PROLOGO AI «SUPPOSITI» DI LUDOVICO ARIOSTO
Non son queste le stelle, ond' aureo il cielo
risplende a quei che mai non vider morte?
non è questa la terra ov' ha sì vario
l' imperio il sol, ch' or la rinfiora, or l' arde?
E non è questo il mondo, ov' io mi vissi
uom già di carne e d' ossa? Or non son io
in fra le pompe di superba scena?
Deh! qual pietà, qual nume onnipotente
sue grazie oggi in me versa, oggi in me spiega
sue meraviglie? Io che a dormir fui tratto
il ferreo sonno de la morte, or gli occhi
pur riapro a la luce: io spirto ignudo
riedo oggi a respirar l' aure vitali,
pur rivestito il fral de 'l terreo manto,
e a riveder de la mia patria cara,
accolto in bel teatro, il popol grato.
Quanto lunga stagion fra l' ombre avvolto
io mi sia stato, i' non saprei ridirvi,
ché là, ov' io vivo, non si contan gli anni.
Ma dirò quand' io vissi; indi a voi noto
fia quanto ha scorso il sol da ch' io mi scinsi
de la gonna mortal, ch' oggi ho ripresa:
grazie ch' a pochi il ciel largo destina.
Vissi a Ippolito Estense, e fu mio zelo
d' arder a 'l nume suo face di gloria
con vivo inchiostro. I' son quel che cantai:
"Le donne, i cavalier, l' arme e gli amori";
quel ch' ordii anco i comici bisbigli,
ond' oggi è a voi promesso onesto riso.
Ch' io mi morissi, e quale, è a voi palese;
ma che di me si fesse, e a quale stato
morendo io rinascessi, uom che qui viva
non puote avere inteso: or io dirollo,
e dirò come a la presenza vostra
ritornato mi sia, ed a che venni.
Né ora tem' io già che 'l sermon lungo
sia per noiarvi, perch' io so che messo
non vien più desiato a voi mortali,
di quel che di là viene, ond' io ne vegno.
Luogo è ne l' altro mondo, ov' uom qui morto
vive novella vita, e ha nome Eliso:
così lo nominò la prisca etate.
Siede presso a un castel, che Dite è detto,
torreggiante di fuoco e d' alti mostri;
ma com' è quel ripien d' aspro e di tristo,
così questo è d' ameno e di soave.
Quivi perpetuo un zefiro inzaffira
le piagge, e su 'l smeraldo intesse l' ostro
di bei fioretti, ch' or di gelo imperla
ne l' alba, ora a' gran dì scioglie in odore;
corron di latte i ruscelletti vaghi,
e stilla il mel dagli elci e dagli olivi:
campo di gioia, se non quanto accende
infinito desio de 'l paradiso,
e 'n questa afflizïon l' anime offende.
Tutti convengon qui d' ogni paese
quei che vivendo in pregio ebber le Muse,
e l' oprar dritto che natura addita;
ma quei che furo innanti a 'l cristianesmo,
per non partirne mai (tal libra in lance
la divina giustizia il merto e 'l danno),
quei ch' adorar debitamente Dio,
qui l' alme impure purgano ed infette
da 'l sensüale affetto, ma da poi
fian richiamate a la celeste reggia:
e di questi cotai son io medesmo.
Qui pur pensosi, a passi lenti e gravi
van quei grandi ch' a 'l vero ebber gl' ingegni;
Aristotele il primo, e 'l divin mastro
de la scuola superna, i' dico Plato
con tutta la sua schiera, e con mill' altre
che 'l furor letterato in alto eresse.
Qui cinti d' arme gli spiriti magni,
onde rimbomban sì Micene e Roma,
Achille, Agamennon, Cesare e Scipio,
van trionfanti, ed han seco, o Ferrara,
non men di ferro e di valore armati,
de' tuoi Ercoli e Alfonsi. Or io mi stava
l' alte schiere ammirando in grembo ai fiori,
quando udii dirmi da invisibil voce:
– Oggi in teatro augusto i salsi motti
conditi da tua Musa, e le sciocchezze,
le frodi e i popolari accorgimenti
debbon udirsi: ivi in regal corona
d' eroi s' asside il glorioso Alfonso,
pieno di deità gli atti e l' aspetto,
qual Giove in fra i suoi divi. In nobil coro
di caste ninfe amorosette e care,
la sua Giunone ha seco; intanto attende
come scaltro risuoni e come piaccia,
tocca da dotta man, comica cetra.
Tu va; ben degna è sì mirabil scena
di mirabil messaggio, e primo parla. –
Tacque; ed io, ratto in men che non balena,
qui mi condussi, e non so per qual calle;
or dirò il comandato e dirò breve.
Le scïenze, figliuole de la mente,
vivon soggette a le medesme leggi,
che natura ha prescritte a' figli suoi:
come nasce, fiorisce, invecchia e muore
l' abete, il pin, la quercia ed il cipresso,
così queste han sua vice. Fu la scena
infante a' primi tempi, e giovin poi
fessi e matrona; or è canuta e vecchia.
Ben quai medici accorti, che previsto
lunge il letargo, han rimedi che 'n fasce
l' uccidan, e spess' anco anzi che nasca,
tra gran saggi, avvertendo il fatal corso
de 'l poetar di scena, a preservargli,
se non da morte, almen da presta morte,
con gran senno, arte dotta, in brevi carte
strinsero in immutabili precetti.
E certo il lor pensier veniva intero,
ma l' ignoranza s' è tanto ingegnata,
ch' i saggi avvertimenti ha torti e guasti;
onde più ratto il buon comico iambo
è invecchiato e caduto in vil dispregio;
così ha gran mal picciol' licenza a lato!
Fu concesso il partirsi da 'l severo
de le leggi prescritte a la poetica,
quanto chiedeva l' uso de l' etati:
qui s' è fermato il punto; e non s' è visto
che varia il pomo or frondi, or frutti, or fiori,
seguendo la stagion, ma sempre è pomo,
non mai o fico, o pero, od aspro sorbo.
Or s' è trascorso sì, che le commedie
più commedie non son, ma ciance inteste
a trar da' plebei cori infame riso,
indegne de l' orecchie cittadine
non che de le magnanime e regali.
Io parlo per ver dire,
non per odio d' altrui, né per disdegno,
né perch' io stimi la favola mia
esser de le perfette; là, ov' io vivo,
non vive odio o disdegno, ed è ognun fatto
giusto conoscitor de' suoi difetti.
Forse, s' or vergar carte e oprare inchiostro
mi si desse, alcun neo le purgherei,
se ben che non precetti imaginati
seguì mia Musa, ma gl' interi e saldi;
e s' ivi errò, qual' uom spira e non erra?
Or questa, ch' io vivendo, a 'l primo Alfonso
composi e posi in sontüosa scena,
e i ha nome, invitto sire,
sacran novellamente a 'l vostro nome
devoti questi spiriti sublimi,
onde qui s' orna l' Academia vostra.
Voi gradite il buon zelo e la lor fede;
là vien chi me accomiata; ed io ritorno,
sì come fu il destino, a l' ombre elisie.