol se gode
con quel senso col qual l'armonia s'ode.
Sopra del ciel stellato è un superiore
mondo qual è purissimo intelletto,
ch'esempio fu del nostro inferïore
e idea prima nel divin concetto
de l'eterno Maestro e Creatore,
né come questo è a senso alcun subietto:
in quel donque incorporeo imaginato
el primo Amor celeste fu creato.
Però convien ch'in questo inferior mondo
gli regni un altro Amor simil a quello,
il qual chiamar debbiamo Amor secondo,
più ch'alcun'altra creatura bello;
sì come quello Amor fa 'l ciel giocondo,
così fa in terra questo suo fratello:
quello de l'alma la bellezza affetta,
questo in quella del corpo se deletta.
Felice patria nella qual descende
del primo Amor la veneranda face,
però ch'ivi con fraude non s'offende
l'Odio, coperto con mantel de pace,
insidïosi lacci ivi non tende:
lì 'l mal del suo vicin al vicin spiace,
li abiti onesti in li animi prestanti
sol quelli son ch'a sé tiran gli amanti.
Sì come un lume accende molti lumi,
né alcuna parte de la prima luce
se fa minor né par che se consumi,
così quando in un petto virtù luce,
da un bel costume mille bei costumi,
come d'un seme molti fior, produce,
e multiplica sì quel sacro foco
che i raggi infonde in ogni oscuro loco.
Ch'altro comandan nostre leggi sante
che odiar il brutto e desïar l'onesto?
Tante minace e pene acerbe tante
sol sono per indur gli umani a questo:
ma chi meglio il farà ch'un vero amante
de propria voluntate, e chi più presto?
Ché se donna gentil virtüos'ama,
cerca la grazia sua con bona fama –.
E io a lui: – O Simoneta mio,
le bellezze che l'animo possede
intender come sian ho gran desio,
ch'importa molto amar quel non se vede
come soglion gli uman l'eterno Dio,
ma tanto bene in noi da lui procede
che quegli effetti quai vedemo ognora
fanno ch'el s'ama, ch'el se teme e adora.
Ma la bellezza ch'al più nobil senso
del corpo è obietto, non è maraviglia
se s'appetisce con affetto immenso:
come, propinqua al foco, esca s'empiglia,
così fa al cor uman suo raggio intenso,
anzi più presto al fascino simiglia
ch'entra per gli occhi e scorre a le medolle
e ogni libertà de l'alma tolle;
o ver la scalda sì 'l suave foco
che come far l'augel nel nido suole,
del desio mette l'ale a poco a poco,
perché seguir quella bellezza vòle,
né senza essa ha mai pace in alcun loco:
vedela assente e ascolta le parole
ch'escon de quella, quando gli è 'nterdetto
esser col corpo inante al suo cospetto –.
E ello a me: – Sì come i bon pittori
de lumi e ombre e vari liniamenti
una figura fanno e de colori,
e li ponen fra lor sì convenienti,
che l'un per l'altro par più la decori,
e in tal concinnità l'occhio contenti,
così molte virtù la beltà fanno
de l'alma, quando in lei con grazia stanno.
Come de molte voci un'armonia
suave ne resulta e un bel concento,
composte con misura e melodia,
così se gentil ninfa parlar sento
che de molte virtuti ornata sia,
a le dolce parole io sto sì attento,
sentendole conforme al suo bel viso,
come s'io fusse ratto in paradiso.
Guarda qual forza ha la beltà invisibile,
ché sua chiarezza non se offusca mai,
tanto è perfetta e par cosa impossibile:
se gli antiqui volumi leggerai,
aver sufferto alcun pena incredibile
per far l'anima bella troverai,
e tanta voluttà di quella prendere
che chi nol prova mai nol potrà intendere.
Ognun chi segue l'amorosa insegna,
convien che i doi Amori insieme accordi,
sì come il cielo a noi mortali insegna,
che con le sue bellezze par recordi
ch'una magior bellezza in esso regna;
essendo questi dei fra lor concordi,
amando, mai non sentirai molestia,
ch'amor sol de la carne è amor de bestia.
Un aer puro, liquido e sereno
infra le dense nubi e 'l ciel lunare
se dice, e che de spirti è tutto pieno,
quali senton passion dolce e amare,
sì come noi i'nello aereo seno,
e pòn le cose odiar e aver care:
fra lor men rei e assai più scelerati
sono da' Greci démoni chiamati.
De questi è la superbia e l'avarizia,
de questi crudeltate e la perfidia,
de questi la lascivia e la pigrizia
e a se stessa la nimica invidia:
ognun de questi gli uman petti vizia,
ognun de questi a noi mortali insidia:
son questi spirti tutti i pensier nostri
ch'entrono in noi sì come in propri chiostri.
Ma, per l'oposto, in favor nostro poi
ogni virtù da più eminente loco
con quel celeste Amor vengono a noi,
quand'il divino e suo suave foco
il cor ne scalda con i raggi suoi;
con l'aiuto de quelli a poco a poco
i démoni maligni guai ho detto
discaccia spesso fuor del nostro petto.
E però, quando nasce sedizione
e gran discordia dentro l'uman core
fra 'l sfrenato appetito e la ragione
per esser l'un de l'altro superiore,
de questi spirti a l'aspra contenzione
menan nei nostri petti con furore
e battaglia fra lor fan sì crudele
che 'l viver nostro è sempre pien de fele.
Ma se la face più che 'l sol lucente,
d'Amor stendardo e insegna triunfante,
in megio pianterai de la tua mente,
venendo poi alcun nimico inante
per intrar nel tuo cor con la sua gente,
vedendo la bandiera sì prestante
e intorno i bon soldati cercar gloria,
alor despererà de la vittoria.
Altro non resta che pregar Amore
ch'accenda la sua fiamma sempiterna
in questa patria, in ogni freddo core:
el petto scaldi sì a chi la governa
che i probi e iusti sentan del calore,
gl'improbi e scelerati al tutto sperna,
ché i boni la cità preclara fanno
e i mali sono sua vergogna e danno.
Ogni regno diviso infra se stesso
disfarse in breve e ruinar se dice,
però, compagni mei, vedete espresso
che Amor nobile e sacro il fa felice:
amiamo donque mentre è a noi concesso,
ch'esser amante in ogni etate lice,
se lui è quel che 'l mondo in pace tene
e è cagion de tutto il nostro bene –.
– O beato e gentil loco –, disse io,
– che l'ombra presti a sì sublimi ingegni,
io pregarò questo eccellente dio
che rengraziarli e te laudar me insegni,
poi che qui nacque in me quel pensier mio
prima cagion de questi sermon degni,
e pregarò suo nume almo e divino
ne acompagni de fuor del bel giardino –.