PRETERITO PIÙ CHE PERFETTO DEL VERBO «PENSARE»
Il mondo pèggiora
(gridan parecchi),
il mondo pèggiora:
i nostri vecchi,
di rispettabile,
d'aurea memoria,
quelli eran uomini!
Dio gli abbia in gloria.
È vero: i posteri
troppo arroganti,
per questa furia
d'andare avanti,
all'uman genere
ruppero il sonno,
e profanarono
l'idee del nonno.
In illo tempore,
quando i mortali
se la dormivano
fra due guanciali;
quand'era cànone
di galateo
nihil de principe,
parum de Deo;
oh età pacifiche,
oh benedette!
Non c'impestavano
libri e gazzette;
toccava all'Indice
a dire: Io penso;
non era in auge
questo buon senso,
questi filosofi
guastamestieri,
che i dotti ficcano
tra i cavalieri.
Pare impossibile!
la croce è offesa
perfin su gli abiti!
(pazienza in chiesa!)
E prima i popoli
sopra un occhiello
ci si sciupavano
proprio il cappello.
Per questo canchero
dell'uguaglianza
non v'era requie
né tolleranza;
non era un martire
ogni armeggione
dato al patibolo
per la ragione.
Tutti serbavano
la trippa ai fichi:
oh venerabili
sistemi antichi!
Per viver liberi
buscar la morte?
è meglio in gabbia,
e andare a Corte.
Là, servo e suddito
di regio fasto,
leccava il nobile
cavezza e basto;
e poi dell'aulica
frusta prendea
la sua rivincita
sulla livrea.
Ma colle borie
repubblicane
non domi un asino
neppur col pane,
e in oggi, a titolo
di galantuomo,
anco lo sguattero
pretende a omo.
Prima, trattandosi
d'illustri razze,
a onore e gloria
delle ragazze,
le mamme pratiche
e tutte zelo,
voleano il genero
con il trapelo.
Del matrimonio
finiti i pesi
nel primo incomodo
di nove mesi,
si rimettevano
mogli e mariti
l'uggia reciproca
di star cuciti:
e l'Orco, e i magici
sogni ai bambini,
eran gli articoli
del Lambruschini.
Oggi si predica
e si ripiglia
la santimonia
della famiglia.
I figli, dicono,
non basta farli;
v'è la seccaggine
dell'educarli.
E in casa il tenero
babbo tappato
cova gli scrupoli
del proprio stato;
e le Penelopi
nuove d'Italia,
la bega arcadica
di far la balia.
Oh tempi barbari!
nessun più stima
quel vero merito
di nascer prima,
dolce solletico
di un padre al core:
ah l'amor proprio
è il vero amore!
Tu, tu, santissimo
fide–commesso,
da questi vandali
distrutto adesso,
nel primogenito
serbasti unito
l'onor blasonico,
il censo avito,
e in retta linea
d'età in età
ereditaria
l'asinità.
Ora alla libera
vede un signore
potarsi l'albero
dal creditore:
l'usura, il codice,
ne róse i frutti;
il messo e l'èstimo
pareggia tutti:
chi non sa leggere
si chiama un ciuco,
e inciampi cattedre
per ogni buco.
Per gl'illustrissimi,
funi e galere
un giorno c'erano
per darla a bere;
ma in questo secolo
di confusione
si pianta in carcere
anco un Barone;
e s'aboliscono
senza giudizio
la corda, il boia,
e il Sant'Uffizio.
Il vecchio all'ultimo,
saldando ai frati
quel po' di debito
de' suoi peccati,
i figli poveri
lasciava, e pio
mettea le rendite
in man di Dio.
Oggi ripiantano
l'a ufo in Cielo,
e a' pescivendoli
torna il Vangelo.
E se il Pontefice
fu Roma e Toma,
or non dev'essere
nemmanco Roma;
e si scavizzola,
si stilla tanto,
che adesso un chimico
rovina un Santo.
Prima il battesimo
ci dava i re,
in oggi il popolo
gli unge da sé;
e se pretendono
far da padrone
colle teoriche
del re leone,
te li rimandano
quasi per ladri:
beata l'epoca
dei nostri padri!