Prima parte
Agl'applausi più festivi,
o del mar ninfe v'unite.
Dalle grotte più profonde,
suonin l'onde a' cenni miei
e s'innalzin più trofei
a Nettunno, ad Anfitrite.
All'impero de' Germani
non invidia il petto mio,
pur ch'io sia del mar il dio,
sian pur lor numi sovrani,
l'un nel cielo e l'altro in Dite.
A Proserpina e Giunone
non invidia la mia sorte,
se a Nettunno io son consorte,
più di Giove e di Plutone
son sue nozze a me gradite.
Agl'applausi più festivi,
o del mar ninfe v'unite.
Rubin, perle e coralli,
di cui felice il nostro regno abbonda,
fa' pur che a' cenni tuoi
colgansi, o sposa, e tosto ne circonda
al gran padre Imeneo l'are adorate,
confessando che mai
non si strinser da lui nozze più grate.
Rota così propizia a mio favore
girò quel di fortuna,
ch'ora ogni gioia in questo sen si aduna.
Impor le leggi al mare,
nol niego, è vanto mio,
ma benché a calme ed a tempeste impero,
sol però per quest'alma
tra' scogli del suo sen ride la calma.
E per placar quel tempestoso orgoglio
Onde spesso il cordoglio il cor m'assale,
al gran tridente un guardo tuo prevale.
Orsù, mia diva, addio.
Sempre il fato t'arrida, amato dio.
Son lieta, o fortuna,
non bramo di più.
Un cor sì beato
ch'eguali il mio stato
non vive lassù.
Per farmi felice
mi basta così.
Contento maggiore
del nostro, o mio core,
alcun non sentì.
Fortunato Imeneo,
che in sì felice nodo il cor m'avvinse.
Ma il regno di Nereo,
qual bisbiglio confonde? A questa parte,
tra ben cento tritoni e mille ninfe
drizza Proteo le piante.
Come lieto il sembiante in lui si vede!
Qualch'augurio felice egli prevede.
Agl'applausi risveglisi il cor.
Mai più bello e più lucente,
dalle sponde d'Oriente,
trasse Febo il suo crin d'or.
Agl'applausi risveglisi il cor.
Dalla face d'Imeneo,
mai svegliarsi non poteo
il più bello e casto ardor.
Agl'applausi risveglisi il cor.
Risuoni pur per così lieti eventi
da' seni più nascosti
del gran padre Oceano eco festiva
che a nozze sì felici intuoni i viva!
Che sento? È Proteo ancora
qui con inni di laude?
Delle mie nozze alla memoria applaude?
Se qual vidd'io da' più misteri ascosi,
queste rive beate
de' duo futuri sposi
devono in questo dì bearsi ai sguardi.
Olà, più non si tardi.
Cantisi in suon gradito:
viva Carlo in eterno a Paola unito.
Lassa! Che ascolto? E quai festivi applausi
non si fanno a Nettunno?
E fia ancora tra l'algose campagne
negl'applausi Anfitrite abbia compagne?
Olà, fermate! E chi nel regno mio,
fatidico pastore,
tal licenza a te diede?
Maggiori applausi un tal successo chiede,
così per intrecciare
nodo tanto bramato,
più veloce corresse il tempo alato.
E chi fian questi eroi per quai si vede
che nel proprio suo regno,
la regina del mar l'onor gli cede?
Delle piante più illustri
del ligure giardin germi famosi
sono, o diva, i due sposi.
E se tu stessa del bifronte dio
alla figlia reale
del mar cedi l'impero,
or ben vegg'io che con vicenda uguale,
or si devon da noi
tributar giuste lodi a' figli suoi.
Scherzi, rida e brilli il mar
di sembianze così belle
se il fulgore ci goderà,
del suo sol, delle sue stelle,
si potrà con l'empiro anch'ei vantar.
O quai nel sen del fato,
con mia gioia prevedo
per sì fausto imeneo felici eventi.
Su, voi che a' muti armenti
assistete con me, pastori algosi,
accorrete festosi.
Tutti a cantar v'invito:
viva Carlo in eterno a Paola unito.
E una ligure sposa
Nel regno mio m'usurperà gl'onori?
Ah, no! Troppo gelosa
son della gloria mia.
Pena condegna a tanto ardir si dia!
Di qual pena favelli?
Cessa del tuo furor, bell'Anfitrite.
La Brignole Minerva
a te non è ben nota.
Qual alma fia nel fasto suo proterva,
che a sì gran semidea non sia divota?
Ah, ben Carlo l'intese
ch'aquila amante ai lumi suoi s'accese.
Un epilogo di virtù,
se compagno è con la beltà,
in ogn'alma che non farà?
Duro assai più
e più costante
sia del diamante
l'altrui rigor,
ché ad assalto sì bel cade ogni cor.
Mantice del mio sdegno
son, Proteo, i detti tuoi.
Saprò svegliar vendicator l'ingegno
contro tanta rivale.
Al mio furor fia la vendetta uguale.
Ch'io mi plachi? Oh, questo no!
Dall'eolie
grotte orribili
fischi e sibili
sveglierò.
Di fieri turbini
con mille furie,
le proprie ingiurie
vendicherò.
Ch'io mi plachi? Oh, questo no!
Nelle furie
sempre stabile,
implacabile
io sarò.
Con venti rapidi,
flutti fierissimi
i sdegni asprissimi
fomenterò.
Ch'io mi plachi? Oh, questo no!
Schernir le proprie offese a me s'aspetta,
alli sdegni, alle furie, alla vendetta.
Parte irata Anfritite,
e non conosce ancora il cor sdegnato,
che mai s'arriva a contrastar col fato.
Col destin chi può pugnar?
Vaghi sposi, deh, venite,
che anco ad onta d'Anfitrite,
per suoi dei v'elegge il mar.
Col destin chi può pugnar?
Deh, venite, o sposi omai,
che il fulgor de' vostri rai
queste rive ha da bear.
Col destin chi può pugnar?