Piramo e Tisbe

By Giovambattista Marino

Voglio pianger cantando

di Piramo e di Tisbe

e gli amori e la morte.

Ascoltino il mio canto

sol gli amanti fedeli,

ch'uditor, che spregiasse

un vero amor gentile,

faria languir lo stile.

Prendi Musa selvaggia

la tua flebil siringa,

e narra il fiero caso

de' duo malnati, in cui

una gioia immatura

partorì doglia eterna.

E se dipinger vuoi

quanto conviensi, al vivo

questa istoria pietosa,

lascia le proprie tue

dolci parole usate,

e chiedile dolenti

ala mia sorte trista.

E tu Ninfa celeste,

da cui pende, a cui sola

questa vita soggiace,

e sotto i cui begli occhi

il perderla è guadagno,

del tuo favor deh tanto

prestami, quanto esprima

del'infelice coppia

i tragici accidenti,

i cui duri tormenti

furo al mondo i maggiori,

eccetto i miei dolori.

Ne la città, che cinse

di sì mirabil muro

l'ambiziosa erede

del magnanimo Nino,

nacquero pari entrambo

di bellezza e d'etate

due care e nobil alme,

fanciulla e garzonetto;

e nacque al nascer loro

Amor con essi insieme,

che l'amorosa fede

tenne in lor sempre viva

dala cuna al sepolcro.

Pose tanto in costoro

di grazia e di vaghezza

cortesia di Natura,

che non è meraviglia,

s'a l'altre doti intenta,

non lasciò loco in loro

capace di ventura.

Piramo ei nome avea,

ella Tisbe era detta.

Il giovane n'ardea,

n'ardea la giovinetta.

Eran su l'età fresca

pargoletti et acerbi,

ma là dove mancava

la grandezza de' corpi,

supplivano de' cori

le piaghe smisurate;

e 'l difetto degli anni

empiva amor adulto,

amor intempestivo,

ch'ai lor crescenti ardori

diè di se stesso tanto,

che l'un voler da l'altro

giamai non si disgiunse.

Non stampavano ancora

d'orme perfette il suolo,

quando la viva stampa

dele bellezze amate

portaro impressa al core.

Quasi in un tempo istesso

aprir gli occhi ala luce

del publico pianeta,

et ai lampi novelli

del'amorosa face.

Gli lavaro in un punto

miste ai bagni materni

l'acque de' propri pianti.

Erano apena sciolti

dale tenaci fasce,

che più tenacemente

gli strinse aurea catena.

Cominciavano apena

a respirare a l'aura,

quando fur ben avezzi

a sospirar d'amore.

Quelle tenere membra,

che poteano mal ferme

reggersi in su le piante,

imparavano omai

a sostenere il peso

dele dolci fatiche.

Quelle lingue lattanti,

ch'esprimeano indistinti

bamboleggiando i detti,

sapean chiedere aita

ale pene de l'alma.

Tra quella casa e questa

era il confin traposto

d'una sottil parete,

ma questo cor da quello

divider non potea

intoppo ingiurioso.

Vivean col muro in mezo,

termine degli alberghi,

ma senza mezo o meta

consumavansi amando.

Se disuniva i corpi

confine invido avaro,

l'anime desiose

copulava la fede.

Ei la mirava al sole,

ma temea di sua vista

restar privo ale stelle.

Similemente in lei

temperava il diletto

il continuo sospetto,

che di perderlo avea.

Et egli et ella aprova

l'ore chiedeano al Cielo

tanto lunghe ala gioia,

quanto corte ala speme.

Con altri fanciulletti

ivano essercitando

gli scherzi puerili,

ma con loro giocando

fieramente scherzava

un fanciul cieco, e nudo.

Questi usava con essi,

coetaneo e compagno,

e ben ciascun di loro

(tranne la benda e l'ale)

potea parergli eguale.

O Tisbe e che sentiva

qualor più del costume

tardava un sol momento

Piramo a comparire;

e quale anco al'incontro

Piramo rimanea,

se Tisbe oltre l'usato

aspettar si facea.

O come vendicata

l'un contro l'altro avrebbe

la colpa del'indugio,

se colpa esser potesse

colà dove la pena

l'un per l'altro sofferta

avrebbe volentieri.

Le parole di foco,

che formavan sovente,

onde s'udia talvolta

sfavillar la favella,

non mentite, non finte,

e non eran ragioni

d'artificio composte,

ma naturali e pure,

quai le dettava apunto

simplicità d'affetto,

sol di quel mel condite,

che chiudean tra le labra,

uscian da' penetrali

del'alme innamorate.

Del'un la lingua Amore,

del'altra Amor la voce

move, articola e scioglie.

Amor in amboduo

vive e soggiorna. Or vedi

se chi per lui ragiona,

sa con accenti accorti

per lei risponder anco.

Non toglie intanto o scema

al'empia Gelosia

già l'impeto o la forza

la debil fanciullezza.

Rimira, osserva e spia

dove va il suo diletto,

e con cui s'accompagna,

invida la donzella,

non voglio dir gelosa,

che di ciò l'assecura

il saver d'esser bella.

Ma l'esser bella tanto,

tanto solo le giova,

quanto a Piramo piace.

Piramo, che la mira,

e la brama e l'adora,

stima d'esserne indegno,

né degno al mondo stima

occhio uman di mirarla.

Tutto il tempo perduto,

che 'n altro si dispensa,

che 'n parlarsi e mirarsi

vaneggiando e ridendo,

soglion con larga usura

risarcirlo piangendo.

Ridean, contenti e lieti

de' fanciulleschi amori

i vecchi genitori,

e quasi di sì fatti

amoretti vezzosi

pareano innamorati;

e di tanta strettezza

assai spesso per gioco

divisavano insieme,

onde senza divieto

durò per qualche giorni

di quell'età, che certo

per lor furo i migliori,

questa vita felice.

Ma giunti, ove fan gli anni

più vigorosi e fermi

d'amor negli altrui petti

le faville più vive,

sentiro in sé cangiarsi

i trastulli in affanni,

e quegli scherzi primi

in veri incendi e gravi

d'insopportabil fiamma.

E Fortuna rubella,

viè più in donar cortese,

che 'n conservar costante,

in su 'l dolce fiorire

del bel frutto promesso

portò tempesta amara.

Nacquero tra' parenti

inimicizie e risse,

onde quanto ne' figli

regnava amore e pace,

tanto i padri discordi

nutriro odio e disdegno.

Quinci avenne che tosto

fu lor vietato l'uso

dela cara e soave

domestichezza antica,

et ala verginella,

afflitta e sconsolata

dal paterno precetto

fu circoscritta e tolta

del sospirato oggetto

la vision beata.

Ahi stolto, ma chi chiuse

l'occasion d'un male,

viè maggior non pensando

l'aperse al danno estremo.

Entra il misero amante

in novelli martiri,

né gli sente già meno

l'altra misera, in cui

non è punto minore

la rabbia del'ardore.

Ella al'amor paterno

quantunque per natura

obligata si senta,

non è però, che d'ira

contro chi la produsse

tra sestessa non frema;

perché di quell'amore,

che verso lui la strinse

più naturale assai

è quel, che l'arde il core.

– Padre (dicea) non padre,

ma capital nemico,

posciach'ala pietate

e paterna et umana

contradice e repugna

la tua gran feritate;

tu, che 'l mio ben mi togli,

come non ti ricordi,

né pensi che colei

che viva hai sotterrata,

crudele, è quella istessa

che 'n vita hai generata?

Qual barbarica rabbia

giunse a sì fatto segno,

che struggesse il suo sangue?

Qual serpente, o qual fera

vive armata cotanto

di veleno e d'orgoglio,

ch'ala sua propria prole

procuri strazio e morte?

S'agli animali istessi,

a cui manca ragione,

ragione in ciò non manca,

dimmi, donde imparasti

d'incenerire un core,

che tu stesso creasti?

Perché l'esser mi desti,

s'esser devevi autore

del mio mortal feretro?

Perché titol t'usurpi

così dolce e pietoso,

s'incrudelir t'aggrada

ne le viscere tue?

Se per onore il fai,

vano pensier ti move,

ch'io disonor non veggio

più dannoso o più grave,

ch'una vita dolente,

tanto più che non ponno

semplici sguardi e cenni,

parolette e sorrisi,

recar biasmo, o vergogna.

Né sotto il ciel si trova

la maggior crudeltate,

che separar due alme,

che sono un'alma sola.

Se 'l fai per risanarmi

del'incurabil piaga

che mi sento nel fianco,

squarcia, sbranami il core,

dov'ha fatto radice

la passion profonda,

che 'l voler ne l'infermo

saldar una ferita

con riaprirne un'altra

assai più penetrante,

è rimedio indiscreto

di medico ignorante. –

Piramo in questo mentre

lontan dal suo bel foco

non ardea senza gelo.

Gelava di timore

temendo pur non fusse

questo divorzio oblio;

onde sentiasi il seno,

amatore inesperto,

percosso e lacerato

da martelli e da chiodi,

spine, vipere e sferze,

amorosi flagelli

d'animo desperato.

Tanto fuor di se stesso,

quanto dentro al suo duolo,

– Lasso, lasso (dicea)

più ch'amor è il mio male.

Io amo, s'altri amaro.

S'altrui disgiunse amore

dal'amate bellezze,

io ne vivo disgiunto.

Ma 'l male, oimè, ch'io soffro,

paragon non ritrova!

Perché chi fece al mondo

giamai maggior acquisto,

perdita mai non fece

di tanto ben, quant'io.

La beltà, ch'io sospiro,

mirar senza godere,

dico solo il mirarla

è maggior gloria assai,

che di color, cui lice

godere e possedere;

onde quanto è maggiore

la gloria che perdei,

tanto è maggior la pena

del'averla perduta.

Dove sei Tisbe mia?

Crederesti tu mai

ben mio, che 'l mio morire

cominciò da quell'ora,

che lasciai di vederti?

In quel punto che diede

principio iniqua sorte

ala tua dipartita,

ebbe fin la mia vita.

Ma vo meco dubbioso

qual sia maggior pensando,

il dolore e 'l martire,

che de' begli occhi il raggio

nascondendo mi dai,

o 'l piacer e 'l gioire,

che provar mi facesti

qualvolta ti mirai.

Nol so, so ben, ch'io moro,

se più tarda a svelarsi

da questa nube oscura

lo splendor, che m'aviva.

Scopri quel chiaro lampo,

che m'abbarbaglia e piace,

luce di queste luci,

che quantunque io ne pera

in qual forma, in qual vista

morte qualora uccide

può mai venir più bella? –

In tal guisa penando

languia di vita in forse

la coppia addolorata;

quella in tenebre cieche

di pensieri, e di doglie

per l'ecclisse importuna

del suo terreno sole;

questi in turbini, e piogge

di lagrime angosciose,

ch'addusse al suo sereno,

repentina procella;

et ambo rimembrando

le passate dolcezze,

perché raddoppia il male

la memoria del bene,

in sì penoso stato

aggiungean doglia a doglia.

Ma che non trova o scopre

Amor sagace e scaltro?

Qual benda può, qual velo

l'occhio appannargli in guisa,

che per tutto non miri?

Perché l'industria è figlia

dela necessitate,

e 'l bisogno ingegnoso

rende altrui spesso accorto,

né giamai cosa alcuna

dove inclina il desio

fa difficile Amore,

Tisbe, che cerca modo

da parlar al garzone,

ecco alfin lo ritrova

dove lo spera meno;

e com'egro talora

abbandonato in tutto

da' fisici più saggi,

quando già moribondo

di sanità despera,

un'erba a caso colta

gli dà salute intera,

così la curiosa,

e cauta fanciulletta,

mentre la morte attende,

da un insensibil muro

quella pietate ottiene,

che 'l petto alpestro e duro

del genitor le nega.

Nel muro, che commune

le due case divide,

pon lo sguardo e la mente,

e vede che sdruscito

in parte assai riposta

ne l'angol, che commette

dela camera avara

le malsane giunture,

apre fessura angusta.

Non credo già, che prima

quel pelo il muro avesse,

ma che di lei pietoso

in quel punto s'aprisse

per dar loco et uscita,

ond'essalar potesse

dela fiamma rinchiusa

la perigliosa arsura.

Quivi mentre l'accende

desire intolerante

di riveder colui,

che ciò non men desia,

eccolo, che cercando

pur qualch'astuta via

da ristorare i danni

dela perdita amara,

inaspettatamente

giunge a quel muro istesso

ne l'istesso spiraglio,

dove il suo ben l'attende.

Come nocchiero stanco

dopo lunga fortuna

volge a sereno raggio

di pacifica face

consolato la vista,

o come padre pio

figlio creduto estinto

in sanguinosa rissa

con lieti occhi piangenti

vivo, e sano rimira;

con tal affetto apunto

s'incontraro i desiri

de' duo, ne le cui brame

l'indugio del conforto

facea maggior la gioia.

Vedelo Tisbe, e 'n dubbio

tra 'l sì e 'l no, se sia

o pur non sia quel desso,

colui, ch'ella ognor vede

lontano con la mente,

or di veder presente

agli occhi suoi non crede.

Stupido, et incapace

di tanto bene offerto

Piramo in lei s'affissa.

Stupor, letizia, angoscia,

sospir, gemiti, e cenni,

confusion d'affetti

dolcemente penosi,

parosismi amorosi,

estasi repentine,

sovrasalti, accidenti,

pasimi, svenimenti,

tenerezze, languori,

alterar di colori,

palpitar, sbigottire,

segni, motivi, e sensi

facili da sentire

impossibili a dire,

parlano in lor tacendo;

e ragionando l'alme,

ammutiscon le bocche,

perch'agli eccessi immensi

degli estremi diletti

fansi di foco i petti,

ma di ghiaccio le lingue.

Poic'hanno ai cupid'occhi

alquanto sodisfatto,

ecco Piramo piglia

pur la parola e dice:

– Con qual groppo tenace

colui, che 'l cor mi lega,

or dela lingua ancora

la libertà m'annoda?

E chi tronca le note

a quel che mi rapisce

impeto violento,

sìch'io voglio, né vaglio

esprimer ciò che sento?

Benché quand'anco avessi

spedita la favella,

picciola parte e breve

de' sentimenti miei

distinguer non saprei.

Che congiura crudele

d'Amor e di Fortuna?

Ch'un sì rigido muro

difenda e proibisca

agli occhi il contemplare,

e ch'un freno sì duro

contenda et impedisca

ala lingua il parlare,

ecco pur vi riveggio

luci, che mi beate.

Ecco, ho pur tempo, e loco

da disfogar alquanto

le faville del core.

Cessino affanni e guai,

poiché più nulla omai

da desiar m'avanza;

né più (così m'appago

del ben, che mi contenta)

di desiar desio.

Oimè, s'io mi rivolgo

alo stato dolente,

in cui dianzi mi vidi

privo de' tuoi begli occhi,

e contemplo il presente,

in cui ti miro e parlo,

vita del viver mio,

paragonando insieme

col tormento il diletto,

non umano intelletto,

non è senso mortale

che di questa, o di quella

passion senza modo

le dismisure estreme

di giudicar presuma.

E s'ala lontananza,

infallibile tocco

d'ogni amor vero e fido,

vuoi la mia fé provare,

l'oro è basso metallo

per poterlo agguagliare.

Ma ciò si taccia, e mentre

Amor tanta ventura

al tuo fedel concede,

ceda agli occhi la lingua.

Occhi miei lieti e paghi,

voi, cui dato è godere

quell'oggetto felice,

per crescere il piacere

ingannate voi stessi,

imaginando intanto

di non avere almeno

a perderlo sì tosto –.

La vergine a quel dire

dir non so che volea.

Cominciò mille volte,

altrettante ristette,

e 'n ciò chiaro mostrava,

che tanto non sapea

dir d'amar, quanto amava.

– È possibil (dicea)

ch'abbi tu tanti giorni

senza sentir favilla

del foco, che mi strugge,

indugiato a vedermi?

O la memoria forse

discortese e sleale

ha trascurato l'uso

talor di visitarmi

almen con la membranza?

Ma favelliam pur d'altro;

ciò non cercar mi giova,

peròch'ad alma posta

tra credenza e sospetto

sempre il dubbio del male

porta minor tormento,

che non fa la certezza.

Quante volte temendo

d'averti già perduto

per altra, oimè, più cara,

ma men fedele amante,

solo al'altrui bellezza

tutta recai la colpa

del'incostanza tua?

Quante volte affidata

da speme lusinghiera,

ti figurava poi

il più fido e costante

del'amoroso regno?

Di' tu, Piramo, or quale

d'amor fu maggior segno?

Dirai che fu maggiore

fidar ne la tua fede,

ma io questo ti nego,

perché raro si vede

se non sol colà, dove

mancò talvolta amore,

sovrabondar fidanza.

Comunque però sia,

o ch'io speri o desperi

o confidi o diffidi,

o mi viva o mi mora,

o mi manchi allegrezza,

o m'avanzi tristezza,

più che me stessa io t'amo.

S'udrai tal volta a caso

celebrar mai fermezza,

credi ch'esser non pote

altra, se non la mia.

Ma già partir conviemmi;

ahi, con qual core il dico?

Lassa, il poter partire

dal tuo cospetto è quanto

poter viver partendo.

Mira, Piramo, mira

come preste e veloci

passan volando in breve

del tuo commercio l'ore;

e con che lento passo

il pigro andar trattiene

un solo, un sol momento

dela tua dura absenza.

Ti lascio, io vado, io parto.

Che hai ben mio? che senti?

Sarà presto il ritorno.

Par ti s'oscuri il giorno

quand'io da te sparisco:

rimanti, ah, perché piagni?

Lascia il pianto, se m'ami,

che ogni stilla de' rivi,

che spargono i tuoi lumi,

è un mare di martiri,

che mi sommerge l'alma

nel fondo del'angosce. –

Diss'egli – Anima cara –

ma non passò più oltre,

ch'un singhiozzo profondo

gli tagliò la parola.

Ella che lo consola,

e 'l prega che non pianga,

non men piangendo versa

lagrime sconsolate.

Per casa intanto s'ode

non so che di scompiglio,

onde convien malgrado,

ch'a spedirsi sien presti.

S'accomiatan con gli occhi,

occhi con occhi soli,

soli sguardi con sguardi,

che questi d'amor sono

i saluti e i congedi.

Poiché sono in disparte

l'un dal'altro divisi,

contener non si sanno

su la speranza, c'hanno

di tosto rivedersi.

Apena son partiti,

che dal'indugio stanchi

al ritornar pensando

discorron tra se stessi,

e dice ciascun d'essi:

– Che refrigerio scarso

si dona a tanto foco?

Perché durò sì poco

quella volubil ora

dela dolce dimora,

del cui piacer fugace

gustato, e non goduto,

al desiderio fora

il secolo un minuto? –

Quindi al'usato foro

pur si traean da capo.

Quando l'un vi veniva,

l'altro apunto arrivava:

mai né l'uno aspettava,

né l'altro differiva.

Senza alcun altro aviso

la volontà fervente,

amor impaziente

gli agguagliava del pari,

a guisa di due rote

d'oriuol ben temprato

che con alterni giri

volgendosi egualmente

danno al moto commune

regolata misura;

o pur come due cetre

armoniche e concordi,

che concertate insieme

in un tuono conforme,

con concento sonoro

si rispondon tra loro.

Oh quante volte, oh quante

maledicean quel muro,

biasmavan quel macigno

discortese e maligno,

ch'era al libero corso

de' lor desir focosi

freno, incontro e riparo.

Quante ancora in pregaro,

che quell'impedimento

rimovesse sol tanto,

che bastasse ad unire

volto con volto almeno,

se non seno con seno.

– Ahi pietra, ahi dura pietra,

(dicea Tisbe talora)

perché perché contendi

al'edra innamorata,

che non viva abbracciata

col tronco amato e caro?

Che se tra noi non fusse

un sì fatto ritegno,

foran viè più tenaci

di quel ch'Apollo diede

al suo fugace alloro,

verso colui ch'adoro

gli abbracciamenti, e i baci. –

– Ahi, sasso, ahi duro sasso,

(dicea Piramo ancora)

donar dono imperfetto,

far grazia non intera

non è, non è larghezza

di generosa mano.

Sostien ch'io goder possa

quel ben che mi mostrasti.

Non lasciar che si dica,

ch'a donar cominciasti,

e poi pentito, e fatto

di liberale avaro,

in su 'l meglio mancasti. –

Così dicean sovente,

e sovente piangendo

tentavan d'ammollire

di quel duro intervallo

le selci rigorose

con mille baci e mille;

con baci, che mandati

dagli avidi desiri,

su l'ali eran portati

da' fervidi sospiri,

peròche quella bocche,

che 'l muro dividea,

l'affetto congiungea.

Questo desir cocente

cotanto in lor s'acrebbe,

che non avendo morso

la ragion da frenarlo,

e stimando follia

il senso innebriato

mirarsi e non godersi,

per loro ultima doglia

presero alfin partito

di trovarsi soletti

pur quella notte istessa

ala fonte del Moro.

Sfortunato consiglio,

in cui chiara pur troppo

sua qualità mostraro

amore e giovinezza;

ond'ebbe invida sorte

occasion ben presta

di schernir la speranza.

Miseri, a cui quel giorno

infelice et infausto,

ch'a sì lunghe procelle

devea portar lo scampo,

portò crudele e forte

il naufragio, e la morte.

Vivean senza riposo,

et a questo et a quella

già rincresceva il die,

fastidiva la luce.

Desiavan la notte,

sospiravan le stelle,

riprendevano il sole,

ch'iva tardi a corcarsi,

bestemmiavano il tempo,

che per rapir le gioie

era lieve al fuggire,

ma per recarle altrui

era zoppo al venire.

Né sapeano i meschini,

che quell'ora fatale,

ch'Amor lor ritardava,

Atropo accelerava.

Tra le dilazioni

quanto il desir più avampa,

tanto il timor più gela.

Tutti i perigli, e i casi

di sciagura, e di danno,

che succeder potranno,

fansi a Piramo innanzi,

pensa se la fanciulla

sarà costante, e salda;

se lascerà dormendo,

ingannarsi dal sonno;

se fia che sen'accorga

l'un e l'altro parente;

s'altra importuna gente

scontrerà per camino;

s'avravvi alcun vicino,

che 'n su l'uscir la veggia.

Tisbe altrettanto ondeggia

tra dubbiosi pensieri,

rivolgendo pur seco

alcuna rea ventura

che quell'affar disturbi,

verrà, che s'attraversi;

o se non altro, forse,

faccia del'idol suo

intepidir nel core

il reciproco ardore,

perché meno altrui crede,

e meno s'assecura

del'altrui vera fede,

chi l'have in sé maggiore.

Quindi riprega Amore

ch'accorciando le lunghe

i sovrastanti rischi

agevolar gli piaccia.

Già l'ombra dela terra

per tutto intorno intorno

abbracciato avea 'l mondo.

In un oblio profondo

sommerse eran le genti.

Taceano gli elementi,

e da silenzio grave

le contrade occupate

pareano inabitate.

Sol dela dea d'Atene

lo svergognato augello

con lugubri garriti

l'annunzio presagiva

de' funesti successi.

Giacean dal sonno oppressi

i trascurati padri;

posava la famiglia,

le pigre ancelle e i servi

su l'oziose piume

de' domestici impacci

non prendean guardia o cura;

quando Tisbe la prima

sorse pian piano, e venne

dela camera a l'uscio.

Fu Tisbe la primiera,

di lui più diligente,

non già perché 'n lei fusse

maggior la passione,

ma sol perché 'n quel sesso

minor naturalmente

suol esser la ragione.

Fugge il timor gelato,

che l'amorosa fiamma

lo scaccia, anzi lo scalda

sìch'ardisce, quant'arde.

Se teme pur, non teme

la perigliosa uscita.

È sol timor geloso,

che Piramo ala fonte

dopo lungo aspettarla

non faccia indi partita.

Amor figlio d'un fabro,

d'ogni ferrato ordigno

ingegniero e maestro,

la guida e la consiglia,

e per entro i serragli

di propria man movendo

secreto e taciturno

il chiavistel notturno,

fa ch'incontri ad aprire

quelle infelici porte

onde passa ala morte.

Passa tentone al buio

fuor de' paterni tetti,

e con piante sospese

per le malnote strade

tanto s'aggira ch'esce

dela muta cittade.

Era allora Cintia apunto

nel colmo del suo mese,

e già sorta tenea

il vertice del cielo,

onde squarciando il velo

del'aria tenebrosa

parea quasi ch'avesse

il suo biondo fratello

di luce impoverito,

o che si fusse quello

per contrafar la suora,

d'argento travestito.

Nel celeste teatro

le notturne sculture

scintillavan sì pure,

che la misera Tisbe,

che qual fato malvagio,

fusse in lor non sapea,

mirandole dicea:

– Ecco il ciel fatto è spia

de' nostri dolci furti.

Ne' miei casi felici

vogliono ancor le stelle

vigilar spettatrici –.

Le campagne e le selve

mezo tra chiare e fosche

disvelate e distinte,

ma scolorate e tinte

dala luce e dal'ombra,

avean dele lor spoglie

cangiato in nero il verde.

Vacillavano i rami

e con fievol sussurro

da venticel soave

leggiermente agitate

tremolavan le fronde.

Gareggiavano i fiori,

gemme e fregi del prato,

con le pompe e i tesori

del padiglion stellato;

onde la fresca auretta

spargea per l'aria mille

mescolanze d'odori;

cose ch'ai mesti cori

et a chiunque infermo

del mal d'Amor languisce

soglion crescer la pena.

Dela luna serena

sotto il gelido raggio

la donzella sen giva,

quando udì non lontana

con un rauco rimbombo

mormorar la fontana.

Mira intorno e rimira

per quell'ombre solinghe,

né 'l suo bel sol vi scorge;

onde pensosa e trista

in un poggiuolo assisa

i lavori e gl'intagli

contemplando trattiensi

di quel tragico fonte.

Dala costa del monte

l'acqua limpida e tersa

prorompe in più ruscelli,

e per gradi di sasso

scendendo a balzo a balzo

entra in cupa conserva,

che nel capace ventre

tutta insieme l'accoglie,

poscia secretamente

per marmoreo canale

la manda, ove gran conca

sostien sovr'alte basi

duo simulacri sculti

di lucente alabastro,

Adone e Citerea.

L'una piove dagli occhi

filate a stilla a stilla

lagrimette d'argento.

L'altro dal fianco aperto

vena vivace e pura

di sangue cristallino.

Rotta l'onda ricade

in baccin di diaspro

e par che nel cadere

quasi con flebil voce

gorgogliando singhiozzi.

Stassi attonita e muta

a specolar intenta

del'istoria funebre

il doglioso mistero

la donna innamorata,

e dal'oscura vista

di quell'oggetto infausto

a' suoi dubbiosi amori

tragge augurio non lieto.

Tuttavia sospirosa

attende il fido amico,

ma seco si consola,

non poco ambiziosa,

ch'al destinato loco

egli l'ultimo vegna,

per poter poi vantarsi

d'averlo prevenuto

e per secura prova

di vera esperienza,

che 'l foco è in lei maggiore

testimon del'amore

portar la diligenza.

Umilmente il Ciel prega

che 'n breve ivi il conduca,

da per tutto l'ascolta,

ciò ch'ode, e ciò che vede

esser Piramo crede.

Già già di lui si lagna,

di pianto il sen si bagna,

sestessa sventurata

appella, e 'l suo fedele

negligente e crudele.

Se da liev'aura tocco

tenerello virgulto

fa svincolar le cime,

l'occhio, ch'adula al core,

al credulo pensiero

il falso persuade.

Se foglia a terra cade,

s'augel le penne move,

del suo venir s'avisa,

e tra sestessa dice:

– Grazie al cielo, è pur giunto,

io non so se m'inganno.

Se' tu Piramo mio,

ahi no, lassa, ch'io mento.

Tardar però non pote,

eccolo, il veggio, il sento,

o pur mosso dal vento

è un arbor, che si scote? –.

Così sola aspettando

lo spazio misurava,

i passi annoverava,

ch'eran quindi ala casa

di colui ch'aspettava.

Levavasi talvolta

frettolosa, inquieta,

poi tornava a sedersi

maninconica e mesta.

Ecco apparire in questa

con bocca sanguinosa

leonessa orgogliosa,

che leccandosi il muso

con la lingua tremenda

mostrava aver di fresco

uomo sbranato o fera.

L'apparenza feroce

pose tanto spavento

nel petto giovenile,

ne l'alma feminile,

che benché non bastasse

a discacciarne amore,

fu sì fatto il timore

almen, che lo sospese.

Né con altre difese

sapendosi schermire,

che con commetter solo

la sua salute al piede,

tosto a fuggir si diede

e con la faccia indietro,

e con le mani avante

pallidetta e tremante

drizzò tra le latebre

più condensate e chiuse

dele piante le piante;

e 'n guisa la confuse

la paura, e la fretta,

che lasciò 'l manto al suolo,

il manto, che fu poi

d'ogni suo mal cagione.

Giunta al manto la fera,

sfogò sua rabbia in esso,

et a quel modo istesso

in più pezzi stracciollo

com'a lei fatto avrebbe,

s'era tarda alo scampo.

Lascial di sangue pieno,

e con le labra immonde

poiché macchiate ha l'onde,

la dispietata belva

nel folto dela selva

prestamente s'imbosca.

Per l'aria ombrosa e fosca

Tisbe smarrita, in cui

s'è novamente aggiunto

al'orror dela notte

il terror dela morte,

quindi non lunge, lungo

la riva del'Eufrate,

mentre loco procaccia

da ricovrarsi in salvo,

vede aperta la bocca

d'una spelonca opaca,

là dove apena entrata,

le s'appresentan cose,

onde può ben ritrarre

i pronostici amari

del fiero essizio estremo.

Trova di neri marmi

mole illustre e superba,

la tomba, ove son l'ossa

(come narra lo scritto)

del gran re di Babelle,

d'imagini assai bella,

ma tutte dolorose,

in ogni parte incisa.

Quand'ella ivi s'affisa,

– Misera, che fia questo?

(tra sestessa ragiona)

quanto qui veggio e trovo

tutto sa di tristezza,

fonti di pianto e sangue,

giovani amanti uccisi,

crude fere omicide,

orror, furore e strage,

cadaveri e sepolcri.

Arrida pur il fato

ale nostre fortune. –

Il damigello intanto,

ch'ingannato dal tempo

stimò del suo partire

immatura ancor l'ora,

partesi alfine e lassa

le malguardate soglie,

ma con un tarlo al fianco

che ben pare indovino

del suo crudel destino,

subito uscito passa

per l'uscio del'albergo,

che fu suo paradiso,

e trovalo socchiuso,

onde tosto sospetta,

ch'ella è già prima uscita.

– O mia verace amica,

(seco dice) è pur vero,

ch'assai più di me avesti

sollecito il pensiero,

e la mia troppo sciocca

trascuragine ingrata

rinfacciar mi volesti.

O Tisbe, o Tisbe amata,

quand'io pur non t'amassi,

(che 'l non amarti tanto

possibile mi fora,

quanto il viver senz'alma)

sol per questa, ch'io scorgo,

presente affezzione

d'amarti a gran ragione

viè più che gli occhi miei

obligato sarei.

Oimè, ben temo ch'ella

con turbatetti rai

si mostrerà sdegnosa.

No, no, ch'ella è pietosa,

e sempre la trovai

benigna, come bella. –

Queste tacite cose

tra se stesso dicendo,

s'affrettava correndo,

finch'ala fonte giunse.

Ritrovò quivi giunto

le vestigia ancor fresche

dela fera superba,

insanguinata l'erba

col manto a lui ben noto

sovra il sanguigno prato

sconciamente squarciato.

Nocchier, mentre in bonaccia

solca l'onde tranquille,

se in non veduto scoglio

d'improviso s'incontra,

sì turbato non resta,

com'ei da gran tempesta

di timor, di cordoglio

assalito repente,

riman muto e dolente.

Cerca più oltre, e spia

per veder se s'inganna,

bramoso d'ingannarsi,

ma quanto più ricerca,

di ciò, che non desia

più viene ad accertarsi.

– Ahi la mia vita è morta, –

disse, e più in là non disse,

che 'l dolor, che 'l trafisse

chiuse al parlar la porta,

e cadde tramortito.

Dal suol verde e fiorito

il poverel si leva,

torna a risguardar l'orme,

scorge l'acque vermiglie,

riede due volte e due

a ravisar la vesta,

lasso, e pur raffigura

l'empia sua disventura

ai segni manifesta.

Manca il fiato ala voce,

manca la voce al pianto,

e manca il pianto agli occhi.

Gli occhi veggendo il caso,

che di lagrime è degno,

cheggiono umore al core.

Ma bench'egli il conceda,

il pianto è così scarso,

la voce è così tronca,

che non si può l'umore

tra le parole sparso

misurar col dolore.

Sì come un vasel pieno,

ch'abbia angusta la gola

a poco a poco versa

il licor, c'ha nel seno,

così quel core oppresso

da soverchi tormenti,

quando in maggior eccesso

abondano i torrenti,

e le lagrime ai lumi

corrono in larghi fiumi,

le stilla a filo a filo.

– Dunque Tisbe moristi?

rispondimi, ove sei?

(dicea) ma se colei,

ch'era sola il cor mio,

morì, come viv'io?

perché quest'alma anch'ella

non sen fuggì con lei?

E se pur sen fuggio,

come misero, come

senz'alma io parlo e piango?

Mi lasciò forse in vita,

morto senza morire,

acciò che 'n tal martire

io pianga e pianga tanto,

che mi disfaccia in pianto.

No, no, non me l'uccise

l'animale inumano,

che lasciò qui la traccia.

Io, io fui l'omicida,

ché dala mia tardanza

nacque la cagion vera

dela sua morte acerba.

Tardanza maledetta,

cor neghittoso e lento,

come la sua prestezza

fu amore e lealtate,

così la tua lentezza

fu inganno e tradimento.

Fui a lei traditore,

la cui bellezza è spenta,

traditore a me stesso,

che di cor mi son privo,

ad Amor, ch'è malvivo,

al mondo, che la perde.

O dele belle membra

fera divoratrice,

cruda, sì, ma felice

ne l'infelicitate

del gran dolor, ch'io sento,

se quel conoscimento,

ch'allora non avesti,

quando dela tua rabbia

cibo, oimè, la facesti,

ancor non ti mancasse

in saver qual tesoro

nel ventre tuo si chiuda,

non saresti sì cruda,

che ne l'istessa tomba

non sepellissi insieme

ancor la spoglia mia

per darle compagnia.

Vago ciel, chiare stelle,

ministre de' suoi mali,

e nemiche mortali

dele sembianze belle;

non si trovò pur una

fra tante e tante luci,

che le porgesse aita?

Ahi, la luce infinita,

che 'l vostro alto splendore

facea parer minore,

v'empie d'invidia e d'ira.

Oh luna, invida luna,

perché quando vedesti

venir l'orribil mostro

i rai non nascondesti?

Ma che? poco giovava,

che l'aria oscura e bruna

ad illustrar bastava

il lume de' begli occhi.

Fonte già di cristallo,

or da quel sangue bello,

smaltato di corallo,

dammene certo aviso,

chi m'ha il mio bene ucciso?

Dimmi, è morto il cor mio? –

Et allor il ruscello

parea gli rispondesse

con basso mormorio,

– morio Tisbe, morio. –

Questo et altro dicea

Piramo addolorato,

si lagnava del fato,

se stesso riprendea.

La spada, che pendea

dal cinto al manco lato,

trasse fuor desperato,

e tuttavia piangea.

Pose la punta al suolo,

sollevò gli occhi al cielo,

e disse in questa guisa:

– Se 'l tempo, che potrebbe

Tisbe mia, di ragione

concedermi natura,

bastasse in qualche parte

con lagrime a pagarte

quanto in amor ti deggio,

ben da bramar avrei

più vita per languire

che morte per finire.

Ma 'l corpo non val tanto,

ch'ognor piangendo possa

del'estinta mia fiamma

pagar pur una dramma

con mill'anni di pianto.

Su, su spada mia fida,

sii più di me leale,

con vendetta mortale

una mortal ferita

quel traditore uccida,

ch'uccise la mia vita;

perché non deve un spirto

cotanto innamorato

abitare in un corpo

sì poco aventurato.

Prendi benigna terra

il mio terrestre velo;

prendi malvagio Cielo

i lamenti e i sospiri,

tu dea de' miei desiri

volata al ciel d'amore,

prendi l'anima e 'l core. –

Avea, mentre parlava,

posato a terra il pomo,

e la punta rivolta

verso il fianco sinistro,

poi con voce interrotta

Tisbe tre volte a nome

fievolmente chiamando,

s'abbandonò sul brando.

Passò l'acuto ferro

dal costato ale spalle,

onde subito uscio

di sangue un caldo rio

ad innaffiar la valle.

Tisbe, che pur allora

arrivava anelante,

vide l'amato amante,

ch'avea dal fianco al tergo

la spada attraversata;

e come forsennata

gridò, – lassa, che veggio? –

Aprì gli occhi a quel grido

Piramo e si rivolse,

o Tisbe, indi dir volse.

Ma 'l bel nome perfetto

non poté proferire,

perché l'alma a l'uscire

sen portò via veloce

la parola e la voce.

E 'n voler così dire,

la Parca, ch'al donzello

tenea lo sguardo intento,

tra l'un e l'altro accento

pose l'empio coltello.

Con lui Tisbe s'abbraccia,

vede che gli occhi ei serra;

piombar si lascia a terra,

le bionde chiome straccia,

graffia la bella faccia.

– Oh, oh, come consente

(diceagli) iniqua sorte,

che possa un tanto foco,

Piramo mio, dar loco

al ghiaccio dela morte?

Ben mio, deh perché quando

uccider ti volesti,

me nel medesmo punto

ancor non uccidesti?

Gran torto mi facesti,

che se (come ben sai)

in tutti gli altri casi

indietro non rimasi,

non devevi giamai

senza me poi morire.

Se fosti discortese

a non chiamarmi teco,

or non essermi avaro

a negarmi l'emenda.

Lasciami loco almeno

in quel ferro crudele;

se non poté il bel seno

capirmi, or ch'è ferito,

capiscami la spada

del bel sen feritrice. –

Ciò dicendo s'inchina

sula bocca sfiorita,

e dale labra fredde

si compiace e le giova

rapir gli aridi baci.

Mira e tocca la piaga,

del sangue, che dilaga,

già spruzzata ha la gonna.

Alfin dal prato sorge

furiosa e baccante,

e lagrimando dice:

– Padre, tu che mi fosti

nemico sì rabbioso,

che non volesti mai

sì nobil giovinetto

congiungermi per sposo,

or guarda se la morte

ha dissolver potuto

quella fede incorrotta,

che si deve al consorte.

Vienne, vienne, e vedrai,

se ciò che non fe' il letto

per la paterna cura,

mercè di questa mano,

farà la sepoltura.

E te pietosa madre,

se la triste novella

ti ferirà l'orecchie

supplichevole prego,

ch'ad amboduo n'appresti

un avello commune,

acciò che come l'alme

furo unite vivendo,

così le spoglie insieme

sien sepolte morendo.

Notte chiara e serena,

foreste erme et oscure,

solitarie paure,

antri, fonti e ruscelli,

fiori, erbette, arboscelli,

siate voi dela pena,

ch'a morir mi conduce,

giudici e testimoni.

Fauni, pastori e ninfe,

scrivete col mio sangue,

ne le crescenti scorze

di questi tronchi alpestri,

che la povera Tisbe,

a cui fortuna diede

quant'ella avea d'amaro,

fra tante sue sciagure

ebbe tanto di bene,

ch'oggi il Ciel le concede

di perdere più tosto

la vita che la fede. –

Qui tacque la meschina,

e in un mezo sospiro

sepelì queste note

perché la spada, ch'era

soverchiata al suo vago,

per la manca mammella

l'uscì dopo la schiena;

e l'un sangue con l'altro

mescolato e confuso,

giunto al moro vicino,

i suoi candidi frutti

colorì di rubino.

In un'arca di marmo,

di candor, di durezza

ala lor fé sembiante,

furo insieme riposti

indivisibilmente

i cadaveri essangui;

in cui da nobil fabro

fu l'istoria scolpita

fin dal principio al fine

del'infortunio orrendo;

onde quivi leggendo

la tragedia inudita,

in morte ognun conobbe

quanto s'amaro in vita.